Il multiverso o Dio?

«Poiché ci sono troppi / molti universi come poter pensare a un Dio capace di governare mondi così distanti tra loro? il razionale davvero non implica l’ipotesi di Dio?».

Trovando questa citazione ho cercato di dare una risposta, senza la pretesa di studi accurati, però con la curiosità che mi pervade anche per gli studi di astrofisica che affronto in università.

Subito è affiorata una domanda: “Oggi si è meno credenti? Cosa è cambiato rispetto al passato?”.

Credo di sì. È possibile vedere come, passando da una generazione all’altra, la percentuale delle persone credenti diminuisca drasticamente, passando dalla generazione dei nostri nonni/bisnonni, così fedeli e devoti, alla generazione dei nostri genitori, in cui il concetto di fede per lo più esiste ancora ma è sicuramente meno sentito, fino ad arrivare alla generazione di noi ragazzi, dove la maggior parte non crede all’esistenza di alcun dio.

Questo calare della fede lo attribuisco all’evoluzione scientifica che ha caratterizzato e sta caratterizzando il nostro periodo. L’aumento delle scoperte scientifiche ha portato ad una totale fiducia nella scienza, e a credere a tutto ciò che possa essere spiegato in maniera razionale e scientifica.

Personalmente, il mio distacco dalla fede, e dal pensiero che possa esserci un Dio, è dovuto soprattutto con le scoperte scientifiche legate all’universo. Negli ultimi secoli l’universo conosciuto (inteso come tutto ciò che ‘circonda il nostro pianeta) è aumentato sempre di più, fino a raggiungere dimensioni spaventose, ed è ancora molto da scoprire. Siamo passati dalla concezione che l’universo si espandesse fino al sistema solare, fino ad arrivare ad osservare galassie distanti da noi miliardi e miliardi di anni luce.

Tutto questo mi ha portato a chiedere se esistesse veramente un Dio in grado di governare e vegliare su un mondo così enormemente vasto. Una risposta più plausibile potrebbe essere che di Dio ne esista più di uno, ma allora quanti ce ne devono essere? Gli ultimi studi parlano di un universo in espansione, quindi anche il numero di Dio è in espansione? Era già difficile credere all’esistenza di un Dio, figuriamoci alla possibilità che ce ne siano infiniti.

Allora la risposta più semplice è che non c’è un Dio (o almeno inteso come nella Bibbia).

Alessandro Bevilacqua – Napoli

Irenismo o violenza

Oltre il solito irenismo: spezzare la spirale di violenza

A uscire stravolto dall’escalation della crisi russo-ucraina non è soltanto il sistema delle relazioni internazionali plasmato dalla fine della “guerra fredda”, ma anche l’edificio teorico che si è strutturato nel tempo attraverso il dibattito tra gli studiosi delle istituzioni militari e dei sistemi di sicurezza. I riflettori pubblici e mediatici hanno così dato risalto a un dialogo culturale su pace, guerra giusta e disarmo che ha antiche radici.

A chi si occupa di istituzioni militari e di ambiti disciplinari ad esso collegati non deve suonare strana l’affermazione secondo cui è inverosimile che il paradigma bellico prevalente fino alla metà del secolo scorso possa tornare a dominare le controversie tra Stati nel XXI secolo. Le new wars del nuovo millennio, secondo la definizione di Mary Kaldor, non sono assolute, totali e di massa come quelle devastanti che si sono consumate dall’età napoleonica alla Seconda guerra mondiale. Terrorismo, guerre asimmetriche, armi di distruzione di massa, operazioni di peace-making e peace-keeping e cyberguerre sono concetti entrati prepotentemente nel dibattito accademico e pubblico.

Si è cercato finanche di scacciare via dalla psicologia collettiva lo spettro della guerra, trasformando i Ministeri della Guerra in Ministeri della Difesa e sancendo il ripudio della guerra nelle Costituzioni: se c’è una lezione del secondo dopoguerra che merita oggi di essere richiamata alla memoria, è quella del “disarmo del discorso pubblico”. Non è stato certo sufficiente perché i conflitti armati abbandonassero la scena mondiale, tanto che oggi è in corso una “guerra mondiale a pezzi”, come bene ha suggerito il Santo Padre Francesco. Ora, con la crisi russo-ucraina, si sono riaccesi i toni di un dibattito sul mantenimento della pace e della sicurezza internazionale che, fino a vent’anni fa, sarebbe rimasto confinato entro ambienti specialistici: il difetto di origine del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il rischio nucleare e la militarizzazione del conflitto sono alcuni dei temi di discussione.

Su questi argomenti converrà sviluppare alcune considerazioni. È sorta una discussione appassionata, ma spesso avvelenata dalle dinamiche da tifoseria dei social, sull’interpretazione del dettato costituzionale dinanzi a una guerra di difesa combattuta contro una grande potenza da uno Stato che si trova alla frontiera dell’Alleanza atlantica e dell’Unione Europea. Nel contesto di impotenza delle Nazioni Unite, è prevalso il “diritto naturale di autotutela individuale” (art. 51 Statuto ONU) e gli Stati membri delle due organizzazioni atlantica ed europea hanno optato per il sostegno militare incondizionato all’Ucraina.

