Famiglie in piazza

Protestare, far sentire la propria voce su un tema o sull’altro è un diritto di tutti, così come è un dovere farlo in modo pacifico e rispettoso.
Mi sembra che così sia successo, anche se le reazioni – e ora non posso usare un termine diverso – “contro” i cattolici siano state più virulente e in certe situazioni non rispettose che nella situazione precedente, forse perché il cattolico comunque dà fastidio.
Come spesso accade il senso critico che ognuno chiede all’altro, sovente in questi frangenti non viene usato. Mi spiace quando questo senso critico non è usato da tanti studenti con i quali ho avuto il piacere e l’onore di condividere ore di lavoro e di crescita.
Non sono andato al Circo Massimo sabato perché non amo molto queste manifestazioni, perché ho altri spazi sui quali far sentire la mia voce, perché non volevo incrociarmi con politici che hanno in mente il valore della vita solo in certe occasioni! Però quando in una classe c’è uno studente “balordo”, non significa che tutta la classe sia “balorda”!
Il valore della vita.
La maggior parte delle persone che hanno manifestato al Circo Massimo hanno una idea precisa del valore della vita; sono peccatori come tanti altri, sicuramente, ma hanno non solo in mente, anche in pratica una coscienza della vita che per molti versi la nostra società – specialmente occidentale – sta perdendo. Una coscienza della vita come dono che non ti appartiene, proprio perché dono, dono che va rispettato e non commercializzato.
L’idea di fondo del cristiano è che la vita vada sempre rispettata dal suo “prima” di nascere al suo dopo morire, quindi anche durante il suo vivere.
Mi pare che il problema non verta sul rispetto dei diritti altrui, ma sul modo in cui far valere questi diritti. L’equiparazione dei termini per definire delle situazioni reali non è mai un’azione corretta, per nessuno. E nonostante i propri peccati, i cristiani sanno che proprio perché si rispettano gli altri, tutti, non si può omologare il tutto. Purtroppo questo non è molto chiaro a tutti; una certa mentalità liquida e commerciale in cui tutti noi viviamo ci porta a non porre più confini (tranne che per i migranti!) creando così una situazione di confusione di cui forse oggi non ci rendiamo conto.
Le convivenze eterosessuali hanno già il rito civile del matrimonio; le relazioni omosessuali hanno diritto ad avere una regolamentazione giuridica per tutti i motivi che sappiamo, queste relazioni però non si possono chiamare matrimoni per i motivi che ho già scritto precedentemente; poi ci sono alcuni che non desiderano riconoscimento alcuno, ma questa è un altro argomento.
Diversa è la questione delle adozioni, ma qui entrano in gioco – a detta di alcuni – le paure, l’ignoranza, l’antimodernismo dei cattolici. Forse.
O forse qui entra in gioco la riflessione sulla libertà e sulla verità.
La libertà non è il potere fare quello che si vuole, anche con tutte le buone intenzioni, ma la possibilità di agire per il massimo bene per tutti. La libertà è la capacità di sapersi incontrare con libertà dell’altro, specialmente quando l’altro è un nascituro o un bambino.
Un nascituro o un bambino non sono degli oggetti commerciabili! Certo molti hanno in mente il bene dei nascituri o dei bambini, ma la ricerca del bene non può misurarsi solo con il bisogno di un piacere del momento; essa deve misurarsi anche con la possibilità del limite. Il limite di non poter avere un figlio proprio, quando la biologia non lo rende possibile (e la scienza per tutti noi è un dogma!).
C’è un diritto naturale – anche di questo ho già scritto – che non si può invocare solo per se stessi o quando fa comodo, ma anche per un bambino, per le nuove generazioni. C’è un diritto naturale che implica la capacità di saper vedere oltre il proprio naso; una lungimiranza che chiediamo alla programmazione economica, ma non vogliamo utilizzare nella riflessione antropologica.
Mi auguro che il governo possa trovare una accettabile soluzione per il bene del paese e concludo citando quando il vescovo di Chieti, Bruno Forte scrive su Il Sole 24 ore di oggi:
«Qual è la posta in gioco nell’attuale dibattito parlamentare sulle unioni civili riguardo al bene comune? La risposta a questa domanda richiede che si rifletta sui valori di fondo implicati nelle decisioni da prendere. Mi sembra che essi siano fondamentalmente tre: i diritti del cittadino, i suoi doveri verso la “res publica” e i doveri della stessa nel promuovere il bene di tutti, per tutti…
Scommettere sulla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna non è contro nessuno, ma a favore di tutti perché l’unione matrimoniale di un uomo e di una donna, vissuta nella fedeltà e aperta alla procreazione, è garanzia della crescita autentica dell’umanità e della socialità di ciascuno. Nel sostenere la famiglia «società naturale fondata sul matrimonio» sarà, insomma, la “res publica” tutta intera a trarne vantaggio per il suo presente e il suo futuro».

