Famiglie in piazza

Protestare, far sentire la propria voce su un tema o sull’altro è un diritto di tutti, così come è un dovere farlo in modo pacifico e rispettoso.
Mi sembra che così sia successo, anche se le reazioni – e ora non posso usare un termine diverso – “contro” i cattolici siano state più virulente e in certe situazioni non rispettose che nella situazione precedente, forse perché il cattolico comunque dà fastidio.
Come spesso accade il senso critico che ognuno chiede all’altro, sovente in questi frangenti non viene usato. Mi spiace quando questo senso critico non è usato da tanti studenti con i quali ho avuto il piacere e l’onore di condividere ore di lavoro e di crescita.
Non sono andato al Circo Massimo sabato perché non amo molto queste manifestazioni, perché ho altri spazi sui quali far sentire la mia voce, perché non volevo incrociarmi con politici che hanno in mente il valore della vita solo in certe occasioni! Però quando in una classe c’è uno studente “balordo”, non significa che tutta la classe sia “balorda”!
Il valore della vita.
La maggior parte delle persone che hanno manifestato al Circo Massimo hanno una idea precisa del valore della vita; sono peccatori come tanti altri, sicuramente, ma hanno non solo in mente, anche in pratica una coscienza della vita che per molti versi la nostra società – specialmente occidentale – sta perdendo. Una coscienza della vita come dono che non ti appartiene, proprio perché dono, dono che va rispettato e non commercializzato.
L’idea di fondo del cristiano è che la vita vada sempre rispettata dal suo “prima” di nascere al suo dopo morire, quindi anche durante il suo vivere.
Mi pare che il problema non verta sul rispetto dei diritti altrui, ma sul modo in cui far valere questi diritti. L’equiparazione dei termini per definire delle situazioni reali non è mai un’azione corretta, per nessuno. E nonostante i propri peccati, i cristiani sanno che proprio perché si rispettano gli altri, tutti, non si può omologare il tutto. Purtroppo questo non è molto chiaro a tutti; una certa mentalità liquida e commerciale in cui tutti noi viviamo ci porta a non porre più confini (tranne che per i migranti!) creando così una situazione di confusione di cui forse oggi non ci rendiamo conto.
Le convivenze eterosessuali hanno già il rito civile del matrimonio; le relazioni omosessuali hanno diritto ad avere una regolamentazione giuridica per tutti i motivi che sappiamo, queste relazioni però non si possono chiamare matrimoni per i motivi che ho già scritto precedentemente; poi ci sono alcuni che non desiderano riconoscimento alcuno, ma questa è un altro argomento.
Diversa è la questione delle adozioni, ma qui entrano in gioco – a detta di alcuni – le paure, l’ignoranza, l’antimodernismo dei cattolici. Forse.
O forse qui entra in gioco la riflessione sulla libertà e sulla verità.
La libertà non è il potere fare quello che si vuole, anche con tutte le buone intenzioni, ma la possibilità di agire per il massimo bene per tutti. La libertà è la capacità di sapersi incontrare con libertà dell’altro, specialmente quando l’altro è un nascituro o un bambino.
Un nascituro o un bambino non sono degli oggetti commerciabili! Certo molti hanno in mente il bene dei nascituri o dei bambini, ma la ricerca del bene non può misurarsi solo con il bisogno di un piacere del momento; essa deve misurarsi anche con la possibilità del limite. Il limite di non poter avere un figlio proprio, quando la biologia non lo rende possibile (e la scienza per tutti noi è un dogma!).
C’è un diritto naturale – anche di questo ho già scritto – che non si può invocare solo per se stessi o quando fa comodo, ma anche per un bambino, per le nuove generazioni. C’è un diritto naturale che implica la capacità di saper vedere oltre il proprio naso; una lungimiranza che chiediamo alla programmazione economica, ma non vogliamo utilizzare nella riflessione antropologica.
Mi auguro che il governo possa trovare una accettabile soluzione per il bene del paese e concludo citando quando il vescovo di Chieti, Bruno Forte scrive su Il Sole 24 ore di oggi:
«Qual è la posta in gioco nell’attuale dibattito parlamentare sulle unioni civili riguardo al bene comune? La risposta a questa domanda richiede che si rifletta sui valori di fondo implicati nelle decisioni da prendere. Mi sembra che essi siano fondamentalmente tre: i diritti del cittadino, i suoi doveri verso la “res publica” e i doveri della stessa nel promuovere il bene di tutti, per tutti…
Scommettere sulla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna non è contro nessuno, ma a favore di tutti perché l’unione matrimoniale di un uomo e di una donna, vissuta nella fedeltà e aperta alla procreazione, è garanzia della crescita autentica dell’umanità e della socialità di ciascuno. Nel sostenere la famiglia «società naturale fondata sul matrimonio» sarà, insomma, la “res publica” tutta intera a trarne vantaggio per il suo presente e il suo futuro».

