14 estate a Milot

14 estate a Milot

Nei mesi da marzo a giugno 1999, cruciali per gli abitanti del Kosovo che varcavano i confini dell’Albania cercando rifugio e protezione, la Caritas Bergamasca aveva attivato un’iniziativa umanitaria di aiuto alla popolazione albanese che soccorreva i kosovari. Ogni settimana partiva dal porto di Bari un gruppo di volontari bergamaschi e non che si alternavano nell’opera di affiancamento e aiuto materiale alle due popolazioni in emergenza. Anch’io ho fatto parte dell’ultimo gruppo, partito alla fine di giugno, con destinazione Arrameras, tra le colline a nord di Tirana. È stata la prima, forte, significativa esperienza in un Paese straniero, che non dimenticherò mai! Una sera ci siamo recati a Milot per incontrare altri bergamaschi impegnati nelle operazioni di soccorso. Ricordo ancora le flebili luci che illuminavano il percorso, le strade sconnesse e la gioia di condividere le emozioni con gli altri volontari, l’ammirazione verso i Padri e le Suore che con la loro presenza dimostravano la capacità di donare sollievo a tutti.

Agosto 2002. Trascorsi tre anni, la Comunità Ruah di Bergamo, che aveva scelto Milot come luogo dove poter dare un contributo e un sostegno alla Comunità parrocchiale dei Padri Barnabiti e delle Suore Angeliche, aveva organizzato un campo di lavoro. All’incirca 20 persone, tra giovani e meno giovani, suddivisi in tre gruppi, hanno dato il via a qualche “opera muraria” e, affiancati da giovani albanesi, organizzato attività di animazione per i bambini e i preadolescenti del luogo. Quell’anno il mio operato si è tradotto in mansioni quotidiane soprattutto in casa. Sono stata spettatrice attenta nel cercare di conoscere una realtà nuova e, a tratti, problematica, tuttavia caratterizzata da persone fortemente determinate a migliorarla.

2003-2004-2005-2006-2008-2010-2012-2013-2014-2015-2016-2017-2018. Qualcuno potrebbe a ragione obiettare: “Quanti anni, sempre a Milot! Perché?”. Sì, tanti scorci d’estate vissuti a Milot, ciascuno con il suo prezioso carico di ricordi, attività, difficoltà, gioie, preghiere e legami d’amicizia.

Nonostante la mia non più giovane età, ancora mi sento coinvolta in un’esperienza che ritengo importante, vissuta anche con altre persone adulte. Soprattutto negli ultimi anni ho avvicinato i bambini più piccoli e ho cercato di allietarli mettendo loro a disposizione colori, carta, colla e disegni creativi, ricevendo in cambio un largo sorriso.

Certamente forze giovani potranno sempre più rendere accogliente e stimolante l’atmosfera del kampi veror che, anno dopo anno, ho visto perfezionarsi sia nell’organizzazione sia nell’apporto di iniziative di gioco innovative.

Altrettanto indispensabile ritengo sia l’apporto dei giovani albanesi, non solo perché aiutano noi italiani a comunicare, ma soprattutto perché possono essere loro gli artefici di un cambiamento positivo, improntato alla speranza di un domani migliore.

E che dire dei Padri, delle Suore: fondamentale è la loro presenza di Testimonianza evangelica!

Con riconoscenza, Antonella Donghi

Scegliere con SAMZ

Imparare a scegliere con SAMZ

Cari amici di SAMZ,
in occasione del prossimo 5 luglio ecco una traccia di riflessione e preghiera per celebrare bene la festa del nostro SAMZ; potete usarla personalmente, in gruppo o come traccia personale. Tanti auguri a tutti noi.

Ingresso:
Tutti: segno della Croce (con molta calma)
Tutti: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito santo.
Tutti: Sant’Antonio Maria prega con noi e per noi.
Lettore: Dalla 1 lettera ai Corinzi (2,1-5)
«Non vi ho annunziato la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io non ritenni di non sapere altro se non Gesù Cristo e questi crocefisso. Io venni in mezzo a voi con debolezza; e la mia parola e il mio messaggio non si basarano su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza».
Guida 1: Per un buon SAMZday basta solo un incontro tra amici, una preghiera, una torta?
Guida 2: Celebrare un santo significa prima di tutto chiederci cosa avrebbe fatto lui se fosse vissuto oggi.
Guida 1: Ai suoi tempi la società aveva dei problemi, specialmente la Chiesa. Oggi la nostra è una società con molti complessi problemi amplificati dalla globalizzazione attuale. La Chiesa fortunatamente sta un po’ meglio.
Guida 2: Penso al problema di:
– gruppi giovanili senza pastore barnabita,
– giovani che cercano e non trovano,
– una politica che è impazzita,
– un individualismo che anche se legato ad amici o piccole associazioni resta ombelicocentrato,
– dei problemi reali che vengono nascosti da problemi ingranditi,
– tutti i cosiddetti populismi o forse meglio parlare di sovranismi,
– faticare a trovare delle soluzioni.

