L’ “attimo fuggente” di Alessio

Chi sei?
Sono Alessio Ruzzante, torinese, di 24 anni.
Passione principale?
Dopo aver provato vari sport, mi sono concentrato sul teatro e canto e danza.
Il primo debutto?
Come professionista “L’attimo fuggente”, ma durante i miei studi alla Scuola del Teatro Musicale ho preso parte ad un musical professionale, “Rent”.
Cosa si prova prima dello spettacolo?
Molta adrenalina, come se fosse sempre la prima volta.
L’emozione più importante di uno spettacolo?
Durante uno spettacolo si provano varie emozioni. Il bello del teatro è che ogni sera possono esserci delle piccole sfumature, emozioni sempre diverse.
In questo spettacolo, “L’attimo fuggente” che richiama una realtà giovanile, seppur dell’altro secolo, il tuo personaggio come lo affronti e cosa ti dice?
Io ho interpretato Todd Anderson. Todd è il nuovo arrivato del gruppo, ha una famiglia molto distante con un padre che ha grandi aspettative ma che non gli dà il giusto affetto. Vive nell’ombra del fratello, uno dei migliori studenti che la Welton abbia avuto, e tutti si aspettano da lui lo stesso risultato, questo genera una sensazione di pesantezza in lui.
La parte che ti piace di più di questo personaggio?
Penso sia la crescita. È bellissimo da interpretare, inizia lo spettacolo in un modo e lo finisce in tutt’altro, ogni scena lo aiuta nel migliorarsi. Anche con l’aiuto di altri personaggi.
Secondo te, è giusto essere così severi nell’educare?
È importante l’equilibrio. In quegli anni avevano una politica diversa, i ragazzi sono soggetti delicati e difficili da guidare non c’è un unico metodo giusto. Non si tratta solo di educazione culturale ma anche umana. Serve anche molta solidarietà ed empatia.
Come vedi i ragazzi liceali di oggi, in parallelo a quelli dello spettacolo?
I 6 ragazzi dello spettacolo richiamano gli studenti di oggi. Dal più ribelle al più studioso. E ogni ragazzo può scegliere in quale identificarsi e per quale fare il tifo.
Credo che i ragazzi di oggi siano molto intelligenti, con le tecnologie sanno sempre di più sul mondo, avendo più strumenti sono più curiosi e intraprendenti ma allo stesso tempo sono più esposti ad alti rischi, sono soggetti complessi, ma credo sia un’età molto bella l’adolescenza.
Questa l’età in cui si possono stringere i legami più forti della vita, che permettono una crescita e proteggono.
Sono più fragili o più forti?
Non penso di avere una risposta. Li percepisco più forti, più pronti per alcune cose. Però bisogna sempre contestualizzare ogni età.
Un sogno futuro lontano o vicino?
Mi considero un ragazzo con i piedi per terra, ciononostante sognare è indispensabile. Mi piacerebbe studiare anche in altre branche, doppiaggio, ad esempio, e stare sul palco il più possibile con progetti sempre meritevoli.
Quello del teatro è un ambiente competitivo?
Molto.
Ogni lavoro ha le sue difficoltà, sicuramente il teatro è un lavoro che può dare meno stabilità economica, in questo momento particolare, ma ripaga in altri modi, finché si ha la fiamma dentro, ne vale la pena.
Che consigli daresti a dei ragazzi che vivono la situazione del tuo personaggio?
Stare in ascolto, essere sempre coscienti di chi si ha intorno, nei migliori dei casi, puoi avere delle persone che davvero ti possono aiutare, essere sempre curiosi e sapere che non si è mai arrivati, dal punto di vista umano e professionale.
Noti un po’ di passione da parte dei tuoi coetanei verso il teatro, o è sempre un po’ di nicchia?
La passione c’è sempre, ad esempio, alcuni ragazzi sono venuti a vederci, era la prima volta che entravano a teatro e sono rimasti folgorati; uno dei miei desideri è essere quel “qualcosa” che fa nascere la fiamma che chissà a cosa porta; nel mio caso, ha portato a far diventare il teatro il mio lavoro.
Il libro più bello che stai leggendo?
Leggo molti thriller, dai 12 anni; ora sto leggendo “Il Signore degli anelli”.
Musica?
Ascolto un po’ di tutto, non sto molto su un’artista o cantante, ma sto sulle canzoni, soprattutto musical, per la mia formazione artistica, anche pop, ma nessuno in particolare.
Hai fede, sei una persona religiosa?
Non mi definisco religioso, sono una persona che crede in qualcosa, forse non so neanche io bene in cosa, ma non credente religioso, però apprezzo l’ambiente della Chiesa, l’ho frequentato sin da piccolo, è uno dei vari luoghi di formazione ed educazione.
Perché hai accettato questa intervista?
Mi piace molto mettermi in discussione e condividere quello che penso, sperando possa essere d’aiuto per iniziare discussioni in modo costruttivo. Con te e sicuramente stato così e ti ringrazio.

“L’Attimo fuggente” 14 e 15 Gennaio 2022 presso Teatro Arcimboldi Milano.

