LA FUNZIONE SENO DI GENNY’a CAROGNA

Anche questa mattina dopo colazione ho sfogliato il giornale. Per me è un gesto abituale, al quale sono affezionato pur sapendo che un solo giornale non basta per una corretta informazione.
Oggi, leggendo con la coda dell’occhio un articolo di cronaca non particolarmente attraente, ho notato una parola che non mi è piaciuta: “parabola”. Ovviamente non per il suo significato (ogni termine matematico per me è misteriosamente magico) ma per il contesto nel quale era stata inserita.
L’articolo riguardava Gennaro De Tommaso, ex capo ultrà diventato “famoso” per le tristi vicende della finale di Coppa Italia 2014, all’interno delle quali fu ucciso un giovane tifoso napoletano. All’epoca De Tommaso era proprio capo ultrà della tifoseria partenopea ed eccolo quindi sulle pagine di tutti i giornali di quei giorni.
Notizie più recenti, invece, sono quelle riguardanti la sua condanna: 9 anni di arresti domiciliari per spaccio di stupefacenti.
Letto l’articolo a causa del titolo ancora indigesto ho scritto al Corriere della Sera.
Premetto però quattro punti.
1) Le parole sono importanti. Molto più di quanto pensiamo. Così affermano e spiegano 1984, il libro di Orwell e il film di Nanni Moretti Palombella Rossa;
2) Gli ultimi sono persone da proteggere;
3) Siate sempre critici e indignatevi quando ce n’è bisogno. Soprattutto FATE, è la cosa più decisiva che ognuno di noi può raggiungere. Troppo spesso ristagniamo nella tiepidezza tanto insultata da SAMZ e non agiamo.
Scrivere a un giornale è una mossa microscopica, ma mi sono messo in gioco come non facevo da troppo tempo ed è stato importante. Soprattutto siate critici con la Stampa, con i mezzi di informazione. Ricordo sempre molto volentieri un incontro al liceo con un grande giornalista, Antonangelo Pinna. Paragonò il suo mestiere a quello del cane da guardia, perché il giornalista deve essere un giornalista contro. Contro le ingiustizie, le repressioni ma specialmente contro il potere. Ora paragonerei i giornalisti a cani di compagnia, a Pastori Normanni improvvisamente ammansiti e coccolosi. È nostro compito riportarli al loro ruolo originario, perché, sempre citando il grande Pinna, il padrone di un giornale è il lettore.
4) Studiate la matematica che è una materia bellissima.

Buongiorno,
sono Luigi Cirillo, vent’anni.
Oggi ho letto sul Corriere un titolo che mi ha indispettito: La parabola di Genny’a carogna: Da capo ultrà a collaboratore rinnegato da amici e familiari, di Fulvio Bufi. Sono rimasto particolarmente colpito, in negativo, dal titolo: La parabola di Genny’a carogna.
Il termine che mi ha fatto storcere il naso, ma soprattutto mi ha provocato un forte dispiacere è “parabola”.
Per quanto il termine sia molto vago e impreciso (che tipo di parabola? Com’è orientata?), nel gergo comune, al contrario, applicato in un contesto di questo genere assume un significato specifico.
Si tratta di una parabola discendente, con un massimo e presumibilmente un minimo, in quanto la vita di una persona non è infinita e quindi si tratta di un dominio chiuso.
Con queste ipotesi, le quali mi auguro siano sbagliate si può arrivare facilmente a brutte conclusioni.
Ovvero che la vita di Gennaro De Tommaso abbia avuto un massimo, che va ricercato nel passato, in quanto se si parla di parabola ora vuol dire che il punto di massimo sia già stato raggiunto. Un passato macchiato da violenza e spaccio di droga, il quale credo sia orribile identificare come vertice della vita di un uomo.
In secondo luogo, l’altra conclusione, ancora peggiore, alla quale questo termine può portare, è che ora la vita del Signor De Tommaso si avvii verso una traiettoria discendente, simbolo di declino.
Questi ragionamenti, mai supportati ma nemmeno smentiti all’interno dell’articolo, mi trovano fortemente in disaccordo.
Sono convinto, al contrario, che la vita del Signor De Tommaso non abbia raggiunto un massimo nei suoi anni di maggiore potere criminale; al contrario, credo che questi possano essere paragonati a un minimo.
Soprattutto mi auguro, come cittadino e come uomo, che la sua vita possa invece ripartire proprio da ora, dal suo punto più buio e trovare finalmente il massimo in una vita onesta e dedita al rispetto del prossimo.
Credo sia nostro dovere, in quanto membri di una stessa comunità, credere in questo e credere nella giustizia, anche nella sua componente punitiva.
Dimentichiamo sempre che il carcere, così come l’arresto domiciliare, ha come primo scopo quello di riportare in società chi ne è stato allontanato.
Se non siamo noi i primi credere in questo, non saremo mai i primi a cambiare la schifosa realtà del sistema punitivo italiano (mi riferisco soprattutto alle condizioni inumane nelle carceri, ma anche al recupero dei condannati che spesso non avviene).
Cambiare si può, basta crederlo e FARLO.
Come sempre si parte dalle cose piccole, da un termine innocuo (parabola) che invece è il primo sintomo di un senso comune deficiente dei giusti obiettivi.
Le parole sono importanti, specialmente quando sono scritte su una delle testate italiane più prestigiose e storiche.
Scrivere parole giuste nel loro contesto, è questo è il ruolo molto delicato di Voi Giornalisti e una delle vostri enormi responsabilità.
Anche il pentimento non deve essere valutato come un minimo. Quale sia stato il motivo dietro ad esso, reale rimpianto o decisione finalizzata al proprio interesse, noi non possiamo saperlo ed è giusto che sia così.
Tuttavia sappiamo che è il primo fondamentale passo verso il riscatto di un uomo e come tale va considerato.
Concludo aggiungendo che non mi piace paragonare la vita di un uomo ad una funzione matematica, ma se proprio si vuole applicare questa forzatura ecco come avrei titolato: “La funzione goniometrica di Gennaro De Tommaso. Da capo ultrà a collaboratore rinnegato da amici e familiari”.
Una funzione con alti e bassi, che non sta a noi conoscere o giudicare.
Vi prego di far arrivare queste poche righe anche al Signor Fulvio Bufi, principale destinatario.

