I giovani: la Chiesa che manca!

È necessario che le comunità mostrino ai giovani la differenza cristiana. Enzo Bianchi, OssRom 25 04 2018

Cari amici credo che questo articolo di Enzo Bianchi valga leggerlo a giovani e adulti e… preti.

A marzo i giovani hanno vissuto una riunione presinodale nella quale è stato elaborato un documento da offrire alle istituzioni del prossimo sinodo su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», affinché da esso si sentano ispirate nell’elaborazione dell’Instrumentum laboris, la traccia per il confronto e la discussione comune. Un documento concepito da trecento giovani provenienti da tutto il mondo, collegati online attraverso gruppi di Facebook con altri quindicimila coetanei, non può essere pienamente rappresentativo di una realtà così plurale e complessa qual è la gioventù di molte e diversissime aree culturali nelle quali è presente la Chiesa cattolica. Resta tuttavia significativo che in questo testo si possano scorgere alcune convergenze, soprattutto sulle sfide e sulle opportunità dei giovani nel mondo di oggi. Va anche riconosciuta un’innegabile evidenza: le numerose indagini sociologiche e le diverse letture da parte di attenti osservatori del mondo giovanile non contraddicono ciò che i giovani hanno espresso in prima persona in questo confronto.

Questo documento ha il pregio di aiutare a percepire i giovani come parte della Chiesa e noncome semplici interlocutori di un’istituzione a loro esterna. I giovani si sentono Chiesa, anche quando hanno consapevolezza di essere “la Chiesa che manca”, secondo la felice espressione di don Armando Matteo, e hanno la capacità di prendere la parola per richiedere al corpo di cui fanno parte un cambiamento di rotta e di stile. È significativo che si esprimano giudicando «la Chiesa come troppo severa e spesso associata a un eccessivo moralismo» e chiedendo che essa sia «accogliente e misericordiosa, […] capace di amare tutti, anche quelli che non la seguono» (1.1). Dunque i giovani fanno richieste non scontate né rivoluzionarie, ma pacate e determinate. Ciò che tuttavia dal documento emerge come urgente per i giovani di oggi è la ricerca del senso dell’esistenza. Ricerca che si è fatta faticosa e difficile e che avviene ormai lontano dai percorsi indicati dalle religioni e soprattutto lontano da un itinerario di fede, perché proprio la fede non è stata loro trasmessa dalla generazione precedente, quella dei loro genitori. I millennials, nati negli ultimi due decenni del secolo scorso, possono anche essere definiti la “prima generazione incredula”, ma si faccia attenzione e si legga con discernimento quanto avvenuto nella generazione precedente, resasi estranea alla Chiesa soprattutto attraverso un’inedita incoerenza: si diceva cattolica ma non frequentava più abitualmente la liturgia domenicale e non sentiva l’appartenenza al cattolicesimo se non a livello culturale, in quanto erede di una cultura tradizionalmente cattolica.

Negli ultimi decenni del secolo scorso la Chiesa cattolica, in particolare quella italiana, è parsa aver smarrito lo slancio dell’aggiornamento conciliare e non si è più impegnata nella formazione e nella cura del fedele, affinché la sua fede fosse pensata, adulta e dunque emergesse la figura del cristiano maturo, corresponsabile nella comunità cristiana. Ha preferito spendere tutte le sue energie in una logica di presenza nella società, fino a cercare di occupare spazi abitati dalla “religione civile”. Così è avvenuta una rottura della trasmissione generazionale della fede ed è emersa una figura di cattolico astenico e poco convinto che, come tale, non poteva comunicare ai figli né le esigenze evangeliche della sequela né una concreta appartenenza alla comunità cristiana.

Va anche detto che questa generazione adulta di fine millennio è stata incapace di comunicare una grammatica umana ai figli, che oggi si trovano poco abilitati al vivere quotidiano, ad assumere una responsabilità, a trovare senso. È soprattutto questa “ricerca di senso” a essere oggi in affanno, come testimoniano le indagini sociologiche e come sperimentano quanti sono in ascolto dei giovani (come i monasteri o le comunità che li accolgono abitualmente). «Chi sono veramente io? Chi voglio essere? Come diventare me stesso? Che cosa posso sperare? Che senso dare alla mia vita? Mi ritrovo davanti a un muro: come abbatterlo? O devo forse scalarlo?». Queste le domande dei giovani, a volte vissute in modo tragico, nella sensazione che non vi siano risposte se non il nulla.

Occorre ascoltare i giovani, ascoltarli nelle loro speranze e nelle loro ansie con molta pazienza, cercando soltanto di essere vicini a loro, compagni di strada, niente di più, senza avere la pretesa di suggerire o di proporre alcunché. Proprio perché queste sono le domande drammatiche che li abitano, oggi il riferimento a Dio sembra di nessun interesse, anche se questa aporia non desta alcuna confessione o militanza ateistica. Semplicemente, Dio non è più interessante e i giovani sono convinti che si possa vivere una vita felice senza di lui. E non si dica che, di conseguenza, i giovani abbandonano la Chiesa. Questa è estranea di per sé, come un mondo che non riesce più a dire nulla né attraverso la sua liturgia né attraverso le sue prediche. Dio è una parola rifiutata ed espulsa perché è risuonata troppo, perché le sue immagini sono state percepite come false e nemiche dell’uomo, mentre la Chiesa è estranea perché — come più volte mi hanno detto i giovani — «vive in un altro mondo». Resta però significativo che quei giovani che hanno ricevuto una qualche conoscenza di Gesù Cristo e della sua radicale umanità non sono indifferenti alla sua figura esemplare e al suo messaggio, anche se non giungono a una confessione di fede in lui.

