Obama e Oscar Arnulfo Romero

Barak Obama e il beato Oscar Arnulfo Romero,

dall’Osservatore Romano del 25 maggio 2015, p. 6

Washington, 25.
L’arcivescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero, ucciso nel marzo del 1980 mentre celebrava la messa, è stato d’«ispirazione per il popolo di El Salvador e di tutte le Americhe» e, nella loro politica di oggi in tutto il continente americano, gli Stati Uniti «sono guidati» dalla sua visione.
È quanto ha detto il presidente Barack Obama in una dichiarazione diffusa sabato, nella quale ha sottolineato di essere «grato a Papa Francesco per la sua leadership nel ricordarci il nostro dovere di aiutare i più bisognosi» e per la sua decisione di beatificare Romero.
Obama ha ricordato l’omaggio reso presso la tomba del presule durante la sua visita in El Salvador nel 2011 e ha ricordato come questi fosse «un saggio pastore e un uomo coraggioso, che seppe fronteggiare gli estremismi delle opposte fazioni. Senza paura, si confrontò con il male che vedeva, guidato dai bisogni del suo amato popolo, i poveri e gli oppressi di El Salvador. Il giorno seguente a quello in cui si appellò ai soldati perché cessassero di eseguire gli ordini repressivi del Governo, fu assassinato mentre diceva messa. È diventato un martire, e milioni di persone in tutte le Americhe, e il mondo intero, lo hanno subito visto come un santo». Il suo esempio «possa ispirare tutti noi al rispetto della dignità degli esseri umani» ha aggiunto Obama, ricordando come El Salvador abbia fatto «un grande percorso negli ultimi trentacinque anni.
Quelli che un tempo si fronteggiavano sul campo di battaglia oggi si contendono il voto e dibattono nell’Assemblea nazionale. Ma noi, insieme con il popolo salvadoregno, sappiamo che c’è ancora molto da fare».

Dalla confusione a Pentecoste

Sappiamo che la creazione geme e soffre le doglie del parto, sappiamo che siamo deboli e viviamo in un ulteriore momento di confusione: 100 anni fa la 1 guerra mondiale, oggi ancora guerre che pervadono il mondo; l’identificazione del matrimonio tra uomo e donna con l’unione tra persone del medesimo sesso; la corruzione che delapida e inquina le nostre terre; l’uomo che anche nel suo piccolo vuole raggiungere il cielo da solo.
Che fare? Prendere la spada e … ovvero chiudersi nella proprio microcosmo e …
Lasciamoci guidare dal dono di Dio: lo Spirito santo, il Paraclito, il Consolatore, l’Amore del Padre e del Figlio, il Cuore del nostro cuore!
Quanto accade oggi è il frutto dell’esserci troppo dimenticati di invocare lo Spirito santo. È lo Spirito santo colui che ci permette di comprendere come essere uomini, donne, cristiani.
L’alito di Dio, che Gesù soffierà sui discepoli dopo la sua resurrezione, la vita stessa di Dio che è la vita di Gesù, sarà vita nei discepoli e li abiliterà a essere suoi testimoni. Avverrà così una sinergia tra la testimonianza dello Spirito e quella del discepolo riguardo a Cristo: anche quando gli uomini sentiranno estranei i cristiani, anche nelle persecuzioni e nelle ostilità subite da parte del mondo, nella potenza dello Spirito i cristiani continueranno a rendere testimonianza a Gesù. Questa è la funzione decisiva dello Spirito santo che, come fu “compagno inseparabile di Gesù” (Basilio di Cesarea), dopo che Gesù lo ha inviato dalla sua gloria presso il Padre, è il compagno inseparabile di ogni cristiano.
Non le armi, ma la testimonianza è la difesa e la vittoria del cristiano.
Celebrare la Pentecoste significa imparare a testimoniare Gesù, portare il frutto dello Spirito.
Oggi la chiesa beatifica Oscar Arnulfo Romero, vescovo di El Salvador ucciso dai militari il 24 marzo 1984 solo perché viveva dello Spirito, testimoniava il Vangelo: la sua intercessione, come quella di tutti i cristiani che nonostante la persecuzione continuano a testimoniare il Vangelo, ci aiuti a portare frutto, ci aiuti a far fiorire i deserti dell’esistenza: questa è Pentecoste! Infatti la Pentecoste non è un evento che comincia e termina 50 giorni dopo la Pasqua di 2000 anni fa: la Pentecoste è continuamente un dono dello Spirito per conoscere meglio Gesù e per annunziarlo sempre e ovunque.
Ma come fare per vivere, per godere dello Spirito?
Semplice, mi diceva una vecchietta che non sapeva nemmeno parlare italiano, basta dire continuamente, tra un’attività e l’altra: Vieni Spirito santo!

Missionari o dimissionari?

Il cristiano è missionario o è dimissionario.

Così affermava Madelein Delbrèl, una giovane donna francese convertita al cristianesimo negli anni 50.

Cosa centra ciò con la festa di oggi? Centra, centra, perché oggi è la festa della testimonianza.

Infatti, i primi cristiani hanno legato indissolubilmente questo mistero della vita di Cristo con la loro missione; nonostante i propri cuori duri, la propria incredulità reiterata, le proprie paure, tutti atteggiamenti ben evidenziati dagli scribi evangelici e accolti dalle comunità cristiane degli inizi, Gesù li ha inviati ad annunciare il suo vangelo. Si è fidato di loro! Ha affidato loro il Vangelo di salvezza.

Come nella festa del Natale si celebra l’Incarnazione del Verbo, così nella festa dell’Ascensione si celebra l’incarnazione della missione tra i popoli. Lì Dio ci ha inviato il suo Figlio, qui il Figlio invia i discepoli.

