La decima di Alessandro

Il vangelo di oggi seconda domenica di Avvento inizia con l’inizio! «Inizio della bella notizia di Gesù, Cristo, Figlio di Dio».

Potrei scrivervi tante cose copiate di qua o di là, magari qualcuno di mio proprio pugno, ma forse è meglio che vi racconti qualche cosa, così come Marco (l’evangelista) ha raccontato il suo incontro sconvolgente con Gesù (perché tutto il suo vangelo/bella notizia è la storia di come Gesù gli ha sconvolto la vita!).

Qualche cosa che mi ha “sconvolto” la giornata, che ha sollecitato il mio vigilare e fare attenzione (parole chiave dell’Avvento) tra le molte cose di questi giorni un po’ freddi e per molti frenetici.

Pedalando lungo il mare per scaricare un po’ di fatiche di questi giorni e mantenermi tonico pensavo di chiamare Alessandro che mi aveva promesso 10,00 euro per aiutarmi a comprare libri per una sua sconosciuta coetanea indigente. Alle 7.30 di mattino però un ragazzo normale dovrebbe dormire…

Invece alle 8.30 un what’s app mi comunica che Alessandro sarà a pochi passi da casa mia, in piazza del Gesù per la rivendita di giocattoli in favore delle scuole di pace di sant’Egidio. Alle 8.30! Vienimi a salutare! Sbrigo alcuni impegni inderogabili (dopo la bicicletta si intende) e mi fulmino a curiosare.

Trovare Alessandro fuori dalle coperte a curare ragazzini di 4/5 primaria, a giocare con loro e pubblicizzare insieme la vendita di giocattoli è una vera e propria bella notizia! un vero e proprio dono di Dio: è il vangelo!

Forse sono ingenuo o forse fortunato ma avere amici come Alessandro o Lucia, Beppe, Francesco tutti presi con il loro “Albero della Luce” per ridare speranza a S. Felice a Cancello, o Francesca di Napoli che studia a Milano è non ha paura di incontrare i nostri giovani zaccariani di Milano con i quali cercare di fare un po’ più di bene è fonte di speranza.

L’arcivescovo di Milano per sant’Ambrogio chiedeva anche ai giovani di offrire una decima del loro tempo, del loro sport, del loro ozio per fare il bene; papa Francesco per l’Immacolata chiedeva ai cristiani di impegnarsi di più per Roma. Questi miei amici hanno dato più della decima, più di tanti noi adulti.

Questo significa essere attenti a Gesù che viene, aspettare la sua venuta, prepararsi al Natale.

Grazie Alessandro, sono contento e fiero di essere tuo amico e di tutti gli altri.

Santa seconda domenica di Avvento.

pJgiannic

Il vero essere “bravo ragazzo”!

Il vero essere “bravo ragazzo”

Troppo spesso ci troviamo a descrivere persone con l’espressione “bravo ragazzo”, frase che però fatichiamo a interpretare. È soltanto un modo carino per descrivere una persona “normale”, o c’è di più?

Un “bravo ragazzo”, a detta di molti, dovrebbe essere una persona gentile, rispettosa, che riesce a prendere seriamente i propri impegni e a non tradirli, una persona equilibrata, ligia al dovere, che segue la propria via. Anche nella vita cristiana si può definire così, una persona che tutte le domeniche va a Messa, che prega, si confessa quando ha bisogno, svolge attività di aiuto e volontariato ed è sempre attivo e disponibile nella vita di comunità. Ovviamente, leggendo queste prime definizioni, nulla si potrebbe dire contro, anzi si delinea la figura di una persona quasi “perfetta”, da ammirare profondamente.

A nostro parere sarebbe, però, riduttivo spiegare questo concetto solo con queste brevi descrizioni. Essere un “bravo ragazzo” è molto di più; non è una semplice descrizione oggettiva che gli altri ci danno, ma, si tratta di un percorso interiore e personale; non ci si limita a percorrere la strada più giusta con diligenza, solo perché frutto di un’imposizione esterna; essere un “bravo ragazzo” vuol dire conoscersi e conoscere. Non si può pensare di esserlo se prima non si ha una conoscenza profonda di se stessi, di ciò che si vuole e si cerca, di come si è e di dove si vuole arrivare, e soprattutto, se non si conosce l’altro. Non si è “bravi ragazzi” solo perché rispondiamo sempre cortesemente e non ci scomponiamo mai in pubblico, si è “bravi ragazzi” se anche nel momento più buio, più difficile, abbiamo sempre lo sguardo puntato in avanti, non cercando il male e la rabbia ma sperando nella luce, anche se i sentimenti possono sopraffarci. Non si è “bravi ragazzi” se non facciamo mai arrabbiare gli altri, si è “bravi ragazzi” quando, pur rispettando gli altri, abbiamo il coraggio e la volontà di correggerli e sostenerli, con il rischio del conflitto ma sempre con il cuore aperto al confronto e alla crescita. Si è “bravi ragazzi” anche se capita di non rispettare tutte le regole, ma di andarne oltre in favore di un principio e con il fine del crescere. Non si può dire di essere “bravi ragazzi” se non si è sperimentato, non ci siamo “sporcati le mani” di attività e non si è conosciuto l’altro. Perché il rispetto, la generosità, la sensibilità e la determinazione, tutte caratteristiche tipiche del “bravo ragazzo”, non si acquisiscono lungo la “retta via”, equilibrata e razionalmente preparata, ma si ottengono anche “sgarrando” nelle strade dismesse che nessuno avrebbe il coraggio di prendere.