Giannicola M. Simone

O envangelho da criação

Se na verdade se quer construie uma ecologia que permita de arranjar tudo aquilo que destruimos, portanto, nenhum ramo da ciência e nenhuma forma de sabedoria podem ser negligenciado, nem aquela religiosa com sua própria línguagem… é um bem para a criação que nós crentes reconhecemos melhor os compromissos ecologicos resultantes de nossas crenças.

As narrações do Gênesis indicam as três relações fundamentais ligadas entre elas: com Deus, com o próximo e com a terra; mas também romperam-se: o pecado.

A harmonia entre o Criador, a humanidade e toda a criação foi destruída por termos pretendido ocupar o lugar de Deus, recusando reconhecer-nos como criaturas limitadas. Este facto distorceu também a natureza do mandato de «dominar» a terra e de a cultivar e guardar transformou-se num conflito. Por isso, é significativo que a harmonia vivida por São Francisco de Assis com todas as criaturas tenha sido interpretada como uma sanação daquela ruptura. (66)

O cristão não tem o mandato para subjugar, dominar a criação, mas para “cultivar e guardar” o jardim do mundo, de viver em uma relação de reciprocidade. Por isso, é negado pela Bíblia uma propriadade absluta da terra: o repouso do sétimo dia não é apenas para o homem. Todas as criaturas, queridas em seu próprio ser, refletem, em sua própria maneira, um raio de infinita sabedoria e bondade de Deus (70-74).

Esquecer Deus como Pai, Omnipotente e Criador leva o homem à autodeterminação, à tirania, à destruição (cf. 75).

Para a tradição judaico-cristã, dizer “criação” é mais do que dizer “natureza”, é dizer ato de amor, sentido, relacionamento; é desmitificar a natureza. De volta à natureza significa cuidar com a nossa inteligência, sabedoria e humildade (cf. 78). “Os governantes das nações dominam sobre elas, e seus líderes oprimem. Entre vós não seja assim; mas quem quiser tornar-se grande entre vós, será vosso servo “(20,25s Mt) (82).

Em virtude desta tudo se torna um sinal da presença de Deus, tudo se torna respeitável, mesmo o espaço geográfico onde experimentamos Deus: “Eu me expresso expressando o mundo; eu exploro minha sacralidade decifrando aquela do mundo “(Paul Ricoeur) (85); Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole…

Mas dizendo isto não esquecemos que existe uma distância infinita, que as coisas deste mundo não contêm a plenitude de Deus (88).

As diferentes partes da natureza, incluindo o homem, estão em intimo relacionamento entre elas. «Deus uniu-nos tão estreitamente ao mundo que nos rodeia, que a desertificação do solo é como uma doença para cada um, e podemos lamentar a extinção de uma espécie como se fosse uma mutilação» (89)

Mas não pode ser autêntico um sentimento de união íntima com os outros seres da natureza, se ao mesmo tempo não houver no coração ternura, compaixão e preocupação pelos seres humanos…Por isso, exige-se uma preocupação pelo meio ambiente, unida ao amor sincero pelos seres humanos e a um compromisso constante com os problemas da sociedade (91).

Isto significa que não se pode falar de ecologia, se não nos importamos dos mais desfavorecidos.

O princípio da subordinação da propriedade privada ao destino universal dos bens e, consequentemente, o direito universal ao seu uso é uma «regra de ouro» do comportamento social e o «primeiro princípio de toda a ordem ético-social».A tradição cristã nunca reconheceu como absoluto ou intocável o direito à propriedade privada, e salientou a função social de qualquer forma de propriedade privada (93). Por isso, os bispos da Nova Zelândia perguntavam-se que significado possa ter o mandamento «não matarás», quando «uns vinte por cento da população mundial consomem recursos numa medida tal que roubam às nações pobres, e às gerações futuras, aquilo de que necessitam para sobreviver» (95).