Guida 1: Dei figlioli e piante di Paolo, come SAMZ ama chiamare i discepoli del Vangelo, quale atteggiamento, abitudine, testimonianza sono chiamati a vivere oggi?
Guida 2: SAMZ era un uomo di preghiera concreta (correte verso Dio e verso il prossimo; eleva frequentemente la tua mente a Dio per meglio vivere il tuo lavoro quotidiano…).
Guida 1: SAMZ era consapevole del bisogno di una riforma per la Chiesa e per la Società (tanto che verrà cacciato da Venezia perché disturbava e trascinava i giovani rampolli delle famiglie nobiliari), ma per fare tutto ciò guardava prima di tutto dentro la propria coscienza, a se stesso.
Guida 2: Riformare se stesso per riformare gli altri.
Mentre normalmente la nostra società propone che siano gli altri a riformarsi perché io possa stare bene!
Guida 1: C’è una abitudine a incolpare gli altri dei nostri mali che non è ammissibile per un figliolo e pianta di Paolo! Questo non significa che alcuni mali siano assolutamente esterni, penso alla illegalità o le dittature, ma non tutti i mali.
Guida 2: Leggiamo una intervista di Liliana Segre (deportata dai Nazisti, oggi senatrice)
«Quando sono stata espulsa dalla scuola [causa le leggi razziali in Italia] … papà chiamò la maestra: venga, per favore, venga… La aspettavo affettuosa, invece è stata pochissimo e ha detto: “Ma io cosa c’entro, io? Non le ho fatte mica io le leggi razziali”. Poi mi ha abbracciata, se ne è andata e non l’ho mai più vista né sentita. Non era “cattiva”, era una persona qualunque. Era la banalità del grande male che mi ha fatto…
Poi ricordo quando mi vedevano “diversa” e gli indifferenti. I violenti mi hanno tolto tanto, ma gli indifferenti sono stati la massa che non ha visto, che non ha voluto vedere, che ha voltato la faccia. Gli “io non so”, i “io non c’’ero” e i “non è colpa mia”.
È una malattia che abbiamo anche adesso. Anzi adesso è più colpevole. Allora non essere indifferenti era una scelta pericolosa contro una dittatura, per questo onoro tantissimo gli antifascismi o gli “Imi”… Oggi, che non c’è scelta da fare, in democrazia, essere indifferenti è più grave.»
Guida 1: Il male, abbiamo bisogno di purificarci dal male e di purificare la nostra società, a questo punto diciamo insieme:
Signore pietà, Cristo Pietà, Spirito santo pietà, Santa trinità pietà.
(un’invocazione a testa per 77 volte)
Guida 2: Diceva qualche giorno fa papa Francesco:
«La santità non riguarda solo lo spirito, per andare verso i fratelli, e le mani, per condividere con loro. Le Beatitudini evangeliche insegnino a noi e al nostro mondo a non diffidare o lasciare in balìa delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia; ci portino a non vivere del superfluo, a spenderci per la promozione di tutti, a chinarci con compassione sui più deboli. Senza la comoda illusione che, dalla ricca tavola di pochi, possa “piovere” automaticamente il benessere per tutti».
Guida 1: C’è una complessità dei problemi quotidiani italiani e mondiali che mette in gioco non poco la fede cristiana oggi più di ieri. SAMZ non ama una fede muta, ma una fede che parla, che denuncia, che opera il bene.
Guida 2: SAMZ non dice il parlare delle candele o dei canti, ma anche di un pensare. Giovani di buone famiglie, di cultura (a Milano, Lodi, Vicenza, Padova, Venezia) lo seguivano non perché esaltati ma attirati da una fede che sa pregare pensando e pensare pregando.
Guida 2: Celebriamo un 5 luglio fermandoci a pregare pensando le dinamiche reali della nostra società, a pensare pregando per una soluzione di queste dinamiche.
Sia il pensare, sia il pregare implicano uno strumento e un obiettivo: il discernimento e la beatitudine (una vita beata non riguarda solo il Paradiso ma già la vita in terra).
Guida 1: Il discernimento, che SAMZ chiama discrezione, e la vita beata che possiamo in questo contesto chiamare bene comune. In questa nostra società complessa abbiamo molto bisogno di recuperare il discernimento per costruire il bene comune.
Guida 2: Il Bene comune è la realizzazione di quell’insieme di condizioni strutturali della convivenza che permettano a ogni cittadino la più ampia possibile esplicazione delle proprie qualità e attività umane, lo sviluppo integrale della propria persona (Giovanni XXIII e Gaudium et Spes).
Guida 1: Una realizzazione che non riguarda solo me e/o il mio gruppo, ma la società, anche quanti bussano alle nostre porte di qualsiasi genere.

