10 dicembre 1948 : i diritti umani

10 dicembre 1948, Parigi, per la tenacia di una donna, Eleanor Roosvelt, viene firmata la Dichiarazione Universale dei diritti umani; non dei diritti degli uomini, ma dei “diritti umani” come ha chiesto si scrivesse, un’altra donna, l’indiana Hansa Mehta.

Il documento ha l’ambizione di far riconoscere la dignità di tutti i membri della famiglia umana, quale fondamento della libertà, della giustizia e della pace: i fondamenti dello Statuto ONU. I primi 21 articoli riguardano le prerogative civili e politiche. Altri sei i cosiddetti diritti di seconda generazione che riguardano le garanzie in ambito economico, culturale e sociale. I tre punti finali dettano i criteri di applicazione.

La dichiarazione è stata firmata da quasi tutte le nazioni del tempo, compresa la chiesa cattolica.

La Carta non è stata realizzata, forse non lo sarà mai in modo definitivo, però essa è un chiaro punto di riferimento per tutte le persone di “buona volontà” che hanno a cuore l’uomo e la donna di sempre, l’umanità.

In un certo senso si può affermare che questa carta ha sostituito quella che si chiamava una volta “legge naturale” cui tutti facevano riferimento al di là delle diverse appartenenze nazionali. Non ci soffermiamo ora su questioni, per altro importanti e ineludibili, morali, ma non possiamo prescindere dal fatto che ogni uomo, ogni donna, non possono fare a meno di un punto di riferimento se vogliono vivere in modo sano.

Certamente la Dichiarazione nasce al termine, dopo che il mondo intero ha sperimentato la distruzione delle grandi guerre, ma questo non significa che oggi abbia meno valore perché in Europa, in Europa non ci sono state più guerre. La Carta, infatti, ha anche il valore di mantenere viva la memoria, una memoria che illumini l’oggi.

L’Europa, il mondo continua a necessitare una illuminazione! «La Dichiarazione resta un documento di importanza straordinaria poiché pone, in modo netto, limiti al potere dei governanti sui governati. Prima, nella giurisdizione internazionale, i diritti umani non esistevano – spiega ad Avvenire Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana di Amnesty International –. Il documento, tuttavia, resta una meta da raggiungere». Infatti, gli elementi di preoccupazione sono ancora molti. In particolare, «la “disumanizzazione” dell’altro, attraverso la negazione delle prerogative riconosciute nella Dichiarazione ad alcune categorie di persone, le più vulnerabili. Come se i diritti umani fossero un “merito” da assegnare in modo arbitrario», afferma Marchesi.

A questo proposito papa Francesco, nel messaggio alla Conferenza sui diritti umani organizzato dall’Università Gregoriana di Roma scrive:

«In effetti, osservando con attenzione le nostre società contemporanee, si riscontrano numerose contraddizioni che inducono a chiederci se davvero l’eguale dignità di tutti gli esseri umani, solennemente proclamata 70 anni or sono, sia riconosciuta, rispettata, protetta e promossa in ogni circostanza. Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino ad uccidere l’uomo. Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati».

Parole forti, che si aggiungono a quelle di altri uomini e donne di buona volontà, non certo di molti governanti, che stanno ragionando oggi su questo anniversario. Sono parole che interpellano ognuno di noi anche nel nostro piccolo giardino di casa. Stiamo infatti rischiando di riconoscere questi diritti a parole, purché restino chiusi nei propri giardini. I diritti valgono ma ognuno nel proprio giardino, se casomai qualche essere umano fosse catapultato fuori dal proprio giardino allora sono problemi suoi.

«Ciascuno, continua papa Francesco, è dunque chiamato a contribuire con coraggio e determinazione, nella specificità del proprio ruolo, al rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona, specialmente di quelle “invisibili”: di tanti che hanno fame e sete, che sono nudi, malati, stranieri o detenuti (cfrMt25,35-36), che vivono ai margini della società o ne sono scartati».

Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

VIDEO-INTERVISTA : PADRE LELLO LANZILLI DOPO IL SINODO

Cari amici di GiovaniBarnabiti.it eccoci ancora con padre Lello Lanzilli, gesuita, membro della segreteria per il Sinodo dei Vescovi I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

Dopo avere discusso sulla preparazione del Sinodo discutiamo ora sulla sua conclusione e prospettive.