A relação com a natureza e sua propriedade foi interrompida pelo pecado, mas Cristo em sua morte e ressurreição restabeleceu o equilíbrio certo e nos deu o Espírito de vida para reconstruí-la com Ele (100).

 

Perguntas:

Ciência e fé em diálogo: o que os seus estudos podem ajudar a recriar a harmonia com a criação?
O sétimo dia, quanto fazemos descansar as coisas, a natureza, as pessoas?
A incapacidade de repouso leva à auto-destruição, à tirania?
Você alguma vez raciocinou sobre o valor, sobre a inferência social de cada sua escolha (carteira de apólices)?
Quantas vezes você “mata” alguém com os seus consumos?
Você benefícia, tira vantagem do Espírito Santo que lhe foi dado para reconstruir?

Il Vangelo della creazione

Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riaparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio… è un bene per il creato che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni.

I racconti della Genesi indicano le tre relazioni fondamentali connesse: con Dio, con il prossimo, con la terra; ma anche la loro rottura: il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preso il posto di Dio, rifiutando di riconoscersi come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra e di coltivarla e custodirla generando un conflitto. Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’A. viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura (66).

Il cristiano non ha il mandato di soggiogare, dominare il creato, bensì di «coltivare e custodire» il giardino del mondo, di vivere in relazione di reciprocità. Perciò è negata dalla Bibbia una proprietà assoluta della terra: il riposo del settimo giorno non è solo per l’uomo. Ogni creatura, voluta nel suo proprio essere, riflette, a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio (cf. 70-74).

Dimenticare Dio come Padre, Onnipotente e Creatore porta l’uomo all’autodeterminazione, alla tirannia, alla distruzione (cf. 75).

Per la tradizione giudeo-cristiana, dire «creazione» è più che dire «natura», è dire atto d’amore, senso, relazione; è demitizzare la natura. Tornare alla natura significa averne cura con la nostra intelligenza, sapienza e umiltà (cf. 78). «I governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sia così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,25s) (82).

In forza di ciò tutto diventa segno della presenza di Dio, tutto diventa rispettabile, anche lo spazio geografico dove si fa esperienza di Dio: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (P. Ricoeur) (85); Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole…

Ma dicendo ciò non dimentichiamo che esiste una distanza infinita, che le cose di questo mondo non contengono la pienezza di Dio (88).

Le varie parti della natura, uomo compreso, sono in intima relazione tra loro. «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione» (89).

Però non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri essere della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli essere umani… per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli essere umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società (91).

Ciò significa che non si può parlare di ecologia se non ci si preoccupa dei più svantaggiati. «Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, è il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”». La proprietà privata è legittima, ma su di essa grava sempre un’ipoteca sociale (93). Per questo i vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti cosa significhi “non uccidere” quando un «venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno di sopravvivere» (95).

Il rapporto con la natura e i suoi beni è stato interrotto dal peccato, ma Cristo con la sua morte e risurrezione ha ristabilito la giusta armonia e ci ha donato lo Spirito di vita per ricostruirla con Lui (100).

Domande:

Scienza e fede in dialogo: quanto i tuoi studi possono contribuire a ricreare l’armonia con il creato?

Il settimo giorno, quanto facciamo riposare le cose, la natura, le persone?

L’incapacità di riposare porta all’autodistruzione, alla tirannia?

Hai mai ragionato sul valore, sull’inferenza sociale di ogni tua scelta (politica del portafoglio)?

Quante volte “uccidi” qualcuno con i tuoi consumi?

Approfitti dello Spirito santo che ti è stato donato per ricostruire?

Come arrivare al 25 gennaio?

Cari confratelli e amici,

eccoci ancora alle “prese” con la festa della conversione del nostro Paolo santo.

Vi proponiamo di “incontrarci” via web lunedì 25 dalle ore 20.30 alle ore 21.30 per ragionare e pregare insieme sull’esperienza di misericordia che ha operato in Paolo. Come ben capite non è possibile trovare un orario uguale per tutti, quindi dobbiamo cercare di fare qualche piccolo sforzo o, se preferiamo, inviarci un piccolo video da trasmettere durante la diretta.