Il cristiano è missionario o è dimissionario!

Voi siete missionari o dimissionari?

Missionari significa conoscere di più Gesù, attraverso la catechesi, la frequentazione dei vangeli.

Missionari significa: abbandonare se stessi, il proprio modo di essere, fare, pensare per annunciare solo Gesù; solo Gesù è il salvatore, non il nostro lavoro, il nostro apostolato.

Missionari significa: annunciare la speranza.

A questo proposito Giovanni Battista Montini predicava agli universitari:

«Per la Chiesa l’Ascensione è la festa della lontananza di Cristo. Quel fratello che abbiamo toccato… è ora avvolto in un ordine tuttora impenetrabile e invisibile. Non è perduto. Ma è lontano. A questo possesso in lontananza, corrisponde una virtù nuova della vita cristiana, la speranza. L’Ascensione è la festa della speranza.

Per noi l’Ascensione è lo spostamento del polo attorno a cui gira la vita umana: dalla terra al cielo. L’uomo agisce in quanto spera. L’uomo moderno commette ogni giorno questo peccato, di togliere la speranza, cioè di abbreviare il raggio di distanza. E quindi di movimento, dal fine cercato e sperato. Perciò l’uomo finisce per rimanere incatenato e prigioniero delle cose che cerca e che ottiene. La fede nuova fissa nel vertice del cielo il polo di movimento, e la speranza comincia il largo moto dello spirito che si orienta verso gli spazi infiniti ed eterni di Dio».

Spazi infiniti ed eterni di Dio che non sono le vie tra i pianeti e le stelle, ma le coscienze degli uomini nostri fratelli che ci sono affidati.

Speranza oltre la corruzione. P. M. Patriciello per Giovbarnabiti.it

Un fiume di acqua in piena per irrigare la speranza di cui abbiamo bisogno per crescere.
Cari amici di Giovanibarnabiti.it questo è il segno della lunga chiacchierata con padre Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo Apostolo, Caivano, alle porte di Napoli: corruzione, legalità, fede, carità e speranza.

Se non sono indiscreto una prima domanda personale: chi è don Maurizio Patriciello?
Don Maurizio, anzi padre Maurizio come preferisco farmi chiamare perché don è il titolo dei camorristi, è un sacerdote della chiesa cattolica, un uomo che da adolescente si era allontanato dalla Chiesa, sbattendo le porte. Poi un giorno per un incontro fortuito con un francescano rinnovato, a cui ho dato un passaggio in auto, è nato un ritorno alla chiesa cattolica e un desiderio di conoscere di più la parola di Dio. Ho cominciato a studiare teologia da laico, quindi ho lasciato il mio lavoro perché mi è sembrato naturale entrare in seminario. Il desiderio di servire Dio con tutto me stesso; il ritorno alla Chiesa, la riscoperta della fede, è stato un tutt’uno.
Diventato prete sono arrivato qui a Caivano, alle porte di Napoli, in questo quartiere costruito per dare spazio ai terremotati del 1980.

Parlando con i giovani, tanti di quelli che io frequento ormai da anni, riscontro molto scoraggiamento, specialmente qui a Napoli, anche in chi non ha grossi problemi economici.
Questo è un quartiere molto povero e i problemi qui ci sono! Oggi è il primo maggio: come può festeggiarlo questa gente? Quanto farebbe bene del lavoro qui, in questo quartiere in cui passa -la droga per tutto il Sud Italia!
Però so che i giovani di oggi, anche senza problemi economici, vivono un disagio. Il mondo di oggi è cambiato: in pochi anni è successo quanto prima avrebbe richiesto 500 anni; un cambiamento repentino a cui non siamo preparati. I giovani di oggi nascono come se tutto fosse normale, ma non è normale niente! Come se tutto fosse presente!
La comunicazione è cambiata, così la famiglia che non ha più spazio per l’educazione.
Sapranno i nostri giovani gestire questa quantità di informazione, immagini, pensieri diversi… arrivando sempre a una conclusione ponderata, matura? Non so, non so!

La gestione dell’informazione è sicuramente complessa; poco fa abbiamo accennato alla droga, eppure oggi non si parla più di droga o sbaglio?
Non sbagli. Lo scorso inverno ero a parlare a Caserta, non vedevo la gente causa l’illuminazione. Mi sono presentato: buona sera, sono padre Maurizio, parroco a Caivano, parco Verde. Ci vedo poco, ma ci sento bene e mi sono reso conto di farfugliamenti dell’uditorio. Mi sono fermato qualche minuto quindi ho ribattuto: si, sono parroco al Parco Verde, dove si vende la droga, ma sappiate che quella droga lì si vende, ma sono i vostri figli di Caserta che la comprano! A quel punto il silenzio è stato assoluto.
Il discorso è grave e non se ne parla.

La droga ci porta poi alla questione della legalità, che non è un problema solo di questa terra, ma di tutta Italia.
Per la verità sono stanco di sentire parlare di legalità. La gente ha un’idea sbagliata di legalità. Legalità è un patto tra cittadino e stato, tra diritti e doveri. Si parla troppo di illegalità. Forse al Sud è più visibile, ma tra Expo, Mose, Mafiacapitale….
Raffaele Cantone ha detto che tra un camorrista e un corrotto è preferibile un camorrista perché si vede, mentre il corrotto è nascosto! È vero. Il problema grave di oggi è la corruzione. La camorra non è un sistema a parte, è nella politica, nell’industria: vedi la difficoltà di far passere delle leggi, di risolvere il problema dei rifiuti tossici.
Ai miei giovani, alla mia gente dico che la camorra è un mezzo problema! La camorra ha fatto da spalla alla finanza, non voglio giustificarla (i camorristi non amano nessuno, hanno una puzza che ha rovinato questa terra!) però i grandi affari dei rifiuti hanno riguardato tutti: politici, industriali, camorristi!
Ti sembra giusto che dovessi andare io a Strasburgo, al Quirinale, a Montecitorio per parlare della situazione di questa terra? Della disperazione di questa gente?
Carmine Schiavone, che ho incontrato in carcere, aveva già detto queste cose dal 1997! Quando poi i nostri giovani deputati hanno preteso la desecretazione di queste informazioni si scoprì che Carmine Schiavone aveva ragione. Perché tanto silenzio per tanti anni?