Cordiali saluti,
Luigi Cirillo

Verë në kohën e Covid-19

Vera e këtij viti ishte ndryshe nga të tjerat. Nuk ishim mësuar më parë me këtë situatë dhe prandaj ishte mjaft e vështirë. Kjo verë ishte e pazakontë dhe ka detyruar shumë persona të rishikojnë planet e tyre. Janë anuluar shumë aktivitete kulturore e fetare dhe janë ndryshuar shumë gjëra të planifikuara më parë.
Pushimet verore këtë vit ishin të pazakonta për këdo. Ishim të detyruar të mësoheshim me praninë e virusit në mes nesh dhe të bënim kujdes duke respektuar rregullat e këshillat e nevojshme për tu mbrojtur nga kjo pandemi e rrezikshme.
Sigurisht që kur përmendet vera, gjëja e parë që të vjen ndërmend është plazhi. Epo këtë vit edhe palzhi ishte ndryshe, ku na duhej të përshtateshim me rregullat e reja aspak të zakonshme për një vend të tillë.
Këtë vit nuk e kishim të mundur të organizonim kampin veror duke parë situatën e vështirë që po kalojmë. Ndoshta kjo ishte ajo për të cilën na erdhi më shumë keq. Gjithsesi më e rëndësishme në këtë situatë është shëndeti.
Gjëja më e mirë që mund të bëje gjatë kësaj vere ishte shëtitja në një ambient të hapur pse jo në një park, duke vrapuar, ecur ose duke ngarë një biçikletë. Pra aktivitetet në mjediset e hapura ishin një nga mënyrat më të mira dhe mbi të gjitha më të sigurta në këtë periudhë pandemie. Kjo ishte periudha e duhur për të shijuar momente me familjen, për t’u stresuar më pak, e për t’u argëtuar.
Kjo nuk ishte një verë e zakonshme për askënd. Ndërsa pandemia COVID-19 është ende mes nesh është shumë e rëndësishme të kujdeseni për veten dhe të gjithë përreth jush. Lutemi dhe shpresojmë që të gjithë të jeni mirë me shëndet.

Lutemi për padre Graziano dhe padre Giovanni Nitti që të shërohen sa më shpejt dhe të rikthehen shëndosh e mirë në mesin tonë. Siamo con voi!

Redjon LL. – FushMilot

L’estate a Milot nel tempo del Covid-19

L’estate di quest’anno è stata diversa da tutte le altre. Non avevamo mai vissuto una situazione simile perciò è stato ancora più difficile. Quest’estate così inusuale ha costretto molte persone a rivedere i propri progetti. Molte attività culturali e religiose sono state annullate e molti altri progetti precedentemente pianificati sono stati modificati.
Le vacanze estive di quest’anno sono state “diverse” per chiunque. Dovevamo abituarci alla presenza del virus tra di noi e stare sempre attenti rispettando le regole e i consigli necessari per proteggerci da questa pericolosa pandemia.
Certo che quando pensi all’estate la prima cosa che viene in mente è la spiaggia. Eppure quest’anno anche la spiaggia è stata diversa. Anche qui dovevamo adattarci alle nuove regole assolutamente inusuali per un posto simile.
Quest’anno poi non abbiamo potuto organizzare il campo estivo con i giovani italiani e i nostri bambini vista la difficile situazione che stiamo vivendo. Forse questo è l’aspetto che mi è dispiaciuto di più anche se comprendo che più importante in questi casi sia la salute.
La cosa migliore che potevi fare durante quest’estate era la passeggiata fuori in un parco, correndo, camminando o andando in bici. Le attività all’aria aperta erano le opportunità migliori e più sicure per affrontare questa pandemia. È stato questo anche il periodo dove si potevano gustare dei sereni momenti in famiglia per dimenticare lo stress e per divertirsi un po’.
Questa non è stata un’estate usuale per nessuno. Mentre la pandemia dovuta al COVID-19 è ancora tra noi è importantissimo prendersi cura di noi e di tutti quelli intorno a voi.
Noi anche preghiamo e speriamo che siate tutti in buona salute. In particolare preghiamo per padre Giovanni e padre Graziano perché possano guarire al più presto e ritornare quanto prima tra di noi sani e salvi.