Di qui la dialettica politica e culturale sull’art. 11 della Costituzione italiana che, secondo giuristi come Michele Ainis, sarebbe stato infangato dalla decisione di inviare armamenti agli ucraini (tra cui, in base alle indiscrezioni, sistemi anticarro Spike e antiaereo Stinger, mitragliatrici leggere di tipo MG e pesanti Browning e mortai); secondo altri, non verrebbe violato poiché le armi inviate verranno utilizzate in funzione difensiva. Viene anche da chiedersi: di quale avviso sarebbero due padri costituenti che concepirono i primi fondamentali articoli della Costituzione come Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira? In un’intervista rilasciata al “Corriere” nel 1991, Dossetti ha offerto un’interpretazione teleologica molto stringente dell’art. 11, sostenendo che gli sia stato fatto dire “ciò che non corrisponde né alla sua lettera né al suo spirito”. La Pira, invece, ha sempre insistito, persino nella fase della “distensione” degli anni ’70, sul pericolo “apocalittico” dell’atomica, ancora oggi non del tutto scongiurato (soltanto l’anno scorso è entrato in vigore il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari).

È a questo punto che si possono trarre alcune riflessioni sul problema della militarizzazione delle controversie tra Stati. Innanzitutto, una volta che le armi sono state fornite allo Stato aggredito, non esiste certezza alcuna che vengano utilizzate per gli scopi prefissati dagli Stati fornitori, dato che di armamenti dati per scopi difensivi potrebbero appropriarsi gli invasori, bande armate irregolari, truppe di mercenari o persino la criminalità organizzata. Come dimostrato dalle vicende irachene e afghane, fornire armamenti a paesi caratterizzati da un quadro politico-istituzionale instabile equivale a preparare il terreno per futuri e più sanguinosi conflitti. In secondo luogo, armi chiamano armi e lo strumento analitico della teoria dei giochi fa chiarezza sul “dilemma del prigioniero” che consegue dalla militarizzazione sine die di un conflitto. Se uno Stato parte nella controversia decide di dotarsi di unità militari e armi di crescente potenziale distruttivo, l’altro Stato lo imiterà nella corsa alle armi, portando a un circolo vizioso e, con lo scoppio della guerra, a una spirale di violenza senza fine.

In sostanza, se non si pongono per lo meno limiti certi all’invio delle armi, c’è da aspettarsi non solo un allargamento, ma anche un’intensificazione delle condotte belliche. Potrebbe tuonare ancora oggi La Pira: “Tutti i problemi, politici, culturali, spirituali, sono tutti legati a questa frontiera dell’Apocalisse. O finisce tutto, o comincia tutto. O eliminare l’atomica o saremo tutti quanti eliminati globalmente, in un contesto atomico.” È principalmente per questa ragione che, mentre la guerra infuria, bisogna restituire dignità alla via del dialogo e della diplomazia per coltivare la “speranza contro ogni speranza”.

Francesco Laureti – Milano

Privilegiati della Pasqua

Noi i privilegiati!
Omelia per la veglia di Pasqua di risurrezione, 2022

Cristo è risorto, è veramente risorto.
Voi, noi, siamo dei privilegiati perché possiamo annunciare, cantare, urlare queste parole di vita.
Non semplici parole di fiducia nella vita, ma parole di quanti credono alla vita che nasce dalla morte in forza dell’amore di Cristo.
Voi, noi, siamo dei privilegiati perché a differenza dei primi testimoni sappiamo cosa diciamo quando cantiamo e proclamiamo: “Cristo è risorto, è veramente risorto!”, perché i dubbi di quelle prime donne e dei discepoli sono ormai fugati.
Voi, noi, siamo dei privilegiati perché il battesimo che abbiamo ricevuto, è partecipazione alla morte e risurrezione di Gesù: se siete stati completamente uniti a Lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione! (cf. Rm 6,3ss)
Voi, noi, siamo dei privilegiati perché viviamo di una vita che nasce dall’amore di un Dio che ha letteralmente perso la testa per noi, fino a morire sulla Croce, perché siamo belli ai suoi occhi.
Voi, noi siamo dei privilegiati perché chiamati come i primi discepoli, le prime donne, ad annunciare che Cristo è risorto, è veramente risorto in un mondo nuovamente pagano – o quasi -, in un mondo indifferente a Dio.
Siamo consapevoli di questo privilegio o preferiamo restare nel chiuso delle nostre case, delle nostre tristezze, come i discepoli di Emmaus?
E non diciamo: ma io cosa posso fare?

La Pasqua non è solo un’emozione, la paura di non trovare un corpo morto, un punto di riferimento, ma un dubbio che diventa verità, perché muove dall’incontro delle donne e dei discepoli con l’indicibile e il confronto con le Scritture: “non ci aveva forse detto che sarebbe morto e dopo tre giorni risorto?”, “non ci ardeva forse il cuore quando ci spiegava le Scritture?
Ecco il metodo, ecco quello che possiamo fare: pensare insieme e verificare con le Scritture e la Chiesa, trovarci per pregare e ragionare insieme. Non diciamo, ma io cosa posso fare?!

Voi, noi, siamo dei privilegiati perché celebriamo la Pasqua con le nostre famiglie, tra le nostre chiese e città ancora in piedi, non ferite dalle guerre.
E non diciamo: ma io cosa posso fare?

Io posso attingere dal patrimonio della Chiesa che almeno dal 1968, per una felice intuizione di san Paolo VI, comincia ogni anno con un invito a ragionare e fare la pace.
«La pace – diceva qualche giorno fa il cardinale di Bologna Matteo Zuppi – non significa essere neutrali, negare le responsabilità, non schierarsi con le vittime. Ma significa guardare oltre il presente per permettere il futuro. Non siamo chiamati a essere pacifisti ma a farci artigiani della pace, che è il vero modo di essere realisti, dentro la storia. Abbiamo pensato che la pace fosse un dato acquisito. Anche durante la pandemia abbiamo reagito nello stesso modo, come si potesse restare sani in un mondo malato e gli altri non ci riguardassero.»

Voi, noi, siamo dei privilegiati: approfittiamo di questo dono, di questa responsabilità per correre come le donne, per piangere come Maria, per amare come il discepolo amato, per confermare come Pietro così da poter vivere e annunciare a tutti che: Cristo è risorto, è veramente risorto!