Come possiamo aiutare i giovani a recuperare questo patto con lo Stato, con la legalità?
Ieri è venuta una donna a chiedere come evitare di andare ancora da Loro per far mangiare i propri bambini? Loro sono gli usurai, ma questa donna deve far mangiare i suoi bambini, non gli basta un’offerta del parroco.
Quale il male minore per questa donna? Per chi pur volendo uscire dalla galera non trova lavoro? Che deve fare questa donna? Veder morire un figlio o rubare per dare da mangiare a suo figlio? So che rasento l’eresia, ma cosa deve fare un uomo in queste condizioni? Come fare per comprare un litro di latte? Far morire un figlio o …
Riusciremo a sconfiggere la camorra se non sconfiggeremo questa situazione?
Hai letto che oggi tanti titolari di aziende sono stati arrestati perché mantenevano dipendenti in nero. Ma anche un imprenditore – ne ho parlato con il ministro del Lavoro, dell’Ambiente, con il presidente Napolitano – come può continuare a lavorare con queste leggi?
Questa è la terra dei fuochi, ma cosa brucia? Gli scarti delle industrie del Nord Italia, d’Europa, interrati a metri di profondità così che “non colpiscono” il terreno in superficie, ma la falda acquifera! Poi c’è il problema dell’aria infestata da diossina dei roghi tossici… questa è una terra martoriata ieri e ancora oggi per tante produzioni illegali.
Certo si potrebbe fermare il lavoro nero, ma ci sarebbe una rivoluzione perché come potrebbero continuare a mangiare migliaia di famiglie? Lo Stato dovrebbe essere capace di trovare delle prospettive, delle opportunità diverse e legali per chi dà lavoro e per chi lo riceve!

Ma lo Stato vuole fare la sua parte?
Per anni non ho mai parlato male delle Istituzioni, ho sempre avuto rispetto ma da quando sono prete ho toccato con mano un’altra realtà: lo Stato non c’è! Lo stato non vuole esserci!
Abbiamo giovani fuggiti all’estero, giovani che non escono più di casa per vergogna di non avere un lavoro…
Lo Stato non ha la bacchetta magica, ma la cosa pubblica grida vendetta; siamo di fronte a ladri di speranza pubblici ufficiali! La gente non sa più con chi parlare.

Ma la gente non riesce a convincersi di poter fare qualche cosa, torna a votare quelli di prima?
Il papa ci invita a impegnarci in politica, ma manca una sensibilità verso il bene comune.

Però anche noi Chiesa abbiamo dei torti, per esempio una incapacità di continuare a fare scuola di politica, dalle piccole alle grandi cose? Eppure tante sono le persone che vogliono ancora fare qualche cosa.
Si. Abbiamo tante persone che si danno da fare, di volontari. Il volontario fa bene il suo lavoro e poi gratuitamente, perché ha un cuore grande, fa dell’altro, dell’in più! È una parte bella dell’Italia.
Ciò che non funziona è il dare del lavoro.
Come posso dire alla gente: prega, prega il rosario, in queste disperazioni dove veramente non si mangia!
Noi preti dobbiamo essere di pungolo, più che degli assistenti sociali, pungolare lo Stato a fare il proprio dovere; essere coscienza critica dello Stato.

Papa Francesco esorta i giovani a non lasciarsi rubare la speranza: come aiutare i giovani in ciò?
Il rosario è fondamentale per non perdere la speranza, poi celebreremo la messa per non perdere la speranza, poi ci incontreremo per non perdere la speranza, poi piccoli gesti per non perdere la speranza. Gesti piccoli, boccate di ossigeno che sono fondamentali per non perdere la speranza, poi arriveranno altri grandi gesti.
Noi siamo preti, dobbiamo fare la volontà di Dio; certo certi preti rovinano la Chiesa, ma noi puntiamo alla santità guidati dalla Divina Provvidenza in questo momento critico e difficile. Teniamo la chiesa aperta, sempre, per tutti!

Grazie di cuore. Buon lavoro. La benedizione di Dio resti sul suo capo.

Un’economia solidale

Questi anni di crisi hanno evidenziato i limiti del modello economico vigente e reso necessario un intervento radicale all’interno dell’esperienza socio-economica dei nostri tempi. L’idea di economia può essere osservata attraverso la lente di mille sfaccettature diverse, ma quella che forse più la riassume la definirebbe come la scienza dei rapporti tra soggetti che diventano in essa economici, cioè gli individui e le loro attività. Pare purtroppo che il cinismo della società moderna abbia trasformato i soggetti in oggetti, riducendo l’economia a pura contabilità e distruggendo le risorse umane; in una realtà in cui l’interesse personale sovrasta l’interesse della collettività, della società non rimane che il mercato, che pur fatica a funzionare.