PpGG: siamo con voi.

Redjon LL. – FushMilot

PREGIUDIZI SULLA CHIESA? brevi annotazioni sulla necessità di generare il futuro.

«Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?».

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125

Nell’atrio di questo millennio, che l’Occidente si appresta a vivere, che cos’è, cosa può essere e soprattutto cosa non potrà più essere deputata a fare, l’istituzione ecclesiastica, “baluardo” del nostro Vecchio Continente?
Non è importante, in questa sede, dibattere sui classici – e seduttivi – argomenti concernenti l’esistenza o l’inesistenza di Dio, il significato dell’esser fedeli, i meriti e i demeriti storici della cristianità e così via. Il punto essenziale, il crocevia, è il seguente: la Chiesa, il Vaticano, come si percepisce nel nostro tempo? Ora che siamo distanti ormai vent’anni dal secolo scorso, in che modo il mondo cattolico e mutato e quanto, ancora, muterà? Gli europei, come i cattolici, per fortuna o purtroppo, non possono ignorare determinati quesiti. Il motivo di ciò? Non esisterebbe l’Europa – la nostra, amata, Europa – se non esistesse il cristianesimo e viceversa. Sulla base di questo dato imprescindibile – il quale potrà essere confermato da chiunque si sia occupato, nel corso della sua esistenza, di discipline storiche, filosofiche e teologiche – non possiamo continuare a fingere di non vedere e non capire.
Al di là di quanto i governi e i cittadini europei ne possano dire, è impossibile non far caso alla forte crisi politica, culturale e antropologica, che tutti noi stiamo vivendo. Questo senso di disincanto, disorientamento e disillusione, ovviamente non può che coinvolgere anche la Chiesa alla quale, però, bisogna riconoscere che è da ormai un decennio che sta tentando disperatamente di restare aggrappata a un mondo che nessuno – veramente nessuno – riesce più a comprendere. Tuttavia, anche il mondo cattolico sta pagando a caro prezzo la vertigine della trasformazione antropologica che l’intero pianeta sta attraversando.
L’Occidente, dopo il 1989, ha dato progressivamente l’impressione di aver smarrito la bussola: crisi delle cosiddette socialdemocrazie, dissoluzione e disincanto nei confronti di qualsivoglia ideologia politica e ridimensionamento brutale del potere ecclesiastico. Tutto ciò, innegabilmente, ha incrementato il senso di smarrimento in tutti coloro i quali sono venuti al mondo a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. L’opinione pubblica e gli organi d’informazione cercano le cause nella mancanza di occupazione che – a causa delle crisi economiche – avrebbe obliato nelle menti dei giovani l’idea di uno stralcio d’avvenire. Questo, in parte e solo in piccola parte, è vero. Bisogna considerare, però, che ci troviamo dinanzi a un cane che si morde la coda. Bene, la causa dei nostri mali va cercata proprio nell’assenza di luoghi dove cercare ristoro.
Tralasciando la questione politico-antropologica, vorrei concentrarmi sulla figura e sul luogo che può rappresentare la Chiesa. Non importa se Dio esiste o meno, ciò che conta è la domanda che un individuo nell’oggi può porre a Dio. Ogni tipo d’interesse, ogni forma di desiderio, amore e ammirazione, non è nient’altro che la formulazione di un quesito. Il fatto che qualcuno abbia assistito al collasso di un qualche tipo di ideologia politica certifica un fatto: quell’ideologia non era più in grado di rispondere, e forse neppure di accogliere, la domanda dell’interlocutore. Quest’ultimo, allo stesso tempo, ha rinunciato persino a formulare il quesito: “ma tutto ciò, alla fine, che senso ha? Meglio lasciar perdere. Che vada tutto in malora”.
Nei confronti della cristianità, dal mio punto di vista, è andata più o meno allo stesso modo. L’istituzione ecclesiastica, nella percezione comune, non è più in grado di rispondere ai più svariati quesiti. Tutto questo, però, è un dramma.
Una volta che abbiamo obliato il tutto – e, quindi, niente più ideologie, niente più Dio né religione – cosa ci resta? Che cosa siamo? Temo che ci resti il nulla e che, conseguentemente, non possiamo che scoprire d’esser divenuti un grande – seducente e amabile – niente.
La Chiesa accusa i giovani di non avere valori, mentre i giovani, al contrario, accusano il mondo cattolico di essere afflitto da un sistema valoriale anacronistico: un cane che si morde la coda, ripeto! Comunque, questa condizione, fa male indistintamente a tutti. Bisogna tentare necessariamente di distruggere entrambi i pregiudizi: le giovani generazioni devo smetterla d’immaginare la figura del cristiano come una figura fuori dal tempo e dal mondo; i cristiani, i sacerdoti, non devono dare più modo ai giovani di pensarli come obsoleti. Aprirsi al dialogo, alla diversità, alla differenza, aprirsi persino allo scontro. Essere disposti ad accettare le contraddizioni e le incoerenze. Solo attraverso una forma di caos produttivo, oggi, potrà germogliare una nuova idea di mondo, di casa, di futuro. Offrire l’avvenire, un pensiero, un paradiso che sia qui –nei corpi e nelle menti- e non solo in cielo!
La cristianità, del resto, dispone di armi potentissime – quali l’arte e la bellezza – per rigenerarsi. Il compito, oggi, spetta a tutti i seminaristi, a tutti coloro che si apprestano a divenire sacerdoti, ma anche ai cristiani giovani, sono loro il futuro della cristianità e solo formando in modo impeccabile i nuovi apostoli di Dio, Dio stesso riuscirà a non morire. I nuovi cattolici, i futuri signori di Dio, hanno il dovere di pensarsi come i “custodi del divenire”, affinché il nulla – che un tempo fu immaginato dalla Chiesa nelle vesti del Diavolo – possa finalmente cessare di tediare le nostre primavere.

