Da un rinascimento all’altro?

Non c’è Rinascimento che non sia preceduto da un Medioevo. Ecco una considerazione da cui
bisognerebbe cominciare per comprendere a fondo il significato di “Ri-nascimento”, e ancor di più
di “Rinascimento europeo”. In “Rinascimento” è insita l’idea di rigenerazione di un’eredità
preesistente che è rimasta congelata durante una “età di mezzo”. Non che l’inverno del Medioevo
non sia tanto rilevante quanto la primavera che segue. Ma dall’età di mezzo dell’Europa all’età
successiva si conservano e rimangono intatte le differenze dei vari particolarismi geografici,
cosicché esistono non uno, ma molti Rinascimenti. “La storia d’Europa è una storia di
Rinascimenti”, afferma la Presidente della Commissione europea Von der Leyen nel discorso sullo
stato dell’Unione del 6 maggio 2021.
Ciononostante, nella memoria collettiva occidentale il Rinascimento italiano si trova a primeggiare
tra gli altri e lascia un’impronta indelebile con opere d’arte ed edifici celebri ancora oggi in tutto il
mondo. Nell’architettura delle città europee sono incisi i segni di una topografia condivisa dalle
culture dei popoli europei, in particolar modo nei musei, sui palazzi comunali e nelle chiese. I
grandi musei nazionali di Parigi, Berlino, Madrid e Roma (persino Londra) custodiscono un
patrimonio comune, che testimonia l’interdipendenza dei destini delle comunità nazionali europee.
Duomi, basiliche e cattedrali portano i simboli e gli elementi strutturali realizzati da maestranze non
solo locali, ma itineranti, come i capimastri francesi e tedeschi che diressero i lavori di costruzione
del Duomo di Milano.
Oggi, grazie all’area di libera circolazione stabilita dagli accordi di Schengen, schiere di turisti
europei possono viaggiare da un Paese all’altro prendendo atto, con i propri occhi, dell’entità del
legame profondo che unisce le capitali degli Stati europei. A sottolineare l’intreccio di storie di
popoli c’è il carattere transnazionale degli stili romanico e gotico degli edifici religiosi, ci sono i
motivi naturalistici e archeologici che compaiono e si mescolano nelle rappresentazioni pittoriche
degli artisti europei, ci sono i caffè letterari disseminati per il continente: esiste quindi un sostrato
storico-culturale costruito su fondamenta più solide di quelle su cui si reggono il mercato unico
europeo o il coordinamento sulla campagna vaccinale o il Green Deal europeo. Un autentico
Rinascimento europeo non può basarsi sul paradigma del funzionalismo.
Eppure, la Presidente Von der Leyen non ha torto nell’affermare che il progetto europeo ha trovato
nuova linfa vitale dinanzi alle grandi crisi. Alle crisi, come guerre mondiali e shock economici, si
accompagnano momenti generativi segnati da processi di ricostruzione. La vita dell’Europa
politicamente, economicamente e culturalmente unita si rinnova attraversando frangenti di crisi. E
sta ai giovani, che esaltano le virtù del programma Erasmus, effettuare un esercizio di memoria,
ricordare da dove provenga e perché sia nata l’idea di unione di Stati europei. Certo, è un bene che
le nuove generazioni si entusiasmino per la possibilità di studiare e formarsi in altri Paesi europei
accedendo a fondi appositi dell’organizzazione, però sono convinto che è a quei giovani che spetta
il compito di rinnovare di ricorrenza in ricorrenza, di anniversario in anniversario la consapevolezza
delle radici culturali giudaico-cristiane e greco-latine dell’Europa unita che comunque non poterono
prevenire il flagello della guerra.
Raccontava Huizinga in Homo ludens: “Stati giunti ad alta cultura si ritirano completamente dalla
comunanza del diritto internazionale e confessano senza vergogna un pacta non sunt servanda. […]
Grazie alla perfezione dei suoi mezzi [la guerra] è diventata da una ultima ratio una ultima rabies.”
Nel rinnovamento del mito europeo come mito di pace fra i popoli e solidarietà nella risoluzione dei
problemi comuni si trova l’anima di un Ri-nascimento europeo. Che i giovani, ispirati dallo “spirito
erasmiano”, devono saper interpretare e promuovere con occasioni di dibattito pubblico e con
proposte concrete da rivolgere alle istituzioni.

Francesco Laureti – Milano

L’ “attimo fuggente” di Alessio

Chi sei?
Sono Alessio Ruzzante, torinese, di 24 anni.
Passione principale?
Dopo aver provato vari sport, mi sono concentrato sul teatro e canto e danza.
Il primo debutto?
Come professionista “L’attimo fuggente”, ma durante i miei studi alla Scuola del Teatro Musicale ho preso parte ad un musical professionale, “Rent”.
Cosa si prova prima dello spettacolo?
Molta adrenalina, come se fosse sempre la prima volta.
L’emozione più importante di uno spettacolo?
Durante uno spettacolo si provano varie emozioni. Il bello del teatro è che ogni sera possono esserci delle piccole sfumature, emozioni sempre diverse.
In questo spettacolo, “L’attimo fuggente” che richiama una realtà giovanile, seppur dell’altro secolo, il tuo personaggio come lo affronti e cosa ti dice?
Io ho interpretato Todd Anderson. Todd è il nuovo arrivato del gruppo, ha una famiglia molto distante con un padre che ha grandi aspettative ma che non gli dà il giusto affetto. Vive nell’ombra del fratello, uno dei migliori studenti che la Welton abbia avuto, e tutti si aspettano da lui lo stesso risultato, questo genera una sensazione di pesantezza in lui.
La parte che ti piace di più di questo personaggio?
Penso sia la crescita. È bellissimo da interpretare, inizia lo spettacolo in un modo e lo finisce in tutt’altro, ogni scena lo aiuta nel migliorarsi. Anche con l’aiuto di altri personaggi.
Secondo te, è giusto essere così severi nell’educare?
È importante l’equilibrio. In quegli anni avevano una politica diversa, i ragazzi sono soggetti delicati e difficili da guidare non c’è un unico metodo giusto. Non si tratta solo di educazione culturale ma anche umana. Serve anche molta solidarietà ed empatia.
Come vedi i ragazzi liceali di oggi, in parallelo a quelli dello spettacolo?
I 6 ragazzi dello spettacolo richiamano gli studenti di oggi. Dal più ribelle al più studioso. E ogni ragazzo può scegliere in quale identificarsi e per quale fare il tifo.
Credo che i ragazzi di oggi siano molto intelligenti, con le tecnologie sanno sempre di più sul mondo, avendo più strumenti sono più curiosi e intraprendenti ma allo stesso tempo sono più esposti ad alti rischi, sono soggetti complessi, ma credo sia un’età molto bella l’adolescenza.
Questa l’età in cui si possono stringere i legami più forti della vita, che permettono una crescita e proteggono.
Sono più fragili o più forti?
Non penso di avere una risposta. Li percepisco più forti, più pronti per alcune cose. Però bisogna sempre contestualizzare ogni età.
Un sogno futuro lontano o vicino?
Mi considero un ragazzo con i piedi per terra, ciononostante sognare è indispensabile. Mi piacerebbe studiare anche in altre branche, doppiaggio, ad esempio, e stare sul palco il più possibile con progetti sempre meritevoli.
Quello del teatro è un ambiente competitivo?
Molto.
Ogni lavoro ha le sue difficoltà, sicuramente il teatro è un lavoro che può dare meno stabilità economica, in questo momento particolare, ma ripaga in altri modi, finché si ha la fiamma dentro, ne vale la pena.
Che consigli daresti a dei ragazzi che vivono la situazione del tuo personaggio?
Stare in ascolto, essere sempre coscienti di chi si ha intorno, nei migliori dei casi, puoi avere delle persone che davvero ti possono aiutare, essere sempre curiosi e sapere che non si è mai arrivati, dal punto di vista umano e professionale.
Noti un po’ di passione da parte dei tuoi coetanei verso il teatro, o è sempre un po’ di nicchia?
La passione c’è sempre, ad esempio, alcuni ragazzi sono venuti a vederci, era la prima volta che entravano a teatro e sono rimasti folgorati; uno dei miei desideri è essere quel “qualcosa” che fa nascere la fiamma che chissà a cosa porta; nel mio caso, ha portato a far diventare il teatro il mio lavoro.
Il libro più bello che stai leggendo?
Leggo molti thriller, dai 12 anni; ora sto leggendo “Il Signore degli anelli”.
Musica?
Ascolto un po’ di tutto, non sto molto su un’artista o cantante, ma sto sulle canzoni, soprattutto musical, per la mia formazione artistica, anche pop, ma nessuno in particolare.
Hai fede, sei una persona religiosa?
Non mi definisco religioso, sono una persona che crede in qualcosa, forse non so neanche io bene in cosa, ma non credente religioso, però apprezzo l’ambiente della Chiesa, l’ho frequentato sin da piccolo, è uno dei vari luoghi di formazione ed educazione.
Perché hai accettato questa intervista?
Mi piace molto mettermi in discussione e condividere quello che penso, sperando possa essere d’aiuto per iniziare discussioni in modo costruttivo. Con te e sicuramente stato così e ti ringrazio.

