Tai Chi

Nel Tai Chi che pratico da anni, c’è un saluto con cui apriamo sempre le nostre sedute: ci si inchina lentamente tre volte portando le mani al cuore, una chiusa a pugno nell’altra.
Il primo inchino è mentalmente rivolto “al maestro che è sopra di noi”; il secondo “al maestro che è davanti a noi”; il terzo “al maestro che è dentro di noi”.
Così ci ha spiegato chi ci guida.

Il saluto è lento, tranquillo, silenzioso e mi dà tutte le volte tempo e modo per una preghiera dolce e riconoscente alla Trinità.

Mi inchino al maestro che è Padre, creatore, misericordioso, luce da cui tutto proviene e in cui tutto si ricapitolerà.
Poi mi inchino al maestro che è Figlio, via, verità e vita per me che sono ancora e sempre in ricerca.
Infine mi inchino al maestro interiore che è in melo Spirito, luce nelle scelte di ogni giorno, consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo compagno nel cammino della vita. Prego così, tutte le volte. Ho imparato nel tempo, e non sempre in modo indolore, che non ci sono altri maestri in Terra e che anche in una palestra si può pregare. Chissà se il mio saggio e profondo insegnante di Tai Chi se n’è accorto!

Ho tratto questo testo da https://www.unattimodipace.it grazie

Da dove cominciare?

 

Da dove cominciare? Direi dall’inizio, la sera dell’arrivo quando ci siamo alzati uno per uno presentandoci e mostrando una facciata più che formale che si sarebbe sgretolata a breve grazie a un gomitolo che ci lanciavamo l’un l’altro per chiederci le generalità.

Sono stati solo tre giorni ma sufficienti per soffermarci un attimo, riflettere, riavvicinarci a Lui, e, con il Suo aiuto, a noi stessi. Si, perché per guardarsi dentro non serve sempre partire, ritirarsi: a volte, basta cercare lo spirito giusto e un po’ di coraggio.

In questi giorni di riflessione e condivisione abbiamo cercato il nostro specchio interiore. Per quanto tempo riesci a guardarti allo specchio? Dieci secondi? Venti? E no, non quando ti prepari la mattina o per uscire o per farti un selfie, quando ti guardi per guardarti, ma in ascensore, riflesso da solo a solo. Qui inevitabilmente il nostro “io” più profondo tenta di uscire fuori, di inviarci dei segnali che ci spiazzano in appena tre, quattro piani!

In fondo non abbiamo remore a vedere la nostra immagine riflessa dopo che non abbiamo agito al meglio? O, viceversa, non ci soffermiamo un po’ di più a guardarci quando siamo fieri di noi? A volte è così difficile guardarsi riflessi, perché diciamola tutta, ognuno di noi ha quella parte un po’ scomoda di sé che vorrebbe ignorare o mettere a tacere. Non parlo di un naso storto, di quei chili di troppo, dei capelli mai al loro posto. No, parlo dei pensieri mai al loro posto, delle emozioni scomode che scalpitano per uscire come piccole crepe dalla nostra anima.

Abbiamo uno strano modo di badare a noi stessi, l’apparire, fisico e sociale, spesso sorpassa le nostre più vere ragioni d’essere. A volte siamo talmente concentrati a condividere foto, momenti, sui vari social così da lasciarli impressi ovunque tranne che dentro di noi. Ormai sembra sempre più difficile trovare qualcosa che ci faccia dimenticare di condividerla perché siamo troppo impegnati a viverla. Forse potremmo distogliere lo sguardo da questi schermi, da questi like, da questi profili e cominciare a guardarci l’un l’altro: chi meglio di un vero amico può aiutare a guardarci dentro? Il confronto con gli altrici permette di crescere e rendere quelle crepe dei veri e propri panorami di luce. Quante volte non cerchiamo un contatto con una persona perché abbiamo paura di essere in torto, di non essere capiti o di essere di troppo. Nulla di più sbagliato. Con chi ci vuol bene abbiamo la possibilità di condividere silenzi senza “commentarli”, di ricordarci qualcosa per un odore o una canzone e non perché ce lo suggerisca facebook, di essere connessi con uno sguardo e un sorriso, senza spunte blu.