Giuseppe P. – Aversa

Minhas causas valem mais que minha vida

“Minhas causas valem mais que minha vida”, dizia Dom Pedro Casaldáliga, padre, bispo, missionário de São Félix do Araguaia, que faleceu no último 8 de agosto. Se suas causas valiam mais do que sua vida, Pedro fez delas sua vida. Tinha uma forma própria de se portar – sempre de forma simples e humilde, desde o falar até a forma de se vestir – e de defender a vida (dos outros).
Nascido Pere Casaldàliga i Pla em Balsareny, na província de Barcelona, na Catalunha, chegou ao Brasil, como padre, em 1968 para uma missão claretiana (ele fazia parte da Congregação dos Missionários Filhos do Imaculado Coração de Maria, fundado por Santo Antônio Maria Claret) no estado do Mato Grosso. Lá ele começou a testemunhar de perto a realidade cruel que o esperava.
Em 1970, aquele que viria a ser conhecido mundialmente pela defesa dos direitos humanos, dos povos indígenas e pela sua constante defesa e preferência pelos pobres, foi nomeado administrador apostólico da prelazia de São Félix do Araguaia (Mato Grosso) e posteriormente bispo da prelazia. Foi nessa época também que publicou as primeiras denúncias à existência do trabalho análogo a escravidão no Brasil. De lá para cá foram inúmeras ações em favor da população de São Félix e a todos os menos favorecidos e marginalizados. Foi responsável por uma evangelização voltada para a promoção humana e sem colonialismo e de oposição à truculência da ditadura.
Tendo tido sua vida ameaçada diversas vezes viu vários de seus companheiros de luta morrerem. Contam até mesmo que um morreu em seu lugar – visto que o marcado para morrer era um bispo porém Dom Pedro Casaldáliga mas ele não tinha o costume de se vestir como os trajes eclesiásticos; preferindo um vestuário mais simples (um chapéu de palha em vez da mitra, um cajado indígena em vez do báculo e um anel de tucum em vez do anel de ouro).
O primeiro bispo prelado de São Félix representou até o seu último sopro de vida uma grande referência para a Igreja Católica no Brasil mas também para a política, para os avanços nos direitos dos povos indígenas, para as populações ribeirinhas e tantos outros; mas seu legado e sua marca continuarão sendo referência e incentivo para todos os que o conheceram ou ouviram sua história – ultrapassando as demarcações nacionais. Como resultado de toda uma vida de dedicação à Criação e aos filhos e criaturas de Deus, o velho Pedro foi enterrado como sempre desejou: na beira do rio Araguaia, de baixo de um pé de pequi, no Cemitério dos Karajá – mesmo local onde eram enterrados indígenas e trabalhadores sem terra que foram assassinados pelos grileiros da região; sendo até no seu próprio enterro, um exemplo de tudo que pregou e viveu.

O óbvio precisa ser dito e vivido e foi isso que Dom Pedro Casaldáliga fez. Que seu exemplo e suas lutas possam representar para todos nós a esperança da perseverança. E, como ele mesmo costumava dizer: “na dúvida, fique do lado dos pobres.”

Ana-Clara Fontenelle – Rio de Janeiro

Per chi suona la campana!

«Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te» (E. Hemingway)

Non so quale idea abbiamo dell’umanità e del nostro essere parte dell’umanità non solo quando compie qualche impresa memorabile, ma specialmente nella quotidianità del morire e del morire più dimenticato.

Il vangelo di oggi (Mt 14,13-21) ci indica che ognuno di noi può avere una responsabilità grande e vivificante nell’affrontare il pericolo del morire di ogni uomo, prima che questo accada per una conseguenza naturale.

Parlo di morire perché il vangelo di oggi comincia con una morte e si conclude con il superamento del morire di una folla affamata.
Infatti, il vangelo comincia con il ricordo della morte di Giovanni e l’azione di Gesù che si ritira in luogo deserto per fermarsi a riflettere, per cercare di prendere la distanza da questo fatto drammatico che ha toccato il suo punto di riferimento, in un certo senso il suo alter ego: Giovanni Battista.