Proprio per queste considerazioni, diventa urgente e decisivo un cambiamento nel vivere la fede cristiana: un cambiamento che riguarda innanzitutto la generazione adulta dei padri e delle madri, la generazione dei quarantenni-cinquantenni che deve essere raggiunta dal Vangelo, da quel Vangelo che non è stato loro indirizzato nel tempo della formazione cristiana. Occorre riaccendere un cristianesimo di testimonianza, in cui comportamento e stile siano veramente coerenti con il Vangelo professato. La trasmissione della fede deve cominciare nello spazio della famiglia, anche della famiglia ferita: solo se c’è convinzione salda, mite e intelligente, allora la fede si fa eloquente, parla ad altri e si fa comprendere come un tesoro per la vita. Se invece le istituzioni della Chiesa continuano a ignorare i fedeli, a lasciarli in una condizione di destinatari passivi del culto e della predicazione, se non riescono a farli partecipare con responsabilità alla vita della comunità, continuerà una fuga senza contestazioni e nel recinto dell’ovile resterà un numero sparuto di pecore.

Lasciamo perdere la retorica sui giovani e, mi permetto di dire, anche sulle donne. È controproducente caricare queste realtà di aggettivi pieni di complimenti e di immagini poetiche ma vuoti di sostanza: occorre invece un mutamento, affinché queste parti della Chiesa che stanno per mancare, o addirittura già mancano, trovino uno spazio di appartenenza e di vera fraternità e sororità vissuta in una comunità che sappia mostrare “la differenza cristiana”, in mezzo agli uomini e alle donne presenti nella storia e nella società, non contro di loro. I giovani oggi sono sempre più lontani dalla fede cristiana, ma abitano non una terra atea bensì una terra di mezzo in cui regna l’indifferenza per Dio e per la Chiesa. Questo è però un terreno aperto alla ricerca, alla vita interiore, alla spiritualità, un terreno assetato di grammatica umana.

Attraverso le loro domande, sovente mute, i giovani chiedono che sia indicato loro il senso, la chiamata/vocazione alla vita. Sì, la vocazione che vorrebbero ascoltare e discernere è la vocazione alla vita, al vivere che è la chiamata unica e irripetibile per ogni persona da parte di Dio, anche nella fede cristiana. Come tutti gli umani, anche i giovani sono chiamati a vivere in pienezza, a fare della propria vita, per quanto è possibile, un’opera d’arte consapevole: chiamati dunque alla felicità, perché la vita buona e bella sa anche dare la felicità. Nessuna visione banalmente ottimistica sul “duro mestiere di vivere”, ma se questo invito alla vita è rivolto a un giovane da chi ha fiducia e comunica fiducia, se è fatto nella piena gratuità, non per farlo entrare nella Chiesa, non per farne un discepolo, ma perché si vuole che diventi un soggetto capace di pienezza di vita, allora l’appello è veramente credibile. Solo degli anziani, degli adulti capaci di fiducia e dunque di fede sanno anche mostrare la gratuità della loro cura dei giovani e sono capaci di fare strada insieme a loro, verso la vita.

Accogliendo i giovani, nel monito presinodale Papa Francesco ha usato parole commoventi per loro, invitandoli al rischio, all’entusiasmo della fede e al gusto della ricerca. Ha chiesto loro di non temere, di non spaventarsi mai sui nuovi sentieri da percorrere. Nella domenica delle Palme ha chiesto loro di gridare perché, se non grideranno i giovani, grideranno le pietre, come aveva detto Gesù dopo il suo ingresso a Gerusalemme (cfr. Luca, 19, 40). Dunque i giovani non siano mai letti né fuori dalla Chiesa né come semplici destinatari delle parole della Chiesa, né senza i padri e le madri, senza gli anziani, perché solo tutti insieme, come un solo corpo, si cammina con fiducia e solo in comunione ci si salva.

Come un vaso d’argilla

«Come un vaso di argilla il corpo umano ha bisogno per prima cosa di venir purificato dall’acqua, quindi di essere reso saldo e perfetto per mezzo del fuoco spirituale cioè di Dio che è fuoco divorante. Poi deve accogliere in sé lo Spirito Santo, dal quale riceve la sua perfezione e da cui viene rinnovato: infatti il fuoco spirituale è anche in grado di irrigare e l’acqua spirituale può anche far divampare» (Didimo d’Alessandria).

Cari amici oggi Gesù dopo averci donato la sua divinità prende la nostra carne per portarla dal Padre, un felice scambio tra Dio e noi e noi e Dio. Il cielo e la terra oggi sono un unicum e l’uomo non è più limitato al suo mondo, ma per il dono dello Spirito santo può capire, vivere, testimoniare la lingua di Dio tra gli uomini che cercano la felicità.

Viviamo bene questa settimana tra l’Ascensione e la Pentecoste, dicendo ogni giorno “Vieni Spirito santo, amico vero” e trovando il tempo per la santa messa oggi e domenica di Pentecoste.

Non spegnete il desiderio di Dio in voi.

pJgiannic

Le lacrime e il potere

La Turchia, che a inizio millennio sembrava essere destinata ad entrare inesorabilmente nell’eurozona, si scopre oggi vittima di un progetto politico autoritario, capace di cancellare nel giro di pochi anni l’anima laica cha Atatürk aveva desiderato per il suo paese.