Guida 2: Oggi più che di bene comune soffermiamoci sul discernimento/discrezione; SAMZ non aveva i nostri problemi sociali ma dalle sue parole, dalla Bibbia che leggeva possiamo trarne delle indicazioni per imparare a discernere.
Guida 1: La discrezione/discernimento non richiede (citiamo san Paolo) sublimità di parola o di sapienza, ma Gesù Cristo e questi crocefisso. La debolezza della Croce e non i discorsi persuasivi, ma la manifestazione dello Spirito e della sua potenza.
Guida 2: Sembra di sentire tanti nostri politici di oggi, che non hanno imparato nulla dai De Gasperi, Adenauer o Schumann!
Guida 1: SAMZ parla più volte di discrezione / discernimento come virtù proprio di chi deve formare delle persone, parafrasando:
«Invano si tratta di dover riformare i costumi, se non vi è presente la Divina Grazia, la quale poi ha promesso di essere con noi fino alla fine del mondo… E bisogna che il Riformatore sia prudente, da essere pieno di occhi davanti e di dietro» (Cost. 17, capitolo dei segni e della rovina dei costumi), che sia pieno di Discrezione pratica (Cost 12, formazione dei Novizi).
Guida 2:, Anche molti di noi sono chiamati a formare la storia di oggi per domani, per cui dobbiamo chiedere con forza a Dio questa virtù della discrezione. Specialmente nei momenti di aridità che stiamo vivendo oggi. Se vogliamo costruire un mondo migliore dobbiamo coltivare il discernimento. La discrezione è assolutamente importante quando si devono fare scelte difficili.
Guida 1: Il discernimento infatti è la facoltà interiore con cui cogliamo le mozioni dello Spirito santo in ordine al perfetto adempimento della volontà di Dio nei nostri confronti. Esso implica una chiara determinazione tra spirito divino, spirito umano e spirito demoniaco.
Guida 2: Come viviamo il nostro rapporto con Dio, il nostro pregare e confabulare con Lui sulla Croce? Come facciamo entrare Dio in noi? Non sono le tante preghiere che fanno il cristiano, ma un rapporto franco con Dio, come Lui lo ha con noi! Non la tiepidezza, ma il fervore.
Guida 1: Il discernimento non serve per avere tante persone che la pensano allo stesso modo, ma molte persone che sanno scegliere il bene di ognuno per il bene di tutti? Crediamo che oggi molti abbiamo il bene in sé? Credo io di avere tanto o poco bene in me?
Guida 2: Le ferite degli odi, delle guerre, che l’Europa aveva sanato, dopo 75 anni si stanno riaprendo. Abbiamo bisogno di capire come ripiantare il seme del bene per noi, ma specialmente per le nuove generazioni.
Guida 1: Il male delle divisioni, dei muri, delle porte (non solo o tanto dei porti) chiusi lascerà un segno di cui oggi non vogliamo renderci conto; ma il figliolo e pianta di Paolo sa che il bene delle beatitudini ha il sopravvento, perché noi crediamo in un Cristo risorto, non solo morto!
Guida 2: È necessario fermarsi a discernere a ragionare sulle cose e sul da farsi per far emergere la potenza dello Spirito santo.
Guida 1: Mi fermo qui, non voglio aggiungere altro perché capisco che per “lettera” non è semplice, però vi invito a farvi e fare qualche domanda, magari a inviarmela con delle risposte.
Guida 2: Concludiamo con il Padre Nostro.
Guida 1: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

Giovani dello Zaccaria – Milano

P. Ambrogio M. Valzasina, rettore dell’Istituto Zaccaria di Milano, in occasione del 25 anniversario di ordinazione sacerdotale gli abbiamo posto alcune domande sui giovani con i quali da sempre lavora. Per la gioia dei nostri lettori ne è risultato un breve e simpatico botta e risposta che con poche righe ci aiuta a continuare il nostro cammino di riflessione in preparazione al Sinodo dei Giovani.

  1. In tempi di selfie e instagram, la prima fotografia che faresti dei giovani con cui lavori?

Un selfie che esprima comunione e condivisione di cammino espressione di gioia.

  1. Il tuo continuo “lavoro” con i giovani, cosa ti ricorda della tua gioventù, in positivo e in negativo?

La vita può essere affrontata come obbligo che si fa impegno nella responsabilità, o, in negativo, il richiamo della chiusura nel privato:

  1. Cosa scopri o “riscopri” nel tuo “lavoro” quotidiano?

Le sorprese di una vita aperta al futuro.