Per collegarci siete invitati ad avvisarmi per tempo via mail e, entro poche ore dalla diretta, clickare il link www.giovanibarnabiti.it/stpaulonair così da ricevere i codici di accesso alla diretta (senza codici potrete vederci ma non intervenire).

 

Per prepararci in modo adeguato alla discussione via web possiamo tenere come punto di riferimento la prima lettera di san Paolo a Timoteo:

[1Tim 1,12]Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: 13io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; 14così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

15Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

17Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Quindi quanto leggiamo in papa Francesco, messaggio per la pace 2016:

«La misericordia è il cuore di Dio. Perciò dev’essere anche il cuore di tutti coloro che si riconoscono membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli; un cuore che batte forte dovunque la dignità umana – riflesso del volto di Dio nelle sue creature – sia in gioco. Gesù ci avverte: l’amore per gli altri – gli stranieri, i malati, i prigionieri, i senza fissa dimora, perfino i nemici – è l’unità di misura di Dio per giudicare le nostre azioni. Da ciò dipende il nostro destino eterno. Non c’è da stupirsi che l’apostolo Paolo inviti i cristiani di Roma a gioire con coloro che gioiscono e a piangere con coloro che piangono (cfr Rm 12,15), o che raccomandi a quelli di Corinto di organizzare collette in segno di solidarietà con i membri sofferenti della Chiesa (cfr 1 Cor 16,2-3). E san Giovanni scrive: «Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Gv 3,17; cfr Gc 2,15-16)».

Invece in Misericordiae Vultus leggiamo:

«Il richiamo che Gesù fa al testo del profeta Osea – « voglio l’amore e non il sacrificio » (6,6) – è molto significativo in proposito. Gesù afferma che d’ora in avanti la regola di vita dei suoi discepoli dovrà essere quella che prevede il primato della misericordia, come Lui stesso testimonia, condividendo il pasto con i peccatori. La misericordia, ancora una volta, viene rivelata come dimensione fondamentale della missione di Gesù. Essa è una vera sfida dinanzi ai suoi interlocutori che si fermavano al rispetto formale della legge. Gesù, invece, va oltre la legge; la sua condivisione con quelli che la legge considerava peccatori fa comprendere fin dove arriva la sua misericordia.

«Anche l’apostolo Paolo ha fatto un percorso simile. Prima di incontrare Cristo sulla via di Damasco, la sua vita era dedicata a perseguire in maniera irreprensibile la giustizia della legge (cfr Fil 3,6). La conversione a Cristo lo portò a ribaltare la sua visione, a tal punto che nella Lettera ai Galati afferma: « Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge » (2,16). La sua comprensione della giustizia cambia radicalmente. Paolo ora pone al primo posto la fede e non più la legge. Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica. La giustizia di Dio diventa adesso la liberazione per quanti sono oppressi dalla schiavitù del peccato e di tutte le sue conseguenze. La giustizia di Dio è il suo perdono (cfr Sal 51,11-16).

«21. La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere. L’esperienza del profeta Osea ci viene in aiuto per mostrarci il superamento della giustizia nella direzione della misericordia. L’epoca di questo profeta è tra le più drammatiche della storia del popolo ebraico. Il Regno è vicino alla distruzione; il popolo non è rimasto fedele all’alleanza, si è allontanato da Dio e ha perso la fede dei Padri. Secondo una logica umana, è giusto che Dio pensi di rifiutare il popolo infedele: non ha osservato il patto stipulato e quindi merita la dovuta pena, cioè l’esilio. Le parole del profeta lo attestano: « Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi » (Os 11,5). Eppure, dopo questa reazione che si richiama alla giustizia, il profeta modifica radicalmente il suo linguaggio e rivela il vero volto di Dio: « Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira » (11,8-9). Sant’Agostino, quasi a commentare le parole del profeta dice: « È più facile che Dio trattenga l’ira più che la misericordia ».[13] È proprio così. L’ira di Dio dura un istante, mentre la sua misericordia dura in eterno.

«Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia. Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei: «Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,3-4). Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. La Croce di Cristo, dunque, è il giudizio di Dio su tutti noi e sul mondo, perché ci offre la certezza dell’amore e della vita nuova».

