Carnaval – uma manifestação popular

Não é segredo para ninguém que o carnaval brasileiro é, além de uma festa popular no Brasil, um enorme espetáculo, considerado por alguns como o maior da Terra. Originário da antiga festa religiosa “carne vale”, em que se celebrava o adeus à carne antes que a Quaresma tivesse início (e começasse o período de jejum e abstinência), hoje o evento ganhou grandes proporções como festa secular.
No Brasil, o carnaval apresenta os traços culturais regionais somados às antigas tradições cristã. Em grande parte do nordeste o axé e o frevo tomam conta do momento, exportando para os quatro cantos do planeta seus artistas e atraindo fãs de todo lugar. No norte do país, acrescenta-se à festa o folclore amazonense dando ao evento a presença dos bois de Parintins em grandes desfiles. No centro-oeste a festa apresenta grande influência sertaneja; e no sul e sudeste existe a predominância de grandes desfiles em uma enorme passarela, compostos de carros alegóricos e muitas alas fantasiadas, além dos clássicos blocos de rua que arrastam multidões.
Ainda que as festas locais não agradem a todos, especialmente do ponto de vista religioso, pois por vezes toma proporções desnecessárias de promiscuidade e afins, não se pode negar que a ocasião oferece uma verdadeira e democrática variedade de oportunidades. No Rio de Janeiro, em particular, existe espaço para todos: há aqueles que aproveitam para comemorar nos blocos de rua e grandes bailes, seguindo trios elétricos pelas ruas da cidade; aqueles que preferem aproveitar o feriado por ele gerado para descansar e fazer uma pausa na correria do dia-a-dia; aqueles que se valem dos inúmeros retiros oferecidos na época pelas Igrejas, dioceses e comunidades para um maior contato com Deus; etc. Fazendo desta festa uma verdadeira manifestação artística e popular, por ser feita pelo povo e para o povo.

Ana Clara Fontenelle e Igor de França, Rio de Janeiro Parr. N.S de Loreto

Non è un segreto per nessuno che il carnevale brasiliano è, oltre una festa popolare in Brasile, un enorme spettacolo, considerato per alcuni come il più grande della Terra, del pianeta. Originaria festa religiosa “carnevale”, dove si celebrava l’addio alla carne prima che iniziasse la Quaresima (e iniziasse il periodo di digiuno e astinenza), oggi l’evento ha aumentato le sue proporzioni come festa secolare.
In Brasile, il carnevale presenta i tratti culturali regionale uniti alle antiche tradizioni cristiane.
In gran parte del Nord Este l’axe e il frevo (due tipiche danze locali) prendono in mano la situazione, esportando verso i quattro angoli del pianeta i suoi artisti e attraendo i fan da tutte le parti. Nel Nord del paese, si aggiunge alla festa il folclore dell’Amazzonia donando all’evento la presenza dei buoi di Parintins in grandi sfilate. Nel Centro Ovest la festa presenta una grande influenza dell’entroterra; e nel Sud e Sud Est vi è un predominio di grandi sfilate in un’enorme passerella, composta da carri allegorici ali di gente molto piene di fantasia; una passerella capace di bloccare la strada e trascinare le moltitudini.
Anche se le feste locali non sono gradite da tutti, soprattutto dal punto di vista religioso, anche perché a volte assumono situazioni non necessarie di promiscuità, non si può negare che l’occasione del Carnevale offre una vera e democratica varietà di opportunità per tutti.
A Rio de Janeiro, in particolare, c’è posto per tutti: ci sono quelli che approfittano di celebrare grandi incontri di strada e grandi balli, seguendo dei trios eletrico per le strade della città; quelli che preferiscono godersi il giorno di festa per riposare e fare una pausa dalla corsa di ogni giorno; quelli che godono dei numerosi ritiri spirituali offerti dalle chiese, diocesi e comunità per un maggiore contatto con Dio.
Tutto ciò fa di questa festa una vera e propria manifestazione artistica e popolare, perché fatta dal popolo e per il popolo.

La scelta di Sofia?

Spulciando il web trovo un’intervista del giornalista Aldo Cazzullo a una sconosciuta (almeno a me) Sofia Viscardi. Lei non ha ancora 19 anni e ha un milione e mezzo di follower su Instagram, 500 mila su Twitter, 200 mila amici su Facebook. (http://www.corriere.it/italiani//notizie/sofia-viscardi-vi-spiego-chi-sono-vostri-figli-a8845916-eb26-11e6-ad6d-d4b358125f7a.shtml#commentFormAnchor).

Conoscendo Cazzullo, interessato a tutto ciò che riguarda i giovani mi sono precipitato nella lettura e ne sono uscito … un poco tiepido!