“L’Attimo fuggente” 14 e 15 Gennaio 2022 presso Teatro Arcimboldi Milano.

UN FIORE NEL DESERTO

“Uno splendido fiore sbocciato in mezzo al deserto”: con queste famose parole Jacob
Burckhardt definì il Rinascimento italiano, consegnando ai posteri l’immagine di un’epoca
felice, illuminata, idealmente contrapposta alle tenebre e all’ignoranza del Medioevo. Se è
vero che tale lettura appare ormai superata agli occhi di qualsiasi storico moderno, a distanza
di quasi centocinquant’anni dalla pubblicazione del saggio di Burckhardt il mito del
Rinascimento fiorentino continua a godere di ottima salute nella coscienza collettiva e nelle
stesse istituzioni europee, almeno a sentire le parole di Ursola Von Der Leyen. L’attuale
presidente della Commissione ha infatti recentemente dichiarato che, con l’approvazione del
Recovery Plan, l’Unione si attende di rilanciare l’economia del continente, dando vita a un
nuovo “Rinascimento europeo”.
Eppure, proprio sulla portata di questa “Rinascita” è opportuno fermarsi a riflettere,
prendendo spunto dal lavoro di un altro storico europeo, Johan Huizinga, che del
rinascimento italiano fornì un’interpretazione molto diversa da quella di Burkhardt. Nella sua
opera più famosa, “L’Autunno del Medioevo”, egli dimostrò infatti come Il Rinascimento
fiorentino avesse interessato una ristretta fascia della popolazione, un’élite colta e raffinata,
composta da aristocratici che vedevano nell’arte e nella cultura lo strumento per evadere da
un mondo e da una società povera e ignorante, che disprezzavano nel profondo. Di fronte agli
stenti della vita, in altre parole, la corte rinascimentale avrebbe rappresentato un giardino
protetto, un eden in cui i nobili potevano rinchiudersi, lontani dalle fatiche e dalle sofferenze
della popolazione.
Lasciando stare per un momento la polemica sovranista contro il progetto europeo, appare
evidente come il rilancio dell’Unione debba necessariamente passare da una politica capace
di supportare quella parte della popolazione europea più povera e vulnerabile, che appare
oggi ancora indifferente all’ideale europeo. Questa fascia della popolazione, indebolita dalla
crisi, rischia di sentirsi estromessa dalla politica comunitaria e di vedere nelle Istituzioni
europee una riproposizione di quelle coorti rinascimentali tanto raffinate quanto lontane e
disinteressate dalla vita comune. Affinché ciò non avvenga, la presidente della commissione
europea è chiamata a far tesoro della lezione di Huizinga, assicurandosi, con l’investimento
dei soldi del Recovery Fund, di lanciare un rinascimento europeo che, almeno questa volta,
non sia appannaggio di pochi, ma che sappia avvicinare l’intera popolazione alla politica
attiva. Diversamente, al pari delle corti italiane cinquecentesche, l’aula di Bruxelles rischia di
rimanere una pericolosa cattedrale nel deserto.
Andrea Bianchini, Milano