  1. C’è una lontananza ormai confermata dei giovani dalla fede, dalla religione che ne consegue: perché?

Siamo noi che siamo lontani dai giovani. Se sei vicino tutto può accadere.

  1. Il lavorare con persone abbienti rende più facile o difficile la trasmissione di valori cristiani?

Tutto dipende dall’aria che facciamo respirare ai giovani che siamo chiamati a crescere. Se l’aria è buona per essi diventa più facile assumere ed elaborare i valori cristiani.

  1. Quale tratto zaccariano vivi o meglio trasmetti nel tuo servizio ai giovani?

Crescere di virtù in virtù; scoprire il proprio lato debole e/o vizio capitano 

  1. Siamo in vista del Capitolo Generale dei PP. Barnabiti e del Sinodo dei Vescovi sui Giovani: quale consiglio offriresti?

Non penso che il mio consiglio possa servire al discernimento. Siamo umili servitori nella vigna del Signore.

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10. Tommaso, Milano

Papa Francesco continua a sottolineare l’importanza dei giovani (come accade anche nel vangelo) per la capacità e la naturale tendenza al rinnovamento culturale e che rappresentano le “nuove foglie” ma senza dimenticare l’importanza dei “vecchi”, forieri di tradizione e che rappresentano le radici della nostra cultura. In modo combinato, quindi, il suo discorso ai giovani (e anche il Sinodo, forse) vuole essere un passaggio di consegne, di testimone, fra coloro che fino a ora hanno mantenuto le radici della cultura (attraverso un “testimone” che a loro volta hanno ricevuto dalle loro generazioni precedenti) e coloro cui spetterebbe, ora, il compito di portare avanti detta cultura, con il rinnovamento che l’inarrestabile lancetta dell’orologio del tempo necessariamente impone: il progresso.

Credo che in questo periodo storico il passaggio di testimone sia più complesso e delicato rispetto a prima, perché noi giovani di oggi siamo più scostanti nei confronti della Chiesa e della nostra cultura; questo è un aspetto che ha evidentemente allertato tutti, anche i piani alti della Chiesa (ma non solo: anche i politici, gli assessori alla cultura o al patrimonio artistico), infatti in questi anni c’è una vera e propria corsa alla salvaguardia della cultura.

Il mondo sta cambiando, le popolazioni si mischiano sempre di più, le culture si incrociano. La Chiesa, ormai, è diventata internazionale, ma in Italia, luogo storico della Santa Sede, i giovani autoctoni che lottano per la tradizione e la spiritualità sono pochi, anche se (secondo me) sono in crescita, forse grazie proprio al lavoro “educativo” che negli ultimi anni è stato fatto.

Ciò premesso, credo che Papa Francesco abbia colto il problema delicato del passaggio di testimone e l’iniziativa del Sinodo è un momento storico, in cui la Chiesa si gira ad ascoltare la voce dei giovani: forse perché ne ha un disperato bisogno, forse perché, invece, ha davvero la genuina intenzione di dare ai giovani quell’importanza che la Chiesa stessa (e il Vangelo) attribuisce loro, forse entrambe le cose; la Chiesa è tradizione, ma è anche Fede. Non deve essere né tradizione della fede né fede per la tradizione: deve essere Fede e Tradizione.

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10. Giuseppe, Aversa

Molto bello e oggettivo l’articolo da lei scritto. [Lasciare la poltrona per un trampolino sul quale farsi guidare quanto basta per spiccare il tuffo. Ndr.]

Rimanere sulla poltrona credo sia una frase emblematica di due elementi che “travaricano” nella nostra società.

Uno è l’incapacità di guidare se stessi, l’altro è l’impossibilità di agire per raggiungere un obiettivo che possa sublimare la nostra esistenza. La pigrizia, il restare sulla poltrona o sul trampolino ad aspettare quello che potrebbe essere il giorno giusto, sono uno degli ostacoli più grandi del cammino evolutivo di ognuno di noi.

Io le colpe di questo disfacimento, di questa pigrizia, di questa incapacità le do parzialmente alla Chiesa, ma dal punto di vista antropologico, per il semplice fatto che (condivido tutte le cause della Chiesa, perché non chiede carte di identità o documenti) accoglie il dolore qualsiasi esso sia, dal più comprensibile al più impossibile da comprendere; su questo c’è tutta la benevolenza e tutta la condivisione che è propria della funzione della Chiesa.

Mi trovo in contrapposizione quando si vede che fondamentalmente la fede, i portatori di fede (laici o consacrati) si ostinano a proporre strategie per affrontare il dolore o con un solo modello, univoco. Nel mio caso una sorta di ossessione mi ha portato a mettere da parte la mia persona, con l’intento inconsapevole di volermi distruggere. La complessità del mondo, dell’individuo che è spappolabile all’infinito è così articolata che non possiamo ridurre il cammino evolutivo personale o interpersonale, solo dietro a una parola di conforto che può guarire momentaneamente ma non di più.