Prima ancora di guardarci dentro, potremmo provare a lasciare emergere la parte più vera di noi che, a nostra insaputa, si porta dietro tutto: sbagli, esperienze, vita, tutti i passi che ci hanno portato fino a qui.

I miei passi mi hanno portato ieri a un ritiro, oggi a scrivere, domani verso i miei sogni ma voglio che non vadano solo verso di me, ma anche verso gli altri. Come adesso, mentre vi racconto uno spicchio di vita che tanti ragazzi hanno condiviso (per davvero, senza internet!). Per trovare la nostra luce nei momenti bui, il nostro panorama oltre le crepe, sono i veri amici e chi ci ama a poterci guidare. Perché come fanno luce nei momenti bui e ci ricordano quanto siamo speciali, ci possono aiutare anche a vedere dove non vogliamo vedere, a essere i nostri occhi dove noi abbiamo posto delle bende. Così quella situazione difficile, quei cambiamenti ignorati, quei nostri modi di essere un po’ scomodi, piano piano prendono forma dentro di noi… prima sfocati e poi sempre più nitidi. Sarà allora che l’amico che ci ha aperto gli occhi, ci terrà per mano e ci aiuterà a trovare la strada. La stessa persona che ci ha aiutato a levare le nostre bende, ci aiuterà a tracciare la rotta.

Ad aspettare ognuno c’è il suo panorama, ogni mezzo dell’amicizia è consentito per raggiungerlo purché accompagnato da lealtà, fiducia, coraggio. Non ci resta allora che cominciare, partire e poi ripartire ancora, ogni volta portando dietro quel bagaglio che sono le nostre esperienze. Come quando, finito il ritiro, ci siamo salutati e abbiamo ripreso le nostre strade. Forse erano sempre le stesse che ci portavano a casa ma questa volta con un po’ più di luce dentro, sempre più vicini al nostro panorama con la certezza che ciò che è veramente condiviso non si “archivia” mai.

Valentina – Roma

Aspettare il tram con Gesù?

«I cristiani dicono di attendere il Signore, e lo aspettano come si aspetta il tram!» scriveva Ignazio Silone!.

C’è un modo distratto e un modo preoccupato per attendere il tram!.

È distratto quando si vive questo tempo come qualsiasi altro, come una delle tante pubblicità che colpiscono i nostri sensi; quante volte abbiamo una fede spot tra tanti spot?

È modo preoccupato, che si prende carico, quando vuole arrivare alla meta, considera i modi per raggiungerla, è già nella gioia per quanto accadrà.

+ Con quale atteggiamento vogliamo attendere il “Signore che viene”?

+ Ma vogliamo attenderlo o pensiamo che il tempo sia scaduto o questa storia riguardi il passato?

Essere consapevoli di ciò è già il primo passo per attendere “il Signore che viene”.

+ Ma il Signore viene?

Certo che viene, perché è venuto, perché verrà.

È venuto ogni volta che è accaduto il bene (non solo 2000 anni fa a Betlemme);

viene ogni volta che accade il bene;

verrà quando si rivelerà il bene nella sua totalità, nella pienezza della misericordia di Dio.

Qualcuno potrebbe voler sapere cos’è il bene, ma prima credo sia meglio chiedersi come attendiamo, vigiliamo “il Signore che viene”!.

+ Si attende “il Signore che viene” con la preghiera.

Pregare incessantemente dicendo : “Vieni Signore Gesù”, significa gridare al cielo invocando da lui ciò che non ci possiamo dare da noi quaggiù. Significa riconoscere che ogni essere umano è abitato da un desiderio così profondo che la terra non può saziare.

