LA CULTURA DELLA CURA. MESSAGGIO PER LA PACE 2021

“La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace”. Così ci dice Papa Francesco in occasione della 54esima Giornata Mondiale della Pace indetta per il 1 gennaio 2021.
In questo discorso, tenuto dal cardinale Parolin per motivi di salute di papa Francesco, si rivolge a tutte le famiglie, leader religiosi, organizzazioni governative e non, ma soprattutto anche a tutte le scuole. Chiede loro di trovare del tempo, utile e prezioso, per educare i giovani a combattere il male che risiede nel mondo. Incoraggia quindi le persone a diventare dei profeti e testimoni della cultura della cura per estinguere le diseguaglianze, l’indifferenza verso i bisognosi e il razzismo.
Vediamo un Papa che giustamente si scontra affinché la società sia più aperta al diverso livellando tutte le disuguaglianze estetiche e sociali. Nuovamente si ritorna sul razzismo e sulla xenofobia, temi molto caldi dell’anno appena concluso. Sono due problemi seri e non bisogna voltarsi dall’altra parte, bensì affrontarli.
Ogni giorno le vittime aumentano a dismisura, soprattutto in Paesi che vogliono passare come perfetti anche quando non lo sono. Questo, a mio avviso, è abbastanza scabroso e per certi versi anche assurdo. È inconcepibile che nel 2021 si debba ancora parlare di razzismo e xenofobia. Sembra che l’essere umano non si evolva, anzi regredisca ad un livello inferiore rispetto a quello di un tempo. Se prima era normale accettare la ‘teoria delle razze umane’ perché il progresso scientifico non si era ben sviluppato e quindi prevaleva la ‘legge del più forte’ come in una giungla, ad oggi distinguere e scegliere le persone con le quali relazionarsi attraverso il colore della pelle o il luogo di nascita fa ribrezzo. E questo vale per tutte le etnie.
Purtroppo, nonostante si cerchi in tutti i modi di reprimerla, questa situazione sta aumentando; forse per via dei Social che danno visibilità a molti ignoranti. Paradossalmente, a furia di sensibilizzare le persone si rischia di produrre l’effetto opposto (come in tutte le cose)! Mi spiego meglio attraverso un banale esempio. Molti fumatori hanno iniziato a intraprendere questo vizio perché gli veniva vietato categoricamente. È un esempio molto insignificante che può farci capire come si sviluppi nel subconscio umano un effetto pari e contrario a quello che a volte ci viene imposto. Perciò, tutte queste multinazionali e tutti i media che fino a qualche anno fa stavano dormendo e che ora per ‘recuperare’ il tempo perduto raddoppiano la dose di spot o di campagne antirazziste rischiano di ottenere tutt’altro che l’effetto desiderato.
Quasi sicuramente quello che sta emergendo è il fatto che ora stiamo vivendo in una società più razzista ove tutto, però, deve essere politically correct. È come se si fossero creati due filoni paralleli ed antistanti che vanno alla stessa velocità. Essendo anch’esso un estremo, dubito fortemente sia una cosa positiva. È corretto che vengano modificati gli inni nazionali per combattere il femminismo? È corretto che una società sportiva debba modificare nome e logo andando contro la propria tradizione e i propri tifosi? Non penso sia questa la strada giusta per combattere l’ignoranza della gente. Pertanto credo bisogni ascoltare bene il prossimo e solo successivamente giudicare. Non bisogna partire prevenuti.
Per questo nuovo e faticoso anno mi auguro dunque che la popolazione capisca i veri valori della vita senza badare troppo alle apparenze perché davanti a una ‘pelota de trapo’ siamo tutti uguali.
In questo tempo, – scrive Francesco – nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme (ognuno con le proprie responsabilità di governo, di potere economico, sociale o di comune cittadino) collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri».