È proprio lì infatti che si nasconde il segreto del “bravo ragazzo” (e forse il segreto di Gesù), si è “bravi ragazzi” quando si ha la forza e la consapevolezza di donarsi all’altro senza voler ricevere niente in cambio, soddisfatti, realizzati e felici solo della felicità dell’altro.

È, quindi, forse nello stesso “comandamento dell’amore” che si esprime al meglio la definizione di “bravo ragazzo”. Non basta programmare tutto nei minimi dettagli, rispettare i propri impegni senza mai uscire dalla propria forma, serve amare con “tutto il cuore, tutta l’anima, la mente e le forze”, amare gli altri come sé stessi.

Abbandoniamo la strada programmata, quella che sembra più logica e intraprendiamo la via che più ci permette di conoscersi e conoscere, per realizzare davvero l’amore. A quel punto, potremo davvero essere chiamati “bravi ragazzi” e quella frase non ci lascerà più indifferenti ma ci riempirà di gioia, perché nel nostro cuore sapremo che lo siamo davvero.

Bianca Contardi e Massimiliano Serino, Firenze

To be christian in Philippines

Last February, Fr. Giannicola has visited our st. Anthony Mary Zaccaria Parish in San Mateo, Rizal (Philippine), where some of the youth gathered, we gave him a very warm welcome.
It’s an honor for us to be visited by a priest from a different side of the world. He shared everything we need to understand as a youth to serve God, and know that we are a blessing for everyone, we are the one who will continue to spread the words and His love to others.
We have been talking about the way to be christian in Philippine.
Everyone says that Philippines is a great christian country. I believe that this is true. We always keep the faith to our Lord, Jesus Christ. We believe that life is nothing without Him, we believe that everything happens according to His plan that sometimes we may not understand and still trust Him. Prayer works, our country has experienced many trials like natural calamities and war, everyone suffers but never lose hope that we can overcome those things.
We tend to smile in hardest times and we always keep the faith to our Lord, Jesus Christ. All things are possible in Him, never doubt in His power.
Being a christian is a privilege and a way to know more of our God.
When I was a little boy, I don’t even know how to pray the rosary.
There’s a lot of questions in my mind, where I don’t know why we should do it, what’s the use of praying, and why we must know our Savior, Jesus Christ. But when I stepped on the church and started to serve God, little by little all my questions has been answered.
Praying is one way to communicate Him even when we don’t see Him, I believe that He is always with us all day and all night. We may not see Him but still feel Him whatever comes around, when we are in pain, fear, sadness, and in our happiness. He always blessed us because He promised to be with us every second of our lives. He sacrificed His life for us to live in peace, love, and joy. That for me, we should never waste our life, and let Him be the one to get us and rest in Him forever.
Christian life has made me realized everything. It made me who I am today and spread God’s love through His word. I found myself as His instrument, with the wisdom and talent He has given me, I know that I can touch one’s life to serve our God and strengthen His faith.

Sandy Fortes, St. Mathew’s parish, Marikina

Ho sete di Provvidenza!

Celebriamo in questo sabato precedente la terza domenica di Novembre la solennità di Maria Madre della Divina Provvidenza, la Madonna – così diciamo affettuosamente – dei figli e delle figlie di sant’Antonio M. Zaccaria.
Attenzione: perché non sia solo una devozione vogliamo celebrare e ragionare quella dimensione femminile della vita di cui non si può fare a meno.

La messa di oggi prevede il vangelo delle nozze di Cana o di Maria ai piedi della Croce.
Certo il primo è più gioioso, più bello per una festa; ma preferisco il secondo anche se più drammatico anche perché credo che la storia di Dio la si capisca meglio quando ci si confronta con il dramma della vita.
E la donna non comprende forse di più la vita perché affronta le doglie del parto? Ovvero quando non riesce ad avere un figlio?