Intervista al Cardinale Betori

Se il sindaco di Firenze ci ha permesso di ragionare sulla dimensione laica, sul da farsi dei
cittadini, con l’Arcivescovo della città vogliamo riflettere sul da farsi di un credente che si è
sentito mettere in gioco dalla profonda intuizione pedagogica di don Milani, grande prete
fiorentino del secolo scorso.
Quindi con una corsa da Palazzo Vecchio raggiungiamo la sede dell’Arcivescovo di fronte al
Duomo e al campanile di Giotto; anche qui salendo delle maestose scale entriamo nello studio di
padre Giuseppe. (ci ha detto proprio lui di chiamarlo così!)
Noi: Buon giorno. Cosa le ha fatto pensare l’intervento della presidente del Parlamento Europeo,
Ursula von Der Layen?
Cardinale: È interessante osservare i contributi che l’esperienza cristiana ha offerto alla nascita
dell’Europa sia come realtà civile sia come istituzione. In questi giorni il Papa ha firmato il decreto
che riconosce virtù eroiche di Robert Schuman ed è interessante vedere come alle radici delle
istituzioni europee attuali ci sia il lavoro di tre cristiani: Schuman, Adenauer e De Gasperi. La
tradizione religiosa cristiana sta alla base – insieme ad altre fonti ispirative – dell’Unione Europea.
Che la Presidente della Commissione Europea poi abbia fatto riferimento al Rinascimento, che è stato
a mio parere frutto dell’Umanesimo Cristiano, è molto significativo. Mi è piaciuto che si ritornasse a
queste radici cristiane, che hanno poi trovato una loro reminiscenza nel ‘900 fiorentino nel Cardinale
Dalla Costa, nel sindaco Giorgio La Pira e in Don Giulio Facibeni.
Il celebre motto “I Care” di Don Milani, nonostante sia anglosassone, è di chiara ispirazione
evangelica: è l’atteggiamento del samaritano che si prende cura del povero malmenato e in fin la vita
lungo la strada.
Noi: La prossima domanda si riaggancia proprio al suo ultimo commento, infatti le parole scritte sulla
sacrestia di Barbiana sono rimaste impresse nell’immaginario comune, ma secondo lei al giorno d’oggi
sono diventate un semplice slogan o rappresentano ancora una sfida per la società?
Cardinale: Non si possono ridurre quelle parole a uno slogan proprio per rispetto a Don Milani, che
faceva di tutto per non apparire e metteva anzi i bastoni fra le ruote a chiunque volesse farlo emergere
dalla folla. Infatti egli non voleva essere imitato, ma fornire semplicemente un’ispirazione della
dignità della persona umana, la sua missione era quella di ridare la parola ai poveri affinché potessero
apprendere la fede – che senza la parola non si può recepire – e stabilire relazioni di giustizia e
uguaglianza nella società. Per questo tradiremmo Don Milani se lo riducessimo a uno slogan, la strada
è invece riscoprirne la radice evangelica e fare qualcosa non come lo ha fatto lui, ma per le sue stesse
ragioni, adattandosi ai bisogni dell’oggi.
Noi: Citava il concetto di ridare la parola ai poveri, secondo lei chi sono i cosiddetti “analfabeti”
dell’era della digitalizzazione ai quali dovremmo ridare la parola?
Cardinale: Innanzitutto i giovani, perché questa società a loro sta sottraendo molto, primo fra tutto il
futuro, per questo la condizione giovanile deve essere al centro delle nostre preoccupazioni. Poi c’è
anche l’emarginazione del posto di lavoro: il lavoro oggi non è luogo di uguaglianza, ma al contrario
di molte frustrazioni e sofferenze. Non dimenticherei neanche gli anziani, che in quanto non più
produttivi vengono sottostimati dalla società attuale e a volte addirittura considerati un peso. Il Papa
insiste molto su un’alleanza tra l’età giovanile e quella anziana, su uno scambio reciproco che

gioverebbe sicuramente a tutti. A questo si aggiungono coloro che appartengono ad altre culture, ad
altre religioni, ad altre zone geografiche che faticano ad essere integrati e a integrarsi, tema molto
scottante per una società che si sta inevitabilmente avviando verso un pluralismo sempre maggiore.
Per risolvere questo problema dello scambio bisogna trovare forme nuove non di integrazione, ma di
interazione.
Noi: Negli anni 50′ e 60′ Firenze è stata città di innovazione e profetismo, una città che non voleva
seguire le mode, ma al contrario voleva provocare uno stile di vita autentico. Secondo lei quanto
possiamo raccogliere oggi da quei percorsi?
Cardinale: Ogni epoca ha la sua storia, non possiamo pensare di replicare ciò che è stato fatto, ma di
farci ispirare sì, anche perché le figure che hanno animato quella stagione sono state complementari e
devono fornire un modello di riferimento per tutti noi. Nella lettura che si usa dare di tre figure – il
Cardinale Dalla Costa, Giorgio La Pira e Don Facibeni – viene sottolineata l’esaltazione delle tre virtù
teologali: la fede in Dalla Costa, la speranza in La Pira e la carità in Facibeni. Bisogna saper cogliere
l’anima che sta dietro a queste persone e attingere a quelle virtù per reagire di fronte ai problemi
attuali, come potrebbe essere quello dell’accoglienza. Non va però dimenticato che il motore di tutto è
una coscienza educata, senza la quale non si può creare una comunità.
Noi: Ritornando all’intervento della von der Leyen, il fatto che fosse proposto da una personalità non
italiana e a capo di un’istituzione laica così importante, cosa potrebbe significare?
Cardinale: Sono molto orgoglioso di Firenze, nonostante sia originario dell’Umbria, che però è
sicuramente più vicina rispetto alla Lombardia (ndr. qua il Cardinale si riferisce al parroco della nostra
chiesa, Padre Giannicola, originario della Lombardia, che ha appena posto la domanda esprimendosi a
sua volta orgoglioso della città, per quanto a lui straniera). Tutto è nato qui, da un connubio
strettissimo di capacità imprenditoriale fuori dal comune che fece ricca la città ma che non la affossò,
coniugandola alla ricchezza del pensiero e dell’arte. L’arma di Firenze è la sua anima artigiana, non a
caso il fiorino era considerata la moneta più affidabile ed è ciò che deve un po’ riprendere in questi
ultimi anni, dove invece ha vissuto di rendita del passato. Bisogna ritrovare creatività nel produrre,
senza però discostarsi troppo anche dal pensiero.
Noi: È interessante come sia nell’intervista al Sindaco Nardella sia in quella a lei sia stato portato alla
luce il tema dei giovani e di quanto sia fondamentale dare a loro maggiore importanza, anche se si
rischia di lasciare questa convinzione semplici parole senza tramutarlo in fatti.
Cardinale: Concordo a pieno, non credo che nella nostra comunità cristiana si sia ancora trovato un
canale di comunicazione con i giovani, ma ci sono stati vari tentativi, ad esempio con i centri giovanili
come quello in cui feci l’animatore a Foligno.
Noi: per concludere, alcune prospettive?
Cardinale: Il prossimo marzo Firenze ospiterà il secondo incontro dei vescovi delle maggiori città
mediterranee e sono contento che il sindaco Nardella, sull’esempio di quanto fece La Pira, in
contemporanea abbia invitato i sindaci delle maggiori città mediterranee. Questo duplice incontro,
religioso e laico, potrà ben inserirsi in questo progetto di Rinascimento per l’Europa auspicato dalla
presidente del Parlamento Europeo è potrà essere l’occasione per Firenze di ripensare il suo ruolo
nella Storia di domani, non solo in quella di ieri.

L’Europa chiama Firenze e il suo rinascimento

Intervista al sindaco di Firenze Dario Nardella, 1 giugno 2021.

