La trap favorisce il morire?

Come annunciato nell’articolo precedente, pubblichiamo una riflessione di Marco (20) a partire dalla tragedia dei due adolescenti di Terni. Pur non condividendo le conclusioni è giusto dare spazio anche a opinioni diverse perché è l’unico modo per poter ragionare e crescere verso valori secondo noi più coerenti con il valore della persona così come da Dio è voluta nelle proprie diverse e originali storie personali.

Sempre più spesso si sente ai telegiornali e si legge sui quotidiani che molti adolescenti subiscono gravi incidenti o, addirittura, muoiono e la causa di tutto ciò sono le sostanze stupefacenti e/o l’alcol. Oggi la percentuale di ragazzi e ragazze che si drogano è in netto aumento rispetto solamente all’ultimo decennio e molti di loro, ancora minorenni, per pagarsi la dose commettono criminalità oppure si prostituiscono. Tra questi ragazzi ci sono, però, anche giovani che provengono da famiglie benestanti e che vogliono provare l’ebbrezza del “farsi”, forse per dimostrare qualcosa a qualcuno o forse soltanto per sfida personale. Ci sono mille motivi che frullano dentro la testa di un ragazzino: dal “sentirsi figo” fino all’essere accettato dal gruppo.
Detto ciò, tutte le persone sulla faccia della Terra, da adolescenti, hanno fatto quasi sicuramente una o più bravate. Spesso si oltrepassa il limite della legalità, soprattutto quando si hanno dei dissidi interiori provenienti dal proprio subconscio. Qui si rischia di cadere in depressione e si è portati a provare nuove esperienze di ogni genere: alcol, cannetta, pasticche finendo poi con l’esserne dipendente.
Una mattina di inizio luglio è avvenuto uno dei tanti episodi tristi che purtroppo succedono sempre più spesso: sono stati trovati senza vita due amici provenienti da famiglie normali.
Adesso ci si sta chiedendo il perché avessero provato e se fossero consapevoli al momento della decisione, ma pochi si stanno realmente chiedendo come mai hanno fatto ciò e cosa li abbia spinti ad arrivare a questo. Scartiamo perciò il problema della situazione economica. Cosa avevano bisogno? Cosa stavano cercando? Cosa volevano ottenere da questa esperienza?
Si incomincia a puntare il dito contro tutti: “è colpa dei social che fanno girare video tutorial” oppure “è colpa dei trapper!”. La verità non si saprà mai, ma di certo non si può incolpare un cantante per aver istigato il ragazzino a drogarsi.
Innanzitutto c’è da dire che sui social decide l’utente cosa vedere e cosa non. Successivamente bisogna distinguere i cantanti trap da quelle persone che fanno delle canzonette senza significato e giusto perché va di moda. Quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio come spesso succede tra ignoranti.
Infine, occorre capire il perché quel cantante, amato dai ragazzini, citi in modo così specifico le droghe e descriva accuratamente quel tipo di vita che faceva. Molti trapper scrivono strofe circa il loro passato movimentato e turbolento proprio per denunciare quello che hanno dovuto affrontare con la speranza che i giovani non ci caschino, soprattutto se la vita ha dato loro la fortuna di non doverle affrontare. Non tutte le persone hanno la fortuna di emergere e cambiare vita come sono riusciti loro. Molti artisti stanno aiutando amici ad uscire dai giri della tossicodipendenza sfruttando i soldi e la popolarità che si sono guadagnati. È questo che vogliono trasmettere con la loro musica: riuscire a dare la forza e il coraggio agli adolescenti come se dovessero dire loro “non fatelo, io ci sono passato prima e non sono situazioni piacevoli”.
Si può ipotizzare un modo per contrastare o, meglio, limitare i danni agli adolescenti. Legalizzando le droghe leggere, infatti, molti ragazzini comprerebbero un tipo di droga “pulita” e “sicura” proveniente dallo Stato stesso. Vi sarebbe un duplice effetto. Il primo è quello di creare una nuova entrata per lo Stato togliendola alla criminalità. Il secondo, invece, è che il fumarsi gli spinelli non sarebbe più visto come qualcosa di trasgressivo e magari molti non lo praticherebbero nemmeno. Certo, molti diranno che i giovani si sposterebbero sulle droghe pesanti, ma questo avviene già e quindi non è una novità. Anzi, se tu Stato controlli e sai quello che vendi al popolo, un domani sarà più semplice combattere eventuali problematiche fisiche e malattie. Non dimentichiamo che ora come ora un giovane che si fuma una canna non sa mai cosa sta assorbendo in corpo.