Adam Smith diceva: “la società non può sussistere fra coloro che sono sempre disposti a danneggiarsi e a farsi torto l’uno con l’altro”; sfogliare i libri di un passato non più tanto recente forse non è una cattiva idea: sembra che abbiamo dimenticato, o peggio, distorto il pensiero che è alla base della scienza economica. Certo, la teoria del libero mercato va rivista, cosi come anche il ruolo dei governi al suo interno. In una società come quella di oggi in cui politica ed economia si intrecciano in una spirale inscindibile, il governo sembra essere diventato il problema, più che la soluzione alla crisi. In un mondo dominato da materialismo e individualismo non c’è spazio per una comunità di soggetti che interagiscano tra loro in armonia, senza che i potenti tessano a loro piacimento la trama della storia. “Senza volerlo, gli economisti hanno offerto una giustificazione a questa mancanza di responsabilità morale. Una lettura superficiale dei suoi scritti ha instillato l’idea che Adam Smith avesse escluso ogni scrupolo morale da parte di chi operava sui mercati. Dopo tutto, se la ricerca dell’interesse personale conduce, come una mano invisibile, al benessere della società, tutto quello che bisogna fare è assicurarsi di star perseguendo al meglio l’interesse personale. Ed è proprio quello che sembrano aver fatto gli operatori del settore finanziario. Ma ovviamente, la ricerca dell’interesse personale, l’ingordigia, non ha condotto al benessere della società” – per citare l’economista Joseph Stiglitz (v. “Freefall”), premio Nobel per l’economia nel 2001. L’individualismo esasperato ha finito col minare il “lubrificante che fa funzionare la società”: la fiducia.

“Gli storici dell’economia – continua Stiglitz – hanno sottolineato il ruolo della fiducia nello sviluppo del commercio e delle attività bancarie. Se certe comunità si sono sviluppate a livello globale nei settori commerciale e finanziario è proprio perché i suoi membri avevano fiducia gli uni negli altri. La grande lezione di questa crisi è che, nonostante tutti i cambiamenti degli ultimi secoli, il nostro complesso settore finanziario continua a fondarsi sulla fiducia: quando viene meno, il sistema finanziario si blocca”. Per riacquistare la fiducia reciproca bisognerebbe innanzitutto tornare a essere comunità, cominciare a capire che il nostro interesse è anche quello degli altri: chiamasi solidarietà! Potente arma in grado di creare suolo fertile per la condivisione di ideali e valori, in un mondo che attorno ad essi sta solo facendo terra bruciata; come il miraggio di un’oasi nel deserto, nutro la speranza che un’economia solidale possa fiorire in mezzo a una tale distesa di aridità, che da troppo tempo attende una stagione delle piogge.

Pasqua Peragine

i 4 gemelli

gemelli 16

gemelli 19

Dal nostro amico e “corrispondente” in stanza in Afghanistan

Questa mattina mi sveglio con il tubare di due tortorelle che stanno allestendo il loro nido vicino alla finestra della mia stanzetta. Che piacevole canto, mi piacerebbe sapere che cosa quelle care tortorelle si dicono.
Cosa si diranno le due tortorelle che mi hanno svegliato questa mattina di sole. Forse hanno capito che è arrivato il giorno tanto atteso. Vi ricordate i 4 gemelli che avete aiutato? Oggi andiamo a trovarli! Non si può descrivere l’euforia che aleggia nell’aria tra noi. Da giorni programmiamo quest’uscita, ma i talebani hanno annunciato l’offensiva di primavera.
Gli obiettivi indicati dal Mullah Omar sono le sedi diplomatiche, le basi militari e i centri di intelligence delle forze internazionali impegnate in Afghanistan, a partire dalle 5 del mattino di oggi, venerdì 24 aprile 2015. I nostri colleghi di Mazar-i-Sharif se la sono vista brutta, trascorrendo così almeno sei ore nei bunker. Almeno due razzi sono stati lanciati contro Camp Marmal, la più grande base della Bundeswehr al di fuori dei confini della Germania. Mazar-i-Sharif è la quarta maggiore città afghana, con una popolazione di circa 300.000 abitanti.
Finalmente il via libera per uscire dalla nostra base; le nostre Mercedes GL blindate sono in movimento.
Siamo fuori, c’immettiamo sulla ring road, quell’anello d’asfalto che corre attraverso il territorio dell’Afghanistan e unisce le maggiori città. È un via vai di torpedoni, autovetture motociclette caricate all’inverosimile. Guardiamo ogni veicolo ogni persona con sospetto. La tensione è altissima. Soltanto ieri a Kabul ci sono stati due attentati suicidi nei confronti di altrettanti veicoli delle forze internazionali e che solo per mero caso non hanno prodotto morti. Dopo tre quarti d’ora, e 25 km a est di Herat, arriviamo al villaggio Abdul Abad: sono già tutti lì ad attenderci Aesha, Roqeya e Farahulldin. Oltrepassiamo una porta di ferro ed ecco la piccola corte e la casa, si e no 20 metri quadri, due camerette in tutto, per una famigliola cresciuta un po’ troppo. Ma sentiamo già la voce di chi, come per incanto, avvertendo la nostra presenza, sa che siamo arrivati per loro. I quattro gemellini sono stati vestiti a festa. Appoggiati sul tappeto della stanza principale. Nessuno di noi riesce a esprimere una sola parola. Lo splendore di questi bimbi ha qualcosa di magico! Seppur questa famiglia viva nella più estrema povertà ha espresso una dignità che ha pochi eguali. Rimaniamo colpiti di quanto amore c’è stato da parte della mamma nella cura dei particolari, i vestitini, le scarpette, le cuffiette.
Consegniamo al papà la scorta di latte e qualche altro piccolo aiuto. Tutta la famiglia si è riunita per accoglierci e ognuno di loro ha una parola di affetto per noi che siamo un po’ meno “stranieri” per loro.
Mentre la mamma ci prepara il tè che ha un gusto unico, approfittiamo per scattare qualche foto. Non lo sanno ancora, ma sarà l’ultima volta che potremmo far loro visita: si percepisce già un po’ di malinconia. Non c’è l’allegria tipica delle famiglie numerose.
Torneremo alle nostre famiglie, ai nostri affetti. Ma questi visi non li dimenticheremo mai. In questo angolo del mondo dove il progresso non è riuscito a portare alcun beneficio, questo spettacolo della natura ha inciso per sempre i nostri cuori!
Ciao Safa, ciao Marwa, ciao Madena e ciao Atiquallah (il maschietto)
“Allah sia sempre con voi e con le vostre famiglie”, con questa benedizione il capofamiglia, con gli occhi lucidi, ci saluta e ci abbraccia.
Addio Badraddin!