UN RE CON I PIEDI SCALZI

Gesù non era sicuramente un uomo da pantofole!

Non puoi andare a Gerusalemme in pantofole, non puoi percorrere la via della Croce in pantofole. Forse puoi andare a piedi scalzi, ma in pantofole no!

A piedi scalzi certamente camminava Gesù, era un re con i piedi scalzi, forse per questo le folle mettono dei mantelli sulla sua strada, perché la gente semplice spesso sa cosa deve veramente fare.

A piedi scalzi, per questo Maria, la sua amica Maria cosparse di olio di Nardo i piedi di Gesù, piedi stanchi ma non abbastanza; un gesto che poi Gesù proporrà ai discepoli lavando loro i piedi nell’Ultima Cena.

Prima di andare a Gerusalemme Gesù si era fermato dai suoi amici Maria, Marta e Lazzaro per rinfrancarsi, per condividere i progetti e il cammino. Il valore dell’amicizia.

Gesù va a Gerusalemme con una regalità paradossale, è un re sul dorso di un asino, un re verso il quale religione e politica si oppongono, un re che non mischia Cesare e Dio.

È un re che fa semplicemente la volontà di Dio, che gode della fiducia di Dio perché vive della fiducia. E qui dovremmo domandarci se abbiamo e se offriamo fiducia, in chi riponiamo la nostra fiducia.

Quella di Gesù non è una fiducia passiva, ma attiva, che si sa incontrare i più poveri, dimenticati, oppressi e anche se tacessero i discepoli di fronte a ciò, griderebbero le pietre alle folle che cercano risposte; griderebbero le donne sulla strada della Croce, i due ladroni, le donne con Giuseppe d’Arimatea, quelle donne davanti al sepolcro vuoto.

Anche non vogliamo celebrare questa Santa Settimana da protagonisti: troviamo ogni giorno 10 minuti per rileggere e ascoltare la parola di Dio, per ascoltare la storia intorno a noi, non solo quando dice quello che vogliamo.

Anche noi vogliamo compiere piccoli gesti di pace con i quali lavare i piedi scalzi della nsotra umanità, perché solo così si costruisce la Pace.

«Il peccato del mondo – diceva tempo fa il Card. Martini – non deve essere minimizzato, né ridotto a debolezze personali. Il peccato del mondo è un appello a decidere. Chi si spinge in questa lotta al punto di accettare, come Gesù, svantaggi, ingiurie e sofferenza? Il mondo reclama a gran voce giovani coraggiosi… Io mi aspetto il rinnovamento soprattutto dai giovani… A volte i loro gesti di pace sono solo brace su cui dobbiamo soffiare per accendere il fuoco… Consegniamo ai nostri figli un mondo che non sia rovinato. Facciamo sì che siano radicati nella tradizione, soprattutto nella Bibbia. Leggiamo con loro. Abbiamo profonda fiducia in loro. Non dimentichiamo di dare loro anche dei limiti. Impareranno a sopportare difficoltà e ingiurie se per loro la giustizia conta di più di ogni altra cosa.» (Conversazioni notturne a Gerusalemme). Questo significa camminare con i piedi scalzi di Gesù.

GIUSTIZIA E SISTEMA PENALE

Gli studi seguiti, il lavoro che svolgo e, perché no, questa collaborazione giornalistica, mi hanno portato a riflettere con più metodo su un tema molto delicato, che sta alla base di ogni comunità di persone: la pena come conseguenza di un comportamento considerato riprovevole dall’ordinamento. Sarà una riflessione complessa che richiederà qualche puntata e un po’ di spazio, per questo verrà pubblicata su IlGiovaniBarnabiti come estratto della pubblicazione totale sul blog.