Marco C. – Milano

UN TEMPO FINISCE

Un tempo finisce, un altro comincia.
L’inizio di un anno, per forza di cose, fa pensare al futuro, specialmente se pensare al passato è difficile o doloroso come lo è in questo tempo.
Mi diceva una mia amica Martina l’altra sera: ma la gente oggi ragiona ancora o non ragiona più? Difficile a dirsi.
Poiché sono ottimista credo che la gente comunque continui a ragionare, forse non sempre delle cose più importanti, ma continua a ragionare; a pensare. Prima o poi dovrà ragionare anche su ciò che è più importante dell’ultimo gol o dell’ultimo oggetto hi-tech.
Dovremmo ragionare sulle centinaia di migliaia di persone che sono morte in poco tempo, portando via uno o più anelli generazionali, non soltanto in Italia. Certo non ha decimato via le generazioni più giovani, come nella tratta degli schiavi, ma ha portato via la memoria.
Non possiamo dimenticare chi non c’è più, non è umano, anche se talvolta ci preoccupiamo di più di cani e gatti.
Ci dimentichiamo invece che tante cose di cui non ci si poteva dimenticare o fare a meno, non abbiamo più potuto farle o viverle, forse perché non erano così importanti o indispensabili.
Dimenticare significa dimenticare che la nostra vita è fatta di relazioni con gli altri e non di contatti con cose e beni materiali.
Forse l’anno che si apre ci darà il tempo necessario per riprendere a tessere relazioni vere con le persone e con le cose.
Forse ci darà il tempo per riprendere a guardare con rinnovata attenzione e cura quanti saranno intorno a noi, più di quanto guardiamo cose o animali.
L’anno che si apre avrà tutto il tempo che vogliamo per reimparare l’ABC della relazione umana, ma anche per reimparare a curare il dolore e la sofferenza che molti portano con sé.
Non voglio scrivere tutto ciò che l’anno trascorso mi ha tolto o donato, mi basta scrivere quanto vorrei ancora di più ricevere anche quando dovrò sperimentare altri vuoti.
Ho il dono della fede.
Non è il dono dell’ingenuità, ma della responsabilità di continuare a sperare perché vivo della vita di Uno che è vivo e vivifica, anche tra i dirupi del dolore.
Di questa speranza vivente voglio continuare a godere e donare in ogni giorno che il nuovo anno mi darà.
Sperare è un dovere, non un lusso.
Sperare non è sognare, al contrario,
è il mezzo per trasformare un sogno in realtà.
Felici coloro che osano sognare
e che sono disposti a pagare il prezzo più alto,
perché il sogno prenda corpo nella vita degli uomini.

#laculturanonvainquarantena

“Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza”. Derek Bok

“Il virus non va in vacanza”, “Prepariamoci a un Capodanno all’insegna del covid”, “Coprifuoco natalizio”: sono solo alcuni degli slogan in cui anche il lettore più distratto si sarà imbattuto di questi tempi, sfogliando il giornale la mattina o ascoltando le notizie del telegiornale in famiglia. Ciononostante, anche la nostra comunità ha deciso di non andare in vacanza, ma di affrontare le nuove sfide poste dal virus.

A distanza di quasi un anno dallo scoppio dell’epidemia, permane in tutta Europa una diffusa incertezza sui modi e sui tempi con cui la nostra società uscirà dalla pandemia. Eppure, tutti gli studiosi appaiono concordi su un dato: la crisi economica generata dal coronavirus avrà effetti ben più duraturi della stessa epidemia. A subire le ricadute del Covid saranno soprattutto le fasce più deboli della popolazione, già duramente colpite dalla crisi economica del 2008. Il rischio concreto, una volta terminata l’emergenza sanitaria, è che le famiglie più povere si vedano costrette a rinunciare a beni di prima necessità, quali i generi alimentari e gli indumenti, o a servizi essenziali come il diritto all’istruzione. Se la questione sanitaria risulta oggi di primaria importanza, non bisogna dunque sottovalutare le inevitabili conseguenze economiche che seguiranno al lock-down: l’aumento dell’indebitamento privato e il fallimento di numerose attività commerciali porteranno alla perdita di milioni di posti di lavoro e a un generale impoverimento della popolazione italiana.

Di fronte a questo quadro, la nostra comunità è chiamata a dimostrare più che mai la sua vitalità, a dare un porto sicuro a quanti rischiano di essere travolti da questa seconda ondata. Se è vero, come ha sottolineato in un recente intervento Monsignor Peragine, che la società italiana ha dato prova proprio nei difficili mesi del lock-down di uno straordinario (quanto inaspettato) senso di comunità, allora ci sembra più che mai opportuno far sì che questo patrimonio non vada disperso, ma possa tradursi in un progetto concreto, a lungo termine. E quale migliore occasione che investire nell’istruzione, tanto a lungo trascurata, ma di cui tutti noi, genitori e studenti, abbiamo avvertito la mancanza in questi tempi così difficili? Finanziare oggi la scuola significa investire sul futuro dei giovani, minacciato dalle conseguenze del Covid, evitando che le famiglie più bisognose si trovino costrette a risparmiare proprio sul diritto all’istruzione.

