Ricordiamo il futuro!

 

Con piacere pubblichiamo una riflessione di Angelo Bruscino, presidente dei Giovani Imprenditori Italiani, sul futuro da costruire.

Per molti anni abbiamo ascoltato le dichiarazioni di capi di stato, scienziati, economisti che raccontavano di quanto fosse importante investire ogni singola energia del presente per costruire il “Futuro”, abbiamo sognato con loro e con la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che abitano il nostro pianeta un domani dove si sarebbero fermate le guerre, dove la globalizzazione avrebbe costruito un pianeta senza confini commerciali ed umani, dove avrebbe vinto, il merito, la qualità, l’onestà nelle condotte personali ed aziendali, dove la giustizia si trasformasse da quella dei tribunali, a quella sociale, economica e soprattutto ambientale, dove al consumo sfrenato delle risorse si sarebbe posto rimedio con le rivoluzioni della tecnologia, delle rinnovabili, del design sui prodotti, dove la fame di cibo, di energia, di pace sarebbe stato il ricordo lontano di un’epoca meno civile, meno moderna, meno straordinaria di quella che avremmo vissuto, perché il mondo sarebbe sicuramente diventato per tutti, nessuno escluso, un luogo più sicuro, più verde, più libero …

Questo è il futuro che cerchiamo ancora oggi di ricordare, di fronte a questo presente che nonostante le tante promesse ed il vero impegno di pochi continuiamo a vivere cercando di sfuggire ai massacri di religione, alla fame di interi continenti, alle guerre più feroci, ai consumi più sfrenati, all’ignoranza sempre più dilagante nei giovani, ai populismi che urlano rabbia, al ripristino di frontiere tanto materiali quanto culturali, alla miopia dei politici che cancellano accordi ambientali per il proprio tornaconto elettorale, all’aggressività commerciale delle multinazionali che mettono il profitto dinnanzi a tutto, questo è il mondo che ogni giorno cerca di farci dimenticare cosa potremmo fare, cosa potrebbe diventare, che cerca disperatamente di cancellare le promesse di un’umanità più equa, più onestà e più felice.

A questo mondo che combatte contro il suo domani, vogliamo solo dire una cosa, noi “Ricordiamo ancora il Futuro” e continueremo a farlo fino a quando non si sarà realizzato.

La scienza della felicità

La radio è sempre viva. Radio3 Rai ancora di più con Fahrenheit, programma condotto da Loredana Lipperini che ultimamente ha parlato nientemeno che di felicità con Susanna Tamaro e Stefano Zamagni (questi emeriti per voi sconosciuti tra poco si riveleranno in tutte le proprie potenzialità).
La scrittrice racconta di come è stato difficile iniziare un’attività con il fine di creare nuovi posti di lavoro, soprattutto perché il problema non risiedeva nell’incompetenza o nell’inadeguatezza delle persone. Tutt’altro. Ciò che rendeva impossibile essere competitivi e addirittura affrontare le piccole incombenze quotidiane era il senso di impotenza difronte al “mostro” della burocrazia. Anche se certamente negli ultimi anni l’Italia ha dato segno di volersi rialzare dalla devastante crisi finanziaria del 2008, solamente le grandi industrie stanno registrando un reale progresso. Di fatto, le piccole aziende famigliari, una realtà molto diffusa in Italia, se non addirittura prevalente nel nostro territorio, vengono sommerse e paralizzate dai vincoli burocratici. Ogni piccola entità, con una limitata disponibilità di risorse, perde tempo cercando di capire, interpretare e uscire dalle valanghe burocratiche di un sistema malato. Sono, dunque, l’immobilismo, l’impotenza e i tecnicismi esagerati che ci conducono verso la via più diretta per l’infelicità.
L’economista Stefano Zamagni, invece, ha espresso la sua personale opinione riguardo al Rapporto Mondiale sulla Felicità, pubblicato per la prima volta nel 2012 e la cui quarta e ultima edizione è stata presentata lo scorso 20 marzo 2016 alla Banca d’Italia. In questo Rapporto l’Italia si troverebbe al cinquantesimo posto nella classifica dei paesi “felici”. Esperti mondiali di economia, psicologia, statistica, sanità, politica e non solo descrivono come i dati relativi al benessere possano aiutare a valutare efficacemente il progresso delle nazioni e classificare 156 paesi in base al loro livello di felicità. Zamagni, come il docente LUMSA Luigino Bruni, sostiene che l’Italia è la patria della felicità, perché mentre nel 1700 in Inghilterra l’economia nasceva come scienza della ricchezza, in Italia prendeva il nome di scienza della pubblica felicità. Nel mondo anglosassone felicità è sinonimo di utilità, come ben insegna il modello tayloristico del 1911. Il mondo latino, al contrario, ritrova la felicità nei rapporti interpersonali: non si può essere felici da soli, perché la felicità è una forma alta di bene comune.
Quando sono stati stabiliti internazionalmente i parametri per lo studio empirico della felicità, noi italiani non siamo riusciti a imporre i nostri indici e sono prevalsi quelli britannici. Termini validi, ma non sufficienti per descrivere esaustivamente i nostri valori. L’economista sostiene che misure prettamente legate al reddito, come quelle attualmente in uso, possono nascondere i fattori di estremo stress e ansia di competizione legati a una società che vive per produrre. Inoltre, la vita all’interno delle scuole e le università non si basa più sulla cooperazione, ma su una competizione sfrenata, un individualismo totale. Certamente la produttività aumenta, ma di pari passo la felicità diminuisce. Stefano Zamagni rimane, però, ottimista e crede che la gente stia cominciando a distinguere l’utilità dalla felicità.
La mancanza di quest’ultima ostacola, inoltre, la creatività e dunque il processo d’innovazione, la componente essenziale del vantaggio competitivo tra le aziende. Proprio per questo, gli americani si sono già dati da fare, ma non solo loro. Il nuovo welfare aziendale è un programma che prevede un orario lavorativo compatibile con la vita familiare; è già presente in un discreto numero di imprese italiane e punta a promuovere una definizione di felicità non più basata sul singolo, ma sulla presa coscienza dell’importanza della comunità.
Mai quanto oggi è indispensabile (ri)trovare la felicità e la fiducia in una comunità, che è tenuta e deve impegnarsi a promuovere il bene comune e a lottare contro l’egoismo, l’odio, la diffidenza e la violenza in ogni sua forma. Sulla scia di Tamaro e Zamagni in questo anno della misericordia forse dobbiamo aggiungere una nuova opera corporale e spirituale coltivare e realizzare la felicità.