Gli occhi scuri sono illuminati da una luce di speranza, sul nasino leggermente appuntito, (alla francese si direbbe) cadono di sbieco le ombre dei lunghi capelli nero pece, raffazzonati in un basco amaranto, che cade appena sopra le tempie. Una delicata camicetta rosa spunta colpevolmente fra i bottoni lucidi e le insegne militari orgogliosamente ostentate, ultimo baluardo di una femminilità altrimenti del tutto sopita. I polsi, sottili e minuti, sembrano interamente scomparire, inghiottiti dalle lunghe maniche di una divisa palesemente troppo grande per la tenera età, conferendo un tocco di ironia alla scena.
È questo il profilo di Amin, bambina turca di 6 anni, vittima dell’ultimo magistrale colpo di teatro di Tayyip Erdoğan, sempre più saldamente al comando di una Turchia che ha ritrovato nell’islamizzazione forzata e nella lotta contro i “terroristi” curdi la panacea per i propri mali. La scena si è svolta proprio in occasione di un comizio nel Sud del paese, volto a raccogliere consensi per la traballante invasione militare del Kurdistan siriano, attualmente in corso. Il “sultano”, come ama farsi chiamare fra il suo popolo, ha intravisto fra il pubblico la piccola, avvolta nella divisa delle forze speciali turche, i cosiddetti berretti marroni, e non ha potuto fare a meno di cogliere la palla al balzo. Da politico consumato ha fatto dapprima sfilare la bambina davanti al palco, per poi abbracciarla, baciarla e prometterle il radioso futuro che ogni capo di stato dovrebbe augurare ai bambini del proprio paese: una bella morte per aver difeso i sacri confini della patria: “Ha una bandiera turca nel taschino: se morirà come martire, a Dio piacendo, la copriremo con una bandiera”.
A poco servono le lacrime che scendono copiosamente dalle guance di Amin dopo il lauto vaticinio, a poco serve la sua andatura incerta, tutt’altro che eroica, mentre si avvicina a un palco che sa di patibolo e, infine, a poco serve l’evidente falsità con cui il suo primo ministro le bacia rumorosamente la fronte, avvicinando prudentemente il microfono a beneficio dell’uditorio. La folla oceanica che popola il comizio è troppo imbevuta di retorica nazionalista per accorgersi di tutto questo, di quanto questa vuota propaganda strida non soltanto con le lacrime di Amin, ma anche con tutte le vite spezzate dei bambini di Ghouta, oggi bombardate dalla maggiore alleata della “Sublime Porta”, la Russia di Putin.
Le “bambine-soldato” di Erdogan rappresentano oggi un esemplare monito per le democrazie occidentali. Ci avvertono, a distanza di un secolo dalla fine del primo conflitto mondiale, dei pericoli derivanti dalla nuova ondata di nazionalismo che rischia oggi di travolgere il vecchio continente.

Andrea B.

Rimanere sulla poltrona

Rimanere sulla poltrona del proprio immobilismo.
Rimanere, forse è il verbo che più ho riscontrato in questi ultimi mesi in molti giovani che ho cercato di disturbare per chiedere qualche idea, qualche consiglio, qualche confronto.
E non parlo solo di giovani sconosciuti, incrociati tra le vie della città, ma anche di tanti giovani vicini a me, alle nostre attività, addirittura vicini a Gesù!
Sembra ci sia una paura di fondo nel lasciarsi scocciare anche per qualche cosa di semplice, sembra che non possiamo abbandonare i modi di pensare, i non lasciarci mettere in gioco.
Oggi molti di voi possono permettersi di viaggiare come io non potevo, di vedere, di comprendere (forse) tanto che sembra essere un peccato rimanere nello stesso posto per più tempo. Eppure pare si rimanga sempre attaccati alle proprie idee, al proprio pensare, per restare indisturbato.
Qualcuno obietterà che bisogna rimanere nelle proprie idee, che sono necessari dei punti fermi per diventare uomini o donne. È necessario rimanere da qualche parte, ma non per restarci in eterno, bensì per tuffarsi nella vita.
Tuffarsi non è facile ma deve essere bellissimo (io non ne sono capace) eppure per tuffarsi è necessario rimanere sulla punta del trampolino. Non restarci per sempre: quanto basta!
Quindi c’è un rimanere esagerato e un rimanere quanto basta.
Forse io, gli adulti, la società, la Chiesa siamo rimasti legati a noi e non sappiamo più cosa dirvi, come starvi accanto, come crescere con voi – non ho scritto “come farvi crescere”, ma “come crescere con voi”, o forse preferite rimanere dove siete e guai a chi vi tocca?
Rimanere è un verbo che torna molte volte nel vangelo di Giovanni per dirci dove radicare le nostre esistenze, ma non è un termine statico o passivo, tutt’altro: è un termine dinamico, attivo fino a portare frutto. Un po’ come il “rimanere sul trampolino”.
Però non si può arrivare da soli sul trampolino, non dimentichiamolo. E la mia impressione è che per certi versi molti di voi siate sul trampolino, ma ci siete soli e rischiate di rimanerci, sul trampolino.
Lo so, la Chiesa non è perfetta. In questi ultimi decenni ha fatto anche un po’ di errori, rimanendo sulle proprie lunghezze d’onda incapace non di “farvi crescere”, ma di “crescere con voi”. Per molti versi non si è accorta della vostra voglia di tuffarvi, ma anche della vostra paura di tuffarvi e così ognuno è rimasto sul proprio trampolino incapace di tuffarsi.
C’è un bel film, Tutto quello che vuoi, in cui un anziano poeta e dei giovani scapestrati si incontrano; nessuno vuole insegnare o imparare qualche cosa dall’altro, piano piano però uno per l’altro insegnano e imparano a puntare bene i propri piedi sul trampolino, uno per tuffarsi nella vita dell’aldilà e gli altri per tuffarsi nella vita dell’aldiquà!
La Chiesa per un verso è vecchia, per un altro – ora non approfondisco – è sempre giovane: vogliamo crescere insieme? Imparare e insegnare gli uni gli altri a posizionare bene i piedi sul trampolino?
È questo che papa Francesco sta chiedendo alla Chiesa ma anche a tutti voi; è questo l’obiettivo del prossimo Sinodo / Assemblea dei vescovi sui e per i giovani.
Nessuno trucco, nessun costo, solo voglia di tuffarsi ognuno con la sua età per un mondo più bello, buono e vero.
pJgiannic