In questo articolo parleremo di un tema molto delicato, che sta alla base di ogni comunità di persone: la pena come conseguenza di un comportamento considerato riprovevole dall’ordinamento.
Il modus con cui l’ordinamento punisce i rei mostra la condizione dell’individuo all’interno della società e di come questa risponda alle esigenze del vivere comune, comprensivo di tutte le caratteristiche umane, tra cui commettere delle azioni che ledano diritti fondamentali altrui, tutelati dal sistema penale.
I nostri giovani lettori potrebbero pensare che il carcere, la prigione, siano da sempre lo strumento che la società adopera per contenere chi commette dei reati, tuttavia così non è, o meglio, così non è sempre stato.
Oggi intendo fare una prima analisi di come l’umanità punisca le condotte pericolose dei suoi singoli, partendo da una breve premessa storica, per concentrarci successivamente sulla direzione futuribile.
Le prime testimonianze di prigioni o carceri si hanno nella Bibbia, nell’antichità, particolarmente nella cultura greco romana, in cui si utilizzavano delle gabbie per “contenere” gli uomini, in attesa di un verdetto che potesse portare in seguito alla pena vera e propria, di natura corporale o capitale.
Erano dunque il dolore o la morte a punire l’uomo, non la reclusione, che era solo uno strumento cautelare per garantire poi l’esecuzione.
Nelle epoche successive, durante il medioevo, si iniziò a teorizzare una visione cristiana della pena, in cui la reclusione del reo in prigione era considerazione di un’espiazione, in cui le azioni delittuose coincidevano con dei peccati, in modo tale il tempo passato in stato di privazione della libertà personale era del tutto propedeutico anche ad una salvezza dell’anima.
Fu dunque la dottrina cristiana a iniziare a ridurre le pene corporali o capitali, sostituendole per fatti di minore gravità con una detenzione, che compiva anche l’ovvio effetto di tenere distaccati i soggetti pericolosi dalla comunità, delimitando a casi gravi i tipici spargimenti di sangue conseguenti ai processi della storia.
Durante l’illuminismo, con la nascita di grandi intellettuali, anche giuristi e penalisti, si rivoluzionò il sistema giuridico e di conseguenza quello punitivo.
Il carcere diventò la vera e propria pena, poiché in seguito a dibattiti filosofici, politici e sociali, si giunse alla conclusione che non fosse più accettabile punire corporalmente o con la morte gli imputati considerati colpevoli.
Questo principio, all’inizio soltanto teorico, si strutturò nel tempo e riuscì a trovare la propria dimensione anche a livello ordinamentale e non più soltanto a livello filosofico, in età moderna e contemporanea, in cui la reclusione in carcere diventò la pena.
In età moderna si cercò anche di stabilire con limiti più precisi il funzionamento degli apparati carcerari e a salvaguardare i diritti dei detenuti, considerando una funzione nuova per la detenzione, che superava la vecchia concezione cristiana di espiazione, adducendo un nuovo principio laico e statale di risocializzazione del reo, soggetto che aveva commesso un reato, e che andava punito per poter essere successivamente reinserito nella società, con la ragionevole certezza che non commettesse più altri reati e che, anzi, diventasse un individuo utile.
Tale onorevole aspettativa, che tutt’oggi sussiste, è ciò che ci porta a riflettere su questo tema, se davvero la detenzione in carcere sia strumentale alla risocializzazione.
Nella società di oggi è dunque naturale chiederci quanto sia ancora necessaria la pena detentiva, alla luce di tante problematiche che il sistema penitenziario presenta, soprattutto in Italia, quali sovraffollamento, scarsa igiene generale e poca attenzione ai diritti essenziali dell’uomo detenuto.
Inoltre c’è un secondo aspetto da dover considerare, cioè se effettivamente privare della libertà una persona e metterla in contatto continuato con altri criminali, porti ad un esito positivo nella vita del detenuto e non ad una esclusione ancor più maggiore di questi, che molto spesso in seguito all’esecuzione di condanne diventa ancor più esperto di criminalità e una volta tornato in libertà spesso ricade nella commissione di altri reati, anche a fronte di un pregiudizio sociale e di un’ esclusione che questi subisce dalla comunità esterna, finendo in un circolo vizioso, che la realtà ci racconta essere presente in una maggioranza dei casi, di cui tantissimi casi di recidiva ci testimoniano la verità di quanto detto.
Nonostante ci siano anche episodi di successo rieducativo delle carceri italiani, con esempi di istituti in cui varie attività artigianali ed artistiche coinvolgono i detenuti, aiutandoli a risocializzarsi, la realtà precedentemente descritta è molto più spesso ciò che si verifica nella realtà.
La situazione paradossale è talmente evidente che lo stesso stato ha introdotto e attuato con generosità diverse misure alternative alla detenzione in carcere, quali gli arresti domiciliari, la libertà vigilata o i lavori socialmente utili, iniziando a snocciolare un problema molto complesso e che ad oggi non presenta ancora una vera e propria soluzione praticabile.
La cultura e l’intelligenza contemporanea è chiamata a valutare quale debba essere il nuovo piano di azione riguardo al sistema penale e penitenziario, perché le criticità appena accennate sono molte e complesse.
Sicuramente un primo importante impulso deve essere di ridurre a casi limite la pena detentiva, riguardo solamente a fattispecie che necessitino di tale estrema ratio, ad esempio per soggetti pericolosi socialmente o per reati violenti e gravi.
Le misure alternative alla detenzione devono essere il nuovo mezzo di risocializzazione, in particolare i lavori di pubblica utilità credo possano essere lo strumento giusto e migliore per garantire risocializzazione senza tralasciare la dignità umana, andando dunque verso una previsione più strutturata e meglio organizzata di tale istituto.
Un altro metodo punitivo e altrettanto deterrente è quello riguardante le sanzioni pecuniarie, per cui scontare la pena significa pagare somme, più o meno ingenti, di denaro in favore dello stato e a favore delle persone offese a titolo di risarcimento danni.
Anche questa situazione eleva la pena a dei principi più umani e più in linea con la filosofia e la sociologia contemporanea, poiché non degradante di diritti umani fondamentali.
Un’ulteriore possibilità potrebbe essere un controllo più serrato sui cittadini colpevoli attraverso i potentissimi mezzi tecnologici odierni, che verrebbero privati “soltanto” di una libertà di avere privacy, punizione pesante ma sicuramente meno invasiva e degradante rispetto ad una reclusione.
Oggi è importante iniziare a pensare e a parlare di questo tema, affinché si generi in tutta la società un input di riflessione riguardo a questo aspetto della vita comune.
Di particolare importanza e dunque meritevole di analisi e di miglioramento è per noi cristiani il tema dei diritti dell’uomo, di come questi diritti rimangano anche per gli uomini “erranti”, poiché agli occhi di Dio tutti lo siamo ma nessuno viene lasciato indietro.
Paolo Peviani – Pavia

“Rockeggiando con il Natale”

Certo il Natale è ormai passato, ma non può passare la voglia di ritornare su cose accadute e magari di cui siamo stati protagonisti di cui voglio scrivere. Questo è il bello del nostro essere uomini e donne.

Cosa vuol dire pregare? Quanti modi ci sono per pregare? Come possiamo noi giovani avvicinarci alla preghiera per comprendere più a fondo il vero significato del Natale?

Per rispondere a queste domande, noi Giovani della Parrocchia Beata Vergine Maria Madre della Divina Provvidenza di Firenze abbiamo organizzato una veglia di preghiera per il Natale decisamente particolare. In un’unione tra musica pop e rock, letture dal Vangelo e pensieri da noi scritti la ricetta per aiutarci a riflettere e a pregare da una prospettiva meno classica e in una forma che ai più potrebbe sembrare alternativa e inusuale.