Questi due brani sono però collegati almeno da tre elementi:

  1. il dramma di una assenza: restare senza vino e restare senza il Figlio e… senza madre;
  2. la sete, all’inizio e alla fine della rivelazione di Gesù c’è una sete!;
  3. una donna, non Maria, ma una donna, la Donna.
  4. Quante volte siamo chiamati ad affrontare delle assenze: a chi ci rivogliamo? Noi cristiani a chi ci rivolgiamo?

Penso all’assenza della politica in questi tempi: a chi ci rivolgiamo per colmarla? E come? Dove e come andiamo a cercare il vino non per ubriacarci ma per riempire di senso il nostro vivere insieme?
Ci sono delle assenze di valori, forse anche una assenza di fede: a chi ci rivolgiamo per trovare pienezza?
Siamo consapevoli di cosa manca o forse siamo troppo preoccupati di noi stessi da non accorgerci di ciò che manca.
Anche noi cristiani…

  1. A Cana, il primo segno di Gesù colma una sete! Sulla Croce le ultime parole di Gesù sono: Ho sete! Lui che ha donato da bere a tutti ora ha sete! E non riceve acqua fresca o vino nuovo, ma aceto e fiele.

C’è ancora tanta sete di Dio, tanta sete di bene e spesso siamo distratti, non ce ne accorgiamo come l’organizzatore della festa! Maria invece ci insegna ad avere uno sguardo a 360°. Domani è la giornata per/contro la povertà: penso a Sofia o quanti altri giovani si daranno da fare per non stare con le mani in mano, per riempire questa “sete”!

Quanti SAMZfollower non stanno con le mani in mano e chiedono di pregare per loro: vogliamo pregare insieme per questo #JuZacSinodo2018? Sì o no?

Sapremo rispondere alla sete di cambiamento, di riforma che tutti domandiamo oppure ognuno resterà fermo nel proprio orizzonte? Maria poteva fregarsene del vino, invece è andata oltre il proprio bene individuale, si è messa in gioco!

  1. Donna, ecco tuo Figlio! Giovanni nel vangelo non usa il nome Maria, ma Donna, termine insolito per chiamare la Madre; Donna, la nuova Eva, madre di una nuova umanità. Un’umanità che ascolta la parola di Gesù: dice ai servi, ascoltate quello che vi dirà! Un’umanità che accoglie i giovani, la vita: Donna ecco tuo figlio!

Ecco le due modalità per celebrare la Provvidenza: ascoltare la parola di Gesù, il Vangelo; accogliere chi è solo! Perché la Provvidenza è comunione di Dio con l’umanità attraverso l’intercessione di Maria.

«Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire» scriveva Alda Merini in una sua poesia. Nei Vangeli della Provvidenza, Maria sceglie con cura le parole da dire e non dire, ma ancora più sceglie con cura la storia da costruire insieme al suo Figlio, il nostro Dio e insieme ai suoi figli, la nostra umanità.

Giovane cristiano e giovane non cristiano: differenze?

C’è una grande differenza tra queste due sfere dei giovani e può essere più grande di quanto pensiamo. Tuttavia, a causa della modernità attuale, la nostra generazione di giovani cristiani si è corrotta quotidianamente. Non è da oggi che le persone nascondano le loro credenze religiose e le loro posizioni per paura di essere perseguitati. Tuttavia, la ragione per cui questa omissione si verifica oggi è specialmente la vergogna, non la paura. In questo modo i giovani sono imbarazzati quando hanno bisogno di mostrare il Cristo nei luoghi in cui frequentano – come a scuola, nel tempo libero, al lavoro e anche in casa – perdendo così anche l’opportunità di annunciare la parola di Dio a coloro che ne hanno più bisogno. I pastori delle comunità cristiane, i responsabili dei gruppi devono aiutare, sostenere questi giovani che dicono di seguire Gesù, ma quando lasciano le porte della chiesa ritornano alla vita del mondo; riscattarli e aiutarli nella loro conversione può farli pescatori di anime per il regno di Dio. Questo perché non ci sono persone migliori per catturare i giovani che i giovani stessi.
Attento alla differenza, il giovane che vive la verità di Cristo vive più felice e impara a non lasciarsi influenzare dagli altri. Inoltre, cerca la sua felicità in ciò che viene dall’Alto, sapendo come prendere, da ciò che offre il mondo, le cose buone che aggiungono valore alla sua vita.
Avere discernimento e riconoscere i piani di Dio aiuta a capire che non tutto succede come previsto, evitando molte frustrazioni. Il giovane cristiano non dovrebbe permettere di essere influenzato dalle cose del mondo, ma di influenzare il mondo con le sue parole e atteggiamenti.
Essere giovani e essere cristiani non è sinonimo di mancanza di svago e non significa lasciare la giovinezza, ma cercare divertimento in luoghi e momenti che conducono alla santità. Essere un giovane cristiano non significa essere migliori di altri, perché, agli occhi di nostro Padre, siamo tutti uguali e tutti abbiamo l’opportunità di trasformarci per vivere la verità del Cristo vivo.