Per questa ragione la comunità barnabitica ha deciso di promuovere una nuova iniziativa a sostegno dell’istruzione, quel sale della terra di cui la nostra comunità cristiana non può e non deve privarsi, neppure nei tempi più bui. Quest’anno vogliamo riprendere a sostenere l’educazione scolastica, prima nella vicina Albania, ma anche nel più lontano Messico dove da qualche anno operano i Barnabiti. L’Albania è un paese già duramente colpito dal terremoto del 2019, ma che nonostante questo non mai ha fatto mancare il proprio sostegno all’Italia nei momenti difficili, neppure nel pieno della pandemia, quando ha inviato una équipe di medici che ha a lungo operato nelle terapie intensive del nostro paese. Per questo motivo e per via del legame che da sempre ci unisce alla terra albanese, dove la nostra missione opera instancabilmente da più di trent’anni, vi chiediamo oggi un piccolo sostegno economico a favore degli studenti della comunità barnabitica di Milot, ma anche nelle zone più povere del Sud Albania dove opera il nostro vescovo Giovanni. A ciò vogliamo aprire il nostro sguardo anche a Merida in Messico dove molti bambini non hanno nemmeno la possibilità di comprarsi il materiale per continuare la scuola. Possiamo abbandonare la loro voglia di sapere e di crescere?

Le donazioni, dai volontari di BarnabitiAPS con la collaborazione delle realtà pastorali dei Barnabiti in Italia durante il periodo d’Avvento, consentiranno il finanziamento di tre diverse borse di studio, permettendo a giovani e bambini di non dover rinunciare al loro percorso scolastico, ma di continuare a coltivare i propri sogni.

Andrea B., Cernusco SN – MI

#LACULTURA NON VA IN QUARANTENA – FONDO SOSTEGNO ALL’EDUCAZIONE

Anche a Natale la #culturanonvainquarantena!

Sostieni il Fondo Sostegno all’Educazione e gioca con noi alla tombola di Natale!

Ogni Natale organizziamo una piccola raccolta fondi per le realtà missionarie barnabitiche nel mondo, consapevoli dell’importanza dei piccoli gesti di vicinanza soprattutto nei periodi di festa. Quest’anno non volevamo essere da meno, sebbene la grave crisi economica che ha investito tutti noi a causa del Covid-19. Ascoltando le necessità dei missionari, abbiamo deciso di sostenere e promuovere la scuola. Infatti, finanziare la scuola significa investire sul futuro dei giovani, contrastando il fenomeno della povertà educativa.

La raccolta dei fondi di questo Natale è dedicata in particolare alle realtà missionarie barnabitiche in Albania e in Messico con l’intento di finanziare lo studio di alcuni giovani le cui famiglie si si trovano in un particolare stato di bisogno.

Per sostenere il Fondo Sostegno all’Educazione, è possibile effettuare donazioni libere tramite bonifico o carta di credito, oppure partecipare alla tombola di Natale che si svolgerà online, su piattaforma zoom, domenica 27 dicembre alle 18.30.

Per partecipare alla tombola di Natale è necessario:

  1. iscriversi entro il 20 dicembre compilando il form: https://forms.gle/fRVFabK13isymvQH6
  2. Prenotare le cartelle con una donazione tramite bonifico o carta di credito o prepagata. Ci saranno 3 giri di tombola e per ogni cartella un’offerta di 3€.

Bonifico: intestato a Qendër Agorà Padri Barnabiti Associazione Promozione Sociale Iban IT48 F033 5901 6001 0000 0145 744 – Codice BIC BCITITMX (causale tombola di beneficenza)

Per donare online: https://www.paypal.com/donate?hosted_button_id=LUZNVGVLJSMKN

Per maggiori informazioni, vai su https://www.barnabitiaps.org/fondosostegnoeducazione/ e segui l’iniziativa sui nostri social @barnabitiaps @giovbarnabiti.

GiovaniBarnabiti e I volontari di BarnabitiAPS

Fratelli tutti: solo uno slogan?