Perché investe in questo modo il suo tempo? Veramente i nostri giovani vivono sulla scia di tale Sofia?

Perciò ho sollecitato amici giovani, meno giovani e genitori sull’articolo.

L’intervista piace e non piace anche se ci si chiede chi sia poi questa così famosa Sofia: basta essere una youtuber per diventare famosa, interessante?

Sofia sembrerebbe interessare come amica almeno per la carica positiva che sprigiona, ma non è il tipo di amica che si vorrebbe avere per forza.

Sicuramente chi è famoso potrebbe diventare un idolo, ma nessuno dei nostri intervistati si scambierebbe con lei. In particolar modo A. afferma che vivere la vita di altri è un po’ un rifiuto della propria, un’esigenza di scappare dai problemi personali, andando poi a rifugiarsi nella vita di chi questi problemi non li ha.

Sofia appare una ragazza grintosa ma ognuno è contento della propria grinta, anzi C. non trova Sofia particolarmente grintosa; il suo essere frizzante appare vagamente superficiale e troppo pieno di sé!

C’è poi il rapporto con i genitori nel quale tutti concordano di avere genitori capaci di sollecitare obiettivi adeguati al proprio figlio, spronati a raggiungerli.

E se Sofia fosse nostra figlia? Gli intervistati su questo sono abbastanza unanimi, non vorrebbero una figlia così, tantomeno così social sin dalla tenera età; se poi dovessero emergere delle inclinazioni particolari allora si bisogno appoggiarle. M. in special modo aggiunge: francamente non le avrei lasciato in partenza la libertà di utilizzare cellulari e web in tenera età, quindi probabilmente non avrei favorito questa inclinazione… se si fosse presentata dopo questa sua capacità o interesse avrei cercato di capirla.

Più approfondito e comprensibile la riflessione sulla scuola che seppure ha delle regole che vanno seguite dovrebbe essere più elastica nel comprendere i valori degli alunni, ma come potrebbe seguire tutti? Possibile che nessuna scuola comprenda il talento di Sofia?

Se invece gradite una risposta secca e unanime allora è quella sul sesso: richiede dei sentimenti, dei legami, non delle occasionalità, in questo Sofia ha ragione!

I social, i social, i social… strumenti così imposti, così diventati necessari, così incapaci ma anche unici a volte nel raccontare chi sei. Veramente i social raccontano la verità di te? A. attraverso i sociali noi possiamo quasi ‘trasformarci’. Ad esempio un ragazzino timido non lo fa vedere sui social. Tu diventi tutto nel social, incalza M., ma la realtà è virtuale quindi nei fatti nella vista reale sei niente. Questo è quello che penso. Sofia sta facendo molte cose ma chi è veramente? Mentre per L. i social mostrano un’idealizzazione di noi stessi. Infine, R. si chiede se siamo realmente siamo capaci di mantenere una nostra autonomia, di saper gestire noi questi strumenti o ci facciamo gestire?

Forse il sottile confine di questa intervista è sollecitarci a capire come e cosa comunichiamo o, per restare nel tema di questo numero: quale e quanto tempo dedichiamo a raccontarci e raccontare chi siamo e come siamo?

Vi farò sapere le reazioni di Cazzullo.

pJgiannic

Anoressia della compassione

Oggi vorrei parlarvi di buoni propositi.

Scrivo questo articolo proprio ora perché Gennaio è per eccellenza il mese in cui vengono stilate le liste dei propositi per l’anno nuovo; a Febbraio di ogni anno le stesse liste finiscono nel cestino; Marzo è il mese perfetto per dimenticare tutti gli elenchi e i decaloghi e ricominciare da capo, stavolta con un solo punto nell’elenco: un unico buon proposito.

Se l’anno scorso abbiamo lavorato sul coltivare le nostre emozioni, quest’anno l’obiettivo è andare oltre e smettere di limitarci a sentirci dei buoni cristiani. Quando proviamo tristezza per una qualche situazione, l’empatia che ne deriva ci fa sentire in pace con la coscienza ma non dovrebbe bastarci. «Sentiamo naturalmente un senso di malessere quando entriamo in contatto con chi soffre attorno a noi, ma per sentire fino al punto di agire, di muoverci, di andare in loro aiuto c’è bisogno di qualcosa di più della natura. Provare disagio per una vittima che incontriamo lungo la strada è naturale, prendersene cura si chiama cultura. L’empatia è naturale, la compassione no.» (L. Bruni, Anoressia della compassione).

Le preghiere e i buoni sentimenti sono condizione necessaria ma non sufficiente per creare un vero cambiamento, non saranno mai in grado di arrivare lontano quanto la nostra volontà di agire.