Marco C., Milano

Le lacrime e il potere

La Turchia, che a inizio millennio sembrava essere destinata ad entrare inesorabilmente nell’eurozona, si scopre oggi vittima di un progetto politico autoritario, capace di cancellare nel giro di pochi anni l’anima laica cha Atatürk aveva desiderato per il suo paese.

Gli occhi scuri sono illuminati da una luce di speranza, sul nasino leggermente appuntito, (alla francese si direbbe) cadono di sbieco le ombre dei lunghi capelli nero pece, raffazzonati in un basco amaranto, che cade appena sopra le tempie. Una delicata camicetta rosa spunta colpevolmente fra i bottoni lucidi e le insegne militari orgogliosamente ostentate, ultimo baluardo di una femminilità altrimenti del tutto sopita. I polsi, sottili e minuti, sembrano interamente scomparire, inghiottiti dalle lunghe maniche di una divisa palesemente troppo grande per la tenera età, conferendo un tocco di ironia alla scena.
È questo il profilo di Amin, bambina turca di 6 anni, vittima dell’ultimo magistrale colpo di teatro di Tayyip Erdoğan, sempre più saldamente al comando di una Turchia che ha ritrovato nell’islamizzazione forzata e nella lotta contro i “terroristi” curdi la panacea per i propri mali. La scena si è svolta proprio in occasione di un comizio nel Sud del paese, volto a raccogliere consensi per la traballante invasione militare del Kurdistan siriano, attualmente in corso. Il “sultano”, come ama farsi chiamare fra il suo popolo, ha intravisto fra il pubblico la piccola, avvolta nella divisa delle forze speciali turche, i cosiddetti berretti marroni, e non ha potuto fare a meno di cogliere la palla al balzo. Da politico consumato ha fatto dapprima sfilare la bambina davanti al palco, per poi abbracciarla, baciarla e prometterle il radioso futuro che ogni capo di stato dovrebbe augurare ai bambini del proprio paese: una bella morte per aver difeso i sacri confini della patria: “Ha una bandiera turca nel taschino: se morirà come martire, a Dio piacendo, la copriremo con una bandiera”.
A poco servono le lacrime che scendono copiosamente dalle guance di Amin dopo il lauto vaticinio, a poco serve la sua andatura incerta, tutt’altro che eroica, mentre si avvicina a un palco che sa di patibolo e, infine, a poco serve l’evidente falsità con cui il suo primo ministro le bacia rumorosamente la fronte, avvicinando prudentemente il microfono a beneficio dell’uditorio. La folla oceanica che popola il comizio è troppo imbevuta di retorica nazionalista per accorgersi di tutto questo, di quanto questa vuota propaganda strida non soltanto con le lacrime di Amin, ma anche con tutte le vite spezzate dei bambini di Ghouta, oggi bombardate dalla maggiore alleata della “Sublime Porta”, la Russia di Putin.
Le “bambine-soldato” di Erdogan rappresentano oggi un esemplare monito per le democrazie occidentali. Ci avvertono, a distanza di un secolo dalla fine del primo conflitto mondiale, dei pericoli derivanti dalla nuova ondata di nazionalismo che rischia oggi di travolgere il vecchio continente.

Andrea B.