L’Europa chiama Firenze e il suo rinascimento

Intervista al sindaco di Firenze Dario Nardella, 1 giugno 2021.

«Florence is the city of Renaissance. The place where it all started: a new beginning of arts and science,
after the great plague of the late Middle Ages. And from Florence, the spirit of the Renaissance spread to
the rest of Europe, too.
La storia d’Europa è una storia di Rinascimenti. Europe is a story of new beginnings. After every crisis came
a European Renaissance. And this is what Europe needs in our day and age. This is our responsibility: to end
the pandemic and to shape a new beginning for Europe. Europe is able to overcome crises and to deliver
for the future of its citizens.»
Queste parole della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Layen, dette per la giornata
dell’Europa 2021, parole che hanno messo in gioco l’Italia e Firenze non potevano lasciare noi giovani
fiorentini indifferenti. Da queste parole di un discorso interessante e ricco di spunti per pensare il futuro è
nata la domanda: cosa è per noi un Rinascimento? Che senso ha essere chiamati in causa “in prima
persona” riguardo il futuro dell’Europa dopo questa crisi pandemica (non ancora finita)? Ma a conclusione
del proprio discorso la sig.a Von Der Layen dirà anche:
«A few kilometres from Florence, there is a small village called Barbiana. On a hill in Barbiana, there is a
small countryside school. Back in the 1960s, a young teacher, Don Lorenzo Milani, wrote two simple words,
in English, on a wall in that school: ‘I care’. He told his students that those were the two most important
words they needed to learn: ‘I care’. ‘I care’ means I take responsibility. And this year, millions of Europeans
said ‘I care’ with their actions.»
Se il Rinascimento richiama la dimensione “laica”, umanistica della nostra storia e società, il richiamo a don
Milani, rimanda alla nostra dimensione religiosa e cristiana.
Per iniziare la nostra riflessione abbiamo pensato di interpellare due persone significative di Firenze, il
sindaco, sig., Dario Nardella e l’arcivescovo, il card. Giuseppe Betori.
Ricevuti nello splendido e storico studio del sindaco presso palazzo Vecchio chiediamo subito al sindaco:

  1. Cosa pensa, in quanto primo cittadino, dell’elogio della nostra città pronunciato dalla presidente
    della commissione Europea e come può Firenze realmente impegnarsi?
    La citazione mi ha colpito molto, ed ho anche avuto modo di parlare e ringraziare personalmente Ursula
    von der Leyen circa una settimana dopo al Social Summit di Porto. Ho capito che conosceva davvero Firenze
    e Don Milani con i suoi scritti, e mi sono reso conto ancora una volta di quanto Firenze sia una radice
    profonda dell’identità europea. Credo che sia importante per la nostra città mantenere uno sguardo ampio
    sull’Europa e sul Mondo. Firenze incarna i valori più alti del pensiero umano (è stata la prima città dove è
    stata abolita la pena di morte) ed è stato il luogo dove è avvenuto un cambiamento radicale del modo di
    creare e pensare dell’uomo. Tutt’oggi Firenze ha la missione di continuare a mantenere questo spirito che
    le ha permesso di avere un ruolo centrale nei momenti di svolta dell’umanità.
  2. E qual è il livello di consapevolezza che i fiorentini hanno riguardo a questa “missione”?
    Credo che non sempre noi fiorentini abbiamo una piena consapevolezza di questo compito. Spesso ci
    fregiamo della nostra storia in modo superficiale, come un cliché. I fiorentini sono orgogliosi di sentirsi tali
    ma spesso questo orgoglio non è supportato da una profonda consapevolezza.
  3. Potrebbe esistere un modo per incrementare questa consapevolezza concretamente?

Credo che ci siano due modi: il primo, come già tentò di fare Giorgio la Pira, è aprire Firenze al dialogo
globale sui grandi temi come la pace, l’integrazione, la lotta al cambiamento climatico; il secondo è puntare
sui giovani affrontando argomenti un po’ desueti e trattando grandi questioni, per ritrovare quali sono
quelle cose per cui vale veramente la pena di spendere la vita. Questo significa anche andare
controcorrente e sposare battaglie impopolari. Dovremmo imparare a vedere i giovani non come categoria
ma come persone, come coloro che hanno in mano il futuro. Siamo abituati a impartire loro ordini, a dire
cosa devono fare, come devono vivere, e spesso non abbiamo l’umiltà di ascoltarli e chiedere il loro punto
di vista, magari più innovativo e controcorrente.

  1. Dovremmo recuperare una sorta di “sentire europeo” che non significa appiattire tutte le culture,
    ma aiutare a capire che la propria identità è una ricchezza per tutti in vista di una maggiore
    inclusione?
    Dobbiamo lavorare senza dubbio per un’Europa più forte. Finora abbiamo costruito l’Europa delle
    istituzioni, l’Europa finanziaria. Manca ancora la parte sostanziale; l’Europa dei diritti sociali, e la strada da
    fare è ancora tanta. Credo che il prossimo incontro dei sindaci delle grandi città europee a Firenze potrà
    proprio essere una occasione per approfondire e migliorare questo aspetto politico, nel senso più alto
    termine.
    Grazie a lei di questo scambio di idee che per noi giovani è di sprone per guardare con occhio migliore al
    futuro.