UN FIORE NEL DESERTO

“Uno splendido fiore sbocciato in mezzo al deserto”: con queste famose parole Jacob
Burckhardt definì il Rinascimento italiano, consegnando ai posteri l’immagine di un’epoca
felice, illuminata, idealmente contrapposta alle tenebre e all’ignoranza del Medioevo. Se è
vero che tale lettura appare ormai superata agli occhi di qualsiasi storico moderno, a distanza
di quasi centocinquant’anni dalla pubblicazione del saggio di Burckhardt il mito del
Rinascimento fiorentino continua a godere di ottima salute nella coscienza collettiva e nelle
stesse istituzioni europee, almeno a sentire le parole di Ursola Von Der Leyen. L’attuale
presidente della Commissione ha infatti recentemente dichiarato che, con l’approvazione del
Recovery Plan, l’Unione si attende di rilanciare l’economia del continente, dando vita a un
nuovo “Rinascimento europeo”.
Eppure, proprio sulla portata di questa “Rinascita” è opportuno fermarsi a riflettere,
prendendo spunto dal lavoro di un altro storico europeo, Johan Huizinga, che del
rinascimento italiano fornì un’interpretazione molto diversa da quella di Burkhardt. Nella sua
opera più famosa, “L’Autunno del Medioevo”, egli dimostrò infatti come Il Rinascimento
fiorentino avesse interessato una ristretta fascia della popolazione, un’élite colta e raffinata,
composta da aristocratici che vedevano nell’arte e nella cultura lo strumento per evadere da
un mondo e da una società povera e ignorante, che disprezzavano nel profondo. Di fronte agli
stenti della vita, in altre parole, la corte rinascimentale avrebbe rappresentato un giardino
protetto, un eden in cui i nobili potevano rinchiudersi, lontani dalle fatiche e dalle sofferenze
della popolazione.
Lasciando stare per un momento la polemica sovranista contro il progetto europeo, appare
evidente come il rilancio dell’Unione debba necessariamente passare da una politica capace
di supportare quella parte della popolazione europea più povera e vulnerabile, che appare
oggi ancora indifferente all’ideale europeo. Questa fascia della popolazione, indebolita dalla
crisi, rischia di sentirsi estromessa dalla politica comunitaria e di vedere nelle Istituzioni
europee una riproposizione di quelle coorti rinascimentali tanto raffinate quanto lontane e
disinteressate dalla vita comune. Affinché ciò non avvenga, la presidente della commissione
europea è chiamata a far tesoro della lezione di Huizinga, assicurandosi, con l’investimento
dei soldi del Recovery Fund, di lanciare un rinascimento europeo che, almeno questa volta,
non sia appannaggio di pochi, ma che sappia avvicinare l’intera popolazione alla politica
attiva. Diversamente, al pari delle corti italiane cinquecentesche, l’aula di Bruxelles rischia di
rimanere una pericolosa cattedrale nel deserto.
Andrea Bianchini, Milano

Intervista al Cardinale Betori

Se il sindaco di Firenze ci ha permesso di ragionare sulla dimensione laica, sul da farsi dei
cittadini, con l’Arcivescovo della città vogliamo riflettere sul da farsi di un credente che si è
sentito mettere in gioco dalla profonda intuizione pedagogica di don Milani, grande prete
fiorentino del secolo scorso.
Quindi con una corsa da Palazzo Vecchio raggiungiamo la sede dell’Arcivescovo di fronte al
Duomo e al campanile di Giotto; anche qui salendo delle maestose scale entriamo nello studio di
padre Giuseppe. (ci ha detto proprio lui di chiamarlo così!)
Noi: Buon giorno. Cosa le ha fatto pensare l’intervento della presidente del Parlamento Europeo,
Ursula von Der Layen?
Cardinale: È interessante osservare i contributi che l’esperienza cristiana ha offerto alla nascita
dell’Europa sia come realtà civile sia come istituzione. In questi giorni il Papa ha firmato il decreto
che riconosce virtù eroiche di Robert Schuman ed è interessante vedere come alle radici delle
istituzioni europee attuali ci sia il lavoro di tre cristiani: Schuman, Adenauer e De Gasperi. La
tradizione religiosa cristiana sta alla base – insieme ad altre fonti ispirative – dell’Unione Europea.
Che la Presidente della Commissione Europea poi abbia fatto riferimento al Rinascimento, che è stato
a mio parere frutto dell’Umanesimo Cristiano, è molto significativo. Mi è piaciuto che si ritornasse a
queste radici cristiane, che hanno poi trovato una loro reminiscenza nel ‘900 fiorentino nel Cardinale
Dalla Costa, nel sindaco Giorgio La Pira e in Don Giulio Facibeni.
Il celebre motto “I Care” di Don Milani, nonostante sia anglosassone, è di chiara ispirazione
evangelica: è l’atteggiamento del samaritano che si prende cura del povero malmenato e in fin la vita
lungo la strada.
Noi: La prossima domanda si riaggancia proprio al suo ultimo commento, infatti le parole scritte sulla
sacrestia di Barbiana sono rimaste impresse nell’immaginario comune, ma secondo lei al giorno d’oggi
sono diventate un semplice slogan o rappresentano ancora una sfida per la società?
Cardinale: Non si possono ridurre quelle parole a uno slogan proprio per rispetto a Don Milani, che
faceva di tutto per non apparire e metteva anzi i bastoni fra le ruote a chiunque volesse farlo emergere
dalla folla. Infatti egli non voleva essere imitato, ma fornire semplicemente un’ispirazione della
dignità della persona umana, la sua missione era quella di ridare la parola ai poveri affinché potessero
apprendere la fede – che senza la parola non si può recepire – e stabilire relazioni di giustizia e
uguaglianza nella società. Per questo tradiremmo Don Milani se lo riducessimo a uno slogan, la strada
è invece riscoprirne la radice evangelica e fare qualcosa non come lo ha fatto lui, ma per le sue stesse
ragioni, adattandosi ai bisogni dell’oggi.
Noi: Citava il concetto di ridare la parola ai poveri, secondo lei chi sono i cosiddetti “analfabeti”
dell’era della digitalizzazione ai quali dovremmo ridare la parola?
Cardinale: Innanzitutto i giovani, perché questa società a loro sta sottraendo molto, primo fra tutto il
futuro, per questo la condizione giovanile deve essere al centro delle nostre preoccupazioni. Poi c’è
anche l’emarginazione del posto di lavoro: il lavoro oggi non è luogo di uguaglianza, ma al contrario
di molte frustrazioni e sofferenze. Non dimenticherei neanche gli anziani, che in quanto non più
produttivi vengono sottostimati dalla società attuale e a volte addirittura considerati un peso. Il Papa
insiste molto su un’alleanza tra l’età giovanile e quella anziana, su uno scambio reciproco che