Battesimo di Gesù

Domenica del Battesimo del Signore – 2016 / C 13 gennaio

Si chiude oggi il tempo di Natale, si chiude con la rivelazione di Gesù, non solo come salvatore delle genti, l’Epifania, bensì come Figlio di Dio, il Battesimo. A questa manifestazione si aggiungerà quella dell’operare di Gesù, a Cana di Galilea, dove comincerà il suo ministero con il miracolo dell’acqua trasformata in vino.

Da sempre la liturgia tiene insieme questi tre momenti per ricordarci l’umanità divina di Gesù, per evidenziare l’identità e la missione di Gesù.

Gesù è colui che non ha mancato di farsi uomo, per dire al mondo intero, all’universo intero che non è solo, che non è abbandonato alle proprie violenze, alle proprie guerre, alle proprie preoccupazioni, al proprio peccato, ma è chiamato a celebrare il banchetto celeste, ricolmo di vino nuovo.

Ma il mistero della festa di oggi ci spiega il modo in cui Dio opera in Gesù per noi.

C’è una domanda della gente sul chi sia il messia e Giovanni il Battista cerca una risposta, ma non si mette al posto del messia.

Arriva un uomo, tra gli uomini, in preghiera – silenziosa! – che condivide con gli altri uomini il bisogno di conversione.

Su quest’uomo, vissuto nel silenzio per trent’anni, in forma corporea scende lo Spirito santo; non in modo astratto, teorico, ma in forma corporea, concreta: Dio non disdegna di farsi vedere, conoscere, condividere.

Lo Spirito santo conferma quest’uomo in quanto Figlio di Dio e segna a lui la strada: quello che a noi dovrebbe succedere con la Cresima!

C’è in questo fatto che accade a Gesù la sintesi, il riassunto di tutto l’agire di Gesù.

Lo Spirito santo discese sulla terra, nel corpo di Maria per aprire la terra al cielo e generare il Figlio.

Lo Spirito santo ora ritorna con rinnovata potenza su Colui che è disceso in terra per dare alla terra, agli uomini, la sicurezza che Dio non è più lontano.

Gesù pregava, in silenzio, come sulla croce, Gesù prega in silenzio per donarci lo Spirito: chinato il capo spirò.

Siamo di fronte al primo atto di quella che sarà la Pentecoste per tutti noi. La festa del battesimo del Signore ci insegna come prepararci al dono dello Spirito.

Chi come Gesù accetta il limite umano, la fragilità della creazione, è riempito del suo Spirito e comincia a gustare la vita nuova del Figlio di Dio.

A questo punto, dalle azioni di Gesù alcune domande:

Gesù pregava;
Gesù cammina tra gli uomini;
Gesù accoglie il dono dello Spirito santo;
Gesù dona il dono dello Spirito santo:

come preghiamo?
Con parole a memoria o ascoltando in silenzio Dio e vivendo ciò che ascoltiamo?
Come camminiamo tra gli uomini?
Di fronte ai fatti di questi giorni diventiamo isterici ed estremisti o siamo capaci di      testimoniare una fede di discernimento, di ragionamento per trovare soluzioni?
Come accogliamo il dono dello Spirito santo?
Mettiamo a frutto la sapienza, l’intelligenza, la fortezza, la pace per affrontare i
drammi e le preoccupazioni di oggi?
Come condividiamo il dono dello Spirito santo?
Ci chiudiamo in una fede intimistica o facciamo la fatica di convivere con gli uomini per portare
loro la luce di Cristo?

La guerra del pensare, ragionare, scrivere

L’anno passato ci ha lasciato difficili e drammatiche situazioni che non sappiamo come affrontare. L’anno appena arrivato vede già due begli articoli di Fabio e Pasqua che ci insegnano una semplice ma ardua soluzione: pensare, ragionare, scrivere.

Non sono gli isterismi a cui ci aggrappiamo che risolvono le paure e la fatica di continuare a vivere, ma la voglia di pensare, ragionare, scrivere.

Un mio amico impresario scrive che oggi i giovani, ma anche noi adulti io credo, hanno bisogno di modelli, di punti di riferimento per affrontare la liquidità nella quale sono obbligati a vivere. Sapere che la lettura è al terzo posto tra gli interessi dei giovani, dopo musica e internet e che il volontariato trova molto spazio nel loro tempo libero è un modello che dobbiamo amplificare.