Giorgia Lombardini

Presentazione dell’enciclica Laudato sì / 2

La realtà cui si rivolge Laudato si

Un metodo cristiano, che segue dal Concilio Vaticano II è quello di ascoltare il mondo prima di offrire delle proposte di soluzione; certo è un cammino più lungo, ma è il metodo di Dio che ha mandato il suo Figlio per imparare la lingua degli uomini così da poter insegnare a questi la sua lingua.
La nostra tradizione barnabitico/zaccariana potrebbe dirci: forte della tua conoscenza di Cristo impara a conoscere la quotidianità dell’uomo per condurlo a Cristo.
Il dato di fatto è la velocità dei cambiamenti socio/culturali che contrastano con la naturale lentezza del tempo biologico, dell’universo e della persona. Cioè la nostra mente è più lenta del correre del mondo.
A seguito dei drammi e dei disagi apportati dalla fiducia irrazionale nel progresso, siamo invitati a «prendere dolorosa coscienza, a osare di trasformare in sofferenza personale quello che accade nel mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può apportare» (19).
Questo primo capitolo vuole analizzare, anche con informazioni dettagliate, le disfunzioni ecologiche del pianeta tenendo presente due costanti ineludibili riferimenti: il bene comune e l’uomo, specialmente il povero. Non basta parlare di ecologia se non si tengono continuamente presenti queste due coordinate, anche perché finanza e tecnologia agiscono volontariamente dimenticandole!
Se la natura ha un «modello circolare di produzione», la finanza e la tecnologia hanno invece come unico dogma il «modello dello scarto», della spazzatura! (22).
Da ciò ne conseguono tutti i problemi di cambiamenti climatici che però ancora non hanno portato «a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione, di consumo» (24), una mancata coscientizzazione che si rivolta sui paesi più poveri!
Il problema dell’acqua! Il mancato accesso all’acqua potabile, il generarsi di conflitti legati all’oro blu!
Il problema della perdita delle biodiversità! «Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (33).
«Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e a essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone» (43).
Pensiamo all’urbanizzazione selvaggia e alle isole verdi per ricchi! «A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità… non dovrebbe stupire che insieme all’opprimente offerta di tanti prodotti, vada crescendo una profonda malinconica insoddisfazione nelle relazioni interpersonali, o un dannoso isolamento» (47).
«Vorrei poi osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi» (49). Per affrontare questo problema non basta indurre a una riduzione della natalità o incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni! Dimenticando lo spreco alimentare e la distribuzione dei rifiuti! (cfr. 50.51).
Come denunciamo il debito economico, altrettanto dovremmo denunciare il debito ecologico e risolverlo! Dobbiamo rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana! (cf. 52).
«Mai abbiam maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino le strade…» (54).
Attenzione al pericolo di credere che tutto ciò sia falso con la conseguenza di riuscire a prendere decisioni coraggiose.