Dopo averli ascoltati in qualche locale fiorentino, abbiamo invitato a suonare un gruppo di giovani musicisti emergenti, i Revevants, ai quali è stato chiesto, in un primo momento, di mandarci alcune loro canzoni e i testi, per poi scegliere quelle a nostro parere più adatte per una lettura e interpretazione in chiave cristiana: “Ci sembrava un bel progetto ed eravamo in buoni rapporti con Padre Giannicola, per questo abbiamo accettato volentieri l’invito. È stato interessante vedere come i nostri testi, di per sé lontani dalla religione, potessero essere riallacciati al Natale e in generale al cattolicesimo”, ci ha detto il cantante del gruppo, Niccolò.

Dopo aver analizzato e scelto testi e canzoni, abbiamo iniziato a lavorare allo “spettacolo” vero e proprio: abbiamo scelto alcuni passi dal Vangelo e scritto alcune riflessioni, prendendo spunto da frasi o temi emersi nei brani, cercando di chiederci soprattutto quale senso abbia oggi il Natale, e come poter vivere questo evento nella nostra realtà storica.

Ma la preghiera non è solo parole è anche corpo. Con l’aiuto del coreografo Gabriel Zoccola Iturraspe, abbiamo creato una coreografia adatta a essere messa in scena in un’ambiente particolare come una chiesa; con un curato impianto luci poi è stata creata un’atmosfera suggestiva e carica di significati perché gli “spettatori” potessero entrare un po’ di più nel mistero della fede.

Lo spettacolo si è tenuto infine la sera del 22 dicembre, alternando momenti di musica dal vivo, riflessione, danza e preghiera, e si è concluso con un gesto in ricordo dei migranti e dei profughi nell’Est Europa: abbiamo illuminato tante piccole luci verdi, come simbolo dell’impegno di solidarietà di molti polacchi che, al confine con la Bielorussia, accendono lanterne verdi nelle loro case per indicare che sono luoghi sicuri, in cui è possibile trovare conforto e riparo per i migranti mediorientali ammassati sul confine con l’Europa.

Sant’Ireneo (III secolo) scriveva che Dio si è fatto uomo per insegnare la sua lingua agli uomini, ma anche per imparare la lingua degli uomini, un obiettivo per avvicinare l’Uno agli altri e viceversa. Oggi il linguaggio di Dio è abbastanza lontano da quello degli uomini e specialmente dei giovani: questo nostro lavorare con i Revevants nel suo piccolo ha cercato di riavvicinare la lingua di Dio alla lingua dei giovani.

D’altra parte per i Revevants stessi, ci hanno detto, «ne é valsa la pena. Le persone presenti sembravano interessate e anche noi ci siamo sentiti in una posizione diversa dal solito (abituati a suonare in situazioni diverse come pub e bar a giro per la Toscana). Complessivamente è stata un’esperienza nuova ma speciale.

Come nuovo e speciale è sempre il Natale!

Giulia Centauro – Firenze

Da un rinascimento all’altro?

Non c’è Rinascimento che non sia preceduto da un Medioevo. Ecco una considerazione da cui
bisognerebbe cominciare per comprendere a fondo il significato di “Ri-nascimento”, e ancor di più
di “Rinascimento europeo”. In “Rinascimento” è insita l’idea di rigenerazione di un’eredità
preesistente che è rimasta congelata durante una “età di mezzo”. Non che l’inverno del Medioevo
non sia tanto rilevante quanto la primavera che segue. Ma dall’età di mezzo dell’Europa all’età
successiva si conservano e rimangono intatte le differenze dei vari particolarismi geografici,
cosicché esistono non uno, ma molti Rinascimenti. “La storia d’Europa è una storia di
Rinascimenti”, afferma la Presidente della Commissione europea Von der Leyen nel discorso sullo
stato dell’Unione del 6 maggio 2021.
Ciononostante, nella memoria collettiva occidentale il Rinascimento italiano si trova a primeggiare
tra gli altri e lascia un’impronta indelebile con opere d’arte ed edifici celebri ancora oggi in tutto il
mondo. Nell’architettura delle città europee sono incisi i segni di una topografia condivisa dalle
culture dei popoli europei, in particolar modo nei musei, sui palazzi comunali e nelle chiese. I
grandi musei nazionali di Parigi, Berlino, Madrid e Roma (persino Londra) custodiscono un
patrimonio comune, che testimonia l’interdipendenza dei destini delle comunità nazionali europee.
Duomi, basiliche e cattedrali portano i simboli e gli elementi strutturali realizzati da maestranze non
solo locali, ma itineranti, come i capimastri francesi e tedeschi che diressero i lavori di costruzione
del Duomo di Milano.
Oggi, grazie all’area di libera circolazione stabilita dagli accordi di Schengen, schiere di turisti
europei possono viaggiare da un Paese all’altro prendendo atto, con i propri occhi, dell’entità del
legame profondo che unisce le capitali degli Stati europei. A sottolineare l’intreccio di storie di
popoli c’è il carattere transnazionale degli stili romanico e gotico degli edifici religiosi, ci sono i
motivi naturalistici e archeologici che compaiono e si mescolano nelle rappresentazioni pittoriche
degli artisti europei, ci sono i caffè letterari disseminati per il continente: esiste quindi un sostrato
storico-culturale costruito su fondamenta più solide di quelle su cui si reggono il mercato unico
europeo o il coordinamento sulla campagna vaccinale o il Green Deal europeo. Un autentico
Rinascimento europeo non può basarsi sul paradigma del funzionalismo.
Eppure, la Presidente Von der Leyen non ha torto nell’affermare che il progetto europeo ha trovato
nuova linfa vitale dinanzi alle grandi crisi. Alle crisi, come guerre mondiali e shock economici, si
accompagnano momenti generativi segnati da processi di ricostruzione. La vita dell’Europa
politicamente, economicamente e culturalmente unita si rinnova attraversando frangenti di crisi. E
sta ai giovani, che esaltano le virtù del programma Erasmus, effettuare un esercizio di memoria,
ricordare da dove provenga e perché sia nata l’idea di unione di Stati europei. Certo, è un bene che
le nuove generazioni si entusiasmino per la possibilità di studiare e formarsi in altri Paesi europei
accedendo a fondi appositi dell’organizzazione, però sono convinto che è a quei giovani che spetta
il compito di rinnovare di ricorrenza in ricorrenza, di anniversario in anniversario la consapevolezza
delle radici culturali giudaico-cristiane e greco-latine dell’Europa unita che comunque non poterono
prevenire il flagello della guerra.
Raccontava Huizinga in Homo ludens: “Stati giunti ad alta cultura si ritirano completamente dalla
comunanza del diritto internazionale e confessano senza vergogna un pacta non sunt servanda. […]
Grazie alla perfezione dei suoi mezzi [la guerra] è diventata da una ultima ratio una ultima rabies.”
Nel rinnovamento del mito europeo come mito di pace fra i popoli e solidarietà nella risoluzione dei
problemi comuni si trova l’anima di un Ri-nascimento europeo. Che i giovani, ispirati dallo “spirito
erasmiano”, devono saper interpretare e promuovere con occasioni di dibattito pubblico e con
proposte concrete da rivolgere alle istituzioni.