«Florence is the city of Renaissance. The place where it all started: a new beginning of arts and science,
after the great plague of the late Middle Ages. And from Florence, the spirit of the Renaissance spread to
the rest of Europe, too.
La storia d’Europa è una storia di Rinascimenti. Europe is a story of new beginnings. After every crisis came
a European Renaissance. And this is what Europe needs in our day and age. This is our responsibility: to end
the pandemic and to shape a new beginning for Europe. Europe is able to overcome crises and to deliver
for the future of its citizens.»
Queste parole della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Layen, dette per la giornata
dell’Europa 2021, parole che hanno messo in gioco l’Italia e Firenze non potevano lasciare noi giovani
fiorentini indifferenti. Da queste parole di un discorso interessante e ricco di spunti per pensare il futuro è
nata la domanda: cosa è per noi un Rinascimento? Che senso ha essere chiamati in causa “in prima
persona” riguardo il futuro dell’Europa dopo questa crisi pandemica (non ancora finita)? Ma a conclusione
del proprio discorso la sig.a Von Der Layen dirà anche:
«A few kilometres from Florence, there is a small village called Barbiana. On a hill in Barbiana, there is a
small countryside school. Back in the 1960s, a young teacher, Don Lorenzo Milani, wrote two simple words,
in English, on a wall in that school: ‘I care’. He told his students that those were the two most important
words they needed to learn: ‘I care’. ‘I care’ means I take responsibility. And this year, millions of Europeans
said ‘I care’ with their actions.»
Se il Rinascimento richiama la dimensione “laica”, umanistica della nostra storia e società, il richiamo a don
Milani, rimanda alla nostra dimensione religiosa e cristiana.
Per iniziare la nostra riflessione abbiamo pensato di interpellare due persone significative di Firenze, il
sindaco, sig., Dario Nardella e l’arcivescovo, il card. Giuseppe Betori.
Ricevuti nello splendido e storico studio del sindaco presso palazzo Vecchio chiediamo subito al sindaco:

  1. Cosa pensa, in quanto primo cittadino, dell’elogio della nostra città pronunciato dalla presidente
    della commissione Europea e come può Firenze realmente impegnarsi?
    La citazione mi ha colpito molto, ed ho anche avuto modo di parlare e ringraziare personalmente Ursula
    von der Leyen circa una settimana dopo al Social Summit di Porto. Ho capito che conosceva davvero Firenze
    e Don Milani con i suoi scritti, e mi sono reso conto ancora una volta di quanto Firenze sia una radice
    profonda dell’identità europea. Credo che sia importante per la nostra città mantenere uno sguardo ampio
    sull’Europa e sul Mondo. Firenze incarna i valori più alti del pensiero umano (è stata la prima città dove è
    stata abolita la pena di morte) ed è stato il luogo dove è avvenuto un cambiamento radicale del modo di
    creare e pensare dell’uomo. Tutt’oggi Firenze ha la missione di continuare a mantenere questo spirito che
    le ha permesso di avere un ruolo centrale nei momenti di svolta dell’umanità.
  2. E qual è il livello di consapevolezza che i fiorentini hanno riguardo a questa “missione”?
    Credo che non sempre noi fiorentini abbiamo una piena consapevolezza di questo compito. Spesso ci
    fregiamo della nostra storia in modo superficiale, come un cliché. I fiorentini sono orgogliosi di sentirsi tali
    ma spesso questo orgoglio non è supportato da una profonda consapevolezza.
  3. Potrebbe esistere un modo per incrementare questa consapevolezza concretamente?

Credo che ci siano due modi: il primo, come già tentò di fare Giorgio la Pira, è aprire Firenze al dialogo
globale sui grandi temi come la pace, l’integrazione, la lotta al cambiamento climatico; il secondo è puntare
sui giovani affrontando argomenti un po’ desueti e trattando grandi questioni, per ritrovare quali sono
quelle cose per cui vale veramente la pena di spendere la vita. Questo significa anche andare
controcorrente e sposare battaglie impopolari. Dovremmo imparare a vedere i giovani non come categoria
ma come persone, come coloro che hanno in mano il futuro. Siamo abituati a impartire loro ordini, a dire
cosa devono fare, come devono vivere, e spesso non abbiamo l’umiltà di ascoltarli e chiedere il loro punto
di vista, magari più innovativo e controcorrente.

  1. Dovremmo recuperare una sorta di “sentire europeo” che non significa appiattire tutte le culture,
    ma aiutare a capire che la propria identità è una ricchezza per tutti in vista di una maggiore
    inclusione?
    Dobbiamo lavorare senza dubbio per un’Europa più forte. Finora abbiamo costruito l’Europa delle
    istituzioni, l’Europa finanziaria. Manca ancora la parte sostanziale; l’Europa dei diritti sociali, e la strada da
    fare è ancora tanta. Credo che il prossimo incontro dei sindaci delle grandi città europee a Firenze potrà
    proprio essere una occasione per approfondire e migliorare questo aspetto politico, nel senso più alto
    termine.
    Grazie a lei di questo scambio di idee che per noi giovani è di sprone per guardare con occhio migliore al
    futuro.