Leggere, pensare, ragionare, scrivere sono le migliori “armi” per combattere le armi della violenza, del sopruso, dell’ubriacatura ideologica o religiosa. Non gli isterismi o le reazioni di pancia, ma l’uso della sapienza, dell’intelligenza, della fortezza sono le migliori armi per affrontare Parigi, Colonia, Damasco, Teheran… Armi meno efficaci? A prima vista sicuramente, ma a lungo tempo no. La storia in questo ci è maestra, seppure talvolta ce ne dimentichiamo.

È questo il motivo per cui inizio questo nuovo anno 2016 ringraziando Pasqua e Fabio ma anche quant’altri hanno già pubblicato nel 2015 o avranno la voglia di raccontarci, di aiutarci a capire qualche cosa attraverso la propria capacità di leggere, pensare, ragionare e scrivere.

Papa Francesco ci invita a combattere la “globalizzazione dell’indifferenza” se vogliamo salvaguardare il mondo; voi, noi giovanibarnabiti possiamo con orgoglio dirci in prima linea in questa “guerra” e desiderosi di continuare a combatterla per costruire una “globalizzazione della responsabilità”.

Buon lavoro,

Giannicola M. Simone, prete.

Salva-banche e “bail in”: facciamo il punto!

Sono a sfondo finanziario le prime pagine dei quotidiani 2016, i cui titoli segnalano l’entrata in vigore delle nuove norme europee relative al cosiddetto “bail in”. “Bail in” (letteralmente salvataggio interno) indica quel provvedimento atto a disciplinare criteri e procedure in materia di fallimento bancario: la nuova direttiva impone che la crisi degli istituti di credito non sia più un “affare di Stato” e i primi a pagare siano gli azionisti. Un provvedimento che non coglie il pubblico impreparato, dato il clamore delle vicende che il mese scorso hanno visto sull’orlo del crac quattro istituti di credito italiani: 15mila, perlopiù piccoli risparmiatori, le persone coinvolte nell’azzeramento dei titoli subordinati (è quanto imposto dal decreto “Salva-Banche”, per evitarne il fallimento).
I media, nell’ultimo mese, non hanno parlato d’altro: ma cosa sono le obbligazioni subordinate? Si tratta dei titoli di debito che permettono a chi li possiede di diventare creditore dell’istituto emittente, incassando interessi periodici. E fin qui, tutto chiaro. Il problema sorge in caso di problemi finanziari dell’emittente, per cui il rimborso avviene successivamente a quello di altri soggetti (dipendenti, correntisti e possessori di altri titoli), quindi non è detto che ci sia. Pare che i risparmiatori in protesta, non ne fossero al corrente.
“Il problema principale, spiega Giuseppe D’Orta di Aduc, «è che non è stato mai spiegato cosa fosse la subordinazione». Ovvero, venivano venduti come prodotti “sicuri” quando sicuri non lo erano proprio” (Paolucci, La Stampa). “Delle innumerevoli e meritorie cose che si sono potute leggere sui vari aspetti del crac e del salvataggio, dei controlli mancati, dei conflitti d’interesse e degli insider trading presunti, ce n’è una che non riesco a togliermi dalla testa, l’intervista al funzionario della banca che curava i rapporti con Luigino D’Angelo, il pensionato suicida diventato il simbolo tragico di questa epopea. Nero su bianco e non smentita, lì c’è tutta la morale della favola: ebbene sì, ammette il funzionario, i risparmiatori li abbiamo programmaticamente raggirati, perché a nostra volta eravamo ricattati dai vertici della banca; o accettavamo di farlo o rischiavamo il licenziamento, e viceversa, più riuscivamo a raggirarne e più venivamo premiati. C’è bisogno di altre prove per capire com’è andata e come va?” scrive la giornalista Ida Dominijanni (“Banche, credito e colpa”, Internazionale).
Lacune e dubbi in merito alla trasparenza dei dirigenti bancari sulla vendita dei titoli in questione, sembrano assumere un ruolo determinante nell’indagine ai colpevoli di questo disastro. Dunque, appare scontato, ma forse non lo è, dire che tutti (banche, autorità, e media) debbano impegnarsi per fornire un’informazione limpida e corretta ai risparmiatori, come primo passo per evitare l’insorgere di situazioni simili. A tutto ciò si aggiunga: “Responsabilizzare il risparmiatore! L’imperativo categorico ripetuto dall’alto degli amboni più diversi da economisti ed esperti di varia natura, che sembra assumere il tratto di un mantra destinato ad accompagnarci in questo inizio di anno. Si auspica un’educazione alla finanza da impartire ai ragazzi fin dalla scuola dell’obbligo per poter liberare preventivamente financo il cittadino qualunque dal rischio di finire in qualche trabocchetto finanziario” (Pietro Cafaro, Avvenire).
Nel frattempo, il Governo italiano lavora ai possibili interventi per aiutare i clienti delle quattro banche salvate dal decreto, i quali hanno visto azzerare il proprio capitale nel giro di poche ore: si pensa a un fondo di solidarietà da 100 milioni di euro (finanziato in parte dallo Stato e in parte dalle banche), gestito da un arbitrato ad hoc, con il compito di valutare caso per caso le operazioni di risarcimento da mettere in atto. La speranza è di arrivare a una modifica del decreto che dia una qualche aspettativa di recupero ai risparmiatori coinvolti, poiché siamo di fronte a una crisi di fiducia nel sistema bancario italiano che è ai minimi storici e potrebbe rivelarsi una crepa, nello scenario economico e politico, ben più profonda di quanto non appaia.