Il bisogno di preghiera di Gesù, che non è un episodio isolato ma una costante nei momenti cruciali della sua esistenza, è quel bisogno di prendere le distanze per capire come continuare a misurare la vita di tutti giorni. Non è un lavarsi le mani, ma un recuperare la propria responsabilità, capire se e come continuare l’opera di Giovanni.
Capire se e come continuare a prendersi cura di quelle folle senza pastore che dopo la morte di Giovanni andranno a cercare Gesù ovunque egli si trovi.
Il silenzio pieno di preghiera di Gesù è un silenzio per riconoscersi e per riconoscere, per capire qual è la propria vocazione e quali sono le persone di cui prendersi cura.
Di Gesù infatti non si dice che vuole guarire queste folle, ma che vuole prendersene “cura”, ha un atteggiamento … globale della loro persona.
La sua preghiera diventa un momento di riconoscimento della propria vocazione e della propria missione, sulla scia della testimonianza di Giovanni.
Non pensiamo però che questa preghiera sia un’istantanea, piuttosto è il frutto di un cammino che Matteo evidenzia più volte, un cammino che culminerà nel Getsemani.

Non sarà una preghiera che culmina nel benessere personale, in un ignoto nirvana individuale, ma in una rinnovata missione che culminerà nella condivisione del pane e dei pesci.
La vera preghiera cristiana sarà sempre una preghiera aperta, aperta alla … vita: veramente l’incontro con Dio si fa incontro con il prossimo, veramente il prossimo, il povero diventa segno (sacramento dirà Paolo VI) di Dio sulla terra, più del pane e del vino.

Ma dobbiamo ora sottolineare l’inadempienza dei discepoli, non per accanirci contro di loro, bensì per imparare dalla loro chiusura, dalla loro fatica ad aprirsi all’… incoscienza di Dio. I discepoli abituati come ogni uomo a fare i conti anche della carità qui vengono spiazzati dalla fiducia di Gesù nel Padre, da una fede senza misura. Il poco dell’uomo diventa il tanto di Dio.
Noi che siamo abituati a misurare la carità, dobbiamo invece oggi imparare a fare i conti con la carità di Dio; noi che abbiamo paura a dare qualche cosa di più di noi, qui siamo invitati a donarci e a donare quello che siamo e quello che abbiamo.
Non si può correre verso Dio se non si corre come matti anche verso il prossimo direbbe il nostro SAMZ.

La campana della vita, se non vuoi che resti una campana della morte, ricordati che suona sempre anche per te.
Questo significa sapere condividere 2 pani e 5 pesci.

Amazon e l’Escatologia

Escatologia non c’entra con le scatole che Amazon o affini ci consegnano in misura esponenzialmente maggiore avendoci tolto il gusto di incontrare il commesso/a di un qualunque negozio; certo c’è il fattorino che deve correre e non si ha nemmeno il tempo di salutare anche se qualcuno ha imparato a riconoscere il nostro indirizzo e gentilmente sa a quale ora arrivare o dove consegnare in nostra assenza. Sicuramente però l’escatologia di Amazon ci fa risparmiare soldi seppure dovremmo domandarci se a scapito di chi o cosa. Ma qui si apre un altro discorso che forse però non è troppo lontano dall’escatologia quella con la E maiuscola.
I giornali di questi ultimi giorni, dopo i faticosi ma positivi accordi di Brussel e forse la possibilità dell’Europa di aprirsi a nuove prospettive, hanno ripreso a parlare del male che si vede e del bene che non si vede e non solo dei Carabinieri (di alcuni Carabinieri) e non solo di ragazzini e giovani italiani o adulti stranieri o papà che uccidono le mogli (rigorosamente italiani) e degli USA e…
Sembra che la pandemia e le chiusure che abbiamo dovuto vivere e/o subire abbiano compresso e poi sprigionato una violenza inusitata.
Un cristiano, un cristiano vero, non uno di quelli tiepidi, cosa dovrebbe pensare e dire e vivere?
Un cristiano dovrebbe vivere di più di Escatologia, cioè testimoniare con la propria vita che non si vive di solo oggi, ma di realtà ultime.
Il cristiano per quanto viva nell’oggi non vive solo dell’oggi, detto in altro modo, per quanto un cristiano viva delle e-scatole di Amazon, però non vive solo di quelle, non diventa un promoter di Amazon ma deve essere un promoter delle “cose ultime”. Le “cose ultime” sono la vita nuova, cioè la vita stessa di Dio in noi, che il Battesimo ha innestato nella nostra esistenza per non arrivare impreparati a quel giorno dopo il nostro ultimo giorno.
La violenza vecchia, solita, ma per molti versi nuova che ha ripreso a “disarmare” il mondo si può vincere solo con l’Escatologia, cioè quel modo di vivere proprio del cristiano che sa sempre trovare cose nuove per cui abbandonare tutto il resto, che sa sempre cercare la perla preziosa per la quale vendere ciò che ha minor valore così da ottenere il massimo rendimento non in borsa, ma nella vita.
E quando trova ciò che cerca esplode nella gioia; non la gioia dopo aver fumato una canna, ma la gioia del senso delle cose ritrovato; la gioia che la vita con Dio non riguarda solo il giorno dopo il nostro ultimo giorno ma il giorno ogni giorno in cui sappiamo godere del bene fatto e ricevuto per donare bene costi quello che costi.
È chiaro perciò che la gioia escatologica non è acquistabile su Amazon ma dalla consapevolezza che Dio è in te e con te, che il suo sorriso diventa il tuo sorriso, che il suo Amore diventa il tuo Amore, che il tuo Amore diventa Amore per gli altri.
Qualche giorno fa Ekaterina A., nata l’1 gennaio 2020 si è tolta la vita. Ha ricevuto premi e riconoscimenti mondiali per la sua carriera di pattinatrice ma quelli che cercava, che voleva trovare era solo “Amore”. Questa sola parola il suo messaggio di saluto.
Di fronte a tutto ciò il cristiano non deve arrendersi, non deve essere semplicemente ottimista ma pieno di speranza (not optimist, but hopeful) come canta nella sua ultima bella canzone Will Butler: surrender!
L’Escatologia è quella speranza dell’Amore che non puoi comprare su Amazon ma che puoi cercare e trovare sotto il tappeto di casa tua, la tua coscienza, là dove Dio e l’uomo si parlano come tra amici.