Gesù pastore buono o borghese?

Siamo nel tempo di Pasqua? Il tempo che ha fatto il Signore, il tempo in cui ragioniamo e preghiamo sulla pietra che i costruttori hanno scartato ed è diventata pietra angolare!
Il tempo della risurrezione, della vita, delle apparizioni, dello Spirito santo: cosa c’entra con tutto ciò Gesù pastore buono, che questa domenica ci presenta la Chiesa?
Non è forse una immagine troppo romantica e zuccherosa per parlare di Gesù che poco ha a che fare con la Pasqua?
Però questa immagine ci piace, ci rasserena, ci imborghesisce.
L’immagine di Gesù pastore “buono” e “bello” e “vero” (questo il significato della parola greca originale kalos) non riguarda solo l’estetica artistica, ma la bellezza della vita di Cristo.
C’è una parola che ricorre 5 volte in questo brano di san Giovanni: darsi, donarsi, nell’originale greco, spogliarsi, della vita:
Gesù il pastore buono, bello e vero è pastore proprio perché si spoglia della sua vita per noi, per la nostra salvezza;
Gesù il pastore buono, bello e vero è pastore perché conosce il Padre, cioè ha vissuto la sua conoscenza del Padre sino alla Croce. Gesù è pastore perché porta in sé le piaghe della croce e in forza di queste piaghe può chiamare le sue pecore nel suo gregge. C’è un Amore nella vita di Gesù che non è solo parole, ma intimità con Dio, comunione di pensiero e di azione con il Padre. C’è un Amore in Gesù che è ricevuto dal Padre, vissuto dal Cristo, donato nello Spirito santo a ogni uomo, ecco perché Gesù è il pastore buono, bello, vero, perché vive di questo Amore e non lo tiene per sé ma lo dona a noi, a coloro che sanno ascoltare!
Non c’è uomo nella storia dell’umanità che non desideri il bene, il bello, il vero, ma non tutti gli uomini vogliono ascoltare e trovare risposta.
E noi tra quali uomini siamo? Abbiamo orecchie aperte o chiuse?
Abbiamo voglia di entrare in questo movimento di Amore che viene dal Padre e in Cristo attraverso lo Spirito si dona a noi?

Oggi la Chiesa ci invita a pregare per il dono delle vocazioni alla vita sacerdotale, ci invita a chiedere il dono di operai per la messe del Signore, pastori per il popolo di Dio, ma pregare non è soltanto dire una Ave Maria, bensì imparare e insegnare a vivere questa azione di Amore. Là dove una Chiesa è chiusa in se stessa, non è capace di chiedersi come vivere il tempo in cui esiste, si crea solo aridità, autoreferenzialità, sterilità vocazionale!
Il pastore buono ci invita a essere pecore buone, belle e vere, capaci di ascoltare il bene, il bello, il vero dell’Amore di Dio per costruire il bene, il bello, il vero la dove si vive, anche a costo del sangue, della Croce!
C’è bisogno di bene, di bello, di vero là dove vivo?
Quanto bene, bello e vero porto là dove vivo?
Chiediamo a Dio che susciti in tutti i giovani l’ansia del bene, del bello e del vero; chiediamo ai giovani di non avere paura nell’ascoltare la voce di Cristo pastore buono non solo per essere parte del suo gregge, ma anche operai, sacerdoti della sua vigna, del popolo di Dio.
Chiediamo ai giovani di non avere paura di entrare nel vortice dell’amore di Dio per ridonarlo a tanta umanità bisognosa di bene, di bello e di vero.