IL DOLORE

Da sempre il dolore e la sofferenza fanno parte della vita umana come da sempre si cerca di attenuarli ed
eliminarli o, addirittura, di nasconderli e ghettizzarli; sono vissuti prevalentemente in solitudine, nascosti o
ignorati, mentre prevale l’idea di un benessere e di un progresso diffuso, ottimistico, in continua espansione,
inarrestabile.
Anche le grandi tragedie collettive derivanti da fame, sete, malattie, guerre, schiavitù, che colpiscono tante
popolazioni e generano veri e proprie stragi e esodi di massa, sono appena accennate e chi cerca rifugio
fuggendo è sfruttato e assimilato a un nemico delle nostre società.
Ma è arrivata la pandemia spiazzando tutte le società opulente, organizzate, tecnologicamente evolute: il
cigno nero si è manifestato portando malattia, morte, disarticolazione sociale, blocco dei movimenti,
chiusure di tutte le attività. Gli ospedali sono diventati sempre più affollati, le terapie intensive incapaci di
sostenere le richieste, le prime cure sono state approssimative e forse ancora oggi, nonostante i vaccini, non
se ne trovano di definitive.
Quasi ovunque il dolore e la sofferenza si sono manifestati pubblicamente con la loro tragica evidenza, basti
solo ricordare i morti trasportati con camion militari, la solitudine forzata di tanti anziani e fragili,
eliminazione di gesti ormai naturali quali darsi la mano o abbracciarsi, interi settori dell’economia e del
lavoro pesantemente danneggiati.
Tutto questo ha generato lutti, dolori e sofferenze di vario tipo.
Inoltre, la pandemia, come dice la parola, si manifesta in un contesto mondiale dove tutto si lega e
interagisce, ma nel quale i paesi ricchi sono ben divisi da quelli poveri: da una parte vaccino, ospedali,
medicine e operatori sanitari efficienti, dall’altra scarsità di tutto.
In questo contesto si sono poste varie domande: da dove viene questo virus, è giusto isolare le persone, come
organizzare gli ospedali, quali sono le terapie più efficaci, quale politica economica intraprendere per
riorganizzare il tutto? i vaccini scoperti sono efficaci? Hanno degli effetti indesiderati?
A monte di tutto questo c’è una domanda non chiaramente espressa, confusa ma molto pressante: perché
tutto questo? Come interpretarlo e reagire? Come inserirlo nelle possibilità della nostra vita insieme alle
varie altre situazioni reali di sofferenza e dolore nascoste, ghettizzate, ignorate? Cosa possiamo fare per chi è
fragile, solo, in zone colpite da altre pandemie sociali, economiche, da guerre o schiavitù?
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della necessità di un
“rinascimento” dopo la Covid-19, dopo questa pandemia ancora in corso. Ha parlato del modo in cui l’Italia
ha affrontato, sta affrontando questo dramma riferendosi al Rinascimento italiano non solo per Firenze e
l’Italia ma per tutta l’Europa. Ha invitato tutti gli europei a “I-care”, a prendersi cura dell’Europa, in questa
situazione nella quale non possiamo ripartire come se nulla fosse accaduto o dal punto in cui siamo stati
fermati. Però non siamo chiamati a un semplice, scontato ripartire, ma a pensare come creare uno o più nuovi
percorsi di rinascita.
Senza volere qui entrare nella analisi storica del Rinascimento, rinascere oggi nel 2021 è capacità di trovare
le parole nuove e adatte per dire il dolore che abbiamo visto, in alcuni casi negato ma percepito, conosciuto,
sofferto, nei suoi diversi modi.
Le parole si possono inventare, ma non senza un contesto, si possono cercare, si devono trovare per
affrontare il proseguire dei giorni.
Il contesto, riferito agli effetti diretti del virus, è quello di un dolore reale che però ha creato una sofferenza
impercettibile, impercettibile perché dovutamente nascosta. Infatti, questa pandemia per essere curata ha
richiesto l’isolamento, il “nascondimento” degli infetti e anche di quanti sono morti.
Ma anche coloro che sono guariti dall’infezione devono ancora fare i conti con strascichi fisici e psichici che
apparentemente non si vedono. Quindi, sotto questo aspetto, il contesto è proprio il dolore della fatica di dire
la propria sofferenza.
Sembra quasi che questa malattia abbia realizzato quanto si è domandato il filosofo Byung- Chul Han:
“Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, nel suo saggio La società senza dolore. Sembra
quasi che la paura del dolore che la nostra società occidentale porta con sé, dalla paura del nascere alla paura
del morire (per riferirci solo ai due poli dell’esistere) abbia trovato nella Covid19 il suo naturale e giusto
epilogo.

Potremmo accettare questa tesi e sarebbe molto comodo per poter tornare a vivere con normalità, ma non
sarebbe corretto; è veramente necessaria una genesi e un’ermeneutica del dolore per ripartire non da dove
siamo stati fermati, ma da dove stiamo cercando di riprendere a camminare.
Per questo stiamo tentando, nel vero senso della parola, un percorso che a partire dal discorso della sig.a Von
der Leyen, attraverso i contributi del sindaco e del cardinale di Firenze, con il prezioso apporto del dott.
Adriano Peris, responsabile del reparto infettivi dell’Ospedale di Careggi, passando dai miei confratelli
Barnabiti e dai giovani che si incontrano per le strade delle nostre città, possa aiutarci ad affrontare con
dovizia “scientifica” questo cambiamento di epoca che la pandemia ha ancora di più accentuato,
conducendoci ad un vero Rinascimento dell’uomo nella sua integrale personalità.
Pubblicheremo il lunedì e venerdì questo materiale sperando di riuscire a creare un poco di dibattito.
p. Giannicola M. Simone e GiovaniBarnabiti.it