Daniel Vieira, Loreto, Rio de Janeiro

Diferença Entre um jovem cristão e um jovem não cristão: Existe ou não?

Sim, existe uma diferença entre o jovem cristão e o jovem não cristão, e a diferença é maior do que pensamos. Porém temos que nos atentar ao jovem cristão tanto quanto ao não cristão, pois a atual geração de jovens cristãos vem se “corrompendo” dia a dia.
Mas como assim se “corrompendo”? Os jovens cristãos dessa geração tem vergonha de anunciar que são cristãos nos lugares que passam, como escola e outros, e mais ainda tem vergonha de levar a palavra de Deus a quem precisa.
Por que nos devemos atentar mais aos jovens cristãos do que aos jovens não cristãos? Se tivermos nas nossas paróquias jovens que se dizem ser de cristo, dizem adorar a Deus, dizem que amam o Senhor, porém apenas dizem isso dentro da igreja, como podemos trazer quem não conhece Jesus para perto desses que tem sua fé fraca e que ficam negando cristo? Além do mais, os jovens que realmente conhecem e adoram Jesus, são as melhores pessoas para levarem o cristo aos jovens que não são da igreja.
Voltando para a diferença, o jovem que é realmente cristão vive mais feliz e não se deixa atingir pelas ofensas alheias, ele não desanima facilmente quando uma pedra aparece em seu caminho, ele não busca a felicidade em drogas, bebidas alcoólicas e outros, ele tem uma visão mais ampla da vida. Como assim mais ampla? Se ele tem dificuldades ele busca enfrentar com diversos caminhos, perseverando e não desanimando, confiando em Cristo, por isso vemos a importância de estar em comunhão com Deus, assim teremos muita fé e seguiremos nessa difícil batalha.
Você sente alguma diferença? E eles?
Para nós jovens cristãos, a maior diferença em relação aos não cristãos é que nós nos sentimos mais felizes e completos, vemos o lado positivo das coisas, e quando algo dá errado ou não sai como planejamos, procuramos enxergar que foi o melhor para nós e que esse era o plano de Deus, pois Deus sabe o que faz em cada minuto de nossas vidas.
Nós procuramos não nos envolver com o mundo, não nos deixamos ser influenciados pelo mundo, mas procuramos influenciar o mundo com nossas palavras e atitudes. Os não cristãos não devem saber que nós rimos e nos divertimos como eles, porém nós nunca esquecemos que temos que obedecer a Deus, e que não precisamos buscar essa diversão em drogas e outros.
Você se acha melhor que eles ou é o aposto?
Como estamos com Cristo não deixamos a cabeça subir, pois, aos olhos de nosso senhor Jesus Cristo, todos somos iguais, não importa altura, peso, etc. Em relação aos não cristãos não seria certo falar que eles se acham melhor em relação ao cristão, mas podemos dizer que a maioria deles quer ser maior que as pessoas, pois sentem necessidade de oprimir o próximo para terem mais atenção ou se sentirem menos mal.

Daniel Vieira, Loreto, Rio de Janeiro

Hallosaints

Sai perché oggi è festa, domani quasi?
Perché ricordiamo i santi e commemoriamo i defunti.

Forse oggi hai dormito un po’ d più, magari visiterai un cimitero, senza porti qualche domanda, ma l’indifferenza, paga!
Tu non sei chiamato all’indifferenza ma alla santità, non sei chiamato alla morte ma alla Vita.
Questa festa nasce dal comando di Dio: siate santi perché Io sono santo;
dall’esperienza d Gesù: io sono la risurrezione e la Vita.
Si festeggiano i santi per crescere nella speranza e nella gioia;
si commemorano i defunti per vivere la vita di qui e di là!

Quest’oggi non mettere una maschera: cresci la gioia e la vita!
pJgiannic

È facile essere giovani a Merida?