Genocidio armeno, educare per non dimenticare

Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, IlSole24ore 2015 04 19

Medz Yeghern il “ Grande Male”: così gli Armeni definiscono il genocidio che un secolo fa falcidiò il loro popolo per il solo motivo della sua fede cristiana. Era la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 quando molti esponenti dell’élite armena di Costantinopoli vennero arrestati. A partire da quella data, in un solo mese più di mille intellettuali armeni, giornalisti, scrittori, poeti e delegati al Parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia. Quasi tutti furono massacrati lungo la strada. Responsabili di arresti, deportazioni e omicidi erano i Giovani Turchi, gruppo nazionalista nato all’inizio del Ventesimo secolo e giunto al potere col progetto di creare in Anatolia uno Stato turco etnicamente omogeneo.
Fu messa in atto un’efferata “pulizia etnica”, che condusse alla morte di oltre 1.200.000 persone, uccise dalla fame, dalla malattia o dallo sfinimento, quando non eliminate fisicamente dalla violenza criminale del potere turco, che agiva con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in forza dell’alleanza tra Germania e Impero Ottomano. Quanto avvenne costituì di fatto la prova generale della Shoah attuata dai Nazisti contro gli Ebrei durante la seconda guerra mondiale. Le fotografie di Armin T. Wegner – il soldato tedesco che, a rischio della vita e contravvenendo agli ordini ricevuti, rivelò al mondo lo sterminio – sono testimonianza di quei fatti atroci. Mentre il governo turco seguita a rifiutare il riconoscimento del genocidio armeno, una recente legge francese punisce con il carcere la negazione di quel genocidio. Il 12 aprile scorso Papa Francesco ha parlato apertamente dello sterminio degli Armeni, «generalmente definito come il primo genocidio del XX secolo», citando una dichiarazione comune del 2001 di Giovanni Paolo II e del Patriarca armeno Karekin II in occasione della celebrazione del 1700° anniversario della proclamazione del cristianesimo quale religione dell’Armenia. L’affermazione del Papa ha suscitato una dura reazione della Turchia, che ha richiamato il proprio ambasciatore e ha convocato il nunzio apostolico della Santa Sede. Nella stessa Turchia le cose cominciano però a cambiare: così si è la lasciata cadere la denuncia contro Orhan Pamuk, lo scrittore turco di fama mondiale, che in un’intervista ad un giornale svizzero si era espresso senza ipocrisie sui tragici fatti accaduti. Riflettere su di essi è importante per tutti, perché gli elementi che caratterizzarono il “grande male” messo in atto esattamente un secolo fa si sono più volte ripetuti nel XX secolo e farne memoria potrebbe aiutare ad evitare che accadano ancora. Si tratta delle ragioni politiche soggiacenti a quelle etnico-religiose che motivarono il genocidio, del carattere di sterminio di massa programmato e attuato sistematicamente che esso ebbe, e dell’impatto di quegli eventi sull’intera storia del Novecento.
L’obiettivo dei Giovani Turchi era fare della Turchia uno stato nazionale sul modello dei paesi europei nati nell’Ottocento: il Paese avrebbe dovuto essere “purificato” da elementi estranei e unito con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). L’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine questo sogno nazionalista erano proprio gli Armeni, cristiani e indoeuropei, organizzati in millet, comunità religiose e nazionali, che secondo il progetto dei Turchi erano destinate semplicemente a sparire dal territorio fino ad allora da essi abitato, che doveva entrare a far parte della grande Turchia. L’ambizione dei Giovani Turchi era di conseguire con la forza ciò che la storia non aveva realizzato. Con gli Armeni, erano i Greci e gli Assiri altri fra i più importanti gruppi cristiani da sopprimere. A cooperare con i Giovani Turchi nelle stragi furono inizialmente anche i curdi, iranici, ma musulmani. Gli esseri umani da eliminare avevano la sola colpa di appartenere a un’etnia e a una religione diverse da quella dei carnefici: nessun possibile titolo di giustificazione poteva essere preso in considerazione; la fuga o la morte erano le due sole alternative lasciate a un intero popolo. Fu così che oltre agli innumerevoli innocenti massacrati, tanti Armeni fuggirono verso Occidente, anche in Italia, spesso modificando i loro nomi di famiglia per non essere riconoscibili e quindi raggiungibili dai sicari della follia omicida dei giovani Turchi. I bellissimi romanzi di Antonia Arslan (“La masseria delle allodole” e “La strada di Smirne”) hanno reso accessibile a molti lettori la conoscenza di questa immane tragedia.
L’eliminazione del “diverso” veniva realizzata in maniera ufficialmente “pulita”, dando cioè l’impressione che si trattasse di trasferimenti di massa verso nuovi insediamenti e che solo incidentalmente ciò comportasse la perdita della vita. In realtà, oltre gli omicidi perpetrati efferatamente, la maggior parte degli Armeni in fuga morì per le condizioni delle marce forzate verso una salvezza del tutto improbabile, spesso senza cibo né riposo, incalzati dalla minaccia degli oppressori. Proprio così, quello armeno divenne il primo genocidio del Novecento, atroce modello per tutti gli altri poi realizzati, a cominciare dalla Shoah del popolo ebraico e dai sei milioni di morti da essa prodotti. Impressionante fu l’opera di formazione ideologica degli assassini, che dovevano essere convinti di “lavorare” al servizio della causa della grande Turchia, ma che in realtà erano spesso criminali comuni, predisposti dall’ignoranza e dalla fame ad accettare le condizioni imposte dal potere per la loro stessa sopravvivenza. L’impatto del Medz Yeghern fu molto forte, al di là del tradimento politico del popolo armeno, sacrificato dalle potenze occidentali in nome di una presunta convivenza con l’Impero Turco oramai in dissoluzione: le élites culturali che sopravvissero al massacro portarono in giro per il mondo la raffinata cultura della Nazione che per prima aveva abbracciato il cristianesimo come religione ufficiale già nel quarto secolo. La concentrazione di memorie culturali e di fonti letterarie armene, già da tempo presenti specie nell’Isola di San Lazzaro a Venezia, consentì l’accesso alla loro conoscenza da parte di molti studiosi e dell’opinione pubblica, cui scrittori e storici poterono comunicare i risultati delle loro ricerche. Purtroppo, però, il Grande Male servì da modello per nuove e ancor più efferate forme di barbarie, come quella concepita e messa in atto dal Nazionalsocialismo per la distruzione degli Ebrei d’Europa. Fare memoria dei fatti avvenuti un secolo fa non è allora solo un dovere morale di ricordo dei tanti innocenti uccisi, ma anche una sorta di educazione a non dimenticare, affinché quel male non abbia più a ripetersi. In questa direzione vanno le parole pronunciate da Papa Francesco: e addolora il fatto che l’attuale élite del potere turco abbia reagito così duramente ad esse, come se il male compiuto nulla avesse insegnato. “Ricordare – ha ribadito il Papa – è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che la ferita continui a sanguinare senza medicarla!”.