VOLONTARI A RAPPORTO

Dopo svariati incontri telematici, finalmente sabato 6 novembre c’è stato un incontro fisico! continuato fino a domenica 7 dei volontari zaccariani. C’è stato un po’ di imbarazzo e problemi tecnici perché non si era più abituati a presenziare: alcuni sono arrivati in ritardo, ad altri mancavano le pause caffè e poi anche il problema delle sedie, che erano meno dei partecipanti! Tutti normali problemi tecnici di quando si organizza un evento dal vivo e non più online.
Ci siamo ritrovati a Milano, intorno alla tomba di SAMZ per significare anche la novità della neonata unica Provincia Italiana dei padri Barnabiti e chiedere al Fondatore aiuto e illuminazione.
L’argomento principale è stato il Qender Agorà Padri Barnabiti, conosciuto anche come BarnabitiAPS. Il ramo sociale e associativo della congregazione dei Padri Barnabiti è il primo gruppo informale di volontari zaccariani nato nel 2008 per realizzare, insieme ai padri Barnabiti della comunità albanese di Milot, il kampi veror (campo estivo). La funzione svolta da questa APS è quella di lottare contro alcune forme di povertà con attività di tipo socioculturale, relazionale nonché educativa ed economica. In particolare obiettivo di questi campus è quello di portare gioia e allegria ai bambini albanesi attraverso settimane vissute dai volontari con un forte senso di responsabilità e di crescita sia umana che spirituale. In questi 13 anni, il gruppo è cresciuto sempre di più tanto da tessere una rete umana di solidarietà tra amici e volontari di tutta Italia. Con il loro prezioso aiuto, i padri Barnabiti hanno potuto sperimentare nuove idee e creare missioni innovative nei Paesi in Via di Sviluppo.
Per iniziare padre Fabien, padre Giannicola e padre Graziano (collegato telematicamente dall’Albania), ci hanno fatto scrivere il motivo della nostra presenza. Un punto comune a tutti i partecipanti “volontariato zaccariano”, quindi da lì abbiamo iniziato a ragionare e discutere. Il volontario zaccariano si pone come obiettivo quello di creare un ponte tra tutte le comunità barnabitiche sostenendo valori interculturali, di volontariato e di solidarietà. Altro obiettivo del volontariato è sicuramente riuscire a organizzare campi di animazioni, settimane spirituali e viaggi culturali e di conseguenza anche formare volontari al servizio della comunità promuovendo il lavoro di apostolato.
Dalla discussione che è stata buona e accesa è emersa specialmente la richiesta ai padri di avere un incontro con più Barnabiti per comprendere meglio cosa si intenda oggi per identità zaccariana dei giovani e dei volontari zaccariani. Il tempo attuale, la fatica di credere, l’affetto per i barnabiti tra i quali siamo cresciuti non possono procrastinare questa riflessione.
Ma intanto ci siamo fermati perché il tempo del pranzo era arrivato e la comunità dei padri dello Zaccaria ci attendeva.
Il pomeriggio, come da tradizione ci siamo incamminati verso l’immagine della Madonna della Divina Provvidenza esposta nella nostra chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia per pregare il rosario in preparazione della sua festa.
Qui abbiamo incontrato un altro Barnabita: Padre Enrico, persona molto umile e accogliente da poco trasferito da poco da Lodi; con padre Giannicola, ci ha spiegato un po’ la storia della chiesa, delle opere del Procaccini, dell’altare e del pulpito incastonato con numerose pietre multicolore provenienti dalle nostre missioni in Indocina nel XVII secolo. Quindi la preghiera del Rosario in cui abbiamo chiesto a Maria forza, temperanza e creatività per le nostre vite e per il nostro impegno.
Nel secondo pomeriggio abbiamo continuato il lavoro associativo, letto il bilancio dello scorso anno, analizzato un po’ gli obiettivi per il prossimo esercizio: in primis aumentare il fondo 5×1000 e in secundis ritornare a svolgere attività nei Paesi in Via di Sviluppo.
La giornata si è conclusa con la cena insieme alla comunità.
Domenica mattina con un puntuale ritardo abbiamo ripreso i lavori focalizzandoci in particolare sull’organizzazione del progetto “Un tetto per FushMilot”, che dovrà realizzare non solo quanto richiesto dal Capitolo Provinciale dei padri Barnabiti lo scorso luglio, ma anche una prima collaborazione missionaria comune tra le due exprovince barnabitiche.
Infine, ci siamo radunati intorno all’altare, sulla tomba del Fondatore, per la celebrazione eucaristica presieduta da p. Fabien che ci ha esortati donare tutto noi stessi e non solo il superfluo, come la vedova del Vangelo.
Al termine del pranzo si rientra nelle proprie case con l’impegno di realizzare il progetto “Un tetto per FushMilot”.
Buon lavoro.
Marco Ciniero, Milano

SCUOLA PANDEMICA? LE OPINIONI DI JONATHAN

Ciao amici lettori, i nostri confronti continuano oggi con Jonathan, anni 17, di Torino.

Fan sfegatato di David Bowie, scoperto e folgorato quasi per caso a 12 anni. Scuola media musicale, suona pianoforte, percussioni e violino. Per forza una tesina di terza media su Bowie. Poi ascolta rock, jazz, blues, forse atipico tra i suoi compagni.

Sport: pallavolo prima e sopra di tutto.

Gelato: cioccolato, stracciatella, pistacchio

Difetto: testardaggine e procrastinatore delle cose che non mi piacciono fino all’infinito

Pregio: curiosità, bontà d’animo.

Altro: adoro scrivere; per me è il respiro, non potrei farne a meno.

Altro ancora: sono eterocromatico. Un occhio azzurro e uno verde/marrone.

Ciao Jonathan, il primo ricordo dello scorso anno?

Ormai è dal febbraio del 2020 che il nostro mondo precedente è scomparso. Ricordo, quando, un anno e mezzo fa avevo salutato i compagni e i prof per le vacanze di carnevale. Il ritorno non c’è mai stato ed è iniziato il periodo della dad. All’inizio un po’ raffazzonato e con i prof che erano passati dal dire: mettete via il cellulare a… perché non ti connetti? E poi la promozione per tutti.

Un anno difficile, delirante. Ma con una speranza. Il 2020/2021 sarebbe stato diverso.

Diverso?

Parliamone

13 settembre inizia la scuola. Modalità didattica mista. Professori che cercano di sdoppiarsi tra gli studenti in aula e quelli a casa. Una follia. Le persone in aula sono distanziate, con mascherina, finestre aperte per areare i locali. Le voci dei prof arrivano attutite. Intanto chi è a distanza ha ancora più difficoltà: i prof parlano con gli studenti presenti, trascurando chi è a casa con dispositivo acceso, pigiama e camicia (la nuova moda dello studente a casa. Sono arrivato a seguire in ciabatte, mutande e camicia: un mezzobusto perfetto). Le verifiche solo in presenza. C’è quasi una caccia alle streghe.

I prof sono nervosi. Temono che gli studenti copino e specie a fine anno, a maggio, c’è stata una serie infinita di compiti e interrogazioni, un vero e proprio tritacarne: 17 verifiche e 5 interrogazioni in 5 settimane. Perché i docenti volevano il voto in presenza.

Molti prof non vedevano l’ora di “prenderci in castagna”, quasi fosse colpa nostra la “promozione per tutti” dell’anno precedente.