Un esempio pratico: alcune suore di un istituto di Napoli desidererebbero avere un gioco per poter far divertire i bambini ma non hanno la possibilità di acquistarlo, la situazione ci rattrista ma siamo decisi a non fermarci al “sentire” se possiamo fare qualcosa per aiutarli concretamente.

Nasce così l’idea dell’“aperitivo solidale”, i ragazzi di Lodi si sono riuniti con l’obiettivo di raccogliere fondi per l’acquisto di un gioco per i bambini dell’Istituto Sant’Eligio a Napoli. L’iniziativa, come vedete nella foto, ha avuto successo, e ci ha aiutato ad aprire gli occhi su ciò che significa passare da empatia a compassione. È vero, esistono situazioni al di fuori del nostro controllo ma questa consapevolezza non deve impedirci di provare, né tantomeno di agire per aiutare le piccole realtà che invece possiamo raggiungere. Non posso risolvere la situazione dei bambini massacrati ad Aleppo, ma è una buona ragione per impedirmi di portare un sorriso ad altri?

Quest’anno l’unico buon proposito che dovremmo avere è ricordarci che nella strada della compassione, l’errore più grande che possiamo commettere è quello di non fare nulla, solamente perché pensiamo di poter fare troppo poco.

 

Buon prosieguo d’anno a tutti!

 

Greta Chioda

Largest youth population all over the world

To the brilliance of Altar: A Call to priesthood among the Indian youth.

By Benson and Johness, Bibin and Sebin, youth Barnabite seminariest in Bengalure – India, some reflection about youth in this special country.

The term India has the Greek root ‘indos’ which recalls the most important river Sindhu / Indus of the subcontinent, the 7th largest nation. Later from the medieval period, the term Hindustan came into prevalence. India takes pride as one of the earliest histories, civilizations and spiritual traditions who gave shelter to the refugees and the imperial powers from Greeks to the English. Indians are Hindus by culture, convivial by nature, diverse in faith and belief, opulent in traditions, rich in linguistic diversity but unity among all and eulogise “vasudhaiva kudumbakam.” (Benson and Johness)

With this beauty of embracing ‘world as one family’ we must learn the veracity of youth in India. As UN report states, India acquires the largest youth population all over the world, even though India is less populated than China. The young are the future, for they are creative innovators, leaders and builders of India, and she always depends upon her youth for a radical change. The whole world looks at Indian youth as a source and culmination of technical brightness, constructive manpower, but misconceived that Indian youth’s talents and abilities can be bought at low costs for the great future of the world rest. The main set back of Indian youth is the optimistic attitude towards situations, politics, religion and affluent in unity and spirit amidst of diverse culture and ethnic aptitude. Indian youth have the power to lift our country from a developing nation to a developed nation. (Bibin k. Mathew)

“Truth is in thy heart. Truth lies in you, in your heart”- St. Augustine of Hippo. This same truth was haunted by M.K. Gandhi, the father of nation (India) to be successful and faithful to his mission. The technological outburst made India a guinea pig of Technopoly, breeding cyborgs, and netizens year after year. Amidst of these igeneration mania, as well as a paradigm shift from information to me-formation the land of sages and seers witnessed the presence of Jesus and heeded to his call as the labourers of his field- plentiful of harvest. The number of ordinations to priesthood that only conferred in the eastern church of Syro- Malabar was around 358 and many more in the Latin Dioceses in 2016. Amidst of the heaviness of gadgets and gadget mania Indian youth equate themselves with the desire of his holiness pope Francis that “I wish to have saints who use internet, saints who use mobile phones and latest applications, but sin”. Indian youth especially catholic youth are pretty sure about the necessity of God in their lives amidst of all possessions and possessiveness lured by the world albeit of new historicism. The religious education and training they acquired can generate God fear and commitment to the society therefore saving their souls by saving other’s for Christ. The Indian youth witnessed God experience in others saying “Aham Brahmasmi” (God resides in me) and “Tatwamasi” (thou art that). (Sebin Varghese)

Europa 60

Troppo importante l’anniversario di domani 25 marzo per non scriverne.