Francesco Laureti – Milano

L’ “attimo fuggente” di Alessio

Chi sei?
Sono Alessio Ruzzante, torinese, di 24 anni.
Passione principale?
Dopo aver provato vari sport, mi sono concentrato sul teatro e canto e danza.
Il primo debutto?
Come professionista “L’attimo fuggente”, ma durante i miei studi alla Scuola del Teatro Musicale ho preso parte ad un musical professionale, “Rent”.
Cosa si prova prima dello spettacolo?
Molta adrenalina, come se fosse sempre la prima volta.
L’emozione più importante di uno spettacolo?
Durante uno spettacolo si provano varie emozioni. Il bello del teatro è che ogni sera possono esserci delle piccole sfumature, emozioni sempre diverse.
In questo spettacolo, “L’attimo fuggente” che richiama una realtà giovanile, seppur dell’altro secolo, il tuo personaggio come lo affronti e cosa ti dice?
Io ho interpretato Todd Anderson. Todd è il nuovo arrivato del gruppo, ha una famiglia molto distante con un padre che ha grandi aspettative ma che non gli dà il giusto affetto. Vive nell’ombra del fratello, uno dei migliori studenti che la Welton abbia avuto, e tutti si aspettano da lui lo stesso risultato, questo genera una sensazione di pesantezza in lui.
La parte che ti piace di più di questo personaggio?
Penso sia la crescita. È bellissimo da interpretare, inizia lo spettacolo in un modo e lo finisce in tutt’altro, ogni scena lo aiuta nel migliorarsi. Anche con l’aiuto di altri personaggi.
Secondo te, è giusto essere così severi nell’educare?
È importante l’equilibrio. In quegli anni avevano una politica diversa, i ragazzi sono soggetti delicati e difficili da guidare non c’è un unico metodo giusto. Non si tratta solo di educazione culturale ma anche umana. Serve anche molta solidarietà ed empatia.
Come vedi i ragazzi liceali di oggi, in parallelo a quelli dello spettacolo?
I 6 ragazzi dello spettacolo richiamano gli studenti di oggi. Dal più ribelle al più studioso. E ogni ragazzo può scegliere in quale identificarsi e per quale fare il tifo.
Credo che i ragazzi di oggi siano molto intelligenti, con le tecnologie sanno sempre di più sul mondo, avendo più strumenti sono più curiosi e intraprendenti ma allo stesso tempo sono più esposti ad alti rischi, sono soggetti complessi, ma credo sia un’età molto bella l’adolescenza.
Questa l’età in cui si possono stringere i legami più forti della vita, che permettono una crescita e proteggono.
Sono più fragili o più forti?
Non penso di avere una risposta. Li percepisco più forti, più pronti per alcune cose. Però bisogna sempre contestualizzare ogni età.
Un sogno futuro lontano o vicino?
Mi considero un ragazzo con i piedi per terra, ciononostante sognare è indispensabile. Mi piacerebbe studiare anche in altre branche, doppiaggio, ad esempio, e stare sul palco il più possibile con progetti sempre meritevoli.
Quello del teatro è un ambiente competitivo?
Molto.
Ogni lavoro ha le sue difficoltà, sicuramente il teatro è un lavoro che può dare meno stabilità economica, in questo momento particolare, ma ripaga in altri modi, finché si ha la fiamma dentro, ne vale la pena.
Che consigli daresti a dei ragazzi che vivono la situazione del tuo personaggio?
Stare in ascolto, essere sempre coscienti di chi si ha intorno, nei migliori dei casi, puoi avere delle persone che davvero ti possono aiutare, essere sempre curiosi e sapere che non si è mai arrivati, dal punto di vista umano e professionale.
Noti un po’ di passione da parte dei tuoi coetanei verso il teatro, o è sempre un po’ di nicchia?
La passione c’è sempre, ad esempio, alcuni ragazzi sono venuti a vederci, era la prima volta che entravano a teatro e sono rimasti folgorati; uno dei miei desideri è essere quel “qualcosa” che fa nascere la fiamma che chissà a cosa porta; nel mio caso, ha portato a far diventare il teatro il mio lavoro.
Il libro più bello che stai leggendo?
Leggo molti thriller, dai 12 anni; ora sto leggendo “Il Signore degli anelli”.
Musica?
Ascolto un po’ di tutto, non sto molto su un’artista o cantante, ma sto sulle canzoni, soprattutto musical, per la mia formazione artistica, anche pop, ma nessuno in particolare.
Hai fede, sei una persona religiosa?
Non mi definisco religioso, sono una persona che crede in qualcosa, forse non so neanche io bene in cosa, ma non credente religioso, però apprezzo l’ambiente della Chiesa, l’ho frequentato sin da piccolo, è uno dei vari luoghi di formazione ed educazione.
Perché hai accettato questa intervista?
Mi piace molto mettermi in discussione e condividere quello che penso, sperando possa essere d’aiuto per iniziare discussioni in modo costruttivo. Con te e sicuramente stato così e ti ringrazio.