Alcuni ci dicevano: “Lo scorso anno vi è andato bene, ma quest’anno…”. E già… quest’anno da noi (secondo anno scienze umane) 8 promossi a giugno su 29, 6 bocciati e gli altri con giudizio sospeso.

Taluni prof ci vedevano come nemici, altri ci hanno protetto, certo anche loro hanno vissuto in modo diverso e complesso la DAD.

Credo che la scuola sia ancorata ad un sistema legata al passato. Noi non siamo dei numeri, ma delle persone. Ritengo che dovremmo essere coinvolti di più.

Inoltre esistono diversi tipi di apprendimento e la scuola, malgrado la dad che dovrebbe portare a delle innovazioni con l’uso delle tecnologie è rimasta, specie per alcune materie, ancorata a una visione da anni 50 del secolo scorso.

Nel Nord Europa, ad esempio, si studia il Latino vivo, con conversazioni, brevi dialoghi, canzoni. Da noi l’approccio è ancora decisamente grammaticale. Ho provato a dire alla prof, in qualità di rappresentante di classe, che esistono altri sistemi di apprendimento del latino, ma con scarsi risultati e… molte urla.

Cosa mi aspetto dalla scuola?

La possibilità di ragionare e di apprendere davvero. La possibilità che vengano compresi i vari stili di apprendimento.

Io imparo molto attraverso video e disegni, ma non ho assolutamente memoria e non riesco ad apprendere velocemente. Apprendo lentamente, ma in modo costante.

Certo ognuno ha le sue specificità e in classi di 30 persone in didattica mista, penso che sia difficile anche per i professori cercare stili di apprendimento adatti a tutti e stimolare la curiosità di tutti.

Ma siete curiosi? C’è curiosità per il mondo, per il futuro?

Puoi ben dirlo. Anche se sembriamo degli automi, con auricolari e smartphone, in realtà siamo ben presenti e attenti.

Tutti i miei compagni sono, comunque, attenti a tematiche quali quelle ambientali, le campagne per i diritti delle minoranze (dallo ius soli alle tematiche lgbt+). Il nostro mondo ha meno paletti di quelli messi dalla retorica degli adulti o dai valori di facciata di molti adulti con molte parole.

Nella redazione del giornale scolastico scegliamo sempre tematiche di attualità.

Noi adolescenti non siamo tutti uguali, purtroppo chi vive in un contesto culturale più povero ha meno strumenti di chi, come me, frequenta un liceo blasonato. Anche se ciò non dovrebbe essere giusto. E da ateo mi viene da citare Don Milani quando dice che non bisogna fare cose uguali tra disuguali. È questo che la scuola e, direi, la società non sta facendo. Perché l’uguaglianza formale non è equità. Io metterei un paio d’ore di filosofia pure nei professionali di meccanica perché tutti dovrebbero aver la possibilità di stimolare il pensiero e non solo chi, a 14 anni, sceglie di frequentare un liceo.

Quali sono le parole che più trovano spazio?

Per me direi sofferenza. Ne ho tanta. Provengo da una famiglia piuttosto benestante, ma decisamente disfunzionale, con un padre cattolico praticante, ma violento (che per fortuna è spesso fuori casa per lavoro), una madre lamentosa che non prende mai una decisione (parla di separarsi da 10 anni e non l’ha mai fatto. È diventata buddhista, ma frequenta la Chiesa per non andare contro papà) e questo mi fa soffrire parecchio.

Al tempo stesso ho una sorella che adoro, due fratelli che tollero e degli amici accoglienti.

La Chiesa per me è un luogo di tensione. Sono stato costretto ad andarci da mio padre e ho visto in lui tutta l’ipocrisia possibile (va in Chiesa poi in casa è un violento), ho subito bullismo in oratorio e ho deciso di non metterci più piede (lottando contro mio padre) da ormai 4 anni.

Pertanto mi dichiaro ateo. Non esco, tendenzialmente, con persone che frequentano la Chiesa perché li ho trovati spesso ipocriti. L’ultimo un mio compagno di orchestra, casa e chiesa, che si dichiarava mio amico e poi mi ha sputtanato con tutta l’orchestra per il mio modo di pensare.

Non so se sono io che sono stato particolarmente sfortunato, ma è così.

Pertanto Dio, Chiesa e Famiglia sono concetti per me alieni e lontani.

Al tempo stesso credo in un mondo libero, in cui ci sia rispetto e posto per tutti e forse è questo il messaggio che vorrei lanciare agli adulti. Ci avete lasciato in eredità un mondo di guerre, competizione, consumismo, in cui le logiche del profitto sovrastano l’umanità. Noi vogliamo qualcosa di diverso. Non derubricate le nostre richieste in bambinate (Greta Thumberg, ad esempio, considerata per molti una Cassandra autistica).Ciao Jonathan, grazie.

BONTA’ DELLA DAD?

Cari amici, ora è la volta di un’altra prof, di Storia, Italiano e History al liceo linguistico di Firenze, prof. Domenica

Fan di: Stephen King,

Patita di nuoto,

Golosa di gelato alla crema;

consapevole del difetto di avere poca attitudine alle attività manuali, ma anche del

pregio (secondo gli altri) dell’equilibrio.

E poi adoro i gatti: sono una delle prove più convincenti dell’esistenza di un Dio dal senso estetico supremo.

Quanto ha percepito la capacità di ragionare dei giovani di oggi?

Ci sarebbero moltissime cose da dire, ma in sintesi credo che la rivoluzione tecnologica (smartphone, principalmente) abbia determinato un gap generazionale enorme. Oggi i ragazzi si confrontano più con display e monitor, che non con la pagina cartacea. Sono abituati ai ritmi serrati e rapidissimi di video, messaggi e quant’altro, quindi hanno perso la capacità di concentrazione richiesta dalla lettura ‘tradizionale’. Hanno anche perso la pazienza legata alla ricerca di contenuti e nozioni varie, dato che possono reperire qualsiasi informazione sul web. Peraltro l’esattezza di tali informazioni è sempre da verificare, dato che, come sappiamo, Internet è un mare magnum e non c’è un controllo dall’alto che garantisca la correttezza di quanto viene riportato.