È facile essere giovani?
Bella domanda. Dipende dai punti di vista, dalle statistiche, dall’ottimismo, pessimismo o realismo dell’interlocutore.
Più che da ottimismo sono guidato dalla Speranza, che mi permette di essere realista. Realista nel trovare e confermare il buono senza nascondere il cattivo.
Ieri sera mi sono ritrovato con un nutrito gruppo di giovani messicani, di Merida (Yucatan). Non è stato facile entrare in sintonia: il rumore della strada e dei ventilatori, la lingua, la preoccupazione di raccontare cose inutili, il loro numero!
Con tutto ciò sono emerse delle reazioni e riflessioni interessanti sul loro essere persone, giovani, cristiani.
Non sono pochi i problemi in Messico, magari a Merida di meno, ma non mancano le aggressioni contro i giovani, la droga, lo spaesamento, il lavoro. Quindi come essere giovani e cristiani di fronte a tutto ciò?
Si è cristiani perché ci è stato insegnato così e accolgo questo dono della mia famiglia racconta F. Ma si deve anche diventare cristiani, cioè usare la ragione per capire cosa dice il cuore; rielaborare cosa la famiglia ci ha insegnato è importante e necessario, se non si vuole mantenere una fede infantile.
A. è cristiano perché “Dio è tutto per la mia vita!”. Bella affermazione. Quello che penso, sono, faccio è condiviso con Dio e da lui illuminato. Sorprendente professione di fede. Ho chiesto ad A. di scrivermi il significato di queste parole, per crescere insieme, anche se spesso le parole non possono dire l’Amore.
Ragionare sulla fede è importante e necessario, ho insistito su questo aspetto culturale che è proprio di noi barnabiti e delle persone che crescono con noi. Sapere che J. non disdegna di leggere un libro, un romanzo, non solo apre la mente ma anche aiuta a capire che … si vuole capire il mondo in cui lo Spirito ci conduce a vivere non solo dal proprio punto di vista. Aprire la mente è il modo migliore per testimoniare la Carità!
Ma il mondo non è sempre facile da vivere. A. denuncia la fatica di essere cristiani, di essere una persona che sceglie di lavorare per studiare di più e trovare qualche “buco ufficiale” per Dio. Non è facile essere cristiani in un mondo che gira molto altrove. Non è facile essere rispettati nella propria fede. Ma è bello, perciò facile prendere delle buone strade per crescere la propria vita anche se altri ne prendono altre, o non ne prendono nessuna.
Per K. poi essere cristiano ha un senso e un valore in più che nasce dal ritrovarsi in un gruppo, dall’avere una guida. È importante avere una guida non perché ti traccia tutte le strade, ma prima di tutto perché sai che qualcuno ti ascolta.
Ascoltare, essere ascoltati, forse questa è l’esigenza più importante, più necessaria non solo per i giovani di Merida ma per tanti altri nel mondo.
L’impegno primario di un cristiano non è quello di convertire tutti al Vangelo, ma di far conoscere che c’è un Dio, attraverso i suoi testimoni, che ti ascolta, che ti tende la mano. Essere giovani cristiani significa perciò far comprendere che non si è soli, che c’è una sedia su cui sedersi, un bicchiere d’acqua con cui rinfrescarsi, uno sguardo che accoglie. Il resto è un “problema” di Dio!
Se questi sono i presupposti di un gruppo giovanile di una delle “periferie” del mondo… possiamo stare sicuri che il mondo avrà un futuro, perché nonostante tutto sono i piccoli che ribaltano le sorti della umanità.

Il miracolo della gioia di Lourdes

Ogni giorno abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di nuovo dalle tante esperienze che ci accadono; tuttavia, tornata per il secondo anno dal pellegrinaggio a Lourdes, posso affermare di non aver mai vissuto delle emozioni così intense e profonde come in questi giorni. Raccontare quanto provato in questa meravigliosa esperienza per il mio cuore, per la mia vita non trova mai le parole giuste e sufficienti.

Penso che Lourdes sia veramente un posto speciale, dove si respira un’atmosfera indescrivibile, piena di pace e amore, dove anche il più piccolo gesto: un sorriso, un abbraccio, una parola gentile arrivano a toccare direttamente il cuore di chi ti circonda.

Sette giorni vissuti con altri, non pensando a se stessi, ma offrendo a chi ci sta accanto il nostro tempo e le nostre energie. Ho capito come, in realtà, è solo donando ciò che si ha agli altri che si riceve qualcosa di più grande e importante. In questi giorni, ogni volta che qualcuno mi ringraziava anche per il più piccolo servizio o per una semplice chiacchierata, riflettevo su come avrei dovuto io ringraziare gli altri, perché da ogni incontro, scambio, condivisione ho imparato qualcosa che custodirò nel cuore per tutta la mia vita. Infatti, in ogni incontro, in ogni gesto e anche nella sofferenza c’è tanto amore per cui ho imparato che la cosa più importante è saper aprire il proprio cuore agli altri per poter dare e ricevere.

Prima di partire per Lourdes la prima volta ricordo, inizialmente un po’ di timore; essendo io solitamente una ragazza un po’ timida, avevo paura di non riuscire a essere di aiuto. Tuttavia, ho poi subito capito come nel momento in cui si è davanti a persone disposte ad aprirti il loro cuore, spontaneamente, anche tu riesci ad aprirti agli altri. Infatti, l’amore vince ogni barriera e penso che un miracolo si compia a Lourdes ogni giorno: vedere migliaia di persone, provenienti da tutto il mondo, condividere insieme la stessa esperienza, pronte a tendere le proprie mani per poter aiutare ed essere aiutati, credo che sia un grande miracolo d’amore.