Nella terza Lettera enciclica di Papa Francesco si affrontano tre grandi tematiche: l’uguaglianza sociale, l’economia e la pandemia del coronavirus.
Il pontefice, citando i migranti, invita le persone ad essere gentili ed accoglienti verso il prossimo affinché nessuno venga escluso. Parla, infatti, di “diritti senza frontiere” in quanto nessuno deve rimanere escluso perché povero o nato in un Paese meno sviluppato. Coglie l’occasione per parlare anche della pena di morte, sanzione che andrebbe abolita perché nessun uomo ha il diritto di giudicare e decidere sulla vita di un’altra persona. Inoltre ritorna anche sul tema della donna. Considera inaccettabile come, nel 2020, una persona possa avere meno diritti solo per il fatto di essere donna. Questo comporta che ci siano ancora maltrattamenti e violenze perché la femmina non riesce a far prevalere i propri diritti sul maschio.
Affronta poi il tema dell’economia. Definisce il sistema economico mondiale “insostenibile”. Prega per un sistema economico-finanziario sostenibile, basato sull’ecologia. Papa Francesco definisce il sistema attuale “un sistema pieno di distorsioni”. Attualmente il sistema è, infatti, pieno di falle che generano un’inefficienza economica. L’inefficienza impedisce di raggiungere il tanto atteso benessere sociale, preferendo quello individuale. La distorsione è una conseguenza causata da diversi fattori come: le esternalità non regolamentate, le aliquote fiscali differenti sui beni e/o redditi e le limitazioni alle importazioni (dazi doganali). Altri fattori che portano l’economia ad avere delle distorsioni sono l’avere una cattiva informazione e soprattutto l’inflazione.
Il Papa, alzando i toni, invoca più rispetto e più serietà verso l’ambiente stesso che ci ospita e verso l’uomo del futuro a cui lasceremo le redini. Chiede pertanto una economia ecosostenibile per combattere l’emergenza climatica ed avere un futuro nitido. Reclama premi ad imprese che si adoperano nell’utilizzare fonti di energia pulita. Invita poi il sistema a escludere le aziende che non soddisfano i parametri ecologici. I primi che devono dare l’esempio, nel nostro piccolo, siamo noi stessi in casa, a scuola, in giro con gli amici e nelle nostre scelte. Bisogna mettere da parte l’ego personale ed essere più altruisti e fraterni in modo da cambiare anche il tipo di società che governa questo mondo, ovvero quella consumistica. Bisogna capire gli errori storici del passato senza più commetterli. Solo così si possono abbassare i livelli di emissioni di gas a effetto serra. Solo così si rende la Terra un posto più pulito ed accogliente.
Se questi erano temi di cui aveva già parlato nelle prime due encicliche con parole meno forti, l’ultimo tema è una novità. Infatti, proprio mentre il pontefice stava scrivendo “Fratelli tutti” è scoppiata quella che viene definita da molti esperti “la crisi più devastante dal secondo dopo guerra ad oggi”. L’avvenimento ha perciò posticipato l’uscita della Lettera. Riflettendo sul Covid-19, coglie l’occasione per evidenziare l’incapacità umana in questo momento storico. Afferma che “la pandemia del Covid-19 ha messo in luce le nostre false sicurezze. È apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti”. È chiaro come le Sue parole siano una critica verso i sistemi dei Paesi e verso i governi stessi. I primi perché troppo basati sul denaro e sul vedere tutto in chiave economica e poco umana. Quindi diciamo che si guarda al fatturato più che alle relazioni sociali. I secondi, invece, li critica perché hanno abbassato troppo presto la guardia, prendendo misure e decisioni affrettate. Hanno fatto passare il messaggio di una pandemia conclusa riaprendo tutto (confini tra regioni, discoteche, mezzi pubblici) quando bastava agire con calma e soprattutto ponderando le scelte e le affermazioni pubbliche.