La scuola dello scorso anno poi ha maggiormente aumentato queste dinamiche.

Ma questa DAD, come la giudica?

Purtroppo la pandemia e l’introduzione della didattica a distanza hanno frantumato ogni barriera di privacy, fra alunni e docenti e viceversa.

Non sono fra quei docenti che assegnano compiti online la sera precedente alla prova, ma sono fra quelli che ricevono messaggi dagli studenti in continuazione a ogni ora del giorno in chat. Mi sono rassegnata a questa prassi… Ormai tutti i nostri allievi hanno il nostro numero di cellulare.

L’anno scorso l’esperienza della DAD è stata sicuramente fondamentale per mantenere una continuità didattica coi ragazzi. Ovviamente è stata un surrogato di scuola che però ha avuto la sua importanza. Comunque si è visto fin dall’inizio che questo tipo di didattica poteva andare bene per le spiegazioni, ma non per le verifiche, a mio parere inattendibili.

Con tutta questa tecnologia non c’è il rischio che i giovani non ragionino più?

Sono ancora convinta che i ragazzi sono in grado di ragionare! Ci sono belle teste fra loro, si tratta solo di trovare il modo di comunicare, trovando una modalità che sia loro congeniale. Per questo ovviamente i mezzi informatici sono prioritari ormai nella didattica.

E per il nuovo anno scolastico cosa desidera?

Diciamo che dal nuovo anno scolastico desidererei che ci riportasse alla normalità. Purtroppo però questo mio desiderio non coincide con le mie reali paure… Immagino infatti che si dovrà riutilizzare il criterio della turnazione fra classi per evitare assembramenti e che la DAD non verrà affatto abbandonata. Perciò il consiglio che vorrei dare ai miei alunni è quello di usare il fair play quando vengono interrogati online. Troppo spesso noi docenti abbiamo la certezza (purtroppo però indimostrabile) che le risposte date non sono farina del loro sacco, ma sono lette dalla rete o dai libri.

Però penso che con l’impegno di tutti, come nello scorso anno, potremo fare qualchecosa di ancora più bello.

PARALIMPIADI? SI, GRAZIE, MA CON OTB

Le Paralimpiadi sono state praticate per la prima volta a Roma nel 1960 affinché tutti gli atleti potessero aspirare a partecipare ai Giochi Olimpici senza che ci fossero distinzioni con i normo dotati. È soltanto da poco che però che se ne parla, precisamente sono i Giochi Paralimpici del 2012 di Londra che hanno permesso a questo movimento di essere conosciuto e visto in televisione. Tuttavia, esistono delle realtà che si prendono a cuore questi atleti, preparandoli ad affrontare le sfide che i Giochi li riserba. OTB è una delle molteplici realtà che aiutano le persone affette da una disabilità a raggiungere i loro sogni. Nel tempo hanno formato diversi atleti, tra i quali Fabrizio Cornegliani, neovincitore della medaglia d’argento nella cronometro maschile H1.

Ho avuto l’occasione di intervistare proprio l’ideatore di questo progetto, Federico Sannelli, classe 1990, diplomato al nostro Collegio San Francesco in Lodi.

Nel 2016 è diventato direttore tecnico del Team Equa ottenendo la qualificazione alle Paralimpiadi con 4 atleti, vincendo 7 medaglie di cui 5 d’oro, 1 argento e 1 bronzo. Attualmente si occupa della preparazione dei ciclisti, delle squadre e degli atleti che affrontano la disciplina del Triathlon e dei Paratleti che disputano gare di Handbike e Paratriathlon. Lui ha aperto la sua società sportiva e casualmente si è dovuto imbattere in ciclisti con disabilità che gli hanno chiesto un aiuto. Lui ha dovuto studiare i movimenti, le bicilette e tutto quello che comporta la corsa in handbike. Inizialmente era solo un lavoro, pian piano poi anche altri Paratleti lo hanno contattato, lui si è sempre appassionato sempre più fino ad essere contattato dalla Federazione. Sicuramente non è stato un percorso molto facile; anzi, è stato ed è tuttora pieno di insidie, errori e fatica.

Quali sono gli sport paralimpici e come si praticano?

Ad oggi, quasi tutti gli sport hanno una realtà paralimpica, bisogna poi andare a vedere nello specifico come praticarlo perché dipende da disabilità a disabilità. Non esiste un percorso tracciato per tutti. Esistono, infatti, varie categorie che vanno in base alla disabilità e ogni sport ha le proprie regole con le proprie classifiche e tempi per partecipare poi agli eventi internazionali. Non ci sono delle categorie paralimpiche universali ed è per questo che viene inserito un codice alfanumerico dopo il nome dello sport: H sta per handbike, C quando si usano biciclette, T in caso di bici a tre ruote, B in caso di tandem. Generalmente, almeno per il paraciclismo e per il paratriathlon, più il numero è basso e più la disabilità è grave.

Cosa ti aspetti da queste Paralimpiadi? Vedi qualche sorpresa?

Mi aspetto che ogni Olimpiade porti un ritorno mediatico per il paralimpico. Se pensiamo alle prime Paralimpiadi, nessuno le seguiva, non c’erano nemmeno le dirette e gli articoli… possiamo dire che era un mondo sconosciuto. Pensiamo a ora e capiamo quanti passi avanti sono stati compiuti! Nessuno sapeva cosa fossero le Paralimpiadi fino a Londra 2012 e da allora c’è sempre stato un grande ritorno mediatico e una copertura televisiva più elevata. Sicuramente, almeno in Italia, la figura di Zanardi ha contribuito tantissimo perché è un personaggio noto che si è buttato nel paralimpico portando tanto ritorno mediatico alla disciplina, soprattutto della bike, creando canali che dessero origine ad altre star paralimpiche come, ad esempio, Bebe Vio. Di conseguenza, mi aspetto ci siano più investimenti nelle strutture e più realtà che si occupano di formare gli atleti e di stargli vicino perché non è sempre facile e gli strumenti costano molto per via della tecnologia, dei pezzi di ricambio e non tutti possono permettersi di investire 15.000€ in una bicicletta.