Pregare leggendo con sincerità di cuore il Vangelo, anche un versetto al giorno, che come la fiamma di una candela possa illuminare il nostro andare, cambiare i nostri modi di pensare per trovare le risposte giuste.

Pregare trovando spazio per il Silenzio: come un bimbo richiede 9 mesi di silenzio per nascere, così Gesù per nascere in noi ha bisogno di silenzio.

+ Una preghiera così vissuta e celebrata è un bene, è il bene!

È il bene di cui abbiamo bisogno per crescere, è il bene di cui ha bisogno il mondo per crescere. Una preghiera così celebrata crea un’energia positiva non solo per me, ma per tutti. Certo è una preghiera invisibile, agli occhi degli uomini, ma non di Dio che provvede a spargerla nell’universo.

Vieni Signore Gesù è la preghiera di chi ha l’umiltà di ammettere che non solo non ci si può dare tutto, ma che l’essenziale che ci fa vivere lo riceviamo, certi che l’unica salvezza è la vita di un altro, di un Altro. Sappiamo che il passato non ce l’ha data, comprendiamo che il presente ne è del tutto incapace, allora la attendiamo nel futuro e, invocandolo, la attraiamo a noi. “Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi molto prima che accada” (R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, 12 agosto 1904).

Dipende da noi attendere il Signore come alla fermata del tram o stare alla fermata insieme a Gesù perché il futuro possa farsi storia in noi per il bene degli uomini che Dio ama.

Forse è poco per avere pace?

Costruire la pace non è semplice, ma si può anche da lontano per chi è lontano.
La condivisione della preghiera con i nostri amici di fede greco-melkiti colpiti continuamente da questa orribile guerra non è poco, credetemi, specialmente se anche noi preghiamo di più.

Chiedendo al Signore,
per intercessione di san Giacomo,
di cui oggi festeggiamo la memoria,
la pazienza e la saggezza
di saper aspettare
e riconoscere la grazia che vorrà concederci
nel corso della nostra vita;

accompagniamo con la preghiera
il lavoro delle forze militari irachene
e quante ad esse affiancate
nell’opera di liberazione delle zone occupate
da più di due anni dall’Isis,
e la pazienza che quanti ne sono stati cacciati,
devono avere prima di sapere
se le proprie case ancora esistono
e se esistono in che stato sono.

Preghiamo per i cittadini di Aleppo anche,
sempre in più penose situazioni.

E a gran voce diciamo senza stancarci
Salva, Signore, il tuo popolo
e benedici la tua eredità!

Comunità cristiana greco-melkita di S. Maria in Cosmedin – Roma

“Restare in piedi e non cadere” (1Co 10,12)