Domande:
Hai mai provato la sensazione di una vita, di un corpo che corre troppo veloce, rispetto al tuo pensare, amare, ridere, piangere… ?
Quali realtà del mondo ti fanno soffrire?
Il bene comune è uno dei tuoi valori nelle scelte quotidiane?
Hai compreso la differenza tra “modello circolare” e “modello scarto”? Quale modello segui?
n. 47: Cosa ne pensi rigurdo l’affermazione che la forte comunicazione tecnologica odierna ha portato a una malinconia delle relazioni?

Preferisci un consumismo esasperato o la riduzione della natalità?
Sei tu o sono gli altri che trattano male il pianeta?
Quanto operi per rendere più bello il mondo?
La questione ecologica è un falso problema? 60s

Apresenteçao da enciclica Laudato sì / 2

A realidade que se destina Louvado seja

Um método cristão, que continua desde o Concílio Vaticano II é aquel de ouvir o mundo antes de oferecer propostas de soluções; com certeza é um caminho mais longo, mas é o método de Deus que enviou seu Filho para aprender a língua dos homens para que Ele possa ensinar-lhes a Sua língua.

A nossa tradição barnabitico/zaccariana poderia nos dizer: forte do teu conhecimento sobre Cristo aprende a conhecer a quotidianidade do homem para conduzi-lo a Cristo.

O facto que se consta é a velocidade das mudanças sócio / culturais que contrastam com a lentidão natural do tempo biológico, do universo e da pessoa.

A seguir das tragédias e dificuldades trazidas pela confiança irracional no progresso, somos convidados a “tomar consciência dolorosa, ousar para transformar o sofrimento pessoal que acontece no mundo, e, assim, reconhecer o que é a contribuição que cada um pode fazer” (19) .

Este primeiro capítulo tem como objetivo analisar, também com informações detalhadas , as disfunções ecologicas do planeta ecológica tendo em mente duas constantes referências que nao desiludem ​​: o bem comum e o homem , especialmente os pobres . Não basta falar sobre a ecologia se não forem mantidas continuamente essas duas coordenadas , também porque finanças e tecnologia agem voluntariamente esquecê-as !

Se a natureza tem um “modelo circular de produção”, o financiamento e a tecnologia têm em vez como unico dogma o “modelo do descarte,” do lixo! (22).

Daí derivam todos os problemas decorrentes das alterações climáticas que contudo, ainda não levaram “a tormar consciencia da necessidade das mudanças de estil de vida, de produção, de consumismo” (24) uma falta de consciência de que é voltado aos países mais pobres!

O problema da água! A falta de acesso à água potàvel, o surgir de conflitos ligados ao ouro azul!

O problema da perda de biodiversidade! “Por nossa causa, milhares de espécies já não darão glória a Deus com a sua existência, nem poderão comunicar-nos a sua própria mensagem. Não temos direito de o fazer.” (33)

“Tendo em conta que o ser humano também é uma criatura deste mundo, que tem direito a viver e ser feliz e, além disso, possui uma dignidade especial, não podemos deixar de considerar os efeitos da degradação ambiental, do modelo actual de desenvolvimento e da cultura do descarte sobre a vida das pessoas”. (43)

Pensemos à urbanização selvagem e às ilhas verdes para os ricos! “A isto vêm juntar-se as dinâmicas dos mass-media e do mundo digital, que, quando se tornam omnipresentes, não favorecem o desenvolvimento duma capacidade de viver com sabedoria, pensar em profundidade, amar com generosidade…não deveria surpreender-nos o facto de, a par da oferta sufocante destes produtos, ir crescendo uma profunda e melancólica insatisfação nas relações interpessoais ou um nocivo isolamento.” (47)

“Gostaria de assinalar que muitas vezes falta uma consciência clara dos problemas que afectam particularmente os excluídos.” (49) Para enfrentar este problema não basta apenas conduzir a uma redução da natalidade ou inculpar o crescimento demografico e nao o consumismo extremo e seletivo de alguns! Esquecendo o desperdício de alimentos e a distribuição de resíduos de lixo! (Ver. 50.51).

Como comunicar a dívida econômica, assim como devemos denunciar a dívida ecológica e resolvê-lo! É preciso reforçar a consciência de que somos uma família humana! (Cf. 52).