gioverebbe sicuramente a tutti. A questo si aggiungono coloro che appartengono ad altre culture, ad
altre religioni, ad altre zone geografiche che faticano ad essere integrati e a integrarsi, tema molto
scottante per una società che si sta inevitabilmente avviando verso un pluralismo sempre maggiore.
Per risolvere questo problema dello scambio bisogna trovare forme nuove non di integrazione, ma di
interazione.
Noi: Negli anni 50′ e 60′ Firenze è stata città di innovazione e profetismo, una città che non voleva
seguire le mode, ma al contrario voleva provocare uno stile di vita autentico. Secondo lei quanto
possiamo raccogliere oggi da quei percorsi?
Cardinale: Ogni epoca ha la sua storia, non possiamo pensare di replicare ciò che è stato fatto, ma di
farci ispirare sì, anche perché le figure che hanno animato quella stagione sono state complementari e
devono fornire un modello di riferimento per tutti noi. Nella lettura che si usa dare di tre figure – il
Cardinale Dalla Costa, Giorgio La Pira e Don Facibeni – viene sottolineata l’esaltazione delle tre virtù
teologali: la fede in Dalla Costa, la speranza in La Pira e la carità in Facibeni. Bisogna saper cogliere
l’anima che sta dietro a queste persone e attingere a quelle virtù per reagire di fronte ai problemi
attuali, come potrebbe essere quello dell’accoglienza. Non va però dimenticato che il motore di tutto è
una coscienza educata, senza la quale non si può creare una comunità.
Noi: Ritornando all’intervento della von der Leyen, il fatto che fosse proposto da una personalità non
italiana e a capo di un’istituzione laica così importante, cosa potrebbe significare?
Cardinale: Sono molto orgoglioso di Firenze, nonostante sia originario dell’Umbria, che però è
sicuramente più vicina rispetto alla Lombardia (ndr. qua il Cardinale si riferisce al parroco della nostra
chiesa, Padre Giannicola, originario della Lombardia, che ha appena posto la domanda esprimendosi a
sua volta orgoglioso della città, per quanto a lui straniera). Tutto è nato qui, da un connubio
strettissimo di capacità imprenditoriale fuori dal comune che fece ricca la città ma che non la affossò,
coniugandola alla ricchezza del pensiero e dell’arte. L’arma di Firenze è la sua anima artigiana, non a
caso il fiorino era considerata la moneta più affidabile ed è ciò che deve un po’ riprendere in questi
ultimi anni, dove invece ha vissuto di rendita del passato. Bisogna ritrovare creatività nel produrre,
senza però discostarsi troppo anche dal pensiero.
Noi: È interessante come sia nell’intervista al Sindaco Nardella sia in quella a lei sia stato portato alla
luce il tema dei giovani e di quanto sia fondamentale dare a loro maggiore importanza, anche se si
rischia di lasciare questa convinzione semplici parole senza tramutarlo in fatti.
Cardinale: Concordo a pieno, non credo che nella nostra comunità cristiana si sia ancora trovato un
canale di comunicazione con i giovani, ma ci sono stati vari tentativi, ad esempio con i centri giovanili
come quello in cui feci l’animatore a Foligno.
Noi: per concludere, alcune prospettive?
Cardinale: Il prossimo marzo Firenze ospiterà il secondo incontro dei vescovi delle maggiori città
mediterranee e sono contento che il sindaco Nardella, sull’esempio di quanto fece La Pira, in
contemporanea abbia invitato i sindaci delle maggiori città mediterranee. Questo duplice incontro,
religioso e laico, potrà ben inserirsi in questo progetto di Rinascimento per l’Europa auspicato dalla
presidente del Parlamento Europeo è potrà essere l’occasione per Firenze di ripensare il suo ruolo
nella Storia di domani, non solo in quella di ieri.

L’Europa chiama Firenze e il suo rinascimento

Intervista al sindaco di Firenze Dario Nardella, 1 giugno 2021.

«Florence is the city of Renaissance. The place where it all started: a new beginning of arts and science,
after the great plague of the late Middle Ages. And from Florence, the spirit of the Renaissance spread to
the rest of Europe, too.
La storia d’Europa è una storia di Rinascimenti. Europe is a story of new beginnings. After every crisis came
a European Renaissance. And this is what Europe needs in our day and age. This is our responsibility: to end
the pandemic and to shape a new beginning for Europe. Europe is able to overcome crises and to deliver
for the future of its citizens.»
Queste parole della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Layen, dette per la giornata
dell’Europa 2021, parole che hanno messo in gioco l’Italia e Firenze non potevano lasciare noi giovani
fiorentini indifferenti. Da queste parole di un discorso interessante e ricco di spunti per pensare il futuro è
nata la domanda: cosa è per noi un Rinascimento? Che senso ha essere chiamati in causa “in prima
persona” riguardo il futuro dell’Europa dopo questa crisi pandemica (non ancora finita)? Ma a conclusione
del proprio discorso la sig.a Von Der Layen dirà anche:
«A few kilometres from Florence, there is a small village called Barbiana. On a hill in Barbiana, there is a
small countryside school. Back in the 1960s, a young teacher, Don Lorenzo Milani, wrote two simple words,
in English, on a wall in that school: ‘I care’. He told his students that those were the two most important
words they needed to learn: ‘I care’. ‘I care’ means I take responsibility. And this year, millions of Europeans
said ‘I care’ with their actions.»
Se il Rinascimento richiama la dimensione “laica”, umanistica della nostra storia e società, il richiamo a don
Milani, rimanda alla nostra dimensione religiosa e cristiana.
Per iniziare la nostra riflessione abbiamo pensato di interpellare due persone significative di Firenze, il
sindaco, sig., Dario Nardella e l’arcivescovo, il card. Giuseppe Betori.
Ricevuti nello splendido e storico studio del sindaco presso palazzo Vecchio chiediamo subito al sindaco:

  1. Cosa pensa, in quanto primo cittadino, dell’elogio della nostra città pronunciato dalla presidente
    della commissione Europea e come può Firenze realmente impegnarsi?
    La citazione mi ha colpito molto, ed ho anche avuto modo di parlare e ringraziare personalmente Ursula
    von der Leyen circa una settimana dopo al Social Summit di Porto. Ho capito che conosceva davvero Firenze
    e Don Milani con i suoi scritti, e mi sono reso conto ancora una volta di quanto Firenze sia una radice
    profonda dell’identità europea. Credo che sia importante per la nostra città mantenere uno sguardo ampio
    sull’Europa e sul Mondo. Firenze incarna i valori più alti del pensiero umano (è stata la prima città dove è
    stata abolita la pena di morte) ed è stato il luogo dove è avvenuto un cambiamento radicale del modo di
    creare e pensare dell’uomo. Tutt’oggi Firenze ha la missione di continuare a mantenere questo spirito che
    le ha permesso di avere un ruolo centrale nei momenti di svolta dell’umanità.
  2. E qual è il livello di consapevolezza che i fiorentini hanno riguardo a questa “missione”?
    Credo che non sempre noi fiorentini abbiamo una piena consapevolezza di questo compito. Spesso ci
    fregiamo della nostra storia in modo superficiale, come un cliché. I fiorentini sono orgogliosi di sentirsi tali
    ma spesso questo orgoglio non è supportato da una profonda consapevolezza.
  3. Potrebbe esistere un modo per incrementare questa consapevolezza concretamente?