Terza domenica di Quaresima, occasione per fare il punto del nostro cammino di avvicinamento alla Pasqua e di conversione, anche perché proprio il vangelo di oggi ci chiama a prendere posizione, a non stare fermi di fronte alla possibilità di essere salvati.
Prima di tutto cosa proclama la parola di Dio?
Proclama la rivelazione di Dio a Mosé, attraverso san Paolo dice a chi sta parlando Dio, infine san Luca – dopo avere parlato di Gesù nelle due domeniche precedenti – racconta come “restare in piedi”, come “non cadere”; cosa significa avere fede.
Il primo dato è che Dio entra nella storia degli uomini, vive con gli uomini, con essi cresce, pazienta, spera, agisce.
L’uomo non è mai solo, anche nel momento del peccato, quando deliberatamente sceglie di allontanarsi da Dio, Dio non lo lascia.
La prima conversione da operare perciò è quella di domandarci quale idea, quale esperienza di Dio ho? Un Dio lontano? Un Dio cattivo? Un Dio che punisce? Un Dio macchinetta delle merendine? Un Dio che non ascolta il grido di chi soffre?
Quante volte anche noi parliamo e pensiamo di Dio come colui che punisce, che castiga: certo Dio corregge, pota, educa, ma non con il ricatto, la vendetta o con la violenza. Dio, che con l’incarnazione del suo Figlio ormai vive in mezzo alla vigna che gli è affidata – noi – non usa la violenza, ma la pazienza e la misericordia.
Con ciò non si afferma che Dio non giudicherà, questo accadrà alla fine dei tempi, nel frattempo egli ci cura, egli ci coltiva: certo noi dobbiamo stare attenti a non farci trovare impreparati.
Crediamo ancora che Dio ci giudicherà? Che idea abbiamo del giudizio di Dio? Quale sarà il metro di misura?
Nell’orazione all’inizio della messa abbiamo letto: Dio misericordioso… hai proposto… il digiuno, la preghiera e la carità…; a noi che riconosciamo le nostre colpe… ci sollevi la tua misericordia.
Dio è misericordioso e ci sollecita alla continua misericordia; perché impariamo a essere misericordiosi, a portare frutti di misericordia e di giustizia, egli ci invita al digiuno, alla preghiera, alla carità (questi sono gli attrezzi con i quali Dio cura il fico sterile).
Noi siamo troppo sazi ormai, dobbiamo imparare ad avere fame se vogliamo coltivare la giustizia e la verità; siamo troppo sazi e non vediamo più dov’è il male, quindi lo facciamo crescere! Questo accade verso i migranti, ma anche verso chi vive accanto a noi!
Poi siamo chiamati a pregare, per imparare a pensare come pensa Dio: una preghiera di dialogo, di domande, di fiducia, come quella di Mosé con Jhwh!
Quindi invitati a vivere la carità, non tanto una monetina, ma un cambiamento di atteggiamento verso il prossimo*, verso l’ambiente.
La preghiera termina com’è iniziata: la misericordia di Dio. Questo è il fondamento della vita del discepolo e della chiesa. Come dice un’altra colletta quaresimale: “Con la tua continua misericordia, Signore, purifica e rafforza la tua chiesa e poiché non ha alcuna consistenza senza di te, guidala sempre con il dono del tuo Spirito” (lunedì della terza settimana).

*
Per quanto riguarda il prossimo vi allego questa citazione dal Corriere della Sera di oggi:
Il fenomeno delle migrazioni sta diventando un processo mondiale che il nostro sistema di vita non è capace di ordinare. Quelle fiumane di gente sventurata che chiede solo di poter vivere potrebbero diventare così grandi da rendere oggettivamente difficili dar loro possibilità di vivere. Forse quelle migrazioni sono l’avanguardia oscura di un grande e non lontano cambiamento simile alla fine del mondo antico, un cambiamento che non riusciamo a immaginare. I nuovi, arroganti e beoti padroni della terra si illudono che il loro dominio, i loro bottoni che spostano a piacere uomini, cose, ricchezza e povertà, sia destinato a durare in eterno. Esso potrebbe crollare come è crollata Babilonia e i migranti di oggi o meglio i loro prossimi discendenti si aggireranno fra le rovine della ricchezza tracotante e volatilizzata come un tempo i barbari fra le colonne e i templi abbandonati.

Claudio Magris 27 febbraio 2016

Tacquero in quei giorni

2a Domenica di Quaresima

Essi tacquero in quei giorni! Così conclude san Luca questo brano del Vangelo di oggi, 2 domenica di quaresima.
Tacquero perché avevano ascoltato la parola di Dio, una parola che certificava la parola fatta carne: Gesù. Come nel Giordano anche oggi Dio dice ai discepoli: “Questi è il Figlio mio diletto: ascoltatelo!”.
Come Abramo, come Paolo e i Filippesi, come Giovanni, Giacomo e Pietro anche noi vogliamo ascoltare la parola di Dio: Gesù! E con Gesù dire anche noi: Amen! Sì! Sia fatta la tua volontà.