I missili di Cuba

All’indomani della crisi missilistica di Cuba in cui una guerra nucleare fu “realmente reale”, papa Giovanni XXIII (che molti di voi giovani forse non ricordano) scrisse a tutti gli uomini di buona volontà l’enciclica Pacem in terris per invitare alla pace, al dialogo, alla costruzione di un rinnovato mondo di nuove relazioni umane. Tutti considerarono quel documento una opportunità di speranza di pace, tanto che è conservato negli archivi delle Nazioni Unite a New York.
Dire che le sue parole abbiamo avuto effetto sarebbe esagerato e anacronistico considerate le tante guerre intercorse fino a oggi in Europa e specialmente nel mondo, tanto da far dire oggi a papa Francesco che siamo di fronte a “una terza guerra mondiale a pezzi”.
Ma anche dire che quelle parole non siano state ascoltate sarebbe fuori luogo perché comunque una maturazione verso la pace, soluzioni positive e costruttive di conflitti sono accadute.
Oggi, 2018, all’indomani dell’ennesimo attacco di guerra in Siria, o comunque nell’area più calda del mondo, papa Francesco ci chiede di crescere nella santità quotidiana per far crescere il bene con una nuova enciclica, Gaudete et exsultate. «Si tratta di essere artigiani della pace, perché costruire la pace è un’arte che richiede serenità, creatività, sensibilità e destrezza. Seminare pace intorno a noi, questo è santità» (87).
Poiché non c’è una guerra giusta e una guerra cattiva, dobbiamo cominciare la “guerra della santità quotidiana”, della continua riforma di noi stessi direbbe il nostro Antonio Maria per il bene nostro e dei fratelli.
Senza ingenuità, senza falsi irenismi, abbattere le violenze quotidiane è il primo passo per una nuova mentalità di pace, per una pace più grande.
Una preghiera giuntami dalla Siria in questa terza domenica di Pasqua dice: «Corriamo dunque e preghiamo Dio perché copra con la sua ombra di bene ogni intenzione di guerra e di vendetta che si aggira per il mondo».
Quell’ombra di bene siamo ognuno di noi, cari giovani, con la nostra preghiera quotidiana, con il nostro impegno per il bene, con il nostro trovare il tempo per ragionare, per aprire la mente, magari tralasciando qualche serata al bar.
Cari amici di SAMZ, siamo in un momento delicato e bello del nostro crescere come gruppo, come presenza nel mondo. Il prossimo Sinodo dei vescovi che riguarda proprio voi, è un incentivo a darci una marcia in più, a fare una scelta maggiore di vita santa.
Continuiamo o riprendiamo a correre come matti verso Dio e verso il prossimo, forse ci saranno delle fatiche, degli ostacoli, delle incomprensioni? Le battaglie fanno parte della vita, ma la vita è nostra nonostante tutto. Come quei bimbi che continuano a frequentare la scuola tra le macerie di Damasco, Aleppo o … riprendiamo in mano il nostro desiderio di crescere, ma insieme. Per noi, per la Chiesa, per gli uomini di buona volontà.

pJgiannic

Giovani parlate con coraggio!