60 della firma dei Trattati di Roma, trattati che hanno sancito la fine di divisioni e guerre secolari all’interno del “vecchio” continente e un’espansione di non poco conto seppure non manchino, oggi, problemi non irrilevanti.
In questi giorni molto si è scritto riguardo questo anniversario e i limiti e le prospettive della cerimonia di domani.
L’idea originale dei padri fondatori, pace e solidarietà, non ha esaurito il suo corso, forse si è esaurita la capacità di lavorare insieme causa i mille egoismi ai più diversi livelli dell’Europa.
Ognuno, al proprio livello, economico, sociale, nazionale, culturale, politico, locale sta soffrendo di un egoismo, di un sentirsi l’unico ad avere dei diritti che invece di far progredire le intuizioni fondative le ha quasi del tutto bloccate. L’egoismo chiude ogni persona o gruppo in «un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”».
L’egoismo non permette di considerare il bisogno di continuare a sviluppare la centralità dell’uomo, della persona messa alla base dei Trattati, la solidarietà e la pace, conseguenze logiche di questa centralità.
L’Europa come Unione ha un senso di essere se pensiamo alla sua storia romana, cristiana e carolingia; ma ha un senso di essere se consideriamo lo svilupparsi di popoli ed economie emergenti nel mondo sempre più ricche e forti che avranno buon gioco di fronte a un’Europa di tante piccole nazioni.
L’Europa come progetto di Unione non ha finito il suo corso se le persone politiche prima di tutto e comuni non cessano di far riferimento ai fondamenti per costruire il futuro. Certo qui l’azione politica diventa necessaria e imprescindibile, ma deve essere un’azione politica capace di guardare oltre, oltre i vari mal di pancia locali, non per ignorarli ma per affrontarli nel più ampio contesto del corpo intero.
Non so ancora se domani tutti i 27 paesi firmeranno il rinnovato trattato di Roma, forse la Polonia si defilerà se non otterrà quanto richiesto. A un compromesso si dovrà arrivare, mi auguro che non sia un compromesso verso il basso ma anche se lo fosse dipenderà poi dalle diverse parti farlo diventare un trampolino di lancio per un rilancio di questa nostra Unione.
Un dato è certo da sviluppare qualunque sarà l’esito della cerimonia di domani.
Se nella storia europea libertà e uguaglianza sono stati già sviluppati, con esiti purtroppo anche drammatici dopo le rivoluzioni francese e sovietica, manca ancora da sviluppare la fraternità che poi è un altro modo di dire quella solidarietà da cui sono partiti i trattati del 1957 che domani vogliamo non solo ricordare ma anche rinnovare.
GMS

Tentazioni

I^ domenica di Quaresima 2017 / A

È cominciata la Quaresima, il tempo in cui Dio chiede di entrare più profondamente in noi, per rendere più santa la nostra vita.

Facciamo attenzione: non siamo noi a fare la Quaresima, è lo Spirito santo che bussa con più forza alla porta della nostra vita, la coscienza, per accompagnarci a penetrare il mistero della Pasqua: passione, morte, sepoltura, risurrezione di nostro Signore Gesù.

Facciamo attenzione: non cadiamo nella tentazione di sentirci bravi perché faremo delle cose in questa Quaresima: più preghiera, più digiuno, più elemosina.

Facciamo invece attenzione a entrare nella dinamica dello Spirito santo, l’anima stessa di Dio, l’amore del Padre e del Figlio, per crescere nell’amicizia con Gesù, per annunciare al mondo che il peccato dell’egoismo non prevarrà.

Le tre letture di oggi ci annunciano una realtà molto semplice ma spesso dimenticata o nascosta dalla nostra mentalità efficientista e egocentrata, ci annunciano che Dio è sempre con l’uomo.

Nella prima lettura Dio è con l’uomo, ma l’uomo e la donna vogliono fare da sé, non vogliono ascoltare Dio. Non è Dio a permettere il male, è l’uomo che vuole dividersi da Dio, dalla sua parola.

Nel Vangelo lo Spirito santo è con Gesù, l’uomo nuovo ma Gesù non farà da sé, si lascia accompagnare dallo Spirito santo. Non è Dio a permettere il male e Gesù non si lascia dividere da Dio per colpa del demonio.

Diavolo significa colui che divide! Il confine tra Dio e il Diavolo, tra il bene e il male è molto sottile, il demonio lo sa è vuole dividere questo confine tentando Gesù, l’uomo nuovo, nei gangli vitali di ogni uomo: la fame, il farsi di Dio, il potere sugli uomini.

Digiunare, pregare, fare elemosina (le tre parole chiave della Quaresima) saranno validi se mettono in discussione le nostre fami di pane, di egocentrismo, di potere.

L’uomo, quello serio, vero, è consapevole delle proprie fami anche delle fami negative.

L’uomo, quello serio, sa che è difficile combattere le proprie fami:

non è facile consumare quanto basta, evitando gli sprechi;

non è facile accogliere se stesso, non pensare di essere Dio;

non è facile rispettare l’altro, le cose del mondo, perché dominare è più facile.

Il cristiano di questo millennio sa che il male si può combattere, però se si parte da sé, però se ci si lascia avvolgere dalla parola di Dio.

Adamo ed Eva non hanno ascoltato la parola di Dio e sono caduti; Gesù ha ascoltato la parola di Dio ed è rimasto in piedi; s. Paolo scrive della forza di questa parola ascoltata e detta per noi: questa Parola è la nostra salvezza.