IL DOLORE

Da sempre il dolore e la sofferenza fanno parte della vita umana come da sempre si cerca di attenuarli ed
eliminarli o, addirittura, di nasconderli e ghettizzarli; sono vissuti prevalentemente in solitudine, nascosti o
ignorati, mentre prevale l’idea di un benessere e di un progresso diffuso, ottimistico, in continua espansione,
inarrestabile.
Anche le grandi tragedie collettive derivanti da fame, sete, malattie, guerre, schiavitù, che colpiscono tante
popolazioni e generano veri e proprie stragi e esodi di massa, sono appena accennate e chi cerca rifugio
fuggendo è sfruttato e assimilato a un nemico delle nostre società.
Ma è arrivata la pandemia spiazzando tutte le società opulente, organizzate, tecnologicamente evolute: il
cigno nero si è manifestato portando malattia, morte, disarticolazione sociale, blocco dei movimenti,
chiusure di tutte le attività. Gli ospedali sono diventati sempre più affollati, le terapie intensive incapaci di
sostenere le richieste, le prime cure sono state approssimative e forse ancora oggi, nonostante i vaccini, non
se ne trovano di definitive.
Quasi ovunque il dolore e la sofferenza si sono manifestati pubblicamente con la loro tragica evidenza, basti
solo ricordare i morti trasportati con camion militari, la solitudine forzata di tanti anziani e fragili,
eliminazione di gesti ormai naturali quali darsi la mano o abbracciarsi, interi settori dell’economia e del
lavoro pesantemente danneggiati.
Tutto questo ha generato lutti, dolori e sofferenze di vario tipo.
Inoltre, la pandemia, come dice la parola, si manifesta in un contesto mondiale dove tutto si lega e
interagisce, ma nel quale i paesi ricchi sono ben divisi da quelli poveri: da una parte vaccino, ospedali,
medicine e operatori sanitari efficienti, dall’altra scarsità di tutto.
In questo contesto si sono poste varie domande: da dove viene questo virus, è giusto isolare le persone, come
organizzare gli ospedali, quali sono le terapie più efficaci, quale politica economica intraprendere per
riorganizzare il tutto? i vaccini scoperti sono efficaci? Hanno degli effetti indesiderati?
A monte di tutto questo c’è una domanda non chiaramente espressa, confusa ma molto pressante: perché
tutto questo? Come interpretarlo e reagire? Come inserirlo nelle possibilità della nostra vita insieme alle
varie altre situazioni reali di sofferenza e dolore nascoste, ghettizzate, ignorate? Cosa possiamo fare per chi è
fragile, solo, in zone colpite da altre pandemie sociali, economiche, da guerre o schiavitù?
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha parlato della necessità di un
“rinascimento” dopo la Covid-19, dopo questa pandemia ancora in corso. Ha parlato del modo in cui l’Italia
ha affrontato, sta affrontando questo dramma riferendosi al Rinascimento italiano non solo per Firenze e
l’Italia ma per tutta l’Europa. Ha invitato tutti gli europei a “I-care”, a prendersi cura dell’Europa, in questa
situazione nella quale non possiamo ripartire come se nulla fosse accaduto o dal punto in cui siamo stati
fermati. Però non siamo chiamati a un semplice, scontato ripartire, ma a pensare come creare uno o più nuovi
percorsi di rinascita.
Senza volere qui entrare nella analisi storica del Rinascimento, rinascere oggi nel 2021 è capacità di trovare
le parole nuove e adatte per dire il dolore che abbiamo visto, in alcuni casi negato ma percepito, conosciuto,
sofferto, nei suoi diversi modi.
Le parole si possono inventare, ma non senza un contesto, si possono cercare, si devono trovare per
affrontare il proseguire dei giorni.
Il contesto, riferito agli effetti diretti del virus, è quello di un dolore reale che però ha creato una sofferenza
impercettibile, impercettibile perché dovutamente nascosta. Infatti, questa pandemia per essere curata ha
richiesto l’isolamento, il “nascondimento” degli infetti e anche di quanti sono morti.
Ma anche coloro che sono guariti dall’infezione devono ancora fare i conti con strascichi fisici e psichici che
apparentemente non si vedono. Quindi, sotto questo aspetto, il contesto è proprio il dolore della fatica di dire
la propria sofferenza.
Sembra quasi che questa malattia abbia realizzato quanto si è domandato il filosofo Byung- Chul Han:
“Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, nel suo saggio La società senza dolore. Sembra
quasi che la paura del dolore che la nostra società occidentale porta con sé, dalla paura del nascere alla paura
del morire (per riferirci solo ai due poli dell’esistere) abbia trovato nella Covid19 il suo naturale e giusto
epilogo.

Potremmo accettare questa tesi e sarebbe molto comodo per poter tornare a vivere con normalità, ma non
sarebbe corretto; è veramente necessaria una genesi e un’ermeneutica del dolore per ripartire non da dove
siamo stati fermati, ma da dove stiamo cercando di riprendere a camminare.
Per questo stiamo tentando, nel vero senso della parola, un percorso che a partire dal discorso della sig.a Von
der Leyen, attraverso i contributi del sindaco e del cardinale di Firenze, con il prezioso apporto del dott.
Adriano Peris, responsabile del reparto infettivi dell’Ospedale di Careggi, passando dai miei confratelli
Barnabiti e dai giovani che si incontrano per le strade delle nostre città, possa aiutarci ad affrontare con
dovizia “scientifica” questo cambiamento di epoca che la pandemia ha ancora di più accentuato,
conducendoci ad un vero Rinascimento dell’uomo nella sua integrale personalità.
Pubblicheremo il lunedì e venerdì questo materiale sperando di riuscire a creare un poco di dibattito.
p. Giannicola M. Simone e GiovaniBarnabiti.it

VOLONTARI A RAPPORTO

Dopo svariati incontri telematici, finalmente sabato 6 novembre c’è stato un incontro fisico! continuato fino a domenica 7 dei volontari zaccariani. C’è stato un po’ di imbarazzo e problemi tecnici perché non si era più abituati a presenziare: alcuni sono arrivati in ritardo, ad altri mancavano le pause caffè e poi anche il problema delle sedie, che erano meno dei partecipanti! Tutti normali problemi tecnici di quando si organizza un evento dal vivo e non più online.
Ci siamo ritrovati a Milano, intorno alla tomba di SAMZ per significare anche la novità della neonata unica Provincia Italiana dei padri Barnabiti e chiedere al Fondatore aiuto e illuminazione.
L’argomento principale è stato il Qender Agorà Padri Barnabiti, conosciuto anche come BarnabitiAPS. Il ramo sociale e associativo della congregazione dei Padri Barnabiti è il primo gruppo informale di volontari zaccariani nato nel 2008 per realizzare, insieme ai padri Barnabiti della comunità albanese di Milot, il kampi veror (campo estivo). La funzione svolta da questa APS è quella di lottare contro alcune forme di povertà con attività di tipo socioculturale, relazionale nonché educativa ed economica. In particolare obiettivo di questi campus è quello di portare gioia e allegria ai bambini albanesi attraverso settimane vissute dai volontari con un forte senso di responsabilità e di crescita sia umana che spirituale. In questi 13 anni, il gruppo è cresciuto sempre di più tanto da tessere una rete umana di solidarietà tra amici e volontari di tutta Italia. Con il loro prezioso aiuto, i padri Barnabiti hanno potuto sperimentare nuove idee e creare missioni innovative nei Paesi in Via di Sviluppo.
Per iniziare padre Fabien, padre Giannicola e padre Graziano (collegato telematicamente dall’Albania), ci hanno fatto scrivere il motivo della nostra presenza. Un punto comune a tutti i partecipanti “volontariato zaccariano”, quindi da lì abbiamo iniziato a ragionare e discutere. Il volontario zaccariano si pone come obiettivo quello di creare un ponte tra tutte le comunità barnabitiche sostenendo valori interculturali, di volontariato e di solidarietà. Altro obiettivo del volontariato è sicuramente riuscire a organizzare campi di animazioni, settimane spirituali e viaggi culturali e di conseguenza anche formare volontari al servizio della comunità promuovendo il lavoro di apostolato.
Dalla discussione che è stata buona e accesa è emersa specialmente la richiesta ai padri di avere un incontro con più Barnabiti per comprendere meglio cosa si intenda oggi per identità zaccariana dei giovani e dei volontari zaccariani. Il tempo attuale, la fatica di credere, l’affetto per i barnabiti tra i quali siamo cresciuti non possono procrastinare questa riflessione.
Ma intanto ci siamo fermati perché il tempo del pranzo era arrivato e la comunità dei padri dello Zaccaria ci attendeva.
Il pomeriggio, come da tradizione ci siamo incamminati verso l’immagine della Madonna della Divina Provvidenza esposta nella nostra chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia per pregare il rosario in preparazione della sua festa.
Qui abbiamo incontrato un altro Barnabita: Padre Enrico, persona molto umile e accogliente da poco trasferito da poco da Lodi; con padre Giannicola, ci ha spiegato un po’ la storia della chiesa, delle opere del Procaccini, dell’altare e del pulpito incastonato con numerose pietre multicolore provenienti dalle nostre missioni in Indocina nel XVII secolo. Quindi la preghiera del Rosario in cui abbiamo chiesto a Maria forza, temperanza e creatività per le nostre vite e per il nostro impegno.
Nel secondo pomeriggio abbiamo continuato il lavoro associativo, letto il bilancio dello scorso anno, analizzato un po’ gli obiettivi per il prossimo esercizio: in primis aumentare il fondo 5×1000 e in secundis ritornare a svolgere attività nei Paesi in Via di Sviluppo.
La giornata si è conclusa con la cena insieme alla comunità.
Domenica mattina con un puntuale ritardo abbiamo ripreso i lavori focalizzandoci in particolare sull’organizzazione del progetto “Un tetto per FushMilot”, che dovrà realizzare non solo quanto richiesto dal Capitolo Provinciale dei padri Barnabiti lo scorso luglio, ma anche una prima collaborazione missionaria comune tra le due exprovince barnabitiche.
Infine, ci siamo radunati intorno all’altare, sulla tomba del Fondatore, per la celebrazione eucaristica presieduta da p. Fabien che ci ha esortati donare tutto noi stessi e non solo il superfluo, come la vedova del Vangelo.
Al termine del pranzo si rientra nelle proprie case con l’impegno di realizzare il progetto “Un tetto per FushMilot”.
Buon lavoro.
Marco Ciniero, Milano