Marco C., Milano

il furto delle stagioni

Cosa resterà dell’oggi ai giovani occidentali?
Sollecitato dalla perturbazione causata dalle restrizioni per far fronte all’epidemia e alla nuova ondata che ha investito l’Europa nelle ultime settimane provo a indagare la condizione attuale da una prospettiva inedita. Non voglio commentare o giudicare le scelte dei governi europei, tantomeno quanti sono deceduti ovvero gli uomini e le donne che ogni giorno lavorano per tenere in piedi i sistemi sanitari del “nostro” Vecchio Continente e gli ammalati gravemente sofferenti. Tutto ciò va trattato dalle persone competenti, io cercherò invece di scrive di qualcosa che conosco meglio.
Cercherò di scrutare la prospettiva, la condizione, la potenziale sofferenza silente, di un segmento della popolazione. Uno spaccato di cittadinanza residua, a tratti invisibile, demograficamente minoritaria e tuttavia legittima proprietaria del futuro del mondo. Naturalmente mi riferisco a una parte specifica della gioventù europea: gli studenti, i dottorandi, i neo-laureati, i maturandi che ambiscono a divenire fisici, chimici, magistrati, biologi, consoli, artisti e così via. Se è vero che le sofferenze, oggi, investono maggiormente i piccoli-medi imprenditori, dipendenti e lavoratori, è vero anche che ciò non delegittima né può sminuire l’inquietudine che investe le gioventù europee, ossia il nostro futuro. Chiaramente, a questo punto, diviene legittima una domanda: “ma perché mai, questi ragazzi, dovrebbero soffrire?”. Purtroppo, o per fortuna, non tutti sono angosciati per ragioni calcolabili matematicamente. Se gli adulti, e nello specifico i lavoratori, costituiscono la loro esistenza sull’equilibro del calcolo e sul garante personificato dal Signor Reddito Adeguato (e immutato), per un giovane studente non è così. Se l’adulto riesce a fare della stabilità il proprio Dio; la giovinezza, invece, ha la prospettiva –l’ambizione- come solo e unico argomento. E cosa accade, allora, a questi ragazzi che giustamente si vedono barricati nelle loro case? Perché il “restare a casa” dovrebbe essere così drammatico per loro –noi-?
Prima di rispondere a questa domanda, credo sia opportuno compiere una precisazione. La giovinezza, nutrendosi esclusivamente di avvenire e di ambizioni, risulta essere –e questo è risaputo- una delle fasi della vita più intense e complesse di ogni esistenza. In una condizione ordinaria, quasi sempre, vi sono dubbi, rimorsi, sensi di colpa, incertezze e paure (tutto ciò, in solitudine, diviene asfissiante). A uno studente universitario può sfuggire il presente, ma non il futuro. In senso pratico ciò significa quanto segue: in età giovanile si fa molta fatica a comprende che cosa e, soprattutto, chi si è. L’adulto, invece, giovando del fatto di possedere già un passato –e quindi un vissuto-, non può avere determinati dubbi in merito. Può impoverirsi, sì; può perdere il lavoro, è vero; certamente, però, è molto più difficile che smarrisca se stesso e che non sappia più rispondere alla domanda “chi sono, io?”. Ai nostri ragazzi, in questo tempo, può accadere quanto detto. L’inquietudine, derivante dall’isolamento e dalla distanza siderale dal proprio “contesto”, ingombra e annebbia le menti. E quindi vi è un rischio di rinuncia all’ambizione, di smarrimento e deperimento della spinta esistenziale e vitale. La tragedia, la morte, può essere anche psicologica, non solo organica. Indubbiamente il momento storico è complesso per tutti noi, ciononostante bisogna non ignorare né sottovalutare la totalità delle questioni.
Ho scritto per dare voce a delle dinamiche, a delle conseguenze, che altrimenti resterebbero ignorate solo perché non organicamente danneggiate dal virus. In definitiva, nessuno può fingere di dimenticare ciò: se l’adulto ha la salute come necessità primaria della propria esistenza, la giovinezza ha il futuro come solo argomento. Perché se è vero che tutti godono degli stessi diritti, è vero anche che nessuno possiede il diritto di non ascoltare e non considerare qualsivoglia forma di sofferenza –sia pure minoritaria, non patologica o meramente psichica-.

Giuseppe P., Aversa

Ragazzi falliti o persone in crescita?

Buon giorno Giuseppe,
ma precisamente con chi sto parlando?

Sono Giuseppe Fornari, della “fondazione aquilone” che lavora con e per ragazzi e adolescenti con meno fortune di altri. A Milano, quartiere Bovisa / Comasina.

Quindi svolgi un lavoro sociale. Come è percepito da tuoi coetanei? Nel senso che non è proprio un lavoro da … carriera.

La difficoltà più grossa e far capire che è un lavoro, non un tempo perso, ma anche le famiglie capiscono dopo il suo valore, quando vedono quello che frutta sui loro figli!

Come ci sei arrivato?

Attraverso percorsi di fede e di servizio civile e poi una formazione che non è solo improvvisazione.
Tu lavori con ragazzi, adolescenti e giovani che poi sono una invenzione della nostra società, perché una volta si passava da bambini ad adulti!

In breve chi sono questi ragazzi, adolescenti, giovani?

Vedi, una fase intermedia tra bambino e adulto è importante anche se oggi è troppo. Mio papà a 11 anni andò a lavorare!
Questi adolescenti sono persone in crescita, in cerca del proprio posto nel mondo. Si affacciano e cercano di capire la società di oggi, impresa non facile perché è una società confusa, senza modelli chiari.
Fino a qualche anno fa era più facile scegliere tra bianco e nero, oggi no; è importante
essere affiancati nelle scelte.