Parlate con coraggio cari giovani.
Con queste parole di papa Francesco è cominciato il pre-sinodo 2018, i Giovani, la fede e il discernimento vocazionale: un momento di ascolto e confronto con ben 15340 giovani di tutto il mondo cattolico, di altre religioni e non credenti presenti a Roma o in collegamento streaming.
«Cari giovani, vi abbiamo invitato per aiutare la Chiesa a riflettere con voi sul nostro lavorare con voi. Vi chiedo di parlare con coraggio, senza vergogna, ma anche di ascoltare con umiltà specialmente quando ci sono idee divergenti». Così ha cominciato papa Francesco il suo saluto, ha poi ricordato come già nella bibbia e nella storia della Chiesa Dio ha voluto parlare attraverso i giovani perché questo non dovrebbe accadere anche oggi? Parlare dei giovani e per i giovani non riguarda solo la gerarchia. «No, è per tutti. E voi giovani di più, perché avete tanta forza per dire le cose, per ridere, anche per piangere. Noi adulti tante volte abbiamo dimenticato la capacità di piangere, ci siamo abituati alle cose. Per questo vi esorto, per favore: siate coraggiosi in questi giorni».
I giovani non sono scemi! Parlare della gioventù è facile, ma non basta lodarli e/o criticarli, è importante incontrarli, ascoltarli. La gioventù infatti non esiste, esistono i giovani, le storie, gli sguardi, le illusioni. Esistono i giovani.
Io vorrei che questo Sinodo sia l’occasione per prendervi sul serio! «Troppo spesso siete lasciati soli. Ma la verità è anche il fatto che voi siete costruttori di cultura, con il vostro stile e la vostra originalità. Eppure voi siete capaci di costruire una cultura che forse non si vede, ma va avanti. Questo è uno spazio che noi vogliamo per sentire la vostra cultura, quella che voi state costruendo».
La Chiesa non vuole incontrare i giovani per un giovanilismo di ritorno, ma perché ha bisogno di capire meglio quello che Dio e la storia ci sta chiedendo. «Se manca l’incontro con voi, manca – questo mi sembra assai importante – una parte dell’accesso a Dio, della comprensione della volontà di Dio!».
Dio ha fiducia nei giovani, li ama e li chiama e non li abbandona. Dio sa aiutarli a cercare la risposta alla domanda fondamentale: “Che cercate?”.
Ma questo Sinodo potrà essere anche l’occasione per un rinnovato dinamismo della Chiesa, una Chiesa che necessita di una rinnovata vicinanza a voi giovani perché è questo che ci chiedete insistentemente per voi, per i vostri coetanei lontani, credenti e non credenti.
A questo punto papa Francesco evidenzia come il cuore della Chiesa è giovane perché il Vangelo è simile a una linfa vitale che la rigenera continuamente, ma deve essere docile e cooperare a questa fecondità. Per questo a tutti voi, credenti cristiani o di altre religioni, o non credenti, la Chiesa chiede di collaborare a questa fecondità.
Cooperare significa anche saper osare sentieri nuovi seppure ciò comporta dei rischi. Bisogna rischiare, se si vuole crescere, accompagnati dalla prudenza, dal consiglio. Senza il rischio un giovane diventa vecchio subito e anche la Chiesa.
I giovani sono portatori di una cultura nuova e devono rischiare per costruire questa cultura, ma attenzione a non perdere le radici, non a tornare alle radici perché così si rischia di rimanere sotterrati, ma a tornare alle radici. «E le radici – questo, perdonatemi, lo porto nel cuore – sono i vecchi, sono i bravi vecchi. Le radici sono i nonni. Le radici sono quelli che hanno vissuto la vita e che questa cultura dello scarto li scarta, non servono, li manda fuori». Qui papa Francesco cita il profeta Gioele (3,1): “I vecchi sogneranno, e i giovani profetizzeranno”. La Chiesa ha bisogno giovani profeti, ma si diventa profeti quando non si abbandonano i sogni dei vecchi. È importante far sognare i vecchi, perché solo questi sogni permetteranno di andare avanti.
Se forse pensiamo che i vecchi abbiamo esaurito i sogni, papa Francesco ci chiede di svegliare i loro sogni.
Voi GIovaniBarnabiti avrete il coraggio di svegliare i sogni per rinnovare il nostro essere famiglia zaccariana in tutte le sue possibilità? Cosa ci consigliate? Aspetto le vostre risposte.

pJgiannic

Jovens, Igreja e sociedade

In questa settimana in cui 300 giovani sono radunati a Roma per l’assemblea pre-sinodale offriamo ai nostri lettori le risposte dei Giovani Zaccariani di Rio de Janeiro al questionário proposto per preparare il Sinodo I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

A finalidade deste questionário é ajudar os Organismos que têm direito, a expressar a sua compreensão acerca do mundo juvenil e a ler a sua experiência de acompanhamento vocacional, tendo em vista a coleta de elementos para a redação do Documento de trabalho, ou Instrumentum laboris.
Para ter em consideração as diversas situações continentais, depois da pergunta n. 15 foram inseridas três interrogações específicas para cada uma das áreas geográficas, às quais os Organismos em causa são convidados a responder.
A fim de tornar este trabalho mais fácil e sustentável, pede-se aos respetivos Organismos que enviem em resposta aproximadamente uma página para os dados, sete-oito páginas para a interpretação da situação e uma página para cada uma das três experiências a ser compartilhadas. Se for necessário e desejável, poder-se-ão incluir outros textos para corroborar ou integrar este dossier sucinto.

  1. Interpretar a situação
  2. a) Jovens, Igreja e sociedade

Estas perguntas referem-se tanto aos jovens que frequentam os ambientes eclesiais, como àqueles que vivem mais distantes ou até alheios à Igreja.

  1. De que modo vós ouvis a realidade dos jovens?

R: Através dos movimentos de adolescentes e de jovens, procurando mostrar Cristo e a vida cristã a outros jovens, de acordo com a realidade de cada grupo. Dentro do EAC temos os círculos quinzenais (com grupos de jovens de mesma idade) que são os momentos onde os jovens mais conseguem expressar o que sentem e os tios (casais) podem ouvir e orientar.

  1. Quais são os principais desafios e quais as oportunidades mais significativas para os jovens do vosso país/dos vossos países hoje?

R: O principal desafio seria seguir na sociedade a moral cristã, viver de acordo com a nossa fé, pois somos julgados por isso. Grandes são as tentações do mundo, que fazem com que os jovens se sintam mais atraídos, nos desviando do caminho da santidade, muitas vezes não disponibilizando tempo pra comunidade da igreja. Outro desafio é a falta de apoio e participação das famílias nesse processo de evangelização.

As principais oportunidades são movimentos como o EAC que nos puxam para dentro da Igreja e nos colocam em contato com outros jovens que querem ser como nós.

  1. Que tipos e lugares de agregação juvenil, institucionais e não, têm maior sucesso dentro do âmbito eclesial, e porquê?

R: Na nossa Paróquia, temos em especial o próprio EAC (duas vezes por ano), os mini grupos de teatro, música e ação social formados por alguns tios adultos e muitos adolescentes e as atividades de meditação semanais na igreja, e ainda o MEJ, EJC e ENJUZ, entre outros, além de retiros, como o da Semana Santa Jovem.

Através destes, os jovens encontram a Cristo de uma forma mais atrativa e dinâmica, pois são jovens chamando outros jovens com alegria e entusiasmo.