Credo che ci siano due modi: il primo, come già tentò di fare Giorgio la Pira, è aprire Firenze al dialogo
globale sui grandi temi come la pace, l’integrazione, la lotta al cambiamento climatico; il secondo è puntare
sui giovani affrontando argomenti un po’ desueti e trattando grandi questioni, per ritrovare quali sono
quelle cose per cui vale veramente la pena di spendere la vita. Questo significa anche andare
controcorrente e sposare battaglie impopolari. Dovremmo imparare a vedere i giovani non come categoria
ma come persone, come coloro che hanno in mano il futuro. Siamo abituati a impartire loro ordini, a dire
cosa devono fare, come devono vivere, e spesso non abbiamo l’umiltà di ascoltarli e chiedere il loro punto
di vista, magari più innovativo e controcorrente.

  1. Dovremmo recuperare una sorta di “sentire europeo” che non significa appiattire tutte le culture,
    ma aiutare a capire che la propria identità è una ricchezza per tutti in vista di una maggiore
    inclusione?
    Dobbiamo lavorare senza dubbio per un’Europa più forte. Finora abbiamo costruito l’Europa delle
    istituzioni, l’Europa finanziaria. Manca ancora la parte sostanziale; l’Europa dei diritti sociali, e la strada da
    fare è ancora tanta. Credo che il prossimo incontro dei sindaci delle grandi città europee a Firenze potrà
    proprio essere una occasione per approfondire e migliorare questo aspetto politico, nel senso più alto
    termine.
    Grazie a lei di questo scambio di idee che per noi giovani è di sprone per guardare con occhio migliore al
    futuro.

IL DOLORE

Da sempre il dolore e la sofferenza fanno parte della vita umana come da sempre si cerca di attenuarli ed
eliminarli o, addirittura, di nasconderli e ghettizzarli; sono vissuti prevalentemente in solitudine, nascosti o
ignorati, mentre prevale l’idea di un benessere e di un progresso diffuso, ottimistico, in continua espansione,
inarrestabile.
Anche le grandi tragedie collettive derivanti da fame, sete, malattie, guerre, schiavitù, che colpiscono tante
popolazioni e generano veri e proprie stragi e esodi di massa, sono appena accennate e chi cerca rifugio
fuggendo è sfruttato e assimilato a un nemico delle nostre società.
Ma è arrivata la pandemia spiazzando tutte le società opulente, organizzate, tecnologicamente evolute: il
cigno nero si è manifestato portando malattia, morte, disarticolazione sociale, blocco dei movimenti,
chiusure di tutte le attività. Gli ospedali sono diventati sempre più affollati, le terapie intensive incapaci di
sostenere le richieste, le prime cure sono state approssimative e forse ancora oggi, nonostante i vaccini, non
se ne trovano di definitive.
Quasi ovunque il dolore e la sofferenza si sono manifestati pubblicamente con la loro tragica evidenza, basti
solo ricordare i morti trasportati con camion militari, la solitudine forzata di tanti anziani e fragili,
eliminazione di gesti ormai naturali quali darsi la mano o abbracciarsi, interi settori dell’economia e del
lavoro pesantemente danneggiati.
Tutto questo ha generato lutti, dolori e sofferenze di vario tipo.
Inoltre, la pandemia, come dice la parola, si manifesta in un contesto mondiale dove tutto si lega e
interagisce, ma nel quale i paesi ricchi sono ben divisi da quelli poveri: da una parte vaccino, ospedali,
medicine e operatori sanitari efficienti, dall’altra scarsità di tutto.
In questo contesto si sono poste varie domande: da dove viene questo virus, è giusto isolare le persone, come
organizzare gli ospedali, quali sono le terapie più efficaci, quale politica economica intraprendere per
riorganizzare il tutto? i vaccini scoperti sono efficaci? Hanno degli effetti indesiderati?
A monte di tutto questo c’è una domanda non chiaramente espressa, confusa ma molto pressante: perché
tutto questo? Come interpretarlo e reagire? Come inserirlo nelle possibilità della nostra vita insieme alle
varie altre situazioni reali di sofferenza e dolore nascoste, ghettizzate, ignorate? Cosa possiamo fare per chi è
fragile, solo, in zone colpite da altre pandemie sociali, economiche, da guerre o schiavitù?
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della necessità di un
“rinascimento” dopo la Covid-19, dopo questa pandemia ancora in corso. Ha parlato del modo in cui l’Italia
ha affrontato, sta affrontando questo dramma riferendosi al Rinascimento italiano non solo per Firenze e
l’Italia ma per tutta l’Europa. Ha invitato tutti gli europei a “I-care”, a prendersi cura dell’Europa, in questa
situazione nella quale non possiamo ripartire come se nulla fosse accaduto o dal punto in cui siamo stati
fermati. Però non siamo chiamati a un semplice, scontato ripartire, ma a pensare come creare uno o più nuovi
percorsi di rinascita.
Senza volere qui entrare nella analisi storica del Rinascimento, rinascere oggi nel 2021 è capacità di trovare
le parole nuove e adatte per dire il dolore che abbiamo visto, in alcuni casi negato ma percepito, conosciuto,
sofferto, nei suoi diversi modi.
Le parole si possono inventare, ma non senza un contesto, si possono cercare, si devono trovare per
affrontare il proseguire dei giorni.
Il contesto, riferito agli effetti diretti del virus, è quello di un dolore reale che però ha creato una sofferenza
impercettibile, impercettibile perché dovutamente nascosta. Infatti, questa pandemia per essere curata ha
richiesto l’isolamento, il “nascondimento” degli infetti e anche di quanti sono morti.
Ma anche coloro che sono guariti dall’infezione devono ancora fare i conti con strascichi fisici e psichici che
apparentemente non si vedono. Quindi, sotto questo aspetto, il contesto è proprio il dolore della fatica di dire
la propria sofferenza.
Sembra quasi che questa malattia abbia realizzato quanto si è domandato il filosofo Byung- Chul Han:
“Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, nel suo saggio La società senza dolore. Sembra
quasi che la paura del dolore che la nostra società occidentale porta con sé, dalla paura del nascere alla paura
del morire (per riferirci solo ai due poli dell’esistere) abbia trovato nella Covid19 il suo naturale e giusto
epilogo.