Giannicola Maria Simone

La trap favorisce il morire?

Come annunciato nell’articolo precedente, pubblichiamo una riflessione di Marco (20) a partire dalla tragedia dei due adolescenti di Terni. Pur non condividendo le conclusioni è giusto dare spazio anche a opinioni diverse perché è l’unico modo per poter ragionare e crescere verso valori secondo noi più coerenti con il valore della persona così come da Dio è voluta nelle proprie diverse e originali storie personali.

Sempre più spesso si sente ai telegiornali e si legge sui quotidiani che molti adolescenti subiscono gravi incidenti o, addirittura, muoiono e la causa di tutto ciò sono le sostanze stupefacenti e/o l’alcol. Oggi la percentuale di ragazzi e ragazze che si drogano è in netto aumento rispetto solamente all’ultimo decennio e molti di loro, ancora minorenni, per pagarsi la dose commettono criminalità oppure si prostituiscono. Tra questi ragazzi ci sono, però, anche giovani che provengono da famiglie benestanti e che vogliono provare l’ebbrezza del “farsi”, forse per dimostrare qualcosa a qualcuno o forse soltanto per sfida personale. Ci sono mille motivi che frullano dentro la testa di un ragazzino: dal “sentirsi figo” fino all’essere accettato dal gruppo.
Detto ciò, tutte le persone sulla faccia della Terra, da adolescenti, hanno fatto quasi sicuramente una o più bravate. Spesso si oltrepassa il limite della legalità, soprattutto quando si hanno dei dissidi interiori provenienti dal proprio subconscio. Qui si rischia di cadere in depressione e si è portati a provare nuove esperienze di ogni genere: alcol, cannetta, pasticche finendo poi con l’esserne dipendente.
Una mattina di inizio luglio è avvenuto uno dei tanti episodi tristi che purtroppo succedono sempre più spesso: sono stati trovati senza vita due amici provenienti da famiglie normali.
Adesso ci si sta chiedendo il perché avessero provato e se fossero consapevoli al momento della decisione, ma pochi si stanno realmente chiedendo come mai hanno fatto ciò e cosa li abbia spinti ad arrivare a questo. Scartiamo perciò il problema della situazione economica. Cosa avevano bisogno? Cosa stavano cercando? Cosa volevano ottenere da questa esperienza?
Si incomincia a puntare il dito contro tutti: “è colpa dei social che fanno girare video tutorial” oppure “è colpa dei trapper!”. La verità non si saprà mai, ma di certo non si può incolpare un cantante per aver istigato il ragazzino a drogarsi.
Innanzitutto c’è da dire che sui social decide l’utente cosa vedere e cosa non. Successivamente bisogna distinguere i cantanti trap da quelle persone che fanno delle canzonette senza significato e giusto perché va di moda. Quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio come spesso succede tra ignoranti.
Infine, occorre capire il perché quel cantante, amato dai ragazzini, citi in modo così specifico le droghe e descriva accuratamente quel tipo di vita che faceva. Molti trapper scrivono strofe circa il loro passato movimentato e turbolento proprio per denunciare quello che hanno dovuto affrontare con la speranza che i giovani non ci caschino, soprattutto se la vita ha dato loro la fortuna di non doverle affrontare. Non tutte le persone hanno la fortuna di emergere e cambiare vita come sono riusciti loro. Molti artisti stanno aiutando amici ad uscire dai giri della tossicodipendenza sfruttando i soldi e la popolarità che si sono guadagnati. È questo che vogliono trasmettere con la loro musica: riuscire a dare la forza e il coraggio agli adolescenti come se dovessero dire loro “non fatelo, io ci sono passato prima e non sono situazioni piacevoli”.
Si può ipotizzare un modo per contrastare o, meglio, limitare i danni agli adolescenti. Legalizzando le droghe leggere, infatti, molti ragazzini comprerebbero un tipo di droga “pulita” e “sicura” proveniente dallo Stato stesso. Vi sarebbe un duplice effetto. Il primo è quello di creare una nuova entrata per lo Stato togliendola alla criminalità. Il secondo, invece, è che il fumarsi gli spinelli non sarebbe più visto come qualcosa di trasgressivo e magari molti non lo praticherebbero nemmeno. Certo, molti diranno che i giovani si sposterebbero sulle droghe pesanti, ma questo avviene già e quindi non è una novità. Anzi, se tu Stato controlli e sai quello che vendi al popolo, un domani sarà più semplice combattere eventuali problematiche fisiche e malattie. Non dimentichiamo che ora come ora un giovane che si fuma una canna non sa mai cosa sta assorbendo in corpo.