Per quanto riguarda le sorprese ti dico di no, più che altro perché ci sarà un bel cambio di rotta dopo Tokyo. Nel paraciclismo molti atleti, compresi i miei, dovrebbero andare in pensione perché sono tutti abbastanza vecchi sportivamente parlando. Sicuramente, per Parigi, ci sarà da andare a trovare e formare dei nuovi atleti.

C’è un sostegno? In che misura vengono seguite?

Dipende. Ci sono molte federazioni che fanno tutto loro, quindi prendono l’atleta, lo formano e lo allenano, altre invece no. C’è poi da considerare anche che non tutte le nazionali possono seguire tutti gli atleti. Bisogna vedere la realtà e fare anche del talent scout. Comunque, in nazionale arrivano atleti molto formati che si sono fatti notare ottenendo diversi risultati. Ti faccio un esempio: i miei atleti hanno una squadra che li supporta in termine di ritiri, costi e via dicendo. La mia figura da allenatore non è una figura federale io sono un consulente esterno privato che li alleno. Quindi, non vengo stipendiato da una Federazione. Capisci che, almeno nel paraciclismo, la Federazione non paga l’allenatore. Tuttavia, nel paratriathlon, gli atleti vengono allenati dai tecnici federali. In conclusione, puoi capire che il discorso è molto variabile e non c’è una regola fissa.

Cosa può fare la gente comune per sostenere queste associazioni come OTB? Chi gestisce tutto il sistema paralimpico?

Sicuramente molte associazioni possono avere la donazione del 5×1000 sulla dichiarazione dei redditi, quindi fanno pubblicità quando c’è quell’iniziativa. Per il resto le squadre vivono con gli sponsor, solitamente investitori privati che si fanno un po’ di pubblicità. La gente comune può seguire perché più ritorno mediatico c’è e più si vende, più sponsorizzazioni ci sono e più gli atleti vengono seguiti… aumentare il ritorno mediatico significa vedere gli atleti come dei veri e propri professionisti reali, sullo stesso piano dei normodotati. Anche perché, raggiungere quel livello, ti assicuro, significa avere chiuso mentalmente “il conto con la vita” altrimenti non riesci a tollerare tutto quell’impegno. Il sistema paralimpico viene gestito dal CIP, il quale è una branca del CONI. Infatti, quando i Paratleti vincono le medaglie, vengono poi premiati a Roma. La premiazione è uguale per tutti.

Il successo avuto dall’Italia nelle Olimpiadi di Tokyo 2020 può aiutare l’Italia nelle Paralimpiadi e le relative associazioni?

Sicuramente sì. Le Olimpiadi per i Paratleti sono ancora più importanti che per i normodotati perché è l’unica possibilità di visione globale che hanno. Solitamente, l’Italia nelle Paralimpiadi ha sempre fatto bene, ma quest’anno, con la straordinaria Olimpiade, avrà sicuramente una spinta in più per far bene e soprattutto far vedere che anche l’Italia paralimpica è allo stesso livello. A me piacerebbe inoltre che non esistessero solo delle realtà che si occupano di paralimpico, ma anzi, di squadre o polisportive (ovviamente di una certa dimensione ed entità) che abbiano sia la parte para sia quella normo. Guarda le squadre di calcio e vedi che nessuna ha una squadra paralimpica. È anche vero che è complicato perché devi andare a prendere tutte le categorie di disabilità; pertanto, non è solo una questione di età. Non è assolutamente una cosa semplice, ma pian piano la speranza è che molte associazioni, oltre all’attività giovanile dei normo, assumano sempre più anche attività per i disabili. Questo però significa avere istruttori adeguati e specializzati, avere gli spazi, avere i fondi eccetera. La cosa importante è che in Italia manca ancora, all’interno delle Università o dei Corsi di formazione, la formazione del personale paralitico. Ad esempio, se fossi un professore universitario metterei l’esame di sport paralimpici, poi ovvio che ti devi specializzare nella tua categoria. Non bisogna ridurlo soltanto a una visita di Fabrizio (Cornegliani) che racconta la sua esperienza personale. Quello va bene nelle scuole inferiori per insegnare l’esperienza di vita e la resilienza. Serve del materiale tecnico e su quello lavorare. Moltissimi tecnici, me compreso, si sono formati in completa autonomia vivendo le situazioni e imparando da quelle. Spesso sbagliando.

CONFIDO NEI VACCINI

Ciao lettori continuano i nostri incontri con studenti e docenti sull’imminente anno scolastico.Oggi discutiamo con Carlo, neo diciottenne di Este (PD)

fan di: Nirvana, Linkin Park, e i contemporanei Maneskin, ma amante di Beethoven.

sport: assolutamente il basket, malgrado non lo pratichi più, ma mi piace andare via in MTB, giocare a tennis, pallavolo, calcetto.

Gusto gelato: Crema!

Difetto: un po’ testardo e permaloso.

Pregio: so ascoltare molto e dare giusti consigli! D’accordo con lui condivido le sue idee.

•La scuola dello scorso anno?

Eravamo una settimana in presenza e una in DAD, con la classe sempre al completo, bastava essere abbastanza responsabili; ma almeno metà classe approfittava della situazione, del fatto di non poter esser sempre controllato dal docente.

•La scuola ha cercato di coinvolgervi nell’interagire con voi, con la fatica di questa modalità?

Se ne è discusso spesso in classe. Gli insegnanti hanno cercato di trovare delle tecniche d’insegnamento alternative, di evitare un semplice parlare per l’ora di lezione intera dall’altra parte del computer. Cercavano dunque di interagire, proponevano esercizi assieme, attività, dibattiti. Secondo me però in tutte le scuole di Italia è successo così, anche tra i diversi indirizzi: in DAD i docenti avevano un volto diverso rispetto a quello che recuperavano con la didattica in presenza.

•Non so quanto gli insegnanti siano stati capaci di novità, ma al di là di questo, cosa attendi per il prossimo anno?

Confido nei vaccini e nella buona volontà degli studenti (di vaccinarsi) per un ritorno alla normalità.

•Ma al di là della DAD la scuola è alla vostra altezza, delle vostre attese, curiosità?

Io credo di sì; la mia scuola in vari ambiti propone diverse novità, seppure in alcune discipline si mantiene lo scontato.