  1. Que tipos e lugares de agregação juvenil, institucionais e não, têm maior sucesso fora no âmbito eclesial, e porquê?

R: Festas diversas, shows e eventos esportivos, pela diversão proporcionada.

  1. O que pedem concretamente os jovens do vosso país/dos vossos países à Igreja hoje?

R: Um maior acolhimento por parte dos adultos. Serem ouvidos e respeitados nas suas opiniões. Pedem também maior participação da família.

  1. No vosso país/nos vossos países que espaços de participação ocupam os jovens na vida da comunidade eclesial?

Na nossa Paróquia, temos em especial o próprio EAC (duas vezes por ano), EJC, MEJ, ENJUZ, entre outros.

  1. Como e onde conseguis encontrar os jovens que não frequentam os vossos ambientes eclesiais?

R: Nas escolas, nas nossas próprias famílias, nos locais onde moramos. E também em festas, praias, shoppings, shows, etc.

 

  1. d) Perguntas específicas por áreas geográficas

AMÉRICA

  1. De que modo as vossas comunidades se ocupam dos jovens que experimentam situações de violência extrema (guerrilhas, quadrilhas, prisão, toxicodependência, casamentos forçados), acompanhando-os ao longo dos percursos de vida?

R: Não temos experiência em nosso grupo de jovens com vivências dessa realidade. Pensamos que seja através da assistência social e de serviços específicos.

  1. Que formação ofereceis para apoiar o compromisso dos jovens em âmbito sociopolítico, tendo em vista o bem comum?

R: Dentro de todas as atividades jovens na nossa Paróquia, palestras, reflexões, são passados esses princípios para que naturalmente estejam preparados e comprometidos com essas questões.

  1. Em contextos de forte secularização, que ações pastorais resultam mais eficazes para prosseguir um caminho de fé depois do percurso de iniciação cristã?

R: Consideramos todas as atividades pastorais importantes. Cada um pode escolher a que se sentir mais tocado e tiver mais afinidade. Percebemos que a Pastoral da Ação Social têm sido muito procurada pelos jovens.

III. Escolhei três práticas que considerais mais interessantes e pertinentes para compartilhar com a Igreja universal, e apresentai-as em conformidade com o seguinte esquema (no máximo uma página por experiência). EXPOR A EXPERIENCIA DO EAC – EJC – MEJ E OUTROS

Vamos descrever a experiência do EAC

  1. a) Descrição: delineai a experiência em poucas linhas. Quem são os protagonistas? Como se leva a cabo a atividade? Onde? Etc.

R: Os protagonistas são os adolescentes. Primeiramente, eles são convidados a participar de um encontro de dois dias (um fim de semana), que seria como um retiro espiritual, onde são apresentados temas importantes da fé católica, através de palestras e círculos de estudo. Após este, as atividades acontecem semanalmente nas reuniões de sábado, com palestras, dinâmicas, teatro, etc., e quinzenalmente nos círculos bíblicos, quando refletimos sobre um tema da doutrina católica através de uma passagem bíblica e um texto específico.

  1. b) Análise: avaliai a experiência, inclusive em chave narrativa, para melhor compreender os elementos que a qualificam: quais são os objetivos? Quais são as premissas teóricas? Quais são as intuições mais interessantes? Como é que elas evoluíram? Etc.

R: (Os adolescentes tiveram dificuldades e não conseguiram responder a esta questão. Segundo os tios,  os objetivos e as premissas do movimento estão no regimento do EAC.).

  1. c) Avaliação: quais foram as metas alcançadas e quais não? Os pontos fortes e fracos? Quais são as consequências nos planos social, cultural, eclesial? Porque e como a experiência é significativa/formativa? Etc.

R: Como meta alcançada temos o encontro dos jovens e sua união à Cristo, porém, como pontos fracos, ainda vemos alguns grupos que se formam dentro do próprio movimento fechados em si e jovens que só participam das atividades levados pelo social, pelo encontro com outros jovens e não por Cristo.

A partir da união desses jovens à Cristo, vemos que os valores cristãos são levados por eles à sociedade, e que há um aprofundamento na fé dos mesmos.

A experiência se torna significativa justamente pelo resgate de muitos jovens que estavam alheios aos valores cristãos e que agora buscam um maior aprofundamento na fé.

AVATAR è la realtà

Benvenuti a Pandora, mondo nuovo dove le montagne fluttuano, effetto Magritte e Miyazaki, anno 2154, più che un «paradiso terrestre», una terra promessa per un pianeta che si è autodivorato. Avatar è una seconda Genesi piuttosto che la contrapposizione fra l’isola dell’armonia, del «buon selvaggio», e la civiltà atrofizzata delle macchine. Non c’è paradosso in un film che esibisce la massima potenza tecnologica e contemporaneamente prende le parti di un universo «primitivo»: la luna della costellazione Alfa Centauri è un luogo post-umano, sapiente sintesi di corpo e mente, rete neurale che interconnette la vita. Il panteismo new age, sconvolgente per i devoti, è solo un’apparenza, i filamenti luminescenti dell’«albero sacro» del popolo Na’ equivalgono a un sistema nervoso collettivo, la conoscenza che corre su cavi elettronici.
Avatar corrisponde alla sua ambizione transepocale, è la forma stessa della fusione tra analogico e digitale, si costituisce come superamento dell’uno e dell’altro, è un pianeta-film ibrido per corpi ibridi. Né umani né alieni.