Potremmo accettare questa tesi e sarebbe molto comodo per poter tornare a vivere con normalità, ma non
sarebbe corretto; è veramente necessaria una genesi e un’ermeneutica del dolore per ripartire non da dove
siamo stati fermati, ma da dove stiamo cercando di riprendere a camminare.
Per questo stiamo tentando, nel vero senso della parola, un percorso che a partire dal discorso della sig.a Von
der Leyen, attraverso i contributi del sindaco e del cardinale di Firenze, con il prezioso apporto del dott.
Adriano Peris, responsabile del reparto infettivi dell’Ospedale di Careggi, passando dai miei confratelli
Barnabiti e dai giovani che si incontrano per le strade delle nostre città, possa aiutarci ad affrontare con
dovizia “scientifica” questo cambiamento di epoca che la pandemia ha ancora di più accentuato,
conducendoci ad un vero Rinascimento dell’uomo nella sua integrale personalità.
Pubblicheremo il lunedì e venerdì questo materiale sperando di riuscire a creare un poco di dibattito.
p. Giannicola M. Simone e GiovaniBarnabiti.it

VOLONTARI A RAPPORTO

Dopo svariati incontri telematici, finalmente sabato 6 novembre c’è stato un incontro fisico! continuato fino a domenica 7 dei volontari zaccariani. C’è stato un po’ di imbarazzo e problemi tecnici perché non si era più abituati a presenziare: alcuni sono arrivati in ritardo, ad altri mancavano le pause caffè e poi anche il problema delle sedie, che erano meno dei partecipanti! Tutti normali problemi tecnici di quando si organizza un evento dal vivo e non più online.
Ci siamo ritrovati a Milano, intorno alla tomba di SAMZ per significare anche la novità della neonata unica Provincia Italiana dei padri Barnabiti e chiedere al Fondatore aiuto e illuminazione.
L’argomento principale è stato il Qender Agorà Padri Barnabiti, conosciuto anche come BarnabitiAPS. Il ramo sociale e associativo della congregazione dei Padri Barnabiti è il primo gruppo informale di volontari zaccariani nato nel 2008 per realizzare, insieme ai padri Barnabiti della comunità albanese di Milot, il kampi veror (campo estivo). La funzione svolta da questa APS è quella di lottare contro alcune forme di povertà con attività di tipo socioculturale, relazionale nonché educativa ed economica. In particolare obiettivo di questi campus è quello di portare gioia e allegria ai bambini albanesi attraverso settimane vissute dai volontari con un forte senso di responsabilità e di crescita sia umana che spirituale. In questi 13 anni, il gruppo è cresciuto sempre di più tanto da tessere una rete umana di solidarietà tra amici e volontari di tutta Italia. Con il loro prezioso aiuto, i padri Barnabiti hanno potuto sperimentare nuove idee e creare missioni innovative nei Paesi in Via di Sviluppo.
Per iniziare padre Fabien, padre Giannicola e padre Graziano (collegato telematicamente dall’Albania), ci hanno fatto scrivere il motivo della nostra presenza. Un punto comune a tutti i partecipanti “volontariato zaccariano”, quindi da lì abbiamo iniziato a ragionare e discutere. Il volontario zaccariano si pone come obiettivo quello di creare un ponte tra tutte le comunità barnabitiche sostenendo valori interculturali, di volontariato e di solidarietà. Altro obiettivo del volontariato è sicuramente riuscire a organizzare campi di animazioni, settimane spirituali e viaggi culturali e di conseguenza anche formare volontari al servizio della comunità promuovendo il lavoro di apostolato.
Dalla discussione che è stata buona e accesa è emersa specialmente la richiesta ai padri di avere un incontro con più Barnabiti per comprendere meglio cosa si intenda oggi per identità zaccariana dei giovani e dei volontari zaccariani. Il tempo attuale, la fatica di credere, l’affetto per i barnabiti tra i quali siamo cresciuti non possono procrastinare questa riflessione.
Ma intanto ci siamo fermati perché il tempo del pranzo era arrivato e la comunità dei padri dello Zaccaria ci attendeva.
Il pomeriggio, come da tradizione ci siamo incamminati verso l’immagine della Madonna della Divina Provvidenza esposta nella nostra chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia per pregare il rosario in preparazione della sua festa.
Qui abbiamo incontrato un altro Barnabita: Padre Enrico, persona molto umile e accogliente da poco trasferito da poco da Lodi; con padre Giannicola, ci ha spiegato un po’ la storia della chiesa, delle opere del Procaccini, dell’altare e del pulpito incastonato con numerose pietre multicolore provenienti dalle nostre missioni in Indocina nel XVII secolo. Quindi la preghiera del Rosario in cui abbiamo chiesto a Maria forza, temperanza e creatività per le nostre vite e per il nostro impegno.
Nel secondo pomeriggio abbiamo continuato il lavoro associativo, letto il bilancio dello scorso anno, analizzato un po’ gli obiettivi per il prossimo esercizio: in primis aumentare il fondo 5×1000 e in secundis ritornare a svolgere attività nei Paesi in Via di Sviluppo.
La giornata si è conclusa con la cena insieme alla comunità.
Domenica mattina con un puntuale ritardo abbiamo ripreso i lavori focalizzandoci in particolare sull’organizzazione del progetto “Un tetto per FushMilot”, che dovrà realizzare non solo quanto richiesto dal Capitolo Provinciale dei padri Barnabiti lo scorso luglio, ma anche una prima collaborazione missionaria comune tra le due exprovince barnabitiche.
Infine, ci siamo radunati intorno all’altare, sulla tomba del Fondatore, per la celebrazione eucaristica presieduta da p. Fabien che ci ha esortati donare tutto noi stessi e non solo il superfluo, come la vedova del Vangelo.
Al termine del pranzo si rientra nelle proprie case con l’impegno di realizzare il progetto “Un tetto per FushMilot”.
Buon lavoro.
Marco Ciniero, Milano