Giannicola M. Simone

Identiticosessuali e lotta continua

Sono sempre stato educato alla conoscenza delle idee altrui, alla frequentazione di persone che non la pensassero necessariamente come me, al confronto e alla tolleranza e al desiderio di trovare sempre del bene anche là dove molti vedevano solo male.
Potrei ricordare gli anni delle superiori, gli incontri e gli scontri con la sinistra e la destra in continua lotta; o una certa chiesa conservatrice e la conoscenza di una Chiesa del Concilio che aveva in Paolo VI la sua sintesi troppo incompresa; non ho mai approvato definire persone con orientamenti omosessuali con epiteti irrispettosi, o considerarli malati, seppure all’epoca non si parlava di diritti delle persone omosessuali.
Ecco, i diritti. Come già scritto ritengo che la Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo (10 12 1948) sia una conquista dell’umanità, seppure lungi dall’essere attuata, valida per tutte le persone del globo.
Oggi si parla molto di Diritti, ma ho l’impressione che lo si faccia a senso unico verso chi ha più potere e capacità di
L’omosessualità.
Già il termine è ambiguo e di parte perché fa riferimento alla dimensione maschile, forse meglio sarebbe dire persone identicosessuali, ma qui si entra in un ulteriore campo di indagine che richiederebbe una riflessione semantica e scientifica.
L’identicosessualità non può dirsi un problema perché riguarda la persona. Definire l’identicosessualità un problema significa sminuire il valore della persona identicosessuale e già ghettizzarla. Semmai è una situazione della persona che va affrontata perché non sempre rispettata e accolta come una opportunità per tutta la società.
Oggi invece, l’identicosessualità, più che una opportunità sta diventando un problema, una difficoltà non perché mette in crisi una società eterosessuale, bensì perché sta equiparando se stessa, omologando se stessa al già dato. Una società cresce quando sa accogliere, anche con fatica, ciò che è differente, non quando omologa ciò che è differente. Una realtà cresce e fa crescere quando mantiene la propria identità, non quando si omologa. Il termine uguale per tutti, su cui costruire il rispetto per tutti è: maschio, femmina, uomo, donna, individuo, persona. Pretendere che altri termini, come quello di matrimonio, che ha una diversa etimologia, venga equiparato per una relazione tra due persone identicosessuali è riducente per tutti. È riducente anche per la nostra cultura positivistica.
Ma c’è anche un altro aspetto di questa battaglia per i diritti delle persone identicosessuali che è giusto evidenziare: la gara di accaparrarsi il “patrocinio” di questa battaglia (vedi le ditte che hanno patrocinato il gaypride di Milano, o le scelte di Google o Twitter). Filantropia o tornaconto? Ricordate cosa successe alla Barilla?
Tempo fa mi capitò di chiedere un’intervista a una collaboratrice di Vanity Fair, mi venne risposto che non concedono interviste a riviste confessionali, forse se avessi detto: “un prete omosessuale vuole intervistare…” sicuramente il direttore in persona avrebbe voluto concedermi una intervista, ma essendo eterosessuale e avendo fatto voto di castità…
Filantropia o tornaconto?
Come mai ci si preoccupa in modo così accanito dei diritti degli identicosessuali, ma si tacciano i diritti di milioni di persone vessate dalla nostra cultura e politica ed economia occidentale: forse perché i bambini che raccolgono il coltan per i nostri cellulari, non potendosi collegare alla rete, o le persone che fabbricano i nostri tessuti, non potendo acquistare le grandi firme, non hanno i medesimi diritti? E i bambini di questa invisibile terza guerra mondiale?
Ora qualcuno mi accuserà di omofobia, fortunatamente cerco di coltivare una coscienza retta che cerca di riconoscere quella verità presente in ogni persona non rinunciando però alla propria.
Ho imparato a cercare la verità quando dovevo combattere (e prenderle) ai tempi di Lotta Continua, non cesserò di continuare a rispettare chi vive e pensa diverso da me, ma nemmeno di ragionare e affermare la mia opinione.
A questi valori continuo a educare i tanti giovani che mi sono affidati.

p. Giannicola M. Simone b.