Perché esistono situazioni periferiche, dimenticate?

Forse perché uno dei modelli occidentali prevede solo il primo posto, non il secondo; talent show in cui si deve vincere perché chi arriva secondo non vale. Se non arrivo al massimo non valgo nulla. Non si capisce che ognuno ha un suo massimo!
Abbiamo percorsi con ragazzi normali e disabili, in cui i normali sono già esclusi dalla classe! Dai docenti stessi.
Se si è già esiliati alle medie come possono arrivare all’età adulta.
Se non si può avere il minimo, per esempio un pc per sé e non diviso tra uno o più fratelli, in un ambiente bello. Molti dei collegamenti erano solo audio per paura di far vedere la propria casa. A scuola almeno sei sullo stesso banco, c’è una maggiore uguaglianza.
Noi non possiamo aiutare in tutto, però almeno dare delle luci differenti, delle occasioni più umane.
La chiusura ha tenuto tutti sotto una pressione faticosa ingestibile anche senza volere.
Come hai trovato questi “tuoi” ragazzi dopo tanti mesi di lontananza?
Li abbiamo trovati desiderosi di riprendere a stare insieme. Non gli bastava più il cellulare per comunicare: ce ne siamo accorti sia durante la chiusura sia ora. Abbiamo bisogno di corpi.

Sai indicare alcuni valori, non dico irrinunciabili, ma quasi?

L’amicizia, persone cui poter confidarsi, coetanei o altri.
La famiglia.
Ma molti ragazzi di 3 media pensano solo ai soldi, a diventare ricco, per avere amici. Forse i più grandi ci pensano meno, ma in terza media…
Hanno una idea di Dio, di una fede in Gesù come possibile compagno di viaggio o le prospettive vanno altrove?
Quelli che seguiamo noi, come possono credere in Gesù se nessuno glielo annuncia? Nessuno parla più a loro di Dio. Io ci ho provato. Sono molto immanenti: chi se ne frega? Basta che me la cavo, perché Dio dovrebbe preoccuparsi di me e io di lui.
Forse gli abbiamo chiuso i cancelli come Chiesa, coltiviamo le pecore dentro ma quelle fuori…

Cosa condiziona, nel bene e nel male, maggiormente questi giovani?

Terribilmente il cellulare dal quale conoscono e pensano il mondo.
Il nostro lavoro è aiutarli a lasciarsi condizionare dalle persone che pensano a loro, non da degli estranei… Se trovano una persona che li ascolta si lasciano … condizionare. I giovani sono fantastici su questo capiscono la differenza…
L’orientamento scolastico poi li e ci massacra: prima c’era il gruppo adolescenti ora ci sono gli adolescenti uno per uno…
Un lavoro personale aiuta assai e fa vedere il meglio.

Questi ragazzi, adolescenti, giovani sanno di passare da una fase infantile a una adulta?

Sanno che devono passare, ma a quali condizioni? Cosa li aiuta? I genitori sono disponibili che i figli crescano?
Hanno il desiderio di autonomia e libertà di farsi una strada però oggi è più complesso, oggi fallire significa sentirsi un fallito, non uno che ha inciampato. Abbiamo bisogno far conoscere loro dei fallimenti.

Il loro idolo preferito

Sicuramente qualche rapper, ma è un modello da scardinare perché bisogna sbattersi in quello che si fa, non si può credere che tutto sia così semplice… il soldo facile, gli influencer.

Ti senti un poco loro idolo?

Si, ma non io, noi come educatori. Ti fanno capire che sei importante per loro. Che hanno bisogno di te, ma facciamo attenzione al rischio di sostituirsi a loro.
Se vuoi loro bene, loro lo capiscono. Sempre.
È una bella sensazione ma anche un grande peso!

Grazie Giuseppe, buon lavoro.

Ritratto della giovane in fiamme

Non ho intenzione di girarci troppo attorno: Ritratto della giovane in fiamme è un film che ho aspettato per molto, tanto tempo. Da quando ha vinto la Migliore sceneggiatura e il Queer Palm a Cannes nel maggio del 2019, la macchina dell’hype è entrata a pieno regime e tutto quello che ho potuto fare è stato aspettare pazientemente che questo gioiello raggiungesse i grandi schermi danesi. Fastforward a febbraio 2020 e molti premi e nomination più tardi, è stato finalmente il mio turno di vedere di cosa si trattasse.