Pasqua Peragine

Chacun cherche son chat

Mettiamo che volete andare in vacanza per un paio di settimane ma non sapete dove lasciare il vostro gatto. O meglio, a chi.
Mettiamo che vivete in una grande città, in questo caso Parigi, e vi rassicura l’idea di poter affidare il vostro compagno d’appartamento nelle mani di qualcuno che sa cosa fa: una vecchina dell’undicesimo arrondissement che tutti conoscono come “quella che cura i gatti”. Sembra perfetto, no?
Il problema è che quando tornerete dalla vostra gita al mare e andrete a riprendertelo, il gatto non ci sarà più. Sarà scappato.

L’intro di Chacun cherche son chat (Ognuno cerca il suo gatto, 1996, Cédric Klapisch) non promette nulla di buono. Solo tanti miagolii, disperazione e noia per un gatto che alla fine, si sà già, salterà fuori.
Ma Klapisch, al tuo terzo lungometraggio, questa volta si mette all’opera su soggetto e sceneggiatura (come del resto aveva sempre fatto) in modo molto intelligente, e sforna novanta minuti di pellicola che farebbero voglia di visitare Parigi a chiunque. Parigi e l’undicesimo arrondissement.
C’è una voglia di tornare a Rohmer che Klapisch sottintende qui, con un cinema fatto di meraviglia e tranquillità e leggerezza, dove i personaggi sono l’elemento principale, il fulcro di tutte le storie che si dipanano come matasse.

Chacun cherche son chat non vuole denunciare nulla, non vuole abolire nessun privilegio né sfoggiare un cast stellare: si presenta come un film semplice e intelligente, con l’unico scopo di raccontare le vite e le storie di abitanti del quartiere con un tono divertente e quasi adolescenziale – senza alcuna accezione negativa del termine.
Perché le trame dei coinquilini di arrondissement si intrecciano con quella di Chloé, la protagonista, senza però mai sconvolgerla completamente, senza toccarla fino in fondo.

In un mondo dove ognuno cerca il suo gatto, ognuno cerca il suo “sé”, ognuno cerca il suo perché, il singolo viene messo in contraddizione con il gruppo alla ricerca di una felicità (che poi si trova?) un po’ meno stereotipata e citofonata di quelle contemporanee d’oltreoceano.
Da guardare sul divano con il proprio gatto, ovviamente, e una buona birra artigianale.
Godetevelo!