Io sogno un giorno, se dovessi uscire da questa mia dimensione attuale, di vivere e lavorare nelle “sedi” del dolore o meglio, dove si cerca di esorcizzarlo.

La massima espressione della realtà maledettamente complessa nel quale siamo, vuoi o non vuoi, incastrati la vedo in drogati, alcolisti, anoressici, bulimici, orfani ecc… Le crisi di astinenza dei tossici, la psicopatia di una donna, il delirio di uno schizofrenico sono elementi che rappresentano l’essenza stessa della vita.

La sofferenza è alla base dell’apprendimento e dell’adattamento. Fino a che non ci si convince dell’oggettività di questo cammino, il dolore non verrà mai ridotto, nemmeno di un centimetro. Si cerca, invano, di poter sostituire il dolore con protesi materialistiche, che in certi casi non fanno che alimentarlo. Se il mondo non è l’inferno, resta sicuramente una trascrizione del Purgatorio.

[Ma forse il trampolino per la vita si può trovare! Ndr]

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7. Martina, Roma

Non credo di essere una persona che ha paura di buttarsi, anzi molto spesso mi butto anche troppe volte perché quando decido di fare una cosa cerco di farla al 100%.

Alle volte ti capita di allontanarti da una realtà, da degli impegni, non per pigrizia o voglia di non fare nulla, ma perché spesso le persone con cui ci si trova non vogliono più crescere.

Crescere insieme significa fare passi gli uni verso gli altri, ma pochissimi realmente si impegnano veramente, ma solo e sempre “quando posso lo faccio”.

A me piace essere disturbata, salire su un trampolino non per restarci, bensì per buttarmi.

Ma voglio essere disturbata da gente della quale posso fidarmi con cui posso lavorare insieme con costanza e non in maniera sporadica.

Il papa dice che “la chiesa non è dei preti e delle suore”.

Perché molto spesso a noi sembra così? Ci sentiamo trattati sempre come quel “peso” in più che fa lavorare troppo i sacerdoti, quasi una presenza scomoda, forse perché noi giovani abbiamo domande, voglia di fare, di cercare di migliorare qualcosa?

Il papa ci chiede di collaborare, di buttarci e di rischiare, ma come? In che modo? Infatti molto spesso questo diventa quasi impossibile se ci sentiamo lasciati soli dalle figure di riferimento che abbiamo.

La Chiesa in che modo vuole stare accanto ai giovani? Come vorrebbe farli riavvicinare ed allontanare dalla loro realtà consumistica?

Ancora il papa ci chiede di essere profeti, purché sappiamo prendere i sogni dei vecchi.

Come si può far crescere il dialogo tra giovani-chiesa-adulti-anziani? Perché in molte realtà è quasi inesistente, non c’è un confronto costruttivo, un dialogo che porta tutti a crescere.

Per esempio, poiché viviamo in un mondo in cui tutto ormai viene dimostrato, tutto è basato sulle prove (o quasi), come un confronto tra generazioni potrebbe aiutare a conciliare queste due realtà?

Oppure. Viviamo un tempo in cui i molti giovani hanno perso la voglia di informarsi, di leggere libri o giornali, di sentire i tg per sapere che sta succedendo nel mondo; questo porta a disinformazione, a non farsi una vera idea propria sulle cose, ma solo a seguire la massa, per pigrizia.

Come potete aiutarci voi a combattere questa pigrizia?

Infine. È solo utopia pensare di poter rivivere l’esperienza di fiducia e collaborazione dei tre fondatori dei Barnabiti: Antonio M. Zaccaria, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Morigia?

8. Stefano, Napoli

Il tratto più caratteristico dell’epoca che ci troviamo a vivere è fortemente nichilistico. Chi più dei giovani oggi può accorgersene?

L’uomo si è sempre mosso, o meglio lanciato dal trampolino, per cause finali e non per cause efficienti. Ciò significa che se non c’è un fine, un appiglio a cui aggrapparsi, uno spiraglio da dove guardare si attiva un processo inverso che porta all’autodistruzione di sé o si manifesta anche con il senso di disprezzo per la società e i suoi valori. Basta guardare il numero dei suicidi giovanili che aumentano sempre di più.

Il problema ancora più grande che vive l’epoca moderna è che non si sente più l’altro, come altro da me, diverso, ma unica strada per capire chi sono.

Poiché le generazioni attuali sono perse, l’unica strada per riuscire a riemergere da questa grave situazione sarebbe la rieducazione dei nuovi giovani a sentire l’altro; bisognerebbe però prima tirarli fuori dalle loro realtà virtuali chiuse, con esempi concreti e tangibili di vita. Al di là di ogni Dio o morale che si segua o si professi.