Forse non siamo abituati a ritagliarci qualche giorno di ritiro, o non possiamo, però possiamo ritagliarci qualche spazio e tempo di silenzio durante la giornata: mentre siamo a tavola, viaggiando verso il lavoro, spegnendo l’ipad… o il computer; crearsi tanti piccoli monti Tabor dove lasciarsi incontrare da Dio.
E Dio cosa vorrebbe dirci? Quello che dice ad Abramo, a Paolo, a Pietro, Giacomo e Giovanni: la mia alleanza con voi è per sempre!
“Guarda le stelle del cielo… Alla tua discendenza
io do questa terra” (Gen 15,5-12.17-18); “La nostra cittadinanza infatti è nei cieli” (Fil 3,17- 4,1); “è bello per noi essere qui” (Lc 9,28-36)!

La Quaresima è tempo di conversione, di cambiare vita, non solo dal punto di vista morale –non peccare più o comunque superare i nostri peccati – ma anche dal punto di vista spirituale, della nostra conoscenza di Dio.
Spesso noi ci diciamo cristiani, ma non sappiamo bene che significhi, non sappiamo bene cosa comporti perché fatichiamo a porci all’ascolto della parola di Dio e a lasciarci guidare da essa!
Le tre letture parlano dell’alleanza che Dio vuole vivere con gli uomini e le donne che Lui ama. Quest’alleanza è per sempre e trova in Cristo, nella sua croce, il suo sigillo, la sua sicurezza.
Pietro, Giacomo e Giovanni, ma anche Paolo, conoscevano Mosé e i profeti, le alleanze che proponevano in nome di Jahweh, sapevano che sarebbero state definitive nei tempi futuri, ma ora si ritrovano a fare i conti con Cristo!
Questo uomo che è disceso sulla terra dal cielo si preoccupa ora di condurre non solo i discepoli, ma tutti coloro che crederanno in Lui al cielo, di farli salire al Padre. E quale strumento usa Gesù per capire cosa vuole il Padre suo e Padre nostro? La preghiera.

Non una preghiera di domande o giaculatorie, ma una preghiera di ascolto. La preghiera di Gesù sta tutta qui, e tale è anche la preghiera del cristiano: non c’è molto da dire a un Padre che conosce ciò di cui abbiamo bisogno (cf. Mt 6,8) e ciò che abbiamo nel cuore, non ci sono lunghi discorsi da fare (cf. Mt 6,7), ma c’è solo da rispondere al Signore con l’obbedienza, con il “sì” assunto liberamente e con grande fede amorosa. Tante volte – ci testimoniano i vangeli, in particolare Luca (cf. Lc 5,16; Lc 6,12; Lc 9,18) – Gesù ha cercato la solitudine, la notte, la montagna, per vivere questa preghiera assidua al Padre; anche ora, dopo la confessione di Pietro, che ha segnato un balzo in avanti nella fede dei discepoli e gli ha permesso la rivelazione della sua morte e resurrezione, Gesù entra nella preghiera. Sappiamo bene che la preghiera non muta Dio ma trasforma noi, eppure ce ne dimentichiamo facilmente, perché la forma di preghiera pagana che vuole parlare a Dio, che vuole piegarlo ai nostri desideri, sta nelle nostre fibre di creature fragili e bisognose, pronte a fare di Dio colui che può sempre dirci “sì”. Gesù invece non prega così, perché sa che è lui a dover dire “sì” a Dio, non viceversa.

Fermiamoci anche noi sul monte Tabor della nostra coscienza, invochiamo lo Spirito santo e chiediamogli di conoscere meglio Gesù e di aiutarci a dire con Lui al Padre: Sia fatta la tua volontà! Sì! Amen!

Pellegrini per il clima

cop21-label_reduit_transparentPARIGI, 2015 novembre 28.