Marco C., Milano

I nostri figli, morti per inganno

Non si muore di overdose se non sei drogato, sono delle vittime dicono le mamme di Gianluca e Flavio.
E noi cosa diciamo?

Eraldo Affinati scrive che tutto dipende dalla virtualità della vita adolescenziale e dalla nostra incapacità di dare delle regole che aiutino a capire il limite della trasgressione.
Ho fatto leggere questo articolo di Avvenire a quattro giovani per capire cosa passa nella testa e come reagire, perché non si può non reagire specialmente se riconosciamo la grande crisi serpeggiante tra i giovani chiusi in casa nei mesi trascorsi (dati Caritas Italiana).

Scrive Francesco (17). I giovani e in particolare gli adolescenti per natura cercano nuove esperienze, e i limiti imposti dalla società rappresentano solo uno stimolo che alimenta la loro sete di conoscenza di cui l’uso degli stupefacenti ne è una conferma. Il senso di spericolatezza che si prova immergendosi in queste esperienze è impagabile per molti.
Non credo che gli adulti possano fare molto su questo punto di vista, ma questo attuale è uno scenario tipico di molte generazioni passate (anche future probabilmente).
Non penso che tutti gli adulti dei secoli scorsi abbiamo sbagliato a educare i propri figli, è proprio nella natura di noi giovani esagerare. È nella nostra natura scegliere pensando con la propria testa o meno, anche se comunque dipende da persona a persona.
L’adolescenza, replica Giulia (17), è da sempre lo stadio della vita in cui termina la fase esclusivamente ludica e spensierata che contraddistingue l’essere bambini e l’individuo inizia a formare il proprio carattere e la propria personalità grazie alle esperienze e alle scelte che compie. Per questo credo che sia la fase più importante della vita, in quanto in essa si formano quelli che saranno gli adulti in un prossimo futuro.
L’adolescenza inoltre è, quasi per antonomasia, quella fase in cui si sperimentano nuove esperienze e si è irresistibilmente attratti da tutto ciò che è proibito, per voler dimostrare agli altri ma soprattutto a se stessi che non si è più dei bambini, ma si e in grado di fare scelte, talvolta sbagliate, che partono però da un’iniziativa personale. Credo che il provare nuove cose, conoscere nuove persone sia una parte fondamentale della crescita, e anche il commettere errori rientri in questo processo.
Molto spesso sento criticare i “giovani d’oggi” perché troppo orientati verso un edonismo sfrenato che non è più una ricerca del benessere positivo ma è invece l’assidua ricerca di un piacere momentaneo e dannoso. Non sono d’accordo con questa affermazione, perché credo che ogni epoca abbia le sue problematiche riguardo all’adolescenza, e non credo che gli adolescenti di oggi siano peggiori di quelli dei decenni precedenti.
Credo invece che ci siano almeno due novità rispetto al passato: la prima è il cambiamento degli usi e dei costumi, che hanno portato alla creazione di una società basata dell’apparire, sul rendersi visibili e far vedere le proprie azioni per essere accettati, sul fare più esperienze e mostrare di averle fatte, sul conoscere nuove persone è far sapere a tutti di averle incontrate. In una società così poco attenta all’interiorità, spesso avviene che anche la ricerca del divertimento si sposti su qualcosa di diverso, talvolta eccessivo e pericoloso, qualcosa per cui farsi notare.
Un altro grande cambiamento infine è l’educazione che si dà ai giovani, perché spesso si tende a lasciare molte più libertà fin da bambini affinché il bambino impari da solo cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, con il risultato che molto spesso i bambini nel momento in cui crescono si ritrovano a non aver compreso in realtà le differenze e a essere impreparati di fronte ad un mondo dove è necessario compiere delle scelte autonome e indipendenti.
Per questo, forse, prima di criticare i comportamenti dei giovani, dovremmo interrogarci sull’educazione che ricevono non solo dai genitori, ma dalla società intera.

Gianluigi (16) invece è molto più essenziale: i fatti accaduti a Flavio e Gianluca, sono un esempio lampante di quanto le generazioni di oggi possano essere condizionate dai loro idoli, in questo caso i cantanti, che talvolta sono un pessimo esempio per i loro seguaci a causa dei loro testi non sempre compresi dai più piccoli, ma emulati.

La riflessione di Marco la pubblichiamo a parte per diversità di contenuto oltre che di età.

Con ciò non abbiamo la pretesa di risolvere le angosce e le speranze, i dolori e le gioie dei nostri adolescenti, ma almeno di tenere desto lo sguardo su problematiche che comunque non si erano mai manifestate in maniera così virulenta e numerosa nel passato non troppo remoto della storia dell’umanità.