Vergogna

Ho letto domenica scorsa a tutte le messe, come atto penitenziale, le parole del Papa sulla questione delle violenze e gli abusi sui minori. Sulla vergogna che dobbiamo espiare.
Ho letto queste parole sulla vergogna che come vescovi, sacerdoti, fedeli, come Chiesa, non solo in Francia, dobbiamo fare nostra per chiedere perdono a quanti soffrono ancora oggi per il male subito.
Qualcuno dice che il Papa, la Chiesa, sbaglia nel “lavare i panni sporchi” pubblicamente. Credo che il male perpetrato, questo tipo di male vada invece denunciato apertamente, perché chi ha sofferto, ha sofferto apertamente proprio nelle proprie relazioni umane.
Il male e il peccato commessi forse non saranno debellati totalmente, perché il male è sempre tra noi, però potrà essere arginato se insieme ci preoccupiamo di formare le nostre coscienze, se aiutiamo i nostri sacerdoti a vivere con trasparenza e serenità l’impresa della vocazione ricevuta.
L’orrore è stato sottovalutato, ammorbidito in semplice errore. Per questo il cammino di espiazione e rielaborazione non sarà semplice né veloce, però è un cammino che bisogna percorrere per rispetto alla verità e a ogni persona.
Voglio però a questo punto spostare un poco questi pensieri su un altro ambito di questo grave problema.
È giusto che se c’è della sporcizia, questa vada denunciata e pulita, specialmente nella Chiesa per l’alto ministero cui è chiamata tra gli uomini.
Penso però che non basta toglierle la sporcizia, bisogna continuare ad amarla, a servirla perché possa continuare a servire Dio e gli uomini e le donne che Dio ama.
Tutti siamo Chiesa, non dimentichiamolo, per questo tutti dobbiamo provare vergogna: «E prego e preghiamo insieme tutti: “A te Signore la gloria, a noi la vergogna”: questo è il momento della vergogna.» affermava papa Francesco mercoledì, ma questo è anche io tempo di riprendere in mano la testimonianza cristiana perché la Chiesa sia un luogo sicuro.
E se siamo credenti, dobbiamo chiedere a Dio di avere il coraggio di affondare l’aratro, anche dove fa male.
Infine. Qui potrei scandalizzare molti.
Perché questo male che è presente in molti strati della nostra società è denunciato solo nella Chiesa. Perché solo la Chiesa sta cercando di affrontare questo dramma vergognoso e nessun altro nella società fa un serio esame di coscienza?
Ragionare così è fuorviante? È sbagliato? No, è il ragionare giusto per affrontare in profondità un dramma che tocca molti di noi, perché vogliamo bene alla Chiesa e all’umanità. Perché c’è una responsabilità maggiore che ci viene dalla vocazione che abbiamo ricevuto.

p. Giannicola M. Simone

Daniele e il clima di domani

Tra i giovani attivisti partecipanti della prima Cop-giovani di sempre, è stato affidato a Daniele Guadagnolo il compito di rappresentare l’Italia. Piemontese del 1993, laureato in economia alla Bicocca di Milano, è appassionato di comunicazione e particolarmente impegnato sull’emergenza climatica, dove si distingue per la capacità di coinvolgere i coetanei attraverso iniziative sempre molto concrete. Già invitato a partecipare ad eventi internazionali nel 2018 — dove ha preso parte alla United Nations Conference on Trade and Development di Ginevra — è oggi particolarmente attivo nell’ambito delle Conferenze per i giovani che periodicamente l’Onu organizza a livello sia globale che locale.

Daniele, la Cop26 ha portato i giovani al confronto diretto con i negoziati globali sul clima. Inizia così un dialogo intergenerazionale sul quale ci sono molte aspettative dell’opinione pubblica. Come farete ad essere incisivi di fronte a governanti impegnati da decenni in trattative così complesse?
Il lavoro sviluppato a livello individuale deve trasformarsi in un agire di gruppo. Dobbiamo avere una voce comune in modo da accrescere la forza delle nostre proposte. Dobbiamo politiche sul cambiamento climatico la Cop rappresenta il tavolo di lavoro più importante a livello mondiale. Non solo perché è promosso dalle Nazioni Unite e riconosciuto da tutti i Paesi, ma anche perché offre la possibilità di un confronto concreto su problemi e possibili soluzioni. A questo appuntamento siamo arrivati attraverso incontri internazionali — Conference of Youth — e nazionali — Local Conference of Youth — dedicati interamente ai giovani. Qui abbiamo sviluppato una crescita sia personale che generazionale. Credo che non ci faremo sfuggire l’occasione storica che abbiamo di sollevare le nostre istanze a Glasgow come negli anni a venire.

Dunque quali sono le sfide che i giovani lanciano ai grandi della Terra?
Innanzitutto intendiamo sostenere il tema dell’ambizione climatica, che deve crescere su scala locale, nazionale e globale; in secondo luogo lavoreremo sulla crisi economica generata dal covid e su come uscirne attraverso strategie di sviluppo sostenibile come la transazione energetica, la resilienza e le soluzioni basate sulla natura; ci è stata anche affidata una riflessione sul coinvolgimento di attori non istituzionali ponendo tra gli altri i temi dell’imprenditorialità giovanile, dello sport e dell’arte; e allo stesso tempo siamo parte attiva sui progetti volti a costruire una società più consapevole attraverso l’educazione ambientale, la sensibilizzazione e un sempre maggiore coinvolgimento sociale.
La possibilità di un confronto con i ministri delle Cop è un fattore di grande speranza. È l’occasione migliore che abbiamo per mettere in luce idee, progetti ed iniziative sviluppati da noi giovani con l’obbiettivo di impattare sulle decisioni politiche che in ogni caso ricadranno su di noi. Penso che questo evento restituisca alla storia un legame tra le generazioni che è indispensabile per produrre buone e giuste pratiche. Questa è la sfida più importante, perché solo così si potrà produrre il cambiamento necessario.

Daniele, partecipare a questi eventi dell’Onu è per te un’opportunità straordinaria. Come ti sei avvicinato a questo mondo?
È stata molto importante l’esperienza avuta a Ginevra nel 2018, quando sono stato invitato a partecipare alla United Nations Conference on Trade and Development con un gruppo di ragazzi di ogni provenienza. È stata un’occasione importante per approfondire i temi dello sviluppo sostenibile e ne sono uscito, non solo formato sull’argomento, ma anche con una grande voglia di fare qualcosa di concreto per il nostro pianeta. Tornato in Italia, insieme ad altri, abbiamo fondato la Youth Action Hubs, un movimento globale creato dai giovani per i giovani che ha avuto il supporto delle Nazioni Unite. Nello stesso anno abbiamo visto da vicino la Cop24 in Polonia, avendo modo di conoscere tanti altri ragazzi che dedicano il loro tempo alla salvaguardia dell’ambiente. Colpiti positivamente da quest’esperienza, con i miei compagni di viaggio abbiamo lavorato per portare a Firenze la Local Conference of Youth dove si è parlato degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. Questo impegno mi ha regalato un’emozione unica. Mi sono sentito soddisfatto di ciò che stavo facendo e, considerata la partecipazione di tanti altri ragazzi, credo di aver prodotto risultati anche in termini di coinvolgimento. È a questo punto che abbiamo fatto nascere Change for Planet, un’organizzazione no-profit impegnata ad accelerare lo sviluppo sostenibile e a lavorare sull’alfabetizzazione climatica. Spero tanto che anche grazie a questo nostro piccolo impegno si arrivi, tutti insieme, ad assicurare un futuro al nostro pianeta.