SCUOLA PANDEMICA? LE OPINIONI DI JONATHAN

Ciao amici lettori, i nostri confronti continuano oggi con Jonathan, anni 17, di Torino.

Fan sfegatato di David Bowie, scoperto e folgorato quasi per caso a 12 anni. Scuola media musicale, suona pianoforte, percussioni e violino. Per forza una tesina di terza media su Bowie. Poi ascolta rock, jazz, blues, forse atipico tra i suoi compagni.

Sport: pallavolo prima e sopra di tutto.

Gelato: cioccolato, stracciatella, pistacchio

Difetto: testardaggine e procrastinatore delle cose che non mi piacciono fino all’infinito

Pregio: curiosità, bontà d’animo.

Altro: adoro scrivere; per me è il respiro, non potrei farne a meno.

Altro ancora: sono eterocromatico. Un occhio azzurro e uno verde/marrone.

Ciao Jonathan, il primo ricordo dello scorso anno?

Ormai è dal febbraio del 2020 che il nostro mondo precedente è scomparso. Ricordo, quando, un anno e mezzo fa avevo salutato i compagni e i prof per le vacanze di carnevale. Il ritorno non c’è mai stato ed è iniziato il periodo della dad. All’inizio un po’ raffazzonato e con i prof che erano passati dal dire: mettete via il cellulare a… perché non ti connetti? E poi la promozione per tutti.

Un anno difficile, delirante. Ma con una speranza. Il 2020/2021 sarebbe stato diverso.

Diverso?

Parliamone

13 settembre inizia la scuola. Modalità didattica mista. Professori che cercano di sdoppiarsi tra gli studenti in aula e quelli a casa. Una follia. Le persone in aula sono distanziate, con mascherina, finestre aperte per areare i locali. Le voci dei prof arrivano attutite. Intanto chi è a distanza ha ancora più difficoltà: i prof parlano con gli studenti presenti, trascurando chi è a casa con dispositivo acceso, pigiama e camicia (la nuova moda dello studente a casa. Sono arrivato a seguire in ciabatte, mutande e camicia: un mezzobusto perfetto). Le verifiche solo in presenza. C’è quasi una caccia alle streghe.

I prof sono nervosi. Temono che gli studenti copino e specie a fine anno, a maggio, c’è stata una serie infinita di compiti e interrogazioni, un vero e proprio tritacarne: 17 verifiche e 5 interrogazioni in 5 settimane. Perché i docenti volevano il voto in presenza.

Molti prof non vedevano l’ora di “prenderci in castagna”, quasi fosse colpa nostra la “promozione per tutti” dell’anno precedente.

Alcuni ci dicevano: “Lo scorso anno vi è andato bene, ma quest’anno…”. E già… quest’anno da noi (secondo anno scienze umane) 8 promossi a giugno su 29, 6 bocciati e gli altri con giudizio sospeso.

Taluni prof ci vedevano come nemici, altri ci hanno protetto, certo anche loro hanno vissuto in modo diverso e complesso la DAD.

Credo che la scuola sia ancorata ad un sistema legata al passato. Noi non siamo dei numeri, ma delle persone. Ritengo che dovremmo essere coinvolti di più.

Inoltre esistono diversi tipi di apprendimento e la scuola, malgrado la dad che dovrebbe portare a delle innovazioni con l’uso delle tecnologie è rimasta, specie per alcune materie, ancorata a una visione da anni 50 del secolo scorso.

Nel Nord Europa, ad esempio, si studia il Latino vivo, con conversazioni, brevi dialoghi, canzoni. Da noi l’approccio è ancora decisamente grammaticale. Ho provato a dire alla prof, in qualità di rappresentante di classe, che esistono altri sistemi di apprendimento del latino, ma con scarsi risultati e… molte urla.

Cosa mi aspetto dalla scuola?

La possibilità di ragionare e di apprendere davvero. La possibilità che vengano compresi i vari stili di apprendimento.

Io imparo molto attraverso video e disegni, ma non ho assolutamente memoria e non riesco ad apprendere velocemente. Apprendo lentamente, ma in modo costante.

Certo ognuno ha le sue specificità e in classi di 30 persone in didattica mista, penso che sia difficile anche per i professori cercare stili di apprendimento adatti a tutti e stimolare la curiosità di tutti.

Ma siete curiosi? C’è curiosità per il mondo, per il futuro?

Puoi ben dirlo. Anche se sembriamo degli automi, con auricolari e smartphone, in realtà siamo ben presenti e attenti.

Tutti i miei compagni sono, comunque, attenti a tematiche quali quelle ambientali, le campagne per i diritti delle minoranze (dallo ius soli alle tematiche lgbt+). Il nostro mondo ha meno paletti di quelli messi dalla retorica degli adulti o dai valori di facciata di molti adulti con molte parole.

Nella redazione del giornale scolastico scegliamo sempre tematiche di attualità.

Noi adolescenti non siamo tutti uguali, purtroppo chi vive in un contesto culturale più povero ha meno strumenti di chi, come me, frequenta un liceo blasonato. Anche se ciò non dovrebbe essere giusto. E da ateo mi viene da citare Don Milani quando dice che non bisogna fare cose uguali tra disuguali. È questo che la scuola e, direi, la società non sta facendo. Perché l’uguaglianza formale non è equità. Io metterei un paio d’ore di filosofia pure nei professionali di meccanica perché tutti dovrebbero aver la possibilità di stimolare il pensiero e non solo chi, a 14 anni, sceglie di frequentare un liceo.