Non ebbe paura! il SAMZ

Antonio Maria Zaccaria, 1502-1539; 37 anni di vita intensa, coraggiosa, incosciente, testarda, amabile, preoccupata, cordiale, umile, santa.

Nel 2002 in occasione del 500 anni dalla nascita proposi come gadget una boccetta di profumo, un po’ per marketing che è necessario visto che non so fare i miracoli, per ricordare che i santi sono coloro che lasciano un profumo particolare, il profumo di Cristo, la fragranza dello Spirito santo, mi presero per matto!
Un santo lo si riconosce proprio perché ci fa intendere, percepire il profumo di Cristo perché è talmente conformato a Cristo che non può non profumare di Cristo.
SAMZ aveva la forte preoccupazione di lasciarsi talmente conformare a Cristo che avrebbe fatto di tutto per essere una cosa sola con Lui.
Non ebbe paura di affrontare la vita con le sue fatiche, rimase orfano a tre anni; non ebbe paura di preoccuparsi dei poveri già da adolescente; non ebbe paura di lasciare tutti i suoi beni per meglio seguire Gesù; non ebbe paura di cambiare vita, di lasciare il casato nobile degli Zaccaria per costruire un piccolo casato di preti, suore e coniugati o laici con i quali seguire il vangelo per annunciarlo meglio.
Non ebbe paura di continuare a riformare se stesso, insieme ai suoi compagni e compagne di viaggio per meglio riformare la Chiesa. Certo perché SAMZ non pensava solo a se stesso, avrebbe potuto farlo. Quanti cristiani si dicono tali ma non vivono da tali, pensano solo a se stessi, al proprio tornaconto umano e spirituale come se la vita e la fede si potessero comprare come si fa la spesa al supermercato. Quanti cristiani amano parlare e predicare ma non si mettono in discussione, non si lasciano rinnovare dalla parola di Dio.

AmZ non pensava solo a se stesso, alla propria salvezza! Meglio, pensava alla propria salvezza, perché è cosa buona e giusta, ma dentro una chiesa, nel popolo di Dio. Questa era la “retta intenzione”, consapevole che da soli non ci si può né salvare, né salvare l’altro: la riforma della Chiesa e dell’altro passa solo attraverso la riforma di se stesso.
L’unica paura che SAMZ aveva era quella di soccombere alla tiepidezza, alla irresoluzione, alla vanagloria, al non potersi conformare a Cristo!

Sapeva bene SAMZ che la storia del suo tempo non stava vivendo un bel periodo; sapeva che l’avvento della stampa avrebbe cambiato le sorti dell’umanità; sapeva bene che la Chiesa era per buona parte lontana dallo spirito del Vangelo: proprio per questo non avrà paura di combattere contro il mal costume.
Sapeva bene di avere delle responsabilità per la generazione che viene e per questo non smise di combattere e correre come un matto verso Dio e verso il prossimo.
Dalla consapevolezza delle sue responsabilità dobbiamo prendere anche noi esempio, forza di testimonianza per affrontare questa epoca di cambiamento che la pandemia non ancora ritiratasi dalle nostre case ha accelerato e radicalizzato.

Voi tutti siete qui (a messa) perché è domenica, perché siete stati invitati, per amore a questa nostra famiglia barnabitico-zaccariana, ma io mi auguro e lo credo fermamente che non sia solo un gesto di cortesia, bensì una opportunità di impegno per la vostra salvezza, per la nostra salvezza, per la salvezza dell’umanità.
Non è superbia pensare di poter salvare l’umanità, se lo facciamo per il puro e unico onore di Dio, ma servizio a questo mondo che ha bisogno di cura e compassione;
non è superbia perché sappiamo di non poter agire da soli, ma solo nella Chiesa – pur con i suoi limiti, peccati.

Oggi abbiamo invitato specialmente il corpo medico e paramedico, perché SAMZ era un medico, perché abbiamo bisogno di ringraziare e sostenere quanti anche qui a Firenze hanno lavorato in questa emergenza; abbiamo invitato in particolar modo due miei cari amici, Beppe ed Eleonora, medici di base a Lodi; dire Lodi potrebbe bastare!
Credo che un medico che volesse lavorare da solo, come unico salvatore del suo paziente e non pensasse di essere una parte di un tutto, non sarebbe un buon medico.
Credo che un medico che si occupasse solo del suo settore anatomico e non tenesse conto della totalità della persona, non sarebbe un buon medico.
Credo che la medicina del corpo da sola non sia sufficiente per salvare l’umanità, è necessaria anche una sana medicina dell’anima, della coscienza, dello spirito.
Essere fedeli a SAMZ chiede che ci preoccupiamo del bene dell’umanità con la stessa passione e spirito con il quale tanti nostri medici hanno operato nelle zone colpite più drammaticamente dal Covid e non solo. Questo Significa correre come matti verso Dio e verso il prossimo.

Voglio chiudere con un grazie a tanti giovani, anche nostri, che in questi mesi e in queste due sere hanno pregato con noi barnabiti e ci hanno testimoniato una passione che ci dà speranza e stimola a lavorare sempre di più per la Chiesa di Dio.
Pregate per noi barnabiti, e per il dono di sante vocazioni.