Leggere e ascoltare la parola di Dio ci aiuta a riconoscere le nostre debolezze e le nostre forze per arginare le prime e sostenere le secondo. L’ascolto della parola di Dio ci permette di affrontare la tentazione peggiore: sentirci incapaci, indegni di Dio oppure onnipotenti!

Stiamo vivendo ancora momenti cupi dal punto di vista politico, legale, sociale, ecologico: impariamo a digiunare da ciò che è inutile o cattivo per far emergere il bene;

impariamo a pregare di più per diventare più amici di Dio e potremo illuminare gli altri;
impariamo ad amare di più, non solo con dei soldi, ma investendo in cultura del bene e i cieli e la terra nuovi cresceranno di più.

La Quaresima è un tempo di speranza.

Lo Spirito santo non è stato dato solo per Gesù, ma per tutti noi credenti, per combattere il male, questo è la nostra speranza.

Come Gesù anche noi dobbiamo scegliere:

cedere alla tentazione di non poter fare nulla o dell’onnipotenza o affrontare la tentazione, forti dell’azione dello Spirito santo e della parola di Dio.

Shqipëria: piccoli grandi passi dell’Albania

 

L’Albania è un piccolo paese poco conosciuto. La maggior parte di coloro che conoscono l’Albania non ne hanno una buona opinione e credono che tutti gli albanesi siano dei criminali; però chi conosce molti albanesi riconoscono l’altra faccia della medaglia e sanno che sono persone che lavorano, gente ospitale che si aiutano l’un l’altro.

Il motivo per cui questa parte di albanesi sia meno conosciuta è dovuta al fatto che i comportamenti criminali attirano piu attenzione e più facilmente si trasmettono in TV o sul web. Tutto ciò influisce quanti non conoscono personalmente albanesi perché normalmente non fa cronaca un albanese che si guadagna da vivere onestamente, che va al lavoro ogni giorno. Non nego e comprendo queste motivazioni negative, ma sono contro la generalizzazione delle opinioni, ognuno è diverso, non sono tutti uguali.

Gli albanesi con l’uscita dalla dittatura si sono trovati di fronte a un gran cambiamento, da un isolamento totale, senza libertà di parola e di azione, a una piena libertà in un tempo molto breve. Questo cambiamento ha permesso alle persone di esprimere al meglio le proprie capacità: ora possono scegliere delle professioni in cui ci si sente di potere fare meglio. Coloro che hanno avviato il cambiamento, persone di buona volontà, hanno poi governato il Paese, ma ciò ha aumentato la loro voglia di ricchezza e di potere.

L’Albania era un paese molto povero con molta corruzione: con i soldi potevi comprare un diploma, un posto di lavoro, una promozione; se tu avevi un’impresa non pagavi le tasse, se conoscevi qualcuno potevi guidare la macchina senza documenti, se poi conoscevi qualcuno al potere eri intoccabile. Molte persone seppure incapaci sono entrate nel lavoro come insegnanti, infermieri, poliziotti… perché hanno un amico al potere oppure i soldi per comprare quel posto di lavoro: ciò ha influenzato l’educazione delle generazioni a venire.

La corruzione stava crescendo sempre più e ha creato una classe politica corrotta dove un deputato o sindaco non si eleggeva per servire il popolo, ma come un’opportunità per fare soldi. Questo malgoverno ha creato buche nello sviluppo economico, evasione delle tasse, lavoro nero, pochi investimenti in infrastrutture e rallentamento nello sviluppo del Paese. Oggi si cerca di aumentare la lotta contro questi fenomeni anche se è molto difficile perché una parte di quanti lottano con questi fenomeni sono essi stessi coinvolti, ma nonostante questo dei passi positivi si stanno percorrendo.

Per un giovane questa situazione è abbastanza demoralizzante, c’è molta disoccupazione, l’università non aiuta a meno che non conosci qualcuno che ti spinge oppure puoi pagare un lavoro. Molti sono i casi di persone incompetenti che hanno comprato anche lavori importanti: insegnante, infermiere… Per fortuna non tutti sono così ma è un fenomeno che non dovrebbe esistere, qualcuno dovrebbe essere assunto perché lo merita!

Ai giovani si dice sempre che sono il futuro e hanno il potere di fare la differenza ovviamente perché hanno energia, idee e coraggio, proprio per questo una parte di loro intende abbandonare l’Albania. Se poi si fanno paragoni con altri paesi o con albanesi che vivono all’estero, nonostante le difficoltà iniziali i motivi aumentano.