Fare Pasqua

Cosa significa Pasqua? Passaggio! Passaggio del mar Rosso, passaggio dalla morte alla vita, ma specialmente passaggio da una fede di religione a una fede di fede;
passaggio da una religione fondata su un uomo che è vissuto 2000 anni fa a una fede in un uomo che vive ancora qui e ora!;
passaggio da una fede in un Gesù spirituale a una fede in un Gesù concreto, che mangia con me, che pensa con me, che ama con me, che pensa e sceglie con me;
passaggio da una fede di paura a una fede di gioia, di azione, di testimonianza.
Fare Pasqua, come spesso diciamo, non significa solo confessarsi, fare la comunione, preparare delle uova o mangiare del cioccolato! Fare Pasqua significa passare da una vita misurata su me stesso, a una vita che arde continuamente come il fuoco del cero pasquale. Fare Pasqua significa incontrare il Signore Gesù e da lui lasciarsi incontrare!
Non un fantasma o un personaggio della storia, ma il vivente che rientra nella nostra vita in modo rinnovato e sconvolgente.
Fare Pasqua: credere in un Dio che si è fatto uomo, con un corpo, che continua a vivere con questo corpo passato attraverso la Croce!
Gesù non ritorna dai suoi discepoli accusandoli perché scappati, perché rimasti in undici, perché non volevano credere! Gesù torna continuamente dai suoi discepoli dicendo: Pace a voi! Non abbiate paura! Guardatemi, parlatemi, toccatemi nelle mie piaghe, mangiamo insieme, accogliamo insieme il dono dello Spirito santo.
Ma noi guardiamo a Gesù? parliamo con Lui? leggiamo di Lui? tocchiamo le sue piaghe? mangiamo con Lui? Accogliamo con Lui il dono dello Spirito santo?
Forse ci dimentichiamo che Gesù è risorto con il suo corpo e con il suo corpo rinnovato dall’azione potente dello Spirito santo si incontra con noi!
Forse ci dimentichiamo che la messa che stiamo celebrando è Gesù che parla con la Scrittura, che ci alimenta con il Pane eucaristico, che ci invita a correre con i nostri piedi per annunciare a tutti che Cristo è risorto nel suo vero corpo!
Quanta paura invece abbiamo di riprendere a ragionare con Gesù per capire in quale modo essere cristiani. Quanta paura abbiamo di vivere con gioia la nostra vita cristiana.
Ancora una volta abbiamo assistito a una tragedia nel nostro mare Mediterraneo, ancora una volta dei cristiani sono stati uccisi, ma forse a molti è scappato un particolare. Questi uomini e queste donne presi dalla paura di perdere la propria vita hanno reagito creando una catena umana, stringendosi in un solo corpo per combattere la paura. Il corpo di questi uomini trasfigurati dalla sofferenza è segno del corpo di Cristo che combatte la morte e dice che la vita esiste, che la vita è più forte!
«Faccio fatica a crederlo», scuote la testa Buba ripensando al ‘suo’ barcone e a quei quattro giorni in balia del mare, cristiani e islamici uniti. «Eravamo così numerosi e uno sull’altro che non saprei dire quanti fossero i cristiani in percentuale, ma ricordo bene i momenti in cui abbiamo pregato insieme, io e i ragazzi che stavano più vicini a me. Loro pregavano spesso, ma non mi è mai passato per la mente che non avessero il diritto di rivolgere il pensiero al loro Dio: credo che tutti gli uomini sulla terra abbiano il diritto di professare la propria religione, ancor più nel momento del bisogno».
Credo che troppo spesso abbiamo paura, paura di incontrare Gesù nel suo vero corpo e di stare e mangiare con Lui; paura di diventare una cosa sola con Lui e di correre a raccontare a tutti che Gesù è vivo in mezzo a noi.
Paura di fermarci, per non dare spazio all’odio, ai cattivi pensieri ma spazio allo Spirito santo perché ci aiuti a distinguere le vie della pace che combatte la guerra, la via dell’umiltà che scaccia l’orgoglio, del dialogo che scardina ogni forma di chiusura.
Anche oggi «Gesù in persona appare in mezzo a noi e dice: “Pace a voi, non abbiate paura”».

Siria, che speranza abbiamo? L’appello di padre Sammour

Più di 220 mila morti, oltre un milione i feriti e 12,2 milioni gli sfollati della guerra in Siria che giunge al suo quinto anno. In Libano, una persona su quattro è un rifugiato siriano, per un totale di quasi 1,2 milioni di rifugiati in un paese di soli 4 milioni di abitanti, secondo il Jesuit Refugee Service in Siria. La testimonianza del direttore, padre Nawras Sammour, apparsa su “Orientamenti Sociali”.

Beirut, 24 marzo 2015 – Siamo entrati nel nuovo anno con tutta la speranza che eravamo riusciti a raccogliere dentro e fuori di noi, prendendola dalle nostre famiglie, dalla comunità, addirittura dai nostri nemici. L’abbiamo messa tutta insieme e condivisa tra noi a piccole dosi, appena sufficienti per andare avanti. Abbiamo pregato e sognato che tutto ciò sarebbe stato l’inizio della fine dell’orrore; che nel 2015 saremmo riusciti a gettarci alle spalle gli ultimi quattro anni, e dimenticare tutto il sangue versato: i padri persi e le madri in lutto, i bambini affranti, le città distrutte e le aspirazioni svanite.