Ambientato ai confini di una remota Bretagna alla fine del XVIII secolo, la storia si concentra su Marianne (Noémie Merlant), una pittrice incaricata di produrre segretamente un ritratto per un soggetto che non lo vuole, una giovane donna di nome Héloïse (Adèle Haenel). Con il ritratto destinato a un fidanzato indesiderato, Héloïse ha rifiutato i lavori dei pittori precedenti e Marianne ha il compito di crearne uno che possa andare bene questa volta. Impostata questa premessa nei primi 15 minuti, la narrazione esplode in una vetrina colma di tensione, di sguardi nascosti e rubati, di un’alchimia tra due donne che raggiunge un livello quasi insopportabile – in un’accezione estremamente positiva – prima che l’inevitabile esploda per alterare per sempre le loro vite.

Non riesco a ricordare l’ultima volta che sono stato così fortemente preso da un film. Una pellicola con appena cinque personaggi parlanti e estremamente minimalista nel suo approccio, si afferma assolutamente irresistibile. Dalle piccole dimostrazioni di amicizia e compagnia femminile ai dialoghi su interessanti questioni femministe rilevanti oggi come lo erano nel 1700, Ritratto ci va giù così pesante in maniera così garbata e tranquilla da lasciarmi parecchio sbalordito dal suo impatto. Un dramma queer reduce da Cannes di enorme successo e consensi, l’ultimo lavoro di Celine Sciamma si trasla sul grande schermo come un racconto parsimonioso e intenso, senza intaccare la sensualità e l’erotismo dell’immagine stessa. Sembra infinitamente più intimo e reale di ogni previo dramma lesbo, forse per le differenze che rimarca tra la sensibilità cinematografica e lo sguardo di un uomo etero (Abdellatif Kechiche) dietro la macchina da presa a fronte della regista omosessuale.

Proprio come un altro straordinario film in lingua straniera dell’anno scorso, Parasite, Ritratto sembra un’immagine che rivelerà qualcosa di nuovo di zecca a ogni singolo rewatch. Tutto ciò che riguarda la composizione e l’esecuzione di ogni fotogramma sembra stratificato, deliberato da menti esperte, e la passione trasuda da ogni fotogramma.
Da vedere!

Fabio Greg Cambielli, Copenaghen

Aborto?

L’aborto, ovvero l’interruzione della gravidanza attraverso la rimozione del feto, è una pratica molto discussa nel nostro Paese in quanto risente molto la presenza del Vaticano, da sempre contrario perché contro il pensiero cristiano. L’aborto è regolamentato dalla legge italiana dal 1978 purché avvenga entro i primi 90 giorni di gravidanza. Nonostante ciò, ciclicamente si continua a parlare di questo in TV, sui Social e ci si dimentica spesso che è un diritto del cittadino. Si ascolta sempre più frequentemente di donne e ragazze che vengono torturate psicologicamente prima di procedere con l’atto di aborto. Chi decide cosa è corretto o meno fare? Non penso che una persona abbia il diritto e il dovere di decidere per un’altra senza conoscere nemmeno la storia che ci sta dietro. Semmai l’unica cosa che può fare è ascoltarla e, solo dopo, dare un suo parere e consiglio personale.
Prendere la decisione di abortire non è mai facile. È una scelta che viene presa, in teoria, consultando il compagno e i propri parenti. Poi i medici. Se però una donna arriva a pensare di abortire vuol dire che il problema sta a monte. Come mai rifiuta di diventare mamma e non vedere mai quello che sarebbe suo figlio? Ci sono tanti motivi di gravidanze inattese. Tra questi possiamo suddividerli in 3 macroclassi: quelli che riguardano lo “stupro”, successivamente quelli che riguardano “l’inconsapevolezza della ragazza” e poi quelli della “casualità del fatto”.
Per quanto riguarda il primo, oggigiorno sono sempre più i casi di uomini (se si possono definire tali) che con la forza usano le donne per puri piaceri sessuali. In questo caso come non comprendere la giovane donna nel voler abortire? Che vita avrebbe il futuro figlio senza padre e nato da una relazione non voluta? Non si tratta di essere egoisti, bensì di pensare al prossimo per fargli vivere una vita più normale possibile. Lo stesso se si pensa a relazioni clandestine di ragazze che, dopo una serata allegra, rimangono incinte.
Infine, arriviamo all’ultimo punto, forse quello più delicato. Può succedere che pur avendo copulato in modo protetto la ragazza rimanga incinta. Lo dice la scienza. In questo caso cosa fare? Be’ come ho detto prima, non sono nessuno per dire quello che bisogna fare e la decisione che è corretta prendere. Penso che sia bene parlarsi tra coniugi e valutare le circostanze. Alcune domande che mi porrei riguardano l’aspetto economico oltre a quello sentimentale. Com’è la situazione economica della coppia? I due partner sarebbero in grado di crescere un figlio? Hanno abbastanza tempo da dedicare al futuro figlio o dovranno sempre richiedere favori ai futuri nonni? Che vita faranno fare al figlio? Si amano veramente o è una relazione che è in procinto di terminare?
Ho detto prima che questo è il caso di gravidanza più delicata appunto perché la coppia non cercava e non voleva il figlio. Però, dal momento che c’è la possibilità di averlo, bisogna valutare bene le cose. Non penso conti l’età della ragazza. Anzi, se esistono i presupposti detti prima, una coppia può avere un bambino anche a 20 anni. Contrariamente, se i possibili futuri genitori non hanno un lavoro stabile, hanno poco tempo da dedicare o se hanno altri mille problemi, è meglio che decidano per l’aborto della ragazza.
Penso che i medici, piuttosto che criticare o provare a far cambiare idea, debbano aiutare la donna a prendere la giusta decisione per lei e per il figlio. Soprattutto quando sono in sala operatoria non devono abbandonarla a sé stessa perché è sempre una donna che soffre sapendo di perdere quello che sarebbe potuto essere suo figlio.
Marco C. – Milano