Come detto prima però l’Albania sta prendendo direzioni positive, piccoli lenti passi; magari non si vedono le differenze ma da un punto si deve iniziare, non si può pretendere che i cambiamenti accadono in 4-5 anni serve molto più tempo e lavoro e soprattutto noi dobbiamo lavorare per fare la differenza non dobbiamo aspettare qualcuno che viene a fare la differenza per noi.

Shqipëria ndryshe

Shqipëria është një vend i vogël që nuk njihet shumë. Shumica e atyre që e njohin Shqipërinë ose shqiptarët nuk kanë një opinion të mirë dhe mendojnë se të gjithë shqiptarët janë kriminelë. Pjesa tjetër që kanë pasur kontakt me njerëz të mirë e punëtorë njohin anën tjetër të medaljes, pra dinë se shqiptarët janë njerëz punëtore, bujarë, mikpritës, inteligjent po ashtu njerëz që ndihmojnë njëri-tjetrin.

Arsyeja se pse kjo anë e shqiptarëve njihet më pak, është se sjelljet kriminale tërheqin më shumë vëmendje pasi transmetohen nëpër televizione, gazeta, internet, gjithandej nëpër media sociale. E gjitha kjo ndikon edhe tek pjesa e mirë e shqiptarëve që nuk i njohin personalisht, kjo sepse normalisht nuk bën lajm një shqiptar që e fiton bukën e gojës ndershmërisht, që shkon në punë çdo ditë, por krimet bëjnë lajm. Njerëzit duke parë gjithmonë të tilla lajme krijojnë steriotipin e shqiptarit kriminel.

Unë nuk e mohoj këtë pjesë dhe e kuptoj se pse është krijuar ky steriotip, por jam kundër përgjithësimit të gjërave. Çdo njeri është i ndryshëm nuk janë të gjithë njësoj. Shqiptarët me daljen nga diktatura u përballën me një ndryshim të madh, nga izolim total pa liri fjale dhe veprimi, në liri të plotë në një kohë shumë të shkurtër.

Ky ndryshim i dha mundësi njerëzve për të shprehur më mirë aftësitë e tyre. Njerëzit zgjodhën ata profesione ku ndiheshin ose bënin më mirë sepse dikur jo çdokush mund mund të mbaronte universitetin, ose të kishte punën që donte. Njerëzit që filluan lëvizjet për të ndryshuar sistemin, ishin ata që më pas morën në dorë qeverisjen e vendit.

Mirpo tek një pjesë e tyre kjo shtoi etjen për pasuri dhe pushtet, por kishte edhe njerëz vullnet mirë që donin të përmirsonin Shqipërinë. Duke qënë së ishte një vend shumë i varfër, kishte shumë korrupsion. Me para mund të blije një diplomë, një vend pune, mund të ngriheshe në detyrë. Nëse kishe një biznes dhe njihje dikë nuk paguaje taksa. Mund te ngisje makinën pa dokumenta mjafton që të paguaje policinë në rrugë, ose nëse njihje dikë në pushtet ishe i paprekshëm. Shumë të paaftë janë futur në punë si mësues, infermierë, policë, punonjës në administratë, etj sepse kanë një mik në pushtet ose kanë para ta blejnë vendin e punës.

Kjo ka ndikuar tek arsimimi i brezave që po vijnë. Korrupsioni ishte gjithnjë e më në rritje dhe krijoi një klasë politike të korruptuar, ku një deputet ose kryetar bashkie nuk mendon të zgjidhet për t’i shërbyer popullit, por e sheh si një mundësi për të bërë para. Kjo keq qeverisje ka krijuar shumë boshllëqe në zhvillimin ekonomik, duke filluar nga mos pagesa e taksave, shmangia e detyrimeve, puna në të zezë, përfitimi i asistencave padrejtësisht etj.

Kjo përkthehet në mosinvestime në infrastrukturë, normalisht edhe në ngadalësim të zhvillimit të vendit. Çdo ditë e më tepër po shtohet lufta kundër këtyre dukurive, edhe pse është shumë e vështirë sepse një pjesë e tyre që pretendojnë t’i luftojnë këto dukuri janë të vetpërfshirë, por pavarësisht kësaj po bëhen hapa pozitivë.

Për një të ri deri diku situata në Shqipëri është demoralizuese sepse papunësia është e madhe. Pasi mbaron universitetin ky i ri apo e re eshte pa shpresë se do gjejë punë, ose edhe nëse mund të gjejë vend punë duhet të njohë dikë për tu futur, ose dikush që ai njeh shumë mirë dhe nuk është as sa gjysma e tij . Vetem se ka para dhe njohje blen një diplomë dhe bëhet shefi yt, ose mesuesja e fëmijëve të tu që mezi kalonte klasën dhe sot jep mesim sepse ka paguar për ate vend pune, ose ifermierja e urgjencës që s’ia ka haberin ka paguar për tu futur në punë dhe pretendon se do ja marrë dorën me kalimin e kohës.