“L’Attimo fuggente” 14 e 15 Gennaio 2022 presso Teatro Arcimboldi Milano.

UN FIORE NEL DESERTO

“Uno splendido fiore sbocciato in mezzo al deserto”: con queste famose parole Jacob
Burckhardt definì il Rinascimento italiano, consegnando ai posteri l’immagine di un’epoca
felice, illuminata, idealmente contrapposta alle tenebre e all’ignoranza del Medioevo. Se è
vero che tale lettura appare ormai superata agli occhi di qualsiasi storico moderno, a distanza
di quasi centocinquant’anni dalla pubblicazione del saggio di Burckhardt il mito del
Rinascimento fiorentino continua a godere di ottima salute nella coscienza collettiva e nelle
stesse istituzioni europee, almeno a sentire le parole di Ursola Von Der Leyen. L’attuale
presidente della Commissione ha infatti recentemente dichiarato che, con l’approvazione del
Recovery Plan, l’Unione si attende di rilanciare l’economia del continente, dando vita a un
nuovo “Rinascimento europeo”.
Eppure, proprio sulla portata di questa “Rinascita” è opportuno fermarsi a riflettere,
prendendo spunto dal lavoro di un altro storico europeo, Johan Huizinga, che del
rinascimento italiano fornì un’interpretazione molto diversa da quella di Burkhardt. Nella sua
opera più famosa, “L’Autunno del Medioevo”, egli dimostrò infatti come Il Rinascimento
fiorentino avesse interessato una ristretta fascia della popolazione, un’élite colta e raffinata,
composta da aristocratici che vedevano nell’arte e nella cultura lo strumento per evadere da
un mondo e da una società povera e ignorante, che disprezzavano nel profondo. Di fronte agli
stenti della vita, in altre parole, la corte rinascimentale avrebbe rappresentato un giardino
protetto, un eden in cui i nobili potevano rinchiudersi, lontani dalle fatiche e dalle sofferenze
della popolazione.
Lasciando stare per un momento la polemica sovranista contro il progetto europeo, appare
evidente come il rilancio dell’Unione debba necessariamente passare da una politica capace
di supportare quella parte della popolazione europea più povera e vulnerabile, che appare
oggi ancora indifferente all’ideale europeo. Questa fascia della popolazione, indebolita dalla
crisi, rischia di sentirsi estromessa dalla politica comunitaria e di vedere nelle Istituzioni
europee una riproposizione di quelle coorti rinascimentali tanto raffinate quanto lontane e
disinteressate dalla vita comune. Affinché ciò non avvenga, la presidente della commissione
europea è chiamata a far tesoro della lezione di Huizinga, assicurandosi, con l’investimento
dei soldi del Recovery Fund, di lanciare un rinascimento europeo che, almeno questa volta,
non sia appannaggio di pochi, ma che sappia avvicinare l’intera popolazione alla politica
attiva. Diversamente, al pari delle corti italiane cinquecentesche, l’aula di Bruxelles rischia di
rimanere una pericolosa cattedrale nel deserto.
Andrea Bianchini, Milano