Fabio Greg Cambielli

Vinci l’indifferenza e conquista la pace

2016 gennaio 01

Sorelle e fratelli
al termine di un anno siamo chiamati da Dio a ringraziarlo per questo tempo che ci è stato donato, ma anche a verificare come lo abbiamo vissuto.
All’inizio di un anno siamo invitati a prenderci i giusti impegni per viverlo come Dio chiede a tutti noi credenti.
Le letture di oggi ci invitano a riflettere sulla pienezza del tempo che ci è stata donata, una pienezza ottenuta grazie alla responsabilità di Maria che non è rimasta indifferente alla chiamata di Dio. Maria ci insegna che per accogliere Dio non è sufficiente pregare un poco di più, stare un po’ di più in chiesa e poi restare indifferenti al mondo circostante. Maria ci insegna a prenderci le nostre responsabilità per costruire la giustizia e la pace. Maria, la benedetta fra le donne, ci insegna che la benedizione ricevuta da Dio non è un bene personale, bensì un bene da condividere. Abbiamo bisogno, anzi è un dovere di tutti noi chiedere a Maria di insegnarci a vivere il tempo in modo pieno, a pregare per testimoniare, a benedire come lei ha benedetto il suo tempo e il nostro, a condividere con gli altri il dono del Salvatore (questo è il significato del nome Gesù).
Come possiamo lasciarci interpellare da Maria? Leggendo insieme alcuni passaggi del messaggio per la pace che papa Francesco ha scritto per tutti gli uomini che Dio ama e cercando, ognuno di prendersi l’impegno che papa Francesco ci chiede.

Vinci l’indifferenza e conquista la pace (2016)
http://m.vatican.va/content/francescomobile/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20151208_messaggio-xlix-giornata-mondiale-pace-2016.html

1. Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona! Non perdiamo, infatti, la speranza che il 2016 ci veda tutti fermamente e fiduciosamente impegnati, a diversi livelli, a realizzare la giustizia e operare per la pace. Sì, quest’ultima è dono di Dio e opera degli uomini. La pace è dono di Dio, ma affidato a tutti gli uomini e a tutte le donne, che sono chiamati a realizzarlo.
Dobbiamo vincere l’indifferenza e conquistare la pace.
La prima forma di indifferenza nella società umana è quella verso Dio, dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico. L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti.
La seconda forma d’indifferenza è nei confronti del prossimo e assume diversi volti. C’è chi è ben informato, ascolta la radio, legge i giornali o assiste a programmi televisivi, ma lo fa in maniera tiepida, quasi in una condizione di assuefazione: queste persone conoscono vagamente i drammi che affliggono l’umanità ma non si sentono coinvolte, non vivono la compassione. Questo è l’atteggiamento di chi sa, ma tiene lo sguardo, il pensiero e l’azione rivolti a se stesso
La forma di indifferenza verso il prossimo si manifesta anche come mancanza di attenzione verso la realtà circostante, specialmente quella più lontana. Alcune persone preferiscono non cercare, non informarsi e vivono il loro benessere e la loro comodità sorde al grido di dolore dell’umanità sofferente.
Infine, viviamo in una casa comune, la terra, il creato intero. L’inquinamento delle acque e dell’aria, lo sfruttamento indiscriminato delle foreste, la distruzione dell’ambiente, sono sovente frutto dell’indifferenza dell’uomo verso gli altri, perché tutto è in relazione. Come anche il comportamento dell’uomo con gli animali influisce sulle sue relazioni con gli altri, per non parlare di chi si permette di fare altrove quello che non osa fare in casa propria.
In questi ed in altri casi, l’indifferenza provoca soprattutto chiusura e disimpegno, e così finisce per contribuire all’assenza di pace con Dio, con il prossimo e con il creato.
Per vincere l’indifferenza siamo chiamati a coltivare la misericordia o, detto con un termine più moderno, la solidarietà.
Così, anche noi siamo chiamati a fare dell’amore, della compassione, della misericordia e della solidarietà un vero programma di vita, uno stile di comportamento nelle nostre relazioni gli uni con gli altri. Ciò richiede la conversione del cuore: che cioè la grazia di Dio trasformi il nostro cuore di pietra in un cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di aprirsi agli altri con autentica solidarietà. Questa, infatti, è molto più che un «sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane». La solidarietà «è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti», perché la compassione scaturisce dalla fraternità.
8. Nello spirito del Giubileo della Misericordia, ciascuno è chiamato a riconoscere come l’indifferenza si manifesta nella propria vita e ad adottare un impegno concreto per contribuire a migliorare la realtà in cui vive, a partire dalla propria famiglia, dal vicinato o dall’ambiente di lavoro.
Affido queste riflessioni, insieme con i migliori auspici per il nuovo anno, all’intercessione di Maria Santissima, Madre premurosa per i bisogni dell’umanità, affinché ci ottenga dal suo Figlio Gesù, Principe della Pace, l’esaudimento delle nostre suppliche e la benedizione del nostro impegno quotidiano per un mondo fraterno e solidale.

E tu quale impegno contro l’indifferenza per questo anno 2016?
Puoi condividerlo con noi?