Il modo migliore per formare delle coscienze e per coltivare dei valori è quello di saper discutere e dialogare non solo con chi la pensa come te, bensì con chi parte anche da altri presupposti. Questo vale specialmente quando si collabora con una persona giovane e in modo particolare quando in questa nostra società anche bella, i parametri sono differenti.
Per questo motivo ci piace pubblicare la riflessione di Marco C., ma anche rispondere.
Il tema della vita è un tema troppo importante per non essere ragionato e rielaborato continuamente, specialmente oggi dove la tecnica ci permette azioni prima impensabili e il soggettivismo – non ho scritto individualismo – prevale nel pensare e proporre le proprie idee.
La vita, anche la mia vita personale, seppure pensiamo di esserne gli unici responsabili, non è solo una mia proprietà, riguarda sempre anche gli altri, sempre.
Quando poi parlo di una vita che deve nascere tutto ciò vale ancora di più, specialmente perché questa vita non ha voce.
Allora se io sono un soggetto ragiono pensando anche l’altro come un soggetto, se io sono un individuo, l’altro che debba nascere o essere già vivo, non mi interessa perché ci sono io e basta.

Al di là dell’essere o no cristiani, la vita non è una mia proprietà, la vita è sempre altro da me, è sempre un dono che chiede di essere incontrato. Purtroppo chi attenta in vari modi alla vita questo non la fa, non è interessato a incontrare ma a sfruttare l’altro.
Anche la vita che una donna porta dentro di sé non è di esclusiva proprietà della donna (e purtroppo la tecnica attuale lo dimostra in modo evidente).
La vita va sempre accompagnata e custodita, specialmente nei momenti di fragilità.
Questi momenti sono quelli che ha elencato Marco, momenti che non solo il medico o chi per esso talvolta “violenta”, ma tutta la società dimentica.
Tralasciando il caso estremo di uno stupro sulla donna (qui consiglierei però la visione di: Venuto al mondo) negli altri casi mi domando se dobbiamo lasciare il neo concepito a semplice prodotto di errori, dimenticanze o questioni economiche.
Da maschio non posso dire se l’aborto lasci una traccia indelebile nel corpo di una donna; da uomo che si sente parte complementare di una donna voglio dire che di fronte a una vita che può nascere non possiamo agire semplicemente secondo il nostro sentire o il nostro portafoglio.
Da uomo, in quanto partner o società, non posso lasciare solo una donna nel momento delicato di una vita in grembo.
Ma anche il fatto di poter gestire da sola un aborto, come l’attuale legge prevede specialmente con la pillola dei giorni dopo, è una scelta che scaturisce da una idea di essere umano sempre più pensato come individuo piuttosto che come soggetto e / o persona.
Non voglio mettere i discussine la legge sull’aborto, ma l’incapacità della nostra società di sapere accompagnare una donna e talvolta una coppia nell’affrontare un momento così importante della vita non solo della donna e dell’embrione ma di tutta la società.