da Osservatore Romano 30 settembre 2021, di LUCREZIA TUCCILLO, Progetto giovani e ambiente di Earth Day Italia

Figurine, passione intramontabile

Quasi tutte le persone hanno, almeno una volta nella loro vita, raccolto le figurine della loro saga preferita o, di certo la maggior parte dei ragazzi, del campionato di calcio. La nascita delle figurine è certamente correlata allo sviluppo tecnologico, quindi all’invenzione della macchina da stampa, la quale ha reso possibile la pubblicazione di molte figurine. Inizialmente, ritraevano paesaggi e ambienti. Ricordiamo che la prima miniserie è stata emessa solo nel 1867 dalla litografia Bognard di Parigi per i magazzini Au Bon Marché e illustrava l’Expo di Parigi. Le figurine non erano certamente come quelle attuali; erano in cartoncino spesso e si incollavano con la colla o si incastravano attraverso delle linguette nell’apposito album. Grazie poi ad altre aziende, come la Liebig, Topps e Panini, l’hobby delle figurine si è diffuso maggiormente tra bambini, ragazzi e adulti di tutto il mondo, fino ad essere riconosciuto anche a livello collezionistico.
La figurina è un soggetto privilegiato nel mondo del collezionismo, al pari delle monete e dei francobolli. Tant’è vero che esistono diverse case d’asta che espongono figurine ricercate o addirittura aziende come PSA e Beckett che, soprattutto oltreoceano, sfruttano il sistema di grading al fine di certificare il bene da collezione garantendo l’originalità e attestando lo stato di conservazione su una scala da 1 a 10. La tecnica consiste nell’inserire la figurina, o la card, all’interno di un involucro resistente per proteggerla da urti e luce solare. Ovviamente, la seguente metodologia aumenta esponenzialmente il valore economico. Come si può ben intuire, però, le figurine non raggiungeranno mai, almeno nel breve periodo, i prezzi delle monete o dei francobolli. Questo perché in primis non esistono delle istituzioni di controllo così sviluppate come per le altre due categorie citate prima, mentre in secundis, nel collezionismo di figurine viene meno l’approccio venale. Le figurine sono generalmente intese non come una forma di investimento, bensì come un passatempo e un modo di rimanere giovani dentro. I prezzi di vendita, nella maggior parte dei casi e soprattutto in Italia, vengono decisi attraverso compravendite e scambi nei mercatini o nelle fiere dell’usato.
A differenza dell’Europa, che ha un mercato che si può considerare normale, in America è quasi impazzito! I collezionisti statunitensi sono maggiormente fanatici e hanno una cultura consolidata della figurina intesa come investimento. Lo si può vedere attentamente in una puntata della serie tv americana “Better Call Saul”: il personaggio Wormald, dopo essere stato derubato dei farmaci e della collezione di figurine dei giocatori di baseball, si reca subito dalla polizia a denunciare il furto delle figurine. Ergo, si può capire il valore economico ed affettivo che la collezione aveva per il protagonista. Il gesto di Wormald denota la percezione che gli americani hanno delle figurine. Il mercato oltreoceano, difatti, è prosperoso e di conseguenza il valore economico dei beni da collezione è elevato. Pensate che molti pezzi sono pregiati a tal punto che arrivano a valere anche milioni di dollari. Alcuni esempi sono la figurina di LeBron James del 2003, venduta per oltre 5 milioni, la figurina di Honus Wagner venduta per 5,6 milioni di dollari e la figurina di Mantle degli Yankees, battuta all’asta per 4,4 milioni di dollari.
Collezionando figurine di una determinata tematica, si può ripercorrere, inoltre, la cultura del Paese o di quello sport. Ad esempio, prendiamo come riferimento la collezione dei Calciatori della Panini, raccolta a cui sono molto legato. La seguente raccolta è inerente al campionato di calcio italiano e racconta gli ultimi 60 anni di serie A. Sfogliando gli album, oltre alla cultura italiana, si possono ravvisare le mode dei decenni passati, i cambiamenti avvenuti nel regolamento del campionato e altro ancora. Si nota come in passato il calcio fosse meno ricco, ma soprattutto come i calciatori fossero più umani e in generale avessero meno privilegi. Inoltre, si possono vedere le mode che c’erano nel Belpaese: i baffi, la barba, gli orecchini, i tatuaggi, le creste, i capelli lunghi e altro ancora. Ancora, ritornando sul tema del regolamento, si può capire che dagli anni ’80 si è aperta la possibilità di avere più stranieri in rosa. Ed ecco che sugli album incominciano a comparire i vari Platini, Maradona, Matthäus, Gullit, Van Basten, Falcao e via discorrendo. Le figurine, soprattutto per la storia italiana, sono un qualcosa di intramontabile e di caratteristico. Grazie alla Panini, la figurina è diventata un bene di cui potersi vantare nel mondo intero. L’azienda modenese è riuscita infatti ad arrivare in ogni parte del mondo, anche dove nessuno avrebbe mai pensato di vendere. È la prima azienda che ha creduto ed investito così tanto in questo settore. Andrea Ordanini, in un’intervista per CorriereTV, ci svela anche uno dei motivi che hanno reso la Panini così forte nel proprio mercato. Nei prodotti Calciatori c’è il significato che dà valore della scarsità. Avere un bene scarso che si può collezionare è una competenza molto apprezzata dai clienti. Per questo motivo, possedere questo tipo di bene è un elemento chiave del vantaggio competitivo della Panini, la quale rimane ancora leader mondiale nella produzione di figurine. Ecco spiegato come mai le figurine non passeranno mai di moda. Potranno cambiare molte cose, ma il gusto di cercare, scambiare e aprire le bustine difficilmente tramonterà.
Marco Ciniero, Milano

SCUOLA PANDEMICA? LE OPINIONI DI JONATHAN

Ciao amici lettori, i nostri confronti continuano oggi con Jonathan, anni 17, di Torino.

Fan sfegatato di David Bowie, scoperto e folgorato quasi per caso a 12 anni. Scuola media musicale, suona pianoforte, percussioni e violino. Per forza una tesina di terza media su Bowie. Poi ascolta rock, jazz, blues, forse atipico tra i suoi compagni.

Sport: pallavolo prima e sopra di tutto.

Gelato: cioccolato, stracciatella, pistacchio

Difetto: testardaggine e procrastinatore delle cose che non mi piacciono fino all’infinito

Pregio: curiosità, bontà d’animo.

Altro: adoro scrivere; per me è il respiro, non potrei farne a meno.

Altro ancora: sono eterocromatico. Un occhio azzurro e uno verde/marrone.