Fatmirësisht jo të gjithë janë ashtu, megjithatë është një fenomen që nuk duhet të ekzistojë. Dikush duhet të futet në punë sepse e meriton jo sepse ka mundësinë të blejë vendin e punës. Të rinjve u thuhet se janë e ardhmja dhe se kanë fuqinë të bëjnë ndryshimin, sigurisht sepse kanë energji, ide dhe guxim, por një pjesë e rinisë synojnë të largohen nga Shqipëria për shkakt të këtyre arsyeve. Ajo që i shtyn më tepër të rinjtë të largohen është se duke qënë se kthesat positive që po merr Shqipëria janë të vogla dhe hapat janë të ngadaltë, ata bëjnë krahasime me vende më të zhvilluara. Duke parë edhe shqiptarët që jetojnë jashtë vendit që pavarësish vështirësive që kanë kaluar, kanë një jetesë më të mire , i bën të mendojnë të ardhmen e tyre jashtë Shqipërisë.

Siç e përmenda edhe më lart, Shqipëria po merr kthesa pozitive edhe pse me hapa të ngadaltë.

Eshtë e vërtetë që ndryshimet ndoshta nuk vihen re pasi po ndodhin ne hapa te ngadaltë ama duhet t’ia nisësh nga diku, nuk mund të pretendohet që ndryshimet të ndodhin në pak vjet duhet shumë më shumë kohë dhe punë. Më e rëndësishmja është se ne po punojmë për ndryshim e vendit pasi nuk presim të vijë dikush të bëjë ndryshimin për ne.

Gentian Prenga

Perfetti sconosciuti

Nel 1970 veniva premiato col David di Donatello come “Miglior film” Il conformista di Bernardo Bertolucci. Vent’anni dopo, nel 1990, Porte aperte (Gianni Amelio).
E qualcosa nell’aria stava cambiando, dunque. In peggio.

Nel 2016 si aggiudica il Primo titolo nientemeno che Perfetti sconosciuti, l’ultimo lungometraggio di produzione italiana firmato Paolo Genovese – stiamo parlando del Paolo di Immaturi – Il viaggio (2012) e Questa notte è ancora nostra (2008). Proprio lui…
Quando un film ha qualcosa da raccontare, ovvero quando ha un messaggio da “consegnare”, è allora che la settima arte adempie alla sua funzione originale di medium. Ci si libera da ogni censura sociale e si va oltre, trattando di temi che possano in qualche modo arricchire lo spettatore.
Lo facevano Antonioni e Godard, Fellini e Rivette, Argento e Altman… lo facevano i registi che hanno sempre avuto qualcosa da “dire”, qualcosa da “raccontare”.
E lo facevano perché i tempi lo richiedevano: si parlava di “schizofrenia borghese” (Il deserto rosso, Michelangelo Antonioni, 1964) e di “presunzione marxista” (La chinoise, Jean-Luc Godard, 1967); si filmava di “dopoguerra giovanile” (I vitelloni, Fellini, 1953) e “magico realismo” (L’amour fou, Jacques Rivette, 1969); si arrivava perfino a “sfidare” le compagnie farmaceutiche (Il gatto a nove code, Dario Argento, 1971) e i sei gradi di separazione (Nashville, Robert Altman, 1975).

Fare un film era un “work in progress”, un’opera sulla quale si ragionava il più a lungo possibile perché le chances che venisse cassata dalla critica e dal pubblico erano parecchio più alte di adesso – sembra che si sia perso quello spirito critico necessario a rendere un film “memorabile”. E non mi rivolgo esclusivamente a lavori italiani.
Il trend che sembra più di moda oggi è quello di creare storie con il solo intento di stupire, divertire, intrattenere; di suscitare le emozioni e reazioni basiche che sembrano definire le masse. E non c’è nulla di male in questo, per carità, non sto dicendo che si debba solo trattare di marxismo o borghesia!
Penso però che mettere insieme sette attori – bravi e mediocri – attorno a un tavolo e farli blaterare su un qualsiasi stereotipato preconcetto passato poi per “nuovo” e “originale” sia un approccio sbagliato – un modo scorretto di raccontare una storia.