Bisogna iniziare di nuovo a farli amare.

Who’s that guy? 2

Continuano le risposte dei nostri giovani per il Sinodo

5. Samuele, Genova

“Rimanere” dà l’idea della staticità, della immutabilità, di una stabilità infeconda.

Noi giovani non siamo infecondi, noi giovani sprizziamo energia e voglia da tutti i pori se stimolati in modo giusto. Forse è questo che manca alla Chiesa: personaggi in grado di prenderci per mano di coinvolgere una generazione che si lascia attirare più da un pomeriggio di nulla facenza davanti a schermi di playstation che a far giocare i bambini in oratorio.

Siamo una generazione che rischia di crescere senza veri valori, che va dietro a mode e a falsi miti solo perché sono “in”. Abbiamo paura di distinguerci, rischiamo di diventare sempre più giovani da divano. Abbiamo bisogno di una scossa, un rinnovamento, un qualcosa o un qualcuno che ci proponga esperienze, esperienze vere.

Non manca la voglia di lottare per qualcosa, ma non sappiamo esattamente cosa, in un certo senso ci sentiamo smarriti in un mondo ancora troppo grande per noi. Abbiamo bisogno di una guida, di un nostro Virgilio, di un nostro capitano che ci risvegli dal nostro torpore e al quel punto questo mondo lo cambieremo, lo cambieremo per davvero.

Noi giovani ci siamo, abbiamo solo bisogno di qualcuno che da dietro ci spinga dal bordo del trampolino e a quel puntopotremo tutti ammirare il tuffo da 10/10 che faremo!

6. Luciano, Ostuni

Poltrona o trampolino.

Proprio come quando qualcuno abbia già lavorato per te: un’inclinazione delegatizia.

Questo atteggiamento trasuda in parte dei miei coetanei. Appunti, tesi, scelte musicali, gusti: il campo di gioco è vario. Il singolo si perde nella massa recettiva oramai soltanto a stimoli globalizzati, amorfi e di dubbia provenienza. Non c’è utilità nell’ascoltare il silenzio. Né nel farsi domande troppo serie o meglio nel farsi – in gergo – paranoie.

Il trampolino non viene più visto trampolino ma poltrona. Si spengono gli istinti di risposta agli stimoli esterni con la forza della “leggera” indifferenza.

Ma forse stanno cambiando solo i tempi? Forse la vita, oggi, è più comoda? Forse, oggi, papino mi garantisce di più e più a lungo così che io non debba poi fare di necessità virtù così in fretta?

Una fitta trama di cose futili che hanno la parvenza macroscopica di essere indispensabili. Un corteo di bisogni, dai quali, prima o poi, tutti ci scopriamo di essere stati ingannati.

Ecco il rimanere.

Lo faccio, lo penso, “mi piace” e lo followo perché sì. Pochi hanno il coraggio di mettersi in discussione. Parlo delle cose più pratiche e quotidiane. Mi fermo lì, non vado oltre.

Sul confronto con i più grandi o con i diversi da me, con una “guida”, penzola la spada di Damocle: è un rischio da pochi.

Who’s that guy?

Who’s that guy?
Non si arrabbierà Madonna, la cantante, se approfittiamo del titolo di una sua famosa canzone generalizzando in un più generico ragazzo per introdurre il nostro ragionare sui giovani e i giovani e la Chiesa oggi.
Questa domanda infatti è ben presente in questo anno di riflessione e preparazione del prossimo sinodo per i giovani, I giovani, la fede e il discernimento vocazionaleche interpella molte diocesi e, forse un po’ meno, la nostra Congregazione.
La risposta non chiede fare chissà che o di partecipare a eventi particolari, anche se le diverse diocesi non mancano di proposte, ma almeno di mantenere vive la preghiera e alcune piste di riflessione. Sarebbe questo già un bel contributo per crescere con le nuove generazioni e far si che non debbano essere “una parte di Chiesa che manca” nella compagine della nostra azione pastorale.
Preoccupati di “non far mancare questa parte di Chiesa” così necessaria noi di GiovaniBarnabiti abbiamo proposto ad alcuni giovani vicini e lontani il nostro recente articolo rimanere sulla poltrona http://giovanibarnabiti.it/2018/04/28/rimanere-sulla-poltrona/ ) chiedendone un commento. Ne sono nati spunti brevi o più articolati che volentieri pubblichiamo per voi lettori di seguito e nei prossimi post.

  1. Luigi, Roma

Cambiare, tentare e provare, anche rischiando, sono la base del cambiamento.
Ma da sempre l’uomo ha paura di lasciare le poche sicurezze che ha, preferendo rimanere nelle proprie piccole comodità.