Ho imparato che nella vita non si è mai soli e che il Signore non ci abbandona mai. Egli ci sta sempre accanto, incontrabile nel prossimo che ci tende le sue mani, perché la cosa più bella è poter incontrare gli altri e offrire loro il nostro amore. Dalla grotta la Madonnina osserva ognuno di noi, legge nei nostri cuori, ci affida alle persone capaci di sostenerci e non ci lascia mai da soli.

Molte volte, ci lamentiamo per anche i più piccoli problemi e non ci rendiamo conto delle grandi fortune che abbiamo ricevuto, ma che spesso diamo per scontate. Vedere come anche chi è nella sofferenza ha sempre la forza di sorridere e donare amore, mi ha fatto capire che nella vita bisogna essere sempre gioiosi e bisogna saper accettare tutto quello che ci capita: sia le cose belle che quelle più tristi, perché ci sarà sempre qualcuno che camminerà al nostro fianco, con cui condividere gioie e dolori.

Una delle cose che mi ha colpito di più, è stato vedere come un semplice sorriso fosse in grado di donare felicità e amore; un sorriso e uno sguardo possono comunicare a chi ci circonda molto di più di quanto possano fare mille parole, come una luce accesa nella notte, capace di ridare speranza.

Durante la processione del flambeaux, ognuno è diventa portatore di luce con la sua candela: quante lacrime per la gioia, perché ho capito che il nostro compito è quello di portare luce, speranza, felicità e gioia nella vita di chi ci sta accanto.

Chi ringraziare per tutto ciò?

Le dame, i barellieri, l’organizzazione dell’Unitalsi e la mia Scuola per avermi dato l’opportunità di vivere quest’esperienza unica, infatti è anche grazie all’esempio e all’amore di chi mi è stato vicino e mi ha guidato in questi giorni, che ho potuto vivere così profondamente questa settimana a Lourdes.

Francesca Carloni IV sc. Ist. Zaccaria Milano

CioccolatItaliani

 

Siamo a Milano in via de Amicis, la sede storica e principale di CioccolatItaliani; un brand internazionale che molti di voi già hanno iniziato a conoscere anche se non sono di Milano.
Siamo davanti a Vincenzo Ferrieri, ex alunno del nostro Istituto F. Denza di Napoli.
Classe?
’84

Classe ’84… vivi a Milano?
Ormai da 13 anni ma, nato a Napoli quindi napoletano nell’indole.
Beh è giusto mantenere le proprie radici… e poi Milano sembra essere abbastanza accogliente, forse non ha il cuore grande dei napoletani…
In realtà non è vero. Milano è una città che ti accoglie, che ti permette di conoscere tantissime persone, quindi è molto aperta a culture e tradizioni non locali.

Vincenzo è un imprenditore del cioccolato, perché il cioccolato?
Perché è un prodotto che piace un po’ a tutti, quindi ci permetteva di strutturare un negozio come appunto CioccolatItaliani che potesse abbracciare un target molto alto che va dai bambini fino agli adulti che magari vogliono dimostrare un buon cioccolato anche accompagnato da un rum o da un whisky: fondamentalmente un prodotto molto amato sia in Italia che nel mondo da diversi consumatori.

Cioccolato, golosità, capricci… qualche capriccio infantile?
Tanti… voglia di girare il mondo, ho costretto i miei genitori a farmi viaggiare tanto. Voglia di entrare nel mondo dell’alta finanza, mi sono interstardito, ho fatto anche errori e esperienze che poi però mi sono servite.

Qualche capriccio da adulto?
La voglia di crescere, di creare qualcosa di importante a livello professionale. Si ha sempre paura che a volte l’ambizione possa superare il talento… vedremo di gestire questo capriccio.

Invece dei “capricci seri”?
Vincenzo ci pensa su un po’ … Capricci seri, non sono capricci particolari.
Se mi guardo allo specchio penso al mio sogno giovanile.
Diventare un grande sportivo.
Sogno interrotto per poi intraprendere, ovviamente, la via dello studio, della cultura, Milano. Quello è un sogno che mi è rimasto, cui penso.

Quindi hai una certa versatilità! E… un sogno da adulto?
Realizzami non tanto professionalmente ma come persona.
Vengo da una famiglia molto unita, numerosa… il sogno è poter ripetere quello che hanno fatto i miei genitori, avere la stessa armonia che oggi c’è nella mia famiglia.