Ciao Jonathan, il primo ricordo dello scorso anno?

Ormai è dal febbraio del 2020 che il nostro mondo precedente è scomparso. Ricordo, quando, un anno e mezzo fa avevo salutato i compagni e i prof per le vacanze di carnevale. Il ritorno non c’è mai stato ed è iniziato il periodo della dad. All’inizio un po’ raffazzonato e con i prof che erano passati dal dire: mettete via il cellulare a… perché non ti connetti? E poi la promozione per tutti.

Un anno difficile, delirante. Ma con una speranza. Il 2020/2021 sarebbe stato diverso.

Diverso?

Parliamone

13 settembre inizia la scuola. Modalità didattica mista. Professori che cercano di sdoppiarsi tra gli studenti in aula e quelli a casa. Una follia. Le persone in aula sono distanziate, con mascherina, finestre aperte per areare i locali. Le voci dei prof arrivano attutite. Intanto chi è a distanza ha ancora più difficoltà: i prof parlano con gli studenti presenti, trascurando chi è a casa con dispositivo acceso, pigiama e camicia (la nuova moda dello studente a casa. Sono arrivato a seguire in ciabatte, mutande e camicia: un mezzobusto perfetto). Le verifiche solo in presenza. C’è quasi una caccia alle streghe.

I prof sono nervosi. Temono che gli studenti copino e specie a fine anno, a maggio, c’è stata una serie infinita di compiti e interrogazioni, un vero e proprio tritacarne: 17 verifiche e 5 interrogazioni in 5 settimane. Perché i docenti volevano il voto in presenza.

Molti prof non vedevano l’ora di “prenderci in castagna”, quasi fosse colpa nostra la “promozione per tutti” dell’anno precedente.

Alcuni ci dicevano: “Lo scorso anno vi è andato bene, ma quest’anno…”. E già… quest’anno da noi (secondo anno scienze umane) 8 promossi a giugno su 29, 6 bocciati e gli altri con giudizio sospeso.

Taluni prof ci vedevano come nemici, altri ci hanno protetto, certo anche loro hanno vissuto in modo diverso e complesso la DAD.

Credo che la scuola sia ancorata ad un sistema legata al passato. Noi non siamo dei numeri, ma delle persone. Ritengo che dovremmo essere coinvolti di più.

Inoltre esistono diversi tipi di apprendimento e la scuola, malgrado la dad che dovrebbe portare a delle innovazioni con l’uso delle tecnologie è rimasta, specie per alcune materie, ancorata a una visione da anni 50 del secolo scorso.

Nel Nord Europa, ad esempio, si studia il Latino vivo, con conversazioni, brevi dialoghi, canzoni. Da noi l’approccio è ancora decisamente grammaticale. Ho provato a dire alla prof, in qualità di rappresentante di classe, che esistono altri sistemi di apprendimento del latino, ma con scarsi risultati e… molte urla.

Cosa mi aspetto dalla scuola?

La possibilità di ragionare e di apprendere davvero. La possibilità che vengano compresi i vari stili di apprendimento.

Io imparo molto attraverso video e disegni, ma non ho assolutamente memoria e non riesco ad apprendere velocemente. Apprendo lentamente, ma in modo costante.

Certo ognuno ha le sue specificità e in classi di 30 persone in didattica mista, penso che sia difficile anche per i professori cercare stili di apprendimento adatti a tutti e stimolare la curiosità di tutti.

Ma siete curiosi? C’è curiosità per il mondo, per il futuro?

Puoi ben dirlo. Anche se sembriamo degli automi, con auricolari e smartphone, in realtà siamo ben presenti e attenti.

Tutti i miei compagni sono, comunque, attenti a tematiche quali quelle ambientali, le campagne per i diritti delle minoranze (dallo ius soli alle tematiche lgbt+). Il nostro mondo ha meno paletti di quelli messi dalla retorica degli adulti o dai valori di facciata di molti adulti con molte parole.

Nella redazione del giornale scolastico scegliamo sempre tematiche di attualità.

Noi adolescenti non siamo tutti uguali, purtroppo chi vive in un contesto culturale più povero ha meno strumenti di chi, come me, frequenta un liceo blasonato. Anche se ciò non dovrebbe essere giusto. E da ateo mi viene da citare Don Milani quando dice che non bisogna fare cose uguali tra disuguali. È questo che la scuola e, direi, la società non sta facendo. Perché l’uguaglianza formale non è equità. Io metterei un paio d’ore di filosofia pure nei professionali di meccanica perché tutti dovrebbero aver la possibilità di stimolare il pensiero e non solo chi, a 14 anni, sceglie di frequentare un liceo.

Quali sono le parole che più trovano spazio?

Per me direi sofferenza. Ne ho tanta. Provengo da una famiglia piuttosto benestante, ma decisamente disfunzionale, con un padre cattolico praticante, ma violento (che per fortuna è spesso fuori casa per lavoro), una madre lamentosa che non prende mai una decisione (parla di separarsi da 10 anni e non l’ha mai fatto. È diventata buddhista, ma frequenta la Chiesa per non andare contro papà) e questo mi fa soffrire parecchio.

Al tempo stesso ho una sorella che adoro, due fratelli che tollero e degli amici accoglienti.

La Chiesa per me è un luogo di tensione. Sono stato costretto ad andarci da mio padre e ho visto in lui tutta l’ipocrisia possibile (va in Chiesa poi in casa è un violento), ho subito bullismo in oratorio e ho deciso di non metterci più piede (lottando contro mio padre) da ormai 4 anni.

Pertanto mi dichiaro ateo. Non esco, tendenzialmente, con persone che frequentano la Chiesa perché li ho trovati spesso ipocriti. L’ultimo un mio compagno di orchestra, casa e chiesa, che si dichiarava mio amico e poi mi ha sputtanato con tutta l’orchestra per il mio modo di pensare.

Non so se sono io che sono stato particolarmente sfortunato, ma è così.

Pertanto Dio, Chiesa e Famiglia sono concetti per me alieni e lontani.

Al tempo stesso credo in un mondo libero, in cui ci sia rispetto e posto per tutti e forse è questo il messaggio che vorrei lanciare agli adulti. Ci avete lasciato in eredità un mondo di guerre, competizione, consumismo, in cui le logiche del profitto sovrastano l’umanità. Noi vogliamo qualcosa di diverso. Non derubricate le nostre richieste in bambinate (Greta Thumberg, ad esempio, considerata per molti una Cassandra autistica).Ciao Jonathan, grazie.