2. Bianca, Firenze

La paura di tuffarsi dal trampolino perché si è soli esiste ed è meglio, a volte, rimanere fermi per evitare di tuffarsi e farsi male. Però dà speranza percepire una Chiesa che si è accorta di questa paura di molti giovani e sta cercando di salire sul nostro trampolino per aiutarci a tuffarci nella vita.

3. Erika, Roma

Stare fermi, immobili su una poltrona, non è una cosa per me: preferisco i trampolini. È un tema interessante che chiede tempo per scriverne, preferisco operare!

4. Riccardo, Monza

È facile travisare il concetto di rimanere, come dici tu, e cadere in una sorta di immobilismo, ma si rischia anche di buttarsi troppo.
Sento tutto ciò in prima persona perché sto ricevendo una serie di proposte molto interessanti in ambiti diversi (sia universitari che nel mio giro di musicisti) e sono tentato di accettare tutto e cercare di conciliarlo con gli impegni che ho già. Il risultato potrebbe essere ottimo, ma anche pessimo e non fare nulla bene.
Quello che servirebbe è forse una guida che aiuti a capire come comportarsi in queste situazioni, a scegliere, a capire a quanto equivalga il “quanto basta” riguardo il trampolino da cui tuffarsi.
Non solo nella Chiesa, anche in Uni[versità] è difficile trovare una guida che possa “crescere con te”. Quindi forse il rimanere sulla poltrona è anche un meccanismo di difesa, per evitare di buttarsi troppo, perché non si capisce effettivamente quando si raggiunga questo troppo.

Parlate a noi adulti

Di questo siamo tutti sicuri: il Sinodo dei Vescovi sui giovani è un evento storico, che rappresenta un avvicinamento della Chiesa a quel mondo dei giovani sempre percepito unicamente come destinatario degli insegnamenti, dell’istruzione e dei rimproveri degli adulti, specialmente quando il rapporto è Giovani – Chiesa. Con il Sinodo i giovani diventano attori, sono loro a parlare. Proprio questo è stato il suggerimento di Papa Francesco durante la riunione presinodale tenutasi a Roma dal 19 al 24 marzo e ce lo dice Gabriella Serra, Presidente Nazionale femminile della F.U.C.I. (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), che vi ha partecipato e che ci ha gentilmente concesso una breve intervista, per raccontarci quanto vissuto durante l’incontro, ma anche la percezione di cosa sta avvenendo, che ha come esito finale e tanto atteso proprio il Sinodo dei Vescovi sui giovani.

«Si sta vivendo un ottimo momento – dice Gabriella – nel quale i giovani vengono coinvolti veramente, in prima persona, attraverso una partecipazione attiva e concreta». Infatti, Papa Francesco, durante la riunione presinodale ha chiesto con forza ai giovani di “parlare” a gran voce avendo il coraggio di esprimersi e raccontarsi, perché la Chiesa ha più che mai bisogno di capire i giovani e per questo è necessario un dialogo aperto con essi.
Papa Francesco ha ricordato che tutti siamo parte della Chiesa, anche i giovani e, per questo, ognuno ne è responsabile, aggiungendo: «anche se noi adulti tacciamo, voi dovete parlare»; proprio da ciò, ci dice Gabriella: «Si intuisce quanto a Papa Francesco stia a cuore la causa; è proprio lui il grande promotore di questo Sinodo, nuovo nella forma di coinvolgimento. È lui che ci ha dato e continua a darci la forza, il coraggio e la speranza».

Ripercorrendo il documento finale della riunione presinodale, ci si accorge di quanto siano stati ridotti e assottigliati gli spazi che hanno da sempre separato la struttura fortemente gerarchizzata della Chiesa con il popolo giovanile. Papa Francesco ha parlato a tutti i giovani presenti in modo diretto, colloquiale, paritetico e la prova di ciò sta anche nella riuscita di quella che era una grande sfida: riunire tutti e 5 i continenti del monto durante questo evento a Roma, 300 ragazzi più molti altri collegati via web.
Dal Documento emerge anche un tema cruciale, specialmente in questo periodo, non solo per la Chiesa ma anche per la società: la donna. Si è ricordato quanto importante sia e debba essere il ruolo che la donna ricopre all’interno della società e della Chiesa, chiedendosi quale sia l’apporto che la donna può dare all’interno della società e della Chiesa.
Infine, «È stato dato spazio anche a un altro rilevante tema: il volontariato. Si è sottolineato come il volontariato sia un metodo adeguato per permettere ai giovani di sentirsi utili, responsabilizzati e coinvolti all’interno della società e della Chiesa. Un modo per sentirsi vicini al prossimo in modo attivo e concreto, corresponsabili del mondo che si abita e dei luoghi che si vivono», visto il riscontro di una recente problematica giovanile legata proprio a uno scoraggiamento generale per la scarsa responsabilità che si sentono di avere all’interno della società e, di conseguenza, maturano una percezione, spesso inconscia, di essere inutili.