La forza di gravità del kolossal di James Cameron ha già attratto milioni di abitanti virtuali, spettatori sull’orlo del suicidio pur di dematerializzarsi e assumere il dna degli abitanti di Pandora. Il successo del film dice la follia politico-esistenziale degli orfani di questa Terra, e il radicale e spasmodico desiderio di cambiare mondo, se il nostro non è più riformabile. Ansia di metamorfosi.
Un successo che suona l’allarme per i columnist intergalattici, i «moderatori» dell’immaginario, scesi numerosi sulle colonne dei giornali per imbrigliare le pulsioni violente del pubblico di massa, e pronti a denunciare l’estremismo infantile di Avatar. Per ristabilire l’ordine (ir)reale costituito e riconfermare il loro status di sentinelle della cultura, ricorrono a concetti come “stereotipo”, “favola”, “manicheo”, che detto per il cinema, con disprezzo, fa ridere. Decodificata da almeno un secolo di visioni, la narrazione simbolica ha i suoi linguaggi ed eroi, i suoi rimandi alla memoria collettiva. Le armi spuntate dei centristi non avranno la meglio, ma se è giusto «spaventarsi» davanti ad Avatar, è meglio recuperare la capacità di «vedere». Anche con i molesti occhialetti 3D.

Gli «stereotipi» dichiarati del film compongono un’opera che cambia la percezione sensoriale, e fa di ogni spettatore un perfetto avatar, un «doppio», oltre il processo di identificazione, proprio come accade a Jake Sully (l’australiano Sam Worthington), mix di cellule umane/aliene, trasformato da marine paraplegico in na’vi, creatura gigantesca e azzurra, per entrare in contatto con gli aliens e convincerli a sgomberare dall’albero-casa, sotto cui si nasconde il prezioso unobtanio. Essere l’altro e rimanere se stessi.
Apocalypse Now, Un uomo chiamato cavallo, Balla coi lupi, New World… l’epoca stellare fa appello alla mitologia americana ma l’incontro di Neytiri alias Pocahontas, l’amazzone extraterrestre dagli occhi gialli felini, con John Smith alias Jake Sully, il colonizzatore, cambia segno. Non è l’innocenza a incontrare il saccheggiatore, il bianco avido del minerale marziano per la terra a secco di energia, non la nostalgia della natura incontaminata, ma un’istanza fondante di una nuova civiltà. La velocità dell’impalpabile, alberi e rocce bioluminescenti, superfici inanimate scosse da fremiti e luci cangianti, un territorio mobile, i semi del salice piangente, anima di Pandora, che volteggiano nell’aria, trasparenti meduse informatiche… Ogni cosa è un ingranaggio di un congegno complesso, preistoria futuribile con i giganteschi animali modificati da organismi conosciuti, pantere «grandi come motrici di tir», Thanator; cavalli con la criniera d’osso e le antenne vibranti da falena, Direhorse; il cane nero dalle striature vermiglie modellato sugli incubi di Francis Bacon, Viperwolf, tutti a sei zampe. Si vedrà come le frecce e gli archi dei nativi, a cavallo del manta-pipistrello Banshee, saranno potenziati dalla scesa in campo del pianeta stesso, cervello unico in movimento, «bomba intelligente» e superiore all’archeologia robotica dei colonizzatori che trascina gli uomini in una precedente guerra asimmetrica.
Molto disneyano l’inchino docile del mega-rinoceronte distrutto davanti alla svettante Neytiri, mentre anche il «drago» Leonopteryx, un uccellaio predatore dai colori sgargianti, ispirato all’aquila simbolo degli Usa, mai montato se non da semidei, si presta a far da cavalcatura al marine traditore della sua specie.

Comprensibilmente, la destra Usa se n’è lamentata e ha bollato il film come un-american. Sì, perché Jake Sully, infiltrato tra gli alieni alti tre metri, capelli rasta, abiti piumosi imperlati, un po’ Apache un po’ Maori, sceglierà il suo avatar per lottare contro il colonnello Miles Quaritch, feroce e pazzo come il Robert Duvall di Coppola, quello che al suono della Cavalcata delle Valchirie (il modulo di Quaritch si chiama Valchiria) sganciava napalm sulle foreste vietnamite.
La tridimensionalità del film crea una spazialità da vertigine, ma non è il cielo, è l’acqua che avvolge lo sguardo, Pandora è Atlantide, un pianeta liquido, abissale come il cinema di James Cameron, sempre attratto dalle profondità oceaniche di Titanic. E se nel kolossal di tutti i tempi (mai battuto al box office, forse da Avatar stesso), diretto dodici anni fa dal regista, si affondava con tutto il bagaglio del vecchio mondo, qui si rinasce nelle sembianze disumane di Jake Sully. La performance capture (sensori applicati al volto e al corpo) permette agli attori di recitare come a teatro e mantenere gesti ed emozioni nella figura trasfigurata dell’avatar.
Jake incontra Neytiri, materia e antimateria, perversione di carne e pixel, e il bacio contronatura segnerà alla fine l’azione del trasmutare, che dà, usciti dalla sala, la stessa sensazione espressa del marine quando, tornato umano, si sveglia nella sua capsula di collegamento.

Avatar è la realtà, e questo è il sogno.

Fabio Greg C.