Il concetto cardine da cui parte Perfetti sconosciuti è: cosa succederebbe se una sera a cena con gli amici di sempre, si decidesse di scomodare gli smartphone dalla privacy delle tasche dei nostri pantaloni, metterli sul tavolo e fare outing leggendo i messaggi ricevuti – per tutta la durata del pasto – ad alta voce e rispondere alle chiamate con il vivavoce?
L’idea di per sé è carina, no? Voglio dire, non è per niente fresca e si sa dove voglia andare a parare sin dal primo minuto, ma incuriosisce.
In questa storia, però, ci si aspetta che i “segreti” siano qualcosa di più che quattro stupidaggini taciute per quieto vivere.
Posto che sia possibile in una coppia o fra amici tacere di tette finte, psicanalisi e ospizi, quello che rende due persone sconosciute fra di loro non sono corbellerie da adolescenti, ma veri e propri lati oscuri nascosti sotto la superficie di un’intimità che si dipinge come “normale”: sono manie morbose e inconfessabili che trasformano e trascendono la comprensione umana.
È quello su cui hanno sempre sperimentato Hitchcock o Haynes, etichettabili come i portavoce – odierni e di ieri – di storie dai personaggi fragili e impuri, schiacciati dal peso della società e costretti a crearsi alter ego adatti.
Genovese & Co., ahimè, ci propongono un’apparenza di film impegnato, ma in realtà ne tengono basso il profilo sociale. Fast food, ma senza scivolare nel cibo spazzatura.
Non mancano riferimenti a una società che il caro Paolo descrive come corrotta e corruttibile, edificata su tette finte e omosessualità repressa, padri emancipati, internet, social network… e ovviamente immancabili tradimenti. Tradimenti in lungo e in largo. Ma attenzione: guardandone solo il lato peccaminoso; mai le ragioni, le sofferenze, i disagi, quelli no!
Affidandosi a facili cliché, scontati e bacchettoni, Genovese racconta una storia distante dai problemi reali di oggi, piena di preconcetti e scene già viste, confenzionata in una fotografia abbastanza scarna ma un montaggio perlomeno ritmato.

Non condivido il consenso generale che è stato dato a questa pellicola.
Non ne condivido né la forma, tantomeno il contenuto.
Non ne condivido la recitazione, teatrale e asciutta (forse salverei le performance di Battiston e della Rohrwacher in extremis).
Perfetti sconosciuti è esattamente come certi cibi industriali che hanno la pretesa di ricordarci la cucina casalinga. Li compriamo ugualmente, ma li consumiamo scordando che sono precotti e congelati, e che assomigliano a qualcosa di commestibile grazie a coloranti, esaltatori di sapidità e conservanti, per niente sani e dannosi in fondo.

52628Fabio Gregg Cambielli

Serafino Ghidini un seme per tutti

In occasione dell’anniversario della nascita ci affidiamo alla penna di p. Giorgio M. Vigano per ricordare un nostro purtroppo nascosto “santo”.

Nascosto con Cristo in Dio: se dovessi raccontare Serafino Ghidini con poche parole userei proprio queste.
Normalmente quando vengono proposte alla nostra attenzione delle figure di santi o anche semplicemente di uomini illustri domandiamo subito «che cosa ha fatto? Quali imprese ha compiuto?».
Nel caso del nostro Serafino dobbiamo rispondere che non ha avuto il tempo di fare imprese o azioni particolari che possano meritargli uno spazio sui libri di storia.
Ha però sicuramente avuto il tempo necessario per essere qualcosa di molto importante: essere seme che cade e che muore; essere morto con Cristo vivendo la grande ma intima e silenziosa storia d’amore che inizia col battesimo.
Serafino ha avuto tempo per essere preghiera e per salire sulla croce della malattia trasfigurata dalla fede nell’amore più forte anche della morte i cui flutti non possono travolgerlo.
Il Ghidini nasce a Cavallara (CR) il 10 gennaio del 1902. Per aiutare l’economia di casa si trasferisce a Cremona: lavora come garzone presso una libreria in corso Garibaldi vicino alla nostra bella chiesa del San Luca. Chiederà di farsi Barnabita nonostante l’opposizione del padre. Dopo due anni di vita presso i padri di Cremona dove si distinguerà per lo spirito di preghiera e di umile servizio passerà al noviziato a Monza: l’anno in cui si scompare al mondo per imparare a tornarci ma abitati e guidati da Dio. In quel contesto il nostro Serafino avrà una madre maestra particolare: la sua malattia.
Emessi i voti semplici il primo novembre del 1924 dopo una breve visita ai suoi famigliari viene condotto privo di forze alla comunità del san Francesco di Lodi. Sorella morte venne a chiedere di lui quando dopo pochi giorni fu ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Milano dove unica sua preoccupazione fu di ricevere quotidianamente la santa Comunione. Possiamo dire che le sue ultime parole furono quelle della professione solenne pronunciate nella austera liturgia di un ospedale.
Il suo segreto?
Ce lo raccontano le tre immaginette da cui mai si separava: il Crocifisso, l’Immacolata e Antonio Maria Zaccaria.

  • p. Giorgio M. Vigano