Intervista al Cardinale Betori

Se il sindaco di Firenze ci ha permesso di ragionare sulla dimensione laica, sul da farsi dei
cittadini, con l’Arcivescovo della città vogliamo riflettere sul da farsi di un credente che si è
sentito mettere in gioco dalla profonda intuizione pedagogica di don Milani, grande prete
fiorentino del secolo scorso.
Quindi con una corsa da Palazzo Vecchio raggiungiamo la sede dell’Arcivescovo di fronte al
Duomo e al campanile di Giotto; anche qui salendo delle maestose scale entriamo nello studio di
padre Giuseppe. (ci ha detto proprio lui di chiamarlo così!)
Noi: Buon giorno. Cosa le ha fatto pensare l’intervento della presidente del Parlamento Europeo,
Ursula von Der Layen?
Cardinale: È interessante osservare i contributi che l’esperienza cristiana ha offerto alla nascita
dell’Europa sia come realtà civile sia come istituzione. In questi giorni il Papa ha firmato il decreto
che riconosce virtù eroiche di Robert Schuman ed è interessante vedere come alle radici delle
istituzioni europee attuali ci sia il lavoro di tre cristiani: Schuman, Adenauer e De Gasperi. La
tradizione religiosa cristiana sta alla base – insieme ad altre fonti ispirative – dell’Unione Europea.
Che la Presidente della Commissione Europea poi abbia fatto riferimento al Rinascimento, che è stato
a mio parere frutto dell’Umanesimo Cristiano, è molto significativo. Mi è piaciuto che si ritornasse a
queste radici cristiane, che hanno poi trovato una loro reminiscenza nel ‘900 fiorentino nel Cardinale
Dalla Costa, nel sindaco Giorgio La Pira e in Don Giulio Facibeni.
Il celebre motto “I Care” di Don Milani, nonostante sia anglosassone, è di chiara ispirazione
evangelica: è l’atteggiamento del samaritano che si prende cura del povero malmenato e in fin la vita
lungo la strada.
Noi: La prossima domanda si riaggancia proprio al suo ultimo commento, infatti le parole scritte sulla
sacrestia di Barbiana sono rimaste impresse nell’immaginario comune, ma secondo lei al giorno d’oggi
sono diventate un semplice slogan o rappresentano ancora una sfida per la società?
Cardinale: Non si possono ridurre quelle parole a uno slogan proprio per rispetto a Don Milani, che
faceva di tutto per non apparire e metteva anzi i bastoni fra le ruote a chiunque volesse farlo emergere
dalla folla. Infatti egli non voleva essere imitato, ma fornire semplicemente un’ispirazione della
dignità della persona umana, la sua missione era quella di ridare la parola ai poveri affinché potessero
apprendere la fede – che senza la parola non si può recepire – e stabilire relazioni di giustizia e
uguaglianza nella società. Per questo tradiremmo Don Milani se lo riducessimo a uno slogan, la strada
è invece riscoprirne la radice evangelica e fare qualcosa non come lo ha fatto lui, ma per le sue stesse
ragioni, adattandosi ai bisogni dell’oggi.
Noi: Citava il concetto di ridare la parola ai poveri, secondo lei chi sono i cosiddetti “analfabeti”
dell’era della digitalizzazione ai quali dovremmo ridare la parola?
Cardinale: Innanzitutto i giovani, perché questa società a loro sta sottraendo molto, primo fra tutto il
futuro, per questo la condizione giovanile deve essere al centro delle nostre preoccupazioni. Poi c’è
anche l’emarginazione del posto di lavoro: il lavoro oggi non è luogo di uguaglianza, ma al contrario
di molte frustrazioni e sofferenze. Non dimenticherei neanche gli anziani, che in quanto non più
produttivi vengono sottostimati dalla società attuale e a volte addirittura considerati un peso. Il Papa
insiste molto su un’alleanza tra l’età giovanile e quella anziana, su uno scambio reciproco che

gioverebbe sicuramente a tutti. A questo si aggiungono coloro che appartengono ad altre culture, ad
altre religioni, ad altre zone geografiche che faticano ad essere integrati e a integrarsi, tema molto
scottante per una società che si sta inevitabilmente avviando verso un pluralismo sempre maggiore.
Per risolvere questo problema dello scambio bisogna trovare forme nuove non di integrazione, ma di
interazione.
Noi: Negli anni 50′ e 60′ Firenze è stata città di innovazione e profetismo, una città che non voleva
seguire le mode, ma al contrario voleva provocare uno stile di vita autentico. Secondo lei quanto
possiamo raccogliere oggi da quei percorsi?
Cardinale: Ogni epoca ha la sua storia, non possiamo pensare di replicare ciò che è stato fatto, ma di
farci ispirare sì, anche perché le figure che hanno animato quella stagione sono state complementari e
devono fornire un modello di riferimento per tutti noi. Nella lettura che si usa dare di tre figure – il
Cardinale Dalla Costa, Giorgio La Pira e Don Facibeni – viene sottolineata l’esaltazione delle tre virtù
teologali: la fede in Dalla Costa, la speranza in La Pira e la carità in Facibeni. Bisogna saper cogliere
l’anima che sta dietro a queste persone e attingere a quelle virtù per reagire di fronte ai problemi
attuali, come potrebbe essere quello dell’accoglienza. Non va però dimenticato che il motore di tutto è
una coscienza educata, senza la quale non si può creare una comunità.
Noi: Ritornando all’intervento della von der Leyen, il fatto che fosse proposto da una personalità non
italiana e a capo di un’istituzione laica così importante, cosa potrebbe significare?
Cardinale: Sono molto orgoglioso di Firenze, nonostante sia originario dell’Umbria, che però è
sicuramente più vicina rispetto alla Lombardia (ndr. qua il Cardinale si riferisce al parroco della nostra
chiesa, Padre Giannicola, originario della Lombardia, che ha appena posto la domanda esprimendosi a
sua volta orgoglioso della città, per quanto a lui straniera). Tutto è nato qui, da un connubio
strettissimo di capacità imprenditoriale fuori dal comune che fece ricca la città ma che non la affossò,
coniugandola alla ricchezza del pensiero e dell’arte. L’arma di Firenze è la sua anima artigiana, non a
caso il fiorino era considerata la moneta più affidabile ed è ciò che deve un po’ riprendere in questi
ultimi anni, dove invece ha vissuto di rendita del passato. Bisogna ritrovare creatività nel produrre,
senza però discostarsi troppo anche dal pensiero.
Noi: È interessante come sia nell’intervista al Sindaco Nardella sia in quella a lei sia stato portato alla
luce il tema dei giovani e di quanto sia fondamentale dare a loro maggiore importanza, anche se si
rischia di lasciare questa convinzione semplici parole senza tramutarlo in fatti.
Cardinale: Concordo a pieno, non credo che nella nostra comunità cristiana si sia ancora trovato un
canale di comunicazione con i giovani, ma ci sono stati vari tentativi, ad esempio con i centri giovanili
come quello in cui feci l’animatore a Foligno.
Noi: per concludere, alcune prospettive?
Cardinale: Il prossimo marzo Firenze ospiterà il secondo incontro dei vescovi delle maggiori città
mediterranee e sono contento che il sindaco Nardella, sull’esempio di quanto fece La Pira, in
contemporanea abbia invitato i sindaci delle maggiori città mediterranee. Questo duplice incontro,
religioso e laico, potrà ben inserirsi in questo progetto di Rinascimento per l’Europa auspicato dalla
presidente del Parlamento Europeo è potrà essere l’occasione per Firenze di ripensare il suo ruolo
nella Storia di domani, non solo in quella di ieri.