“Nós nunca maltratamos e insultamos a nossa casa comum como nos dois últimos séculos. Em vez disso, somos chamados a ser instrumentos de Deus Pai, porque o nosso planeta seja aquel que ele sonhava em criar-lo e responda ao seu projeto de paz, beleza e plenitude. O problema é que não temos ainda a cultura necessária para enfrentar esta crise e precisamos construir a liderança, que mostrem as estradas … “(54).

Cuidado ao perigo de acreditar que tudo isto seja falso com o resultado de conseguir tomar decisões corajosas.

Perguntas:
Alguma vez você já experimentou a sensação de uma vida, de um corpo que corre muito rápido, mais do que o seu pensamento, amar, rir, chorar…?
Quais realidades do mundo fazem voce sofrer?
O bem comum é um dos seus valores nas suas decisões quotidianas?
n. 47: comunicação tecnológica e melancolia dos relacionamentos?
Prefere um consumismo de exaperação ou a redução da taxa de natalidade?
É você ou são outros que maltratam o planeta?
A questão ecológica é um falso problema? 60s

Un’economia solidale

Questi anni di crisi hanno evidenziato i limiti del modello economico vigente e reso necessario un intervento radicale all’interno dell’esperienza socio-economica dei nostri tempi. L’idea di economia può essere osservata attraverso la lente di mille sfaccettature diverse, ma quella che forse più la riassume la definirebbe come la scienza dei rapporti tra soggetti che diventano in essa economici, cioè gli individui e le loro attività. Pare purtroppo che il cinismo della società moderna abbia trasformato i soggetti in oggetti, riducendo l’economia a pura contabilità e distruggendo le risorse umane; in una realtà in cui l’interesse personale sovrasta l’interesse della collettività, della società non rimane che il mercato, che pur fatica a funzionare.

Adam Smith diceva: “la società non può sussistere fra coloro che sono sempre disposti a danneggiarsi e a farsi torto l’uno con l’altro”; sfogliare i libri di un passato non più tanto recente forse non è una cattiva idea: sembra che abbiamo dimenticato, o peggio, distorto il pensiero che è alla base della scienza economica. Certo, la teoria del libero mercato va rivista, cosi come anche il ruolo dei governi al suo interno. In una società come quella di oggi in cui politica ed economia si intrecciano in una spirale inscindibile, il governo sembra essere diventato il problema, più che la soluzione alla crisi. In un mondo dominato da materialismo e individualismo non c’è spazio per una comunità di soggetti che interagiscano tra loro in armonia, senza che i potenti tessano a loro piacimento la trama della storia. “Senza volerlo, gli economisti hanno offerto una giustificazione a questa mancanza di responsabilità morale. Una lettura superficiale dei suoi scritti ha instillato l’idea che Adam Smith avesse escluso ogni scrupolo morale da parte di chi operava sui mercati. Dopo tutto, se la ricerca dell’interesse personale conduce, come una mano invisibile, al benessere della società, tutto quello che bisogna fare è assicurarsi di star perseguendo al meglio l’interesse personale. Ed è proprio quello che sembrano aver fatto gli operatori del settore finanziario. Ma ovviamente, la ricerca dell’interesse personale, l’ingordigia, non ha condotto al benessere della società” – per citare l’economista Joseph Stiglitz (v. “Freefall”), premio Nobel per l’economia nel 2001. L’individualismo esasperato ha finito col minare il “lubrificante che fa funzionare la società”: la fiducia.

“Gli storici dell’economia – continua Stiglitz – hanno sottolineato il ruolo della fiducia nello sviluppo del commercio e delle attività bancarie. Se certe comunità si sono sviluppate a livello globale nei settori commerciale e finanziario è proprio perché i suoi membri avevano fiducia gli uni negli altri. La grande lezione di questa crisi è che, nonostante tutti i cambiamenti degli ultimi secoli, il nostro complesso settore finanziario continua a fondarsi sulla fiducia: quando viene meno, il sistema finanziario si blocca”. Per riacquistare la fiducia reciproca bisognerebbe innanzitutto tornare a essere comunità, cominciare a capire che il nostro interesse è anche quello degli altri: chiamasi solidarietà! Potente arma in grado di creare suolo fertile per la condivisione di ideali e valori, in un mondo che attorno ad essi sta solo facendo terra bruciata; come il miraggio di un’oasi nel deserto, nutro la speranza che un’economia solidale possa fiorire in mezzo a una tale distesa di aridità, che da troppo tempo attende una stagione delle piogge.

Pasqua Peragine