Non ti chiedo cosa significa la parola persona. Ti chiedo però, cosa significa per te la parola valori?
Innanzitutto coerenza. Perché parliamo sempre di valori e poi siamo i primi a dimenticarci che questi vanno rispettati a 360° in ogni momento e ambito della tua vita: professione, amicizie, intimità. Coerenza.
I giovani, anche quelli a cui tu dai lavoro nei tuoi negozi, hanno dei valori?
Sì, a volte si perdono un po’ sulla coerenza. Io credo che in fondo hanno dei valori, abbiamo tanti giovani che hanno buoni valori, tante idee. Il tema è sempre che non si è tanti!
Purtroppo di recente lessi: non è ciò che sei ma ciò che fai che ti qualifica, e purtroppo è la verità.
Non basta avere valori, è importante portarli avanti in ogni momento della giornata e della propria vita.

Vincenzo Ferrieri è un imprenditore del gusto… in poche parole come nasce la tua impresa?
Nasce perché la mia famiglia lavorava nel settore della ristorazione e della pasticceria.
Inizialmente avevo intrapreso il percorso della finanza.
Forse però l’unione della mia famiglia, l’esser cresciuto con dei genitori imprenditori e comunque commercianti del gusto e della pasticceria mi ha riportato a incrociare le strade con le origini della mia famiglia.
Da qui la voglia di non lavorare più nella finanza ma in qualcosa di più “reale”, più a contatto con le persone; qui è nato il progetto di una catena dedicata al gusto.

Perché a Milano e non a Napoli?
Vivevo a Milano e perché la considero una città piena di opportunità che ci ha dato e continuerà a darci moltissimo. L’azienda è nata a Milano, è cresciuta a Milano e da Milano si sta espandendo. Speriamo di arrivare lontano e di passare per Napoli.

La società, Milano anche, a volte propone dei modelli vincenti. Ma la vita è fatta di quotidianità, di operai, di camerieri…: non c’è il rischio di far sentire la normalità come qualcosa di limitato?
Sì, specialmente in città come Milano dove si è quasi sempre sopra le righe sia a livello professionale sia a livello intimo, personale. Bisogna stare attenti, ricordarsi le origini e che la normalità è quello che rende speciali le vite di ognuno di noi.

Tu dai lavoro a molti giovani, penso…
Sì abbastanza. Abbiamo un’azienda molto giovane, l’età media è di circa 32 anni.

Che cosa offri e che cosa chiedi?
Offro un’azienda la cui forza deriva dalle risorse che lavorano all’interno.
Chiedo tantissima curiosità e tantissimo senso di partecipazione.
Quello che chiedo ai ragazzi è di non limitarsi a compiere il proprio compito quotidiano ma ricordarsi che tutti quanti facciamo parte di qualcosa di più grande.

Riescono a lasciarsi invogliare? A rendersi partecipi?
La risorsa umana è ciò su cui lavoriamo.
Oggi abbiamo 540 dipendenti, tanti ragazzi capiscono che questo concetto di partecipazione e legame con l’azienda è un valore aggiunto sia per il loro percorso professionale sia per il futuro dell’azienda. È qualcosa che oggi “è tornato di moda tra i giovani” si comprende quanto una risorsa umana può fare la differenza.

Diciamo che non sei un imprenditore come quelli denunciati da Chaplin in Tempi moderni… è facile o difficile trovare lavoro oggi? 
Non è facilissimo trovare il lavoro che ti appassiona, però non è così difficile. Abitiamo in un paese difficile, dove è impossibile dire che non ci siano problemi di disoccupazione, specialmente giovanile o di precarietà professionale. È vero pure che secondo me ci sono tante piccole aziende che stanno crescendo in maniera sana, che han bisogno di risorse ma che fanno fatica a reperirle. È un momento difficile ma non credo sia impossibile trovare lavoro, anzi credi che bisogna avere lo spirito di sacrificio.

Alle volte però uno vuole raggiungere un obiettivo e deve fare dell’altro. Cosa dici a queste persone? Non saprei bene cosa dire. Dico solo che nella vita uno deve mirare a fare ciò che ciò che lo appassiona e lo rende felice. Se deve fare dell’altro ma questa situazione non lo rende felice, non so quale potrebbe essere la soluzione ma bisogna trovare il modo per avere degli obiettivi che oltre a portare una sicurezza finanziaria portino a una tua realizzazione personale.

Una impresa che fa sentire il proprio dipendente partecipe lo porta a essere non un numero ma parte di una comunità.
Assolutamente. Noi abbiamo aperto il primo punto vendita qui in via De Amicis in 18, ora siamo 540.
Il ragazzo che inizialmente lavava i vetri oggi è un area manager che gestisce 4 punti vendita.