Quali sono le parole che più trovano spazio?

Per me direi sofferenza. Ne ho tanta. Provengo da una famiglia piuttosto benestante, ma decisamente disfunzionale, con un padre cattolico praticante, ma violento (che per fortuna è spesso fuori casa per lavoro), una madre lamentosa che non prende mai una decisione (parla di separarsi da 10 anni e non l’ha mai fatto. È diventata buddhista, ma frequenta la Chiesa per non andare contro papà) e questo mi fa soffrire parecchio.

Al tempo stesso ho una sorella che adoro, due fratelli che tollero e degli amici accoglienti.

La Chiesa per me è un luogo di tensione. Sono stato costretto ad andarci da mio padre e ho visto in lui tutta l’ipocrisia possibile (va in Chiesa poi in casa è un violento), ho subito bullismo in oratorio e ho deciso di non metterci più piede (lottando contro mio padre) da ormai 4 anni.

Pertanto mi dichiaro ateo. Non esco, tendenzialmente, con persone che frequentano la Chiesa perché li ho trovati spesso ipocriti. L’ultimo un mio compagno di orchestra, casa e chiesa, che si dichiarava mio amico e poi mi ha sputtanato con tutta l’orchestra per il mio modo di pensare.

Non so se sono io che sono stato particolarmente sfortunato, ma è così.

Pertanto Dio, Chiesa e Famiglia sono concetti per me alieni e lontani.

Al tempo stesso credo in un mondo libero, in cui ci sia rispetto e posto per tutti e forse è questo il messaggio che vorrei lanciare agli adulti. Ci avete lasciato in eredità un mondo di guerre, competizione, consumismo, in cui le logiche del profitto sovrastano l’umanità. Noi vogliamo qualcosa di diverso. Non derubricate le nostre richieste in bambinate (Greta Thumberg, ad esempio, considerata per molti una Cassandra autistica).Ciao Jonathan, grazie.

BONTA’ DELLA DAD?

Cari amici, ora è la volta di un’altra prof, di Storia, Italiano e History al liceo linguistico di Firenze, prof. Domenica

Fan di: Stephen King,

Patita di nuoto,

Golosa di gelato alla crema;

consapevole del difetto di avere poca attitudine alle attività manuali, ma anche del

pregio (secondo gli altri) dell’equilibrio.

E poi adoro i gatti: sono una delle prove più convincenti dell’esistenza di un Dio dal senso estetico supremo.

Quanto ha percepito la capacità di ragionare dei giovani di oggi?

Ci sarebbero moltissime cose da dire, ma in sintesi credo che la rivoluzione tecnologica (smartphone, principalmente) abbia determinato un gap generazionale enorme. Oggi i ragazzi si confrontano più con display e monitor, che non con la pagina cartacea. Sono abituati ai ritmi serrati e rapidissimi di video, messaggi e quant’altro, quindi hanno perso la capacità di concentrazione richiesta dalla lettura ‘tradizionale’. Hanno anche perso la pazienza legata alla ricerca di contenuti e nozioni varie, dato che possono reperire qualsiasi informazione sul web. Peraltro l’esattezza di tali informazioni è sempre da verificare, dato che, come sappiamo, Internet è un mare magnum e non c’è un controllo dall’alto che garantisca la correttezza di quanto viene riportato.

La scuola dello scorso anno poi ha maggiormente aumentato queste dinamiche.

Ma questa DAD, come la giudica?

Purtroppo la pandemia e l’introduzione della didattica a distanza hanno frantumato ogni barriera di privacy, fra alunni e docenti e viceversa.

Non sono fra quei docenti che assegnano compiti online la sera precedente alla prova, ma sono fra quelli che ricevono messaggi dagli studenti in continuazione a ogni ora del giorno in chat. Mi sono rassegnata a questa prassi… Ormai tutti i nostri allievi hanno il nostro numero di cellulare.

L’anno scorso l’esperienza della DAD è stata sicuramente fondamentale per mantenere una continuità didattica coi ragazzi. Ovviamente è stata un surrogato di scuola che però ha avuto la sua importanza. Comunque si è visto fin dall’inizio che questo tipo di didattica poteva andare bene per le spiegazioni, ma non per le verifiche, a mio parere inattendibili.

Con tutta questa tecnologia non c’è il rischio che i giovani non ragionino più?

Sono ancora convinta che i ragazzi sono in grado di ragionare! Ci sono belle teste fra loro, si tratta solo di trovare il modo di comunicare, trovando una modalità che sia loro congeniale. Per questo ovviamente i mezzi informatici sono prioritari ormai nella didattica.

E per il nuovo anno scolastico cosa desidera?

Diciamo che dal nuovo anno scolastico desidererei che ci riportasse alla normalità. Purtroppo però questo mio desiderio non coincide con le mie reali paure… Immagino infatti che si dovrà riutilizzare il criterio della turnazione fra classi per evitare assembramenti e che la DAD non verrà affatto abbandonata. Perciò il consiglio che vorrei dare ai miei alunni è quello di usare il fair play quando vengono interrogati online. Troppo spesso noi docenti abbiamo la certezza (purtroppo però indimostrabile) che le risposte date non sono farina del loro sacco, ma sono lette dalla rete o dai libri.

Però penso che con l’impegno di tutti, come nello scorso anno, potremo fare qualchecosa di ancora più bello.

PARALIMPIADI? SI, GRAZIE, MA CON OTB

Le Paralimpiadi sono state praticate per la prima volta a Roma nel 1960 affinché tutti gli atleti potessero aspirare a partecipare ai Giochi Olimpici senza che ci fossero distinzioni con i normo dotati. È soltanto da poco che però che se ne parla, precisamente sono i Giochi Paralimpici del 2012 di Londra che hanno permesso a questo movimento di essere conosciuto e visto in televisione. Tuttavia, esistono delle realtà che si prendono a cuore questi atleti, preparandoli ad affrontare le sfide che i Giochi li riserba. OTB è una delle molteplici realtà che aiutano le persone affette da una disabilità a raggiungere i loro sogni. Nel tempo hanno formato diversi atleti, tra i quali Fabrizio Cornegliani, neovincitore della medaglia d’argento nella cronometro maschile H1.

Ho avuto l’occasione di intervistare proprio l’ideatore di questo progetto, Federico Sannelli, classe 1990, diplomato al nostro Collegio San Francesco in Lodi.