Speravamo che chi era coinvolto direttamente nel conflitto a livello regionale e internazionale avrebbe trovato il modo di porre fine alle ostilità. Li abbiamo pregati di smettere di bombardare i civili e gli operatori umanitari. Gli abbiamo chiesto di trovare un modo per generare la volontà politica di porre fine al conflitto attraverso una soluzione negoziale. Ma sembra che i nostri appelli siano rimasti inascoltati.

I mesi di gennaio e febbraio ci hanno invece portato le violenze più brutali viste fino a quel momento. Ci sono piovuti addosso atti di violenza indiscriminata da tutte le parti in conflitto: proiettili, barili-bomba, bombardamenti, missili, mortai, violenze sessuali, arresti arbitrari, sequestri, torture, decapitazioni ed esecuzioni; una raffica senza fine di crimini contro la nostra umanità. Come civili, siamo stati privati della nostra libertà ed esposti al mondo come uno spettacolo, mentre la comunità internazionale ha convenientemente evitato di prendere piena responsabilità per il ruolo assunto nella macabra rappresentazione in corso in Siria e nel Medio Oriente.

In tutta onestà, è come se fossimo stati più vicini a una soluzione nel 2012/2013 di quanto non lo si sia adesso nel 2015. Sia l’inizio, sia la fine di questa follia sono due punti così distanti che ora come ora non vediamo altro davanti a noi se non oscurità senza fine.

Che speranza abbiamo? Per i nostri figli: nessun futuro da offrire. Per i nostri anziani: lapidi senza nome, case vuote, il dolore di seppellire i figli. Per noi. solo esistenze distrutte.

Migriamo a milioni, stringendoci in città che non sono le nostre, gli uni accanto gli altri come sardine in scatola. Scappiamo in paesi vicini che non ci vogliono, che non possono sostenerci, solo per poter respirare aria che non abbia l’odore della morte. Ci avventuriamo nei mari per raggiungere l’Europa sapendo che potremmo annegare. Ma che differenza fa? Stiamo comunque annegando nel nostro sangue in Siria, perché non farlo in acque pulite che almeno non hanno un sapore così amaro?

Sono parole che riassumono a malapena la tragedia e la disperazione diventata dura realtà per i siriani che entrano nel quarto anno di uno dei conflitti più brutali dell’ultimo secolo. In Siria, i decessi aumentano senza controllo; si stima siano più di 220mila i morti, più di un milione i feriti e 12,2 milioni le persone che hanno urgente necessità di assistenza sanitaria. Nel Libano, una persona su quattro è un rifugiato siriano, per un totale di quasi 1,2 milioni di rifugiati in un paese di soli 4 milioni di abitanti. Dopo quattro anni in cui l’afflusso di rifugiati è stato costante, le infrastrutture del piccolo paese sono vicine al collasso. Nella regione, la tradizionale ospitalità sta venendo meno e nascono tensioni tra comunità ospitanti e comunità rifugiate. I siriani si sentono intrappolati nella regione, e non hanno un altro posto sicuro in cui andare. I colloqui di pace che si sono svolti a Mosca in gennaio non hanno ancora prodotto alcun passo avanti per nessuna delle parti in causa.

I siriani si sentono più disperati e divisi che mai. Ci sentiamo al contempo abbandonati e attaccati da tutti. Quando al gruppo di lavoro del JRS ad Aleppo è stato chiesto se avesse notato un aumento degli attacchi aerei dovuto a quelli sferrati dalla coalizione internazionale contro l’ISIS, la risposta è stata: “Pensate che sappiamo riconoscere la differenza tra un attacco e l’altro? Non ha importanza chi attacca, sono comunque bombe lanciate su di noi”.

Nelle parole di un padre di Homs: “Noi siriani preferiamo rimanere in Siria. Amiamo il nostro paese, ma è diventato insostenibile. Se non sono le bombe, moriamo di fame. Anche con un lavoro, non riesco a sfamare la mia famiglia perché i prezzi aumentano e le riserve diminuiscono. È come se ogni giorno avessimo meno speranze”.

Il JRS chiede a chi abbia potere nella comunità internazionale – ovvero Francia, Iran, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti – di mettere da parte gli interessi nazionali per il bene comune, facendo pressione perché tutte le parti coinvolte cessino le violenze contro i civili e gli operatori umanitari aprendo la strada a un dialogo politico serio. L’azione concertata della comunità internazionale genererebbe la volontà politica di trovare una soluzione negoziale al conflitto.

Una crisi di questa grandezza ha posto uno stress senza precedenti sul sistema umanitario. Non è solo questione di finanziamenti; dopo quattro anni di violenze sempre in aumento, gli approcci tradizionali utilizzati per gestire il conflitto si sono rivelati insufficienti. L’attuale capacità umanitaria delle NU e delle ONG internazionali non può soddisfare le necessità della popolazione siriana, né quelle delle comunità vicine. Molto resta ancora da fare per accedere a queste persone, e sono le organizzazioni di base e le reti civili siriane ad avere questa possibilità.

I benefattori internazionali dovrebbero sostenere la risposta umanitaria che si è sviluppata organicamente all’interno della società siriana, poiché è lì che si trovano le soluzioni sostenibili. È di vitale importanza rafforzare i siriani dando loro l’opportunità di trovare soluzioni proprie e soddisfare le necessità che hanno all’interno del paese. Tuttavia, se non si pone freno alle violenze contro i civili, nulla si può fare per fermare l’esodo di queste persone in fuga per la vita, e sarà un’altra opportunità persa di aiutare i siriani che cercano una soluzione pacifica.

Il nostro appello al mondo è questo: “Non fateci celebrare il quinto anniversario della guerra in Siria”.

Nawras Sammour SJ

direttore JRS Siria

fonte: http://www.caritasroma.it/2015/03/siria-che-speranza-abbiamo-lappello-di-padre-sammour/