Lasciarsi mettere in discussione

Lasciarsi mettere in discussione

Riprendiamo alcune idee che il segretario generale del Sinodo dei vescovi ha rilasciato a Piacenza in vista dell’incontro dei giovani in preparazione dell’assemblea che si terrà in ottobre.
Dall’Osservatore Romano 14 marzo 2018
Accompagnare i giovani nel percorso di vita è «un’esperienza affascinante», ma per farlo occorre lasciarsi mettere in discussione da loro e dalle varie sfide quotidiane che essi affrontano. Lo ha sottolineato il cardinale Lorenzo Baldisseri intervenendo alla giornata di incontro e ascolto per educatori e giovani sul tema «Il vento favorevole. Da un incontro simpatico con Cristo verso il Sinodo dei giovani 2018», promossa sabato 10 marzo a Piacenza dall’associazione comunità Papa Giovanni XXIII.
I giovani, ha spiegato il segretario generale del Sinodo dei vescovi, non «chiedono solo di avere qualcuno vicino che li aiuti a superare i loro momenti difficili o il loro senso di vuoto». In base all’esperienza comune, «molti di loro esprimono il bisogno e il desiderio di essere accompagnati in un processo di discernimento che li aiuti a trovare la loro “strada nella vita”». Il cardinale ha poi riproposto i tre verbi che nella Evangelii gaudium «caratterizzano il percorso di discernimento: riconoscere, interpretare e scegliere». Essi forniscono delle valide indicazioni per delineare un itinerario adatto di accompagnamento dei giovani.
Un itinerario che può essere sintetizzato in tre compiti fondamentali. In primo luogo, «illuminare il percorso personale di riconoscimento di ciò che avviene nel loro mondo interiore». Illuminare vuol dire «accendere la luce perché il giovane veda come il Signore opera nel profondo del suo cuore». Non significa, quindi, «pretendere di vedere al suo posto né di avere la soluzione pronta per ogni circostanza». Anzi, è addirittura controproducente pensare «di aver capito tutto e di doverlo solo spiegare chiaramente». È illusorio, infatti, pensare «di avere la risposta pronta per ogni cosa», quasi che si trattasse «di applicare alla vita concreta di un’altra persona una lezione imparata a memoria o uno spartito che si ripete sempre uguale nonostante la sonata sia diversa».
Il secondo compito è fornire gli elementi fondamentali affinché i giovani «sappiano interpretare in maniera esatta ciò che imparano a riconoscere dentro di sé». Il porpora- to ha fatto notare come all’interno dell’uomo sono presenti «desideri diversificati e prospettive affascinanti, ma spesso incompatibili tra loro». Occorre allora «interpretare bene ciò che si affaccia alla coscienza, in maniera da individuarne l’origine e comprenderne le conseguenze». Questo passo, ha aggiunto, prepara quello successivo, che è anche quello decisivo: lo scegliere.
Il terzo compito, quindi, è quello di «sostenere i giovani nella scelta che scoprono essere la volontà di Dio sulla loro vita», quella che «incarna la realizzazione autentica di se stessi». Con la consapevolezza che sostenere non vuole dire «decidere al loro posto». Tenendo presente questa prospettiva, diviene chiaro a tutti l’importanza che assume la persona dell’accompagnatore. «Il suo — ha sottolineato il cardinale — è un ruolo strategico, delicato e impegnativo», che richiede «un’attenzione e una preparazione particolari» basate «sulla necessità di seri percorsi di formazione». Questo perché è in gioco la «crescita dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani che ci vengono affidati e con i quali siamo in contatto». Perciò l’accompagnatore deve essere ben consapevole che «uno dei suoi obiettivi principali è quello di favorire una sana autonomia decisionale nel giovane che accompagna».

La Chiesa che vorrei

Talvolta quando mi capita di vivere in un ambiente di Chiesa mi rendo conto che ascoltare la Parola di Dio e viverla ogni giorno è difficile sia per le situazioni di vita nelle quali siamo coinvolti, sia per le reazioni che spesso abbiamo nei confronti di essa e degli altri.
Ognuno di noi, penso, dovrebbe vivere nella consapevolezza che abbiamo una vita troppo breve per pensare a dare problemi a quella degli altri. Bisognerebbe invece cercare di dare del valore aggiunto alla nostra vita regalando amore gratuito perché, seminando amore lentamente (non subito), l’amore crescerà. Nota bene che sto parlando appositamente in primo luogo di Chiesa dal punto di vista dei laici, perché i preti solamente non fanno la Chiesa.
Vorrei una Chiesa che vivesse di amore sincero e che in qualche modo fosse in grado di correggere coloro che le portano discordia e non la vivono in modo sereno. Vorrei che la fede diventasse qualcosa di concreto e modello di vita non solo per i laici, ma soprattutto per i sacerdoti, specialmente per quelli che approfittando del potere loro dato conducono una vita non del tutto consona alla loro vocazione.
I giovani, come gli adulti, hanno bisogno non di un predicatore che dà istruzioni di vita come fosse un manuale, ma un esempio da seguire esattamente come Gesù lo era per i suoi discepoli. Inoltre i giovani hanno bisogno di una Chiesa che accolga tutti senza giudicare perché il comandamento “Ama il tuo prossimo come te stesso” invita a non puntare il dito contro chi non condivide le tue idee. L’amore è anche e soprattutto rispetto: rispetto delle idee, del credo, delle situazioni, delle posizioni degli altri. Anche la più piccola delle comunità è l’esempio di ciò che dico. La Chiesa: giovani, adulti, sacerdoti, deve impegnarsi a mettere in pratica tutti i giorni ciò che il Vangelo ogni domenica ci dice.
Abbiamo la fortuna di poterci dissetare e nutrire con la Parola di Dio e quindi anche il dovere di testimoniarla con amore non solo con le parole ma con i fatti: l’amore è gratis: seminiamolo! Cosi anche gli altri ci seguiranno perché l’esempio è come l’amore: cresce lentamente dopo essere stato seminato.

Stefano Fr. – Torino