•C’è curiosità tra i tuoi coetanei o prevale lo scontato?

Penso di sì! Ce n’è tanta. Di anno in anno si studiano cose nuove così da scoprire i collegamenti tra le varie discipline. Forse però lo sviluppo delle tecnologie ha avuto l’effetto positivo per conoscere di più oppure negativo perché ha sostituito la fatica di conoscere, di approfondire. Siamo curiosi, ma la curiosità viene negli anni.

•Hai detto che più si cresce più si diventa curiosi (non sono d’accordo): più curiosi e interessati del mondo, di guardare oltre oppure solo di se stessi, del proprio ombelico?

Penso che un bambino abbia il livello massimo di curiosità, ma credo perché non conosca ancora il mondo che lo circonda. Man mano che si cresce ci si immerge sempre più in quella che è la realtà circostante e ovviamente la si conosce sempre meglio… non penso che più si cresce, più si diventa curiosi, credo che cambi il modo di approcciarsi al mondo. Inoltre buon senso vorrebbe che ognuno aprisse i propri orizzonti man mano che diventa adulto, preoccupandosi in primis di se stesso, ma anche di chi lo circonda per prendersene cura.

•C’è curiosità per il futuro o solo per il presente? Si ha la percezione di un futuro da costruire o da lasciarsi cadere addosso?

C’è curiosità per il futuro, o almeno io la vedo così. Magari per chi è più anziano, la preoccupazione del futuro non è tanta, ma noi giovani studenti siamo costantemente sommersi dalla questione: “cosa sarò da grande?”. Purtroppo le certezze sul futuro sono nulle, dunque possedere curiosità è soltanto un modo per affrontar meglio il presente, in vista di un futuro più o meno lontano. Dunque penso che prima ancora di guardare al futuro, ciascuno di noi deve costruirsi delle fondamenta solide per il presente che vive giorno per giorno, e solo così potrà crearsi un futuro.

•Quali di queste parole trovano più spazio nella tua vita:

1) sofferenza, soffrire capita a tutti, chi per una ragione, chi per un’altra… penso però che ogni sofferenza debba essere affrontata col massimo delle forze;

2) gioia, elemento importante nella vita di tutti i giorni credo sia proprio sorridere, provare soddisfazione per ciò che si è, che si ha e che si fa;

3) famiglia, credo veramente che la famiglia sia sinonimo di sicurezza, protezione, calore, amore;

4) Dio, purtroppo sono in una fase della mia vita un po’ critica sotto questo punto di vista, molte cose non mi tornano sulla religione, faccio fatica ad avere fede;

5) Chiesa, penso che nella mia crescita la parrocchia abbia giocato un ruolo veramente importante, perché mi ha permesso di conoscere delle persone favolose; sin da piccolo la parrocchia m’ha fatto vivere momenti unici;

6) Rispetto, dobbiamo aver rispetto di tutto e di tutti, indipendentemente da qualsiasi fattore si prenda in considerazione: siamo tutti umani, siamo tutti uguali.

•Un consiglio agli adulti?

Ascoltate i più piccoli: sedetevi li con loro, e parlate giorno per giorno del più e del meno. I giovani molto spesso tengono dentro di sé tutto quanto (bene o male che sia) senza condividerlo con nessuno. Il problema è che portarsi avanti delle difficoltà è un peso per la mente, e l’unica soluzione è discuterne serenamente con qualcuno di più grande che di sicuro in un modo o nell’altro ha già vissuto qualcosa di simile e sa come affrontarlo.

Ciao Carlo, grazie

SCUOLA DA UN ANNO ALL’ALTRO

Cari amici la scuola, in presenza o a distanza, ormai è alle porte, la campanella sta per suonare e forse molti di voi, da una parte all’altra dei banchi e delle cattedre il desiderio di rimettervi in gioco non manca. Per questo vogliamo cominciare il nostro mese di settembre pubblicando alcune chiacchierate con docenti e studenti che abbiamo pescato in giro per l’Italia.Che scrivere? Buona lettura.

Da Lodi la prof di inglese all’IIS Cesaris di Casalpusterlengo (LO), Isida Laçi comincia a raccontarci il bello e il brutto dello scorso anno.

La cosa più bella che posso confermare è l’affiatamento e la collaborazione tra colleghi per rendere la didattica online accessibile a chi non aveva molta familiarità con la tecnologia, il tutto per far sì che i nostri ragazzi si trovassero nelle migliori condizioni per poter apprendere. Inoltre, i diversi incontri, spesso pomeridiani, hanno permesso di conoscerci meglio e condividere insieme molto più tempo del solito. Abbiamo scambiato esperienze e consigli utili per poter gestire al meglio una situazione a tutti sconosciuta e impegnativa.

Prof, com’è cambiato il modo di approcciare i ragazzi con la “famigerata” DAD?

Per ogni ragazzo è stato creato un indirizzo mail personale con il dominio scolastico. Sono state create le classi virtuali su Google Classroom e utilizzate tante piattaforme online come Socrative. A ogni studente è stato fornito la mail personale del docente e talvolta anche il cellulare. La novità nell’approcciare i ragazzi ha riguardato principalmente il fatto che il contatto, con chi ha avuto il desiderio di approfondire o capire meglio qualche argomento, è avvenuto spesso online, di pomeriggio, alla fine della giornata scolastica.

Ha dovuto rinnovare la propria didattica o semplicemente ha. fatto un copia incolla delle lezioni in presenza con una in DAD?

Impossibile fare copia /incolla tra lezioni a distanza e quelle in presenza. Ho la fortuna di insegnare una lingua straniera e quindi di avere molta più “elasticità” nel proporre e svolgere gli argomenti programmati in precedenza. Semplicemente una canzone in inglese, un brano divertente, estratti presi da social network di coetanei inglesi o un bel film in lingua originale sono stati spesso strumenti utilizzati per affiancare i libri di testo e rendere meno “pesante” una lezione altrimenti solo frontale davanti a uno schermo.

Poi, un pomeriggio alla settimana ho avviato un club di letteratura inglese per poter affrontare in modo propositivo, la situazione della chiusura a causa della pandemia.