Nel 2016 è diventato direttore tecnico del Team Equa ottenendo la qualificazione alle Paralimpiadi con 4 atleti, vincendo 7 medaglie di cui 5 d’oro, 1 argento e 1 bronzo. Attualmente si occupa della preparazione dei ciclisti, delle squadre e degli atleti che affrontano la disciplina del Triathlon e dei Paratleti che disputano gare di Handbike e Paratriathlon. Lui ha aperto la sua società sportiva e casualmente si è dovuto imbattere in ciclisti con disabilità che gli hanno chiesto un aiuto. Lui ha dovuto studiare i movimenti, le bicilette e tutto quello che comporta la corsa in handbike. Inizialmente era solo un lavoro, pian piano poi anche altri Paratleti lo hanno contattato, lui si è sempre appassionato sempre più fino ad essere contattato dalla Federazione. Sicuramente non è stato un percorso molto facile; anzi, è stato ed è tuttora pieno di insidie, errori e fatica.

Quali sono gli sport paralimpici e come si praticano?

Ad oggi, quasi tutti gli sport hanno una realtà paralimpica, bisogna poi andare a vedere nello specifico come praticarlo perché dipende da disabilità a disabilità. Non esiste un percorso tracciato per tutti. Esistono, infatti, varie categorie che vanno in base alla disabilità e ogni sport ha le proprie regole con le proprie classifiche e tempi per partecipare poi agli eventi internazionali. Non ci sono delle categorie paralimpiche universali ed è per questo che viene inserito un codice alfanumerico dopo il nome dello sport: H sta per handbike, C quando si usano biciclette, T in caso di bici a tre ruote, B in caso di tandem. Generalmente, almeno per il paraciclismo e per il paratriathlon, più il numero è basso e più la disabilità è grave.

Cosa ti aspetti da queste Paralimpiadi? Vedi qualche sorpresa?

Mi aspetto che ogni Olimpiade porti un ritorno mediatico per il paralimpico. Se pensiamo alle prime Paralimpiadi, nessuno le seguiva, non c’erano nemmeno le dirette e gli articoli… possiamo dire che era un mondo sconosciuto. Pensiamo a ora e capiamo quanti passi avanti sono stati compiuti! Nessuno sapeva cosa fossero le Paralimpiadi fino a Londra 2012 e da allora c’è sempre stato un grande ritorno mediatico e una copertura televisiva più elevata. Sicuramente, almeno in Italia, la figura di Zanardi ha contribuito tantissimo perché è un personaggio noto che si è buttato nel paralimpico portando tanto ritorno mediatico alla disciplina, soprattutto della bike, creando canali che dessero origine ad altre star paralimpiche come, ad esempio, Bebe Vio. Di conseguenza, mi aspetto ci siano più investimenti nelle strutture e più realtà che si occupano di formare gli atleti e di stargli vicino perché non è sempre facile e gli strumenti costano molto per via della tecnologia, dei pezzi di ricambio e non tutti possono permettersi di investire 15.000€ in una bicicletta.

Per quanto riguarda le sorprese ti dico di no, più che altro perché ci sarà un bel cambio di rotta dopo Tokyo. Nel paraciclismo molti atleti, compresi i miei, dovrebbero andare in pensione perché sono tutti abbastanza vecchi sportivamente parlando. Sicuramente, per Parigi, ci sarà da andare a trovare e formare dei nuovi atleti.

C’è un sostegno? In che misura vengono seguite?

Dipende. Ci sono molte federazioni che fanno tutto loro, quindi prendono l’atleta, lo formano e lo allenano, altre invece no. C’è poi da considerare anche che non tutte le nazionali possono seguire tutti gli atleti. Bisogna vedere la realtà e fare anche del talent scout. Comunque, in nazionale arrivano atleti molto formati che si sono fatti notare ottenendo diversi risultati. Ti faccio un esempio: i miei atleti hanno una squadra che li supporta in termine di ritiri, costi e via dicendo. La mia figura da allenatore non è una figura federale io sono un consulente esterno privato che li alleno. Quindi, non vengo stipendiato da una Federazione. Capisci che, almeno nel paraciclismo, la Federazione non paga l’allenatore. Tuttavia, nel paratriathlon, gli atleti vengono allenati dai tecnici federali. In conclusione, puoi capire che il discorso è molto variabile e non c’è una regola fissa.

Cosa può fare la gente comune per sostenere queste associazioni come OTB? Chi gestisce tutto il sistema paralimpico?

Sicuramente molte associazioni possono avere la donazione del 5×1000 sulla dichiarazione dei redditi, quindi fanno pubblicità quando c’è quell’iniziativa. Per il resto le squadre vivono con gli sponsor, solitamente investitori privati che si fanno un po’ di pubblicità. La gente comune può seguire perché più ritorno mediatico c’è e più si vende, più sponsorizzazioni ci sono e più gli atleti vengono seguiti… aumentare il ritorno mediatico significa vedere gli atleti come dei veri e propri professionisti reali, sullo stesso piano dei normodotati. Anche perché, raggiungere quel livello, ti assicuro, significa avere chiuso mentalmente “il conto con la vita” altrimenti non riesci a tollerare tutto quell’impegno. Il sistema paralimpico viene gestito dal CIP, il quale è una branca del CONI. Infatti, quando i Paratleti vincono le medaglie, vengono poi premiati a Roma. La premiazione è uguale per tutti.

Il successo avuto dall’Italia nelle Olimpiadi di Tokyo 2020 può aiutare l’Italia nelle Paralimpiadi e le relative associazioni?

Sicuramente sì. Le Olimpiadi per i Paratleti sono ancora più importanti che per i normodotati perché è l’unica possibilità di visione globale che hanno. Solitamente, l’Italia nelle Paralimpiadi ha sempre fatto bene, ma quest’anno, con la straordinaria Olimpiade, avrà sicuramente una spinta in più per far bene e soprattutto far vedere che anche l’Italia paralimpica è allo stesso livello. A me piacerebbe inoltre che non esistessero solo delle realtà che si occupano di paralimpico, ma anzi, di squadre o polisportive (ovviamente di una certa dimensione ed entità) che abbiano sia la parte para sia quella normo. Guarda le squadre di calcio e vedi che nessuna ha una squadra paralimpica. È anche vero che è complicato perché devi andare a prendere tutte le categorie di disabilità; pertanto, non è solo una questione di età. Non è assolutamente una cosa semplice, ma pian piano la speranza è che molte associazioni, oltre all’attività giovanile dei normo, assumano sempre più anche attività per i disabili. Questo però significa avere istruttori adeguati e specializzati, avere gli spazi, avere i fondi eccetera. La cosa importante è che in Italia manca ancora, all’interno delle Università o dei Corsi di formazione, la formazione del personale paralitico. Ad esempio, se fossi un professore universitario metterei l’esame di sport paralimpici, poi ovvio che ti devi specializzare nella tua categoria. Non bisogna ridurlo soltanto a una visita di Fabrizio (Cornegliani) che racconta la sua esperienza personale. Quello va bene nelle scuole inferiori per insegnare l’esperienza di vita e la resilienza. Serve del materiale tecnico e su quello lavorare. Moltissimi tecnici, me compreso, si sono formati in completa autonomia vivendo le situazioni e imparando da quelle. Spesso sbagliando.