Si sono dati appuntamento ieri sera nella chiesa di Saint-Merry i trecento “pellegrini climatici” giunti a Parigi dopo aver percorso le strade di mezzo mondo. Alcuni hanno fatto migliaia di chilometri a piedi o in bicicletta, altri solo qualche tappa in automobile o in treno, ma l’importante era arrivare in tempo per la ventunesima Conferenza delle parti (Cop21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in programma dal 30 novembre all’11 dicembre nella capitale francese. Ci sono gruppi provenienti dall’Italia, dalla Germania, da Scozia e Inghilterra, da Paesi Bassi e Scandinavia, dalle Filippine, dal Perú, dal Kenya. Fra essi c’è anche la delegazione della Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario (Focsiv), partita da piazza San Pietro con il motto «Una terra. Una famiglia umana. In cammino verso Parigi».

Oggi a Saint-Denis — riferisce il Sir — insieme ai leader di diverse religioni i “marciatori per il clima” (come sono stati anche chiamati) consegneranno una petizione a rappresentanti dell’Onu e del Governo francese.

Ad accoglierli, ieri, a nome delle Chiese cristiane di Francia, Elena Lasida, docente all’Institut catholique de Paris e chargée de mission presso la Conferenza episcopale francese: «Siete venuti pellegrini climatici a Parigi per dire ai grandi della terra che l’umanità deve fare il possibile per salvare la terra. Noi vi accogliamo e uniamo la nostra voce alla vostra. Arrivate nel giorno in cui la Francia rende omaggio alle vittime degli attentati del 13 novembre. La vostra presenza qui è il segno della solidarietà con chi ha scelto la vita contro le forze della morte e della distruzione». Erano presenti all’incontro il vescovo di Le Havre, Jean-Luc Brunin, presidente del Consiglio famiglia e società, il vescovo di Troyes, Marc Stenger, presidente di Pax Christi France, e François Clavairoly, presidente della Federazione protestante di Francia. Al termine della cerimonia, si è pregato per le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici e per le vittime del terrorismo in Mali e in Tunisia, a Beirut e a Parigi. I diversi rappresentanti dei gruppi hanno poi portato al centro della chiesa delle candele accese e si è data lettura del Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi.

«L’incontro organizzato questa sera è per accogliere qui a Parigi i pellegrini provenienti da tutto il mondo. È la parabola dell’umanità in cammino che vuole prendere in mano il futuro», ha detto monsignor Brunin, sottolineando che «la loro presenza vuole essere un segno forte per chi sarà impegnato in questi giorni nelle negoziazioni per la Cop21, per dire loro che c’è un popolo che si è messo in marcia ed è preoccupato per l’avvenire del clima». Si spera che le negoziazioni facciano emergere l’impegno degli Stati per una reale inversione di tendenza. Il vescovo francese ha poi ricordato che da Nairobi «Papa Francesco ha lanciato un appello per dire che bisogna prendere con urgenza delle decisioni perché sono le popolazioni più povere a essere le prime vittime del cambiamento climatico. Una situazione — ha continuato il presule — di cui sono responsabili i Paesi ad alto sviluppo e inquinamento. C’è dunque un’ingiustizia sulla terra. È per questo che i pellegrini che sono qui chiamano alla giustizia climatica. È urgente che i leader politici ascoltino la loro voce e prendano decisioni vincolanti prima che sia troppo tardi».

In vista della riunione di Parigi la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) ha pubblicato un rapporto sulla protezione del clima, redatto da cinque esperti. Alla vigilia della Cop15 di Copenaghen, nel 2009, «tutti speravano in un accordo vincolante, che sostituisse il Protocollo di Kyoto», ma «quella speranza non si è concretizzata» e «poco o di fatto nulla è cambiato da allora», si legge nel dossier. Oggi però c’è una «speranza prudente» per il possibile raggiungimento di un «accordo vincolante che permetta di limitare l’aumento delle temperature medie mondiali a un massimo di 2 gradi rispetto al periodo pre-industriale». L’ostacolo più grande è «l’enorme divario tra Paesi ricchi e poveri e il ruolo particolare delle nazioni emergenti», elementi che richiedono l’adozione di misure specifiche. Riprendendo l’enciclica di Papa Francesco Laudato si, la Comece rilancia l’appello per una «conversione individuale» e una «conversione strutturale, a livello politico, economico e sociale».