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Come è cominciato il Sinodo?
Dobbiamo distinguere tra l’inizio assembleare il 3 ottobre, quello riportato dalla stampa, e quello ufficiale, cominciato prima, con l’ascolto. L’ascolto delle chiese locali, dei giovani, l’assemblea presinodale dei giovani a Roma (che sono stati ascoltati in presa diretta), quindi l’instrumento laboris per sostenere i lavori dei vescovi nell’assemblea generale in aula. Un sinodo non si fa perché si vuole sapere cosa la Chiesa pensa di un tema o perché i vescovi possano discuterne e indicare il da farsi. Un sinodo si fa perché le indicazioni che emergono dall’ascolto possano incarnarsi nella Chiesa perché questa possa meglio vivere e annunciare il messaggio di Gesù.
Grazie per questa delucidazione, di un percorso più ampio, per un coinvolgimento maggiore e uno sviluppo migliore. Ma dopo la messa il primo giorno cosa è successo?
Io, in quanto membro della segreteria non ero in aula, però dopo il saluto iniziale del papa è cominciata la riflessione sulla prima parte dell’instrumento laboris, il vedere cui hanno partecipato non solo i vescovi ma anche i giovani presenti in aula. (la 2 parte riguarderà il giudicare, riflettere, discernere, e la 3 l’agire, le proposte). Ci sono state poi 4 assemblee generali quindi 4 sessioni di lavori nei circoli linguistici per le 6 lingue ufficiali; abbiamo saputo che più che altre volte i giovani sono stati molto coinvolti nel dialogo, nel confronto, non solo nel lavoro di gruppo. Perciò il Sinodo, che nasce come una assemblea dei e per i vescovi, per i vescovi, si è aperto ai giovani presenti. Per la verità il coinvolgimento è stato vicendevole, dei vescovi verso i giovani, ma anche i giovani hanno potuto superare alcune preoccupazioni e pregiudizi sulla chiesa istituzionale, sulla eventuale formalità; hanno potuto conoscere dei vescovi vicini, più disponibili a incontri anche fuori dall’ aula, per chiedere pareri su questioni importanti e delicate. La Chiesa qui si è riconosciuta nella sua ricchezza: questa è la sinodalità. Questa dimensione sinodale è molto importante, primo perché richiesta dal cammino cominciato con il Concilio Vaticano II, secondo – come emergerà dal documento finale – perché è un vero e proprio bisogno della chiesa di oggi. Infatti alla fine del Sinodo il papa ha detto che è stato prodotto un documento, ma questo non è importante quanto l’esperienza di comunione tra vescovi e quella parte di popolo di Dio, i giovani, che deve diventare modello e testimonianza. Dobbiamo lasciarci convertire da questa esperienza e farne uno stile nuovo della Chiesa. La sinodalità, la condivisione è molto importante per aiutare il vescovo a decidere. Una decisione si prepara, è il punto di arrivo di un cammino condiviso con i giovani. Nel documento finale si invita caldamente a coinvolgere meglio e di più i giovani anche nei processi decisioniali. Questo è lo stile del discernimento, la comunione delle diverse esperienze perché non si possono prendere delle decisioni se non si conoscono le realtà. I giovani, i fedeli hanno una conoscenza della realtà ineludibile che la Chiesa deve fare più sua.
Spesso i giovani denunciano i sacerdoti come troppo giudicanti o incompetenti, segno di una chiesa moralista e paternalista, cosa si è detto in merito?
I giovani hanno sottolineato con forza il bisogno di essere ascoltati, accompagnati e non solo di essere usati o diretti. I sacerdoti spesso si sentono in dovere di dire la verità a priori piuttosto che cercarla insieme, ma ciò allontana i giovani. I giovani hanno bisogno di pastori che gli stiano accanto, cosa rara perché troppo impegnati dalla burocrazia, dalle attività, che non siano sacerdoti a tempo.
Nel documento finale si legge che bisogna guardare ai giovani con “atteggiamenti, occhi di Gesù”? cosa significa?
Qui entra in gioco la formazione dei sacerdoti perché imparino un nuovo atteggiamento verso i giovani. È necessaria una formazione più incarnata che superi l’attuale metodo formativo ormai obsoleto. I seminaristi devono confrontarsi meglio con la realtà pastorale se vogliono essere preti per il domani. Questo ancora non accade. Gesù andava per le strade, porta a porta e aveva uno sguardo attento a tutti. Ricordo lo stupore dei giovani che incalzati da noi a terminare un intervento scritto entro la sera, hanno chiesto tutta la notte per poter finire con cognizione; pensavano a una risposta negativa! Alla nostra disponibilità e fiducia nella loro proposta hanno risposto che mai un sacerdote si era loro dimostrato così fiducioso e disponibile al “rischio”.
Quale idea il Sinodo si è fatta dei giovani: Inquieti, tiepidi, audaci, protagonisti, tranquilli..?
Secondo me tutto quello che dici. C’è un potenziale enorme nel mondo giovanile, vicino o lontano alla Chiesa, che non viene utilizzato. Come accennavo, facciamo ancora fatica a dare loro fiducia!
Infine, dalla tua esperienza pastorale e di segreteria, quali indicazioni daresti ai giovani ai loro pastori?
Di continuare in questa via della comunione e della conoscenza reciproca: non solo una relazione funzionale, ma anche esistenziale.
La Chiesa è nata dal “porta a porta”, da persone affascinate da Gesù, capaci di trasmetterlo a quanti le incontravano. Questo fascino può nascere solo da una maggiore comunione e fiducia reciproca.
Ancora una volta grazie a padre Lello e come dice lui per salutare: buona vita.
Grazie a voi e buona vita a tutti.

 

Intervista a cura di P.Giannicola Simone.

Riprese e montaggio: Giacomo Camilletti e Luigi Cirillo