Prof, cosa hanno imparato secondo lei gli studenti?

Io ho cercato di trasmettere loro che da una situazione difficile si esce solo con un lavoro duro e con una vera conoscenza delle cose, in senso ampio. La scuola nuova e moderna tende ad andare sempre più verso l’acquisizione di competenze, il “saper fare”. Cosa giusta, ma personalmente credo che le competenze senza le conoscenze non possano andare molto lontane: per “saper fare” bisogna “sapere”.

Come si è sentita percepita dagli studenti?

Molti studenti hanno certamente compreso e apprezzato l’impegno e gli sforzi quotidiani fatti per portare avanti la scuola anche in condizioni “straordinarie”. Diversi però si aspettavano meno verifiche e meno giudizi tramite il tradizionale voto, in una situazione dove di “tradizionale” c’era poco, ma nella quale a mio avviso, non si poteva prescindere da una corretta e puntuale valutazione del lavoro svolto e dell’impegno profuso. Anche se i miei figli liceali spesso mi criticavano.

Ha notato dei disagi negli studenti? Sono stati capaci di esternare i propri disagi?

Non avere la possibilità di venire a scuola, non poter vedere e interagire con i propri compagni, non seguire una spiegazione “dal vivo”, porta indiscutibilmente a dei disagi. Alcuni studenti si sono chiusi e hanno a volte smesso di frequentare le lezioni per diversi giorni/settimane. Altri hanno esternato i propri sentimenti con i colleghi con i quali erano più in confidenza, altri si sono rivolti alle psicologhe dello sportello di ascolto attivato dalla scuola.

Come è stata la gestione di alunni con disabilità

Non ho avuto alunni con disabilità, ma la nostra scuola è sempre rimasta aperta per gli alunni con disabilità che hanno preferito frequentare in presenza.

Prof, l’anno trascorso cosa le ha insegnato per il futuro?

La tecnologia è utile, va usata anche per andare incontro ai ragazzi che oggi sempre più vengono denominati “nativi digitali”, però nulla può sostituire il rapporto diretto a scuola. Il rapporto umano deve essere alla base del nostro lavoro. Se la situazione lo richiede, un argomento in meno, ma una “chiacchierata” in più non può che essere utile e propositiva per la crescita dei ragazzi ma anche per formazione quotidiana “sul campo” di noi docenti.

Di conseguenza quali modifiche farebbe al sistema scolastico italiano?

L’anno di Covid è stato in modo particolare un periodo che ha fatto emergere in modo significativo anche le difficoltà di alcuni docenti di approcciare i ragazzi e di svolgere in modo efficace il proprio lavoro, ma allo stesso tempo, ha messo in luce sensibilità personali ed efficacia della didattica di larga parte del corpo docente.

In prospettiva sarebbe opportuno che venisse valorizzato adeguatamente questo approccio e impegno positivo e venisse data la possibilità alle scuole stesse, tramite il comitato valutativo interno, di poter confermare nel loro organico, gli insegnati precari ritenuti validi dopo un’esperienza lavorativa all’interno della stessa scuola, senza necessariamente ridisegnare tutti gli anni parte del corpo docente attraverso Gae, moduli Mad, concorsi ecc.

Di contro sarebbe altrettanto opportuno non considerare la scuola come il classico “posto fisso”, “censurando” adeguatamente chi all’interno della scuola non ci dovrebbe stare.

Grazie prof, buon anno scolastico 2021/2022

PARLI LEI DELLA PASQUA

Padre parli lei della Pasqua che ne sa sicuramente di più di noi.
Ragionandoci però non so quanto ne sappia veramente della Pasqua, però so che molti, troppi,
sanno troppo poco della Pasqua!
Certo la Pasqua non è cosa da sapere, ma incontro da vivere e quindi comprendere.
Da vivere nella sua assurdità e da comprendere nella sua bellezza: è il capolavoro di Dio.
E chi è la Pasqua? Forse solo un Dio che ci dice qualcosa o forse quei giovani che venerdì
scorso hanno organizzato e pregato la Via della Croce?
Giovani che hanno abbandonato per un po’ smartphone e divano?
Ma questi nostri giovani hanno, diciamo, capito quanto stavano facendo?
Certo non sono sciocchi, ma entrare nel mistero di questa Via della Croce per arrivare alla
Pasqua è sempre complesso.
Chissà se questi nostri giovani abbiano pensato, nel muoversi, nel pregare, nel cadere, nel
leggere, che 2000 anni fa dei giovani come loro, un gruppo di 12 uomini e qualche donna non
capiva nulla di quelle scene tra Gerusalemme e il monte Calvario.
Sì, perché quei 12 e le donne con loro avranno bisogno di tempo per comprendere, avranno
bisogno della Pentecoste per capire quella strada percorsa da un uomo sotto la Croce fino a un
sepolcro spalancato.
Questi giovani avranno pensato che forse nemmeno Gesù comprendeva perché dover
percorrere quella strada tra una folla per lo più distratta, solo curiosa. Perché doveva morire a
causa del male, del peccato degli uomini? Sì, anche Gesù, ha avuto bisogno di tempo per
capire, ha condiviso in tutto, tranne il peccato, la nostra umanità, quindi anche la nostra fatica
di capire.
La via della Croce non è da capire, conoscere, studiare; la via della Croce si comprende solo
guardando ai tanti martiri sono morti a causa della fede; guardando a quei giovani anche vicini
che non hanno paura di cercare una chiesa ogni domenica.
Ma la Via della Croce che porta alla Pasqua la si comprende solo lasciandosi prendere dalle
mani del Cireneo, della Veronica, delle donne di Gerusalemme, della Madre di Dio, dei
cristiani che conosciamo e con loro leggere e rileggere il Vangelo, con loro fare silenzio.
Fare silenzio per lasciar parlare la vita di Gesù.
Non abbiamo paura di svestirci dei nostri abiti quotidiani di restare scalzi sulla Via della Croce,
solo così potremo entrare nel sepolcro e accorgerci che è vuoto, perché il Mattino del Giorno
dopo il Sabato è arrivato e nessuno potrà spegnerlo: mai.
Buon Giovedì, Venerdì e Sabato santo 2021.