Da domani, domenica, si pregherà per il clima in molte chiese nel mondo. Anche in Argentina, dove la Commissione giustizia e pace dell’episcopato ha invitato i fedeli a speciali momenti di raccoglimento durante la messa.

(Osservatore Romano)

Disarmali e disarmaci, Signore

pubblichiamo volentieri la preghiera che i vescovi francesi hanno redatto all’indomani dei gravi attentati di Parigi, secondo lo spirito dei monaci di Thibirine.

Disarmali, Signore:
sappiamo quanto questa violenza estrema
sia il sinistro pane quotidiano
in Iraq, in Siria, Palestina,
Centrafrica, Sudan, Eritrea, Afghanistan.
Ora si è impossessata di noi”.

Disarmali Signore:
e fa che sorgano in mezzo a loro
profeti che gridano
la loro indignazione e la loro vergogna
nel vedere come hanno sfigurato
l’immagine dell’Uomo,
l’immagine di Dio”.

Disarmali, Signore
dandoci, se necessario, poiché è necessario,
di adottare tutti i mezzi utili
per proteggere gli innocenti
con determinazione.
Ma senza odio.

Disarma anche noi, SignoreDacci, Signore,
la capacità di ascoltare
profeti guidati dal tuo
Non farci cadere nella disperazione,
anche se siamo confusi
dall’ampiezza del male in questo mondo”.

Disarmaci, Signore
e fa’ in modo che non ci irrigidiamo
dietro porte chiuse, memorie sorde e cieche,
dietro privilegi
che non vogliamo condividere.

Disarmaci, Signore
a immagine del tuo Figlio adorato
la cui sola logica
è la sola veramente all’altezza
degli avvenimenti che ci colpiscono:
la logica che dice:
“La vita nessuno me la toglie.
Sono io che la dono”(Gv 10,18)”.

 

Coscienza in vacanza?

Coscienza in vacanza?

All’indomani della grande festa
della dormizione della Madre di Dio,
(assunzione al cielo di Maria)
alla quale abbiamo affidato la nostra preghiera
per tutti i cristiani oggi perseguitati e spogliati anche dei loro luoghi di culto,
le affidiamo anche tutte le donne
fatte oggetto dei piaceri inauditi degli uomini,
oggetto della violenza degli uomini,
fatte oggetto anche da vendere e comperare,
Lei la Sempre vergine e Vergine potente,
le sorregga tutte,
nel presente, nel passato e nel futuro,
le sorregga e le custodisca!
Preghiamo perché il mondo cambi finalmente direzione!

Anche se è tempo di vacanza,
non mandiamo in vacanza
la nostra coscienza civica e cristiana:
“oggi” non è tempo di vacanza!

Grazie

Un anno dopo Mosul

Dopo aver celebrato degnamente
la memoria dei santi padri conciliari,
grazie alla cui riflessione
abbiamo ricevuto in eredità
il dono di una fede più chiaramente spiegata,
oggi la Chiesa ci invita
a commemorare ancora
martiri antichi e contemporanei.
Preghiamo dunque in special modo
per i nostri fratelli cristiani e non d’Iraq,
che un anno fa, il 18 luglio 2014,
sono stati cacciati dalle loro case (la Piana di Ninive)
e marchiati con la lettera ن (nun, nazireo),
non per la loro salvezza!
Chiediamoci come corroborare
il nostro coraggio e capacità di camminare
sulle acque di tanta incertezza
e poca accettazione e interessamento,
coraggio che invece essi hanno!
Forse perché ascoltano
solo la voce del Cristo che dice,
“Vieni”, “Coraggio, non abbiate paura!”.
Preghiamo
per avere il coraggio della fede
che ci chiede il Cristo.

 
Buona domenica