Lavorate molto con i Paesi Arabi… come mai?
È stata soprattutto una questione di opportunità; aprendo il secondo punto vendita non avevamo molte risorse per strutturare un vero piano di sviluppo, abbiamo colto le opportunità di mercato. Tutte le persone che sono venute a richiederci affiliazioni in franchising, collaborazioni erano dal Medio Oriente. Forse perché sono abituati a comprare in altri paesi ciò che loro non hanno nel loro paese.

Pensi che ci sarà uno scontro tra queste culture? Occidentale e islamica? Con la quale noi lavoriamo tanto e che pure hanno comprato tanto anche a Milano.
Purtroppo lo scontro già c’è. È un dato di fatto. Quello che io è vedo è che lavorando in quei paesi (5 punti vendita in Arabia Saudita che visito spessissimo) c’è un movimento popolare che potrà fare qualcosa e cambiare la situazione… anche con l’utilizzo della rete, i giovani, la nuova generazione, i ragazzi della mia età e addirittura quelli prima, riescono ad essere culturalmente più evoluti e più aperti. Questo secondo me sarà il motore verso il cambiamento. È chiaro, non so quanti anni ci vorranno, quanto sarà difficile e se si potrà eliminare del tutto la frange più estrema di quella regione, però qualcosa sta cambiando. 5 anni fa quando noi siamo entrati in Arabia Saudita i locali erano o per uomini o per donne e ogni tavolo doveva avere le tende. Le persone arrivavano, si chiudevano attorno al proprio tavolo, si levavano il velo e si mangiavano il gelato. Oggi nell’ultimo locale che abbiamo aperto non esistono più le tende. Il primo anno che siamo andati c’era la polizia religiosa per strada, che ti obbligava a pregare per 5 volte, oggi non c’è più. Da un mese a questa parte la donna può iniziare a guidare. Insomma ci sono tanti cambiamenti in atto. È chiaro che lo scontro c’è ancora. La situazione attuale del Qatar è molto grave, molto critica. Purtroppo anche lì il sistema politico non è del tutto chiaro e trasparente quindi non è una situazione facile. Credo che la naturale evoluzione e anche l’apertura mentale che stanno avendo le nuove generazioni possa aiutare a trovare una mediazione tra le due culture.

Tu credi in Dio?
Non solo credo in Dio ma anche amo molto la nostra religione per i valori che professa.

La sensazione che ricordi quando hai messo la prima pietra qua in via de Amicis 25?
Eravamo molto spaventati, era un investimento importante.
Avevo coinvolto la mia famiglia perché da solo non avevo le risorse finanziarie. Mi sentivo molto spaventato per il fatto che i miei genitori abbiano sempre avuto fiducia e stima verso le mie idee, sempre puntato su di me. Questo ovviamente mi caricava e mi carica ancora oggi di responsabilità perché mi sento in dovere di mantenere le aspettative.

Il prodotto più buono che hai?
Negli ultimi due anni abbiamo selezionato una piantagione in Colombia io e mio padre che si chiama casa Lucher; un’azienda colombiana impegnata in moltissime attività anche sociali, sia nel recupero di piantagioni di cocaina sia per lo sviluppo di questi piccoli villaggi che nascono all’interno delle piantagioni del cacao e abbiamo selezionato una piantagione che produce una sola tipologia di cacao definito cacao fino d’aroma ovvero una certificazione internazionale per un cacao ricco di aromi, tra i più pregiati al mondo. Solo l’8% del cacao mondiale ha questa certificazione. Da due anni utilizziamo questo prodotto nei nostri store e credo che sia uno dei principali, qualitativamente superiore.

E questa vostra sensibilità sociale da cosa nasce?
Nasce dalla consapevolezza di essere fortunati nella vita e secondo me la fortuna spesso ti porta dei doveri nel senso che hai l’obbligo di ridare qualcosa indietro, “give back”. È un qualcosa che noi abbiamo sempre fatto nel nostro piccolo. Da tre mesi a questa parte andiamo negli ospedali a portare il gelato ai bambini malati, facendo un accordo con la onlus medicine buone per cui il 10% del nostro fatturato viene devoluto a questa associazione che va negli ospedali a regalare attimi di piacere, gioia e momenti di leggerezza ai bambini ricoverati. Ma è un qualcosa che credo sia quasi naturale nella mia famiglia nel senso che abbiamo sempre avuto un’attenzione verso chi è più in difficoltà. Quando abbiamo conosciuto questa azienda colombiana, già attiva in questi programmi, un’azienda familiare ma gigantesca, cresciuta tantissimo, ci siamo detti: questa è l’azienda perfetta per noi, c’è stato un match di valori e una collaborazione!

E quindi qual è il miglior gelato che posso mangiare?
Il gelato prodotto con questo cacao, Arauca 75% accompagnato eventualmente da lamponi o una crema di pistacchio.

Grazie mille Vincenzo per il tempo che ci ha dedicato e buona avventura!