Dalle parole di Gabriella si sente la grande soddisfazione di aver assistito e partecipato in prima persona all’evento, facendo trasparire una grande emozione e un grande entusiasmo, accompagnati da profonda consapevolezza, da lei sottolineata: l’importanza storica dell’evento.
Noi GiovaniBarnabiti ringraziamo Gabriella per l’esperienza vissuta e per averla raccontata e condivisa rendendoci partecipi, anche se indirettamente, delle emozioni vissute e dell’impegno profuso. Le auguriamo un grande “in bocca al lupo” per il futuro, sperando che le nostre strade possano incrociarsi ancora.

Tommaso C. Milano

Papà e figlio, #buoncompleanno2

Aiutare a diventare uomini

Ci vuole anche un po’ di buona sorte per essere genitori in questa stagione complessa e veloce. È stato un bene veder cadere molti dei dogmi del passato, ma la nostra società non ha ancora appreso a gestire la propria libertà. Il compito di aiutare i ragazzi a diventare uomini s’è fatto ancora più difficile. Nella confusione di principi e di valori – intesi qui nel senso laico – il rapporto con i figli trova nuove ragioni di difficoltà che i padri e le madri faticano ad affrontare.
Noi siamo stati una famiglia fortunata, almeno sinora. Abbiamo scampato anche la crisi adolescenziale, quella in cui i “Vaffa” volano gratis. È stato merito del destino benigno, delle circostanze ambientali, dell’indole di nostro figlio e del modo in cui abbiamo trasformato il nostro amore in attenzione, cura e indirizzo. Il ruolo dei genitori è centrale. Quando vedo affermarsi l’incomprensione, mi rendo conto che è quasi sempre il frutto di padri e madri inadeguati, egoisti e disattenti.
Mia moglie ha dato tutta sé stessa per nostro figlio. Ha rinunciato a una parte della sua vita per coltivare quella che aveva generato. È stata una madre fantastica, che ha colmato con il suo affetto le mie assenze. Da parte mia, ho tentato sin dall’inizio di stabilire un rapporto in cui non fossi solo quello che spuntava la sera tardi o il fine settimana, e neanche tutti. Da che ha avuto quattro anni, mio figlio ed io abbiamo fatto una vacanza a due (oltre a quelle a tre) per conoscerci a fondo e affrontare insieme le cose. Abbiamo scoperti terreni comuni e li abbiamo coltivati. Un esempio? Suonare insieme la domenica mattina o andare a visitare luoghi storici ricostruendo eventi lontani e raccontandoceli a nostro modo. È un dono che si ripete ancora adesso che il ragazzo è diventato uomo.
Siamo stati severi, a tratti. Gli altri dicevano “troppo”. A tratti. Ma ci siamo impegnati a spiegargli cosa ritenevamo fosse giusto e sbagliato – sono scelte difficili, ma inevitabili -, fargli entrare bene in testa che si poteva vedere ogni spettacolo, a patto di pagare il biglietto. Andare bene a scuola voleva dire fare belle cose nel tempo libero. Dire la verità era meglio che mentire su un errore di quelli che se ne fanno tanti. Era importante che capisse come, nella vita, andare avanti richiede fatica e impegno. E che se ci si vota a fare le cose bene e seriamente, presto o tardi, riesce a realizzare il sogno che ha in testa. Basta crederci.
Credo che questo sia il messaggio chiave per tutti i giovani di buona volontà (e non solo). Là fuori la vita è sempre stata dura e, oggi, non lo è meno. Bisogna imparare a conoscere i propri limiti, ad accettare sé e gli altri. È necessario ricordare che non esistono scorciatoie, che nessun chitarrista suonerà bene senza aver studiato a lungo e nessuna ballerina danzerà alla Scala senza sacrifici. La nostra società in preda all’edonismo, al commercio fine a sé stesso, al tradimento delle nostre coscienze sempre più frequente, alla corruzione degli spiriti (detto in senso laico), ci chiede di essere forti e determinati nei confronti delle nostre giuste ambizioni, ma anche pienamente solidali con chi non ha avuto la stessa fortuna. A nostro figlio abbiamo cercato di spiegare che la gioia, la consapevolezza e la realizzazione personale nel rispetto degli altri richiedono fatica. Lo abbiamo fatto sentire autonomo e sicuro. Quando lo guardo negli occhi, sento che l’impegno e l’amore non sono stati seminati invano.

Marco Zatterin, Torino (papà e vice direttore La Stampa)