È facile essere giovani a Merida?

È facile essere giovani?
Bella domanda. Dipende dai punti di vista, dalle statistiche, dall’ottimismo, pessimismo o realismo dell’interlocutore.
Più che da ottimismo sono guidato dalla Speranza, che mi permette di essere realista. Realista nel trovare e confermare il buono senza nascondere il cattivo.
Ieri sera mi sono ritrovato con un nutrito gruppo di giovani messicani, di Merida (Yucatan). Non è stato facile entrare in sintonia: il rumore della strada e dei ventilatori, la lingua, la preoccupazione di raccontare cose inutili, il loro numero!
Con tutto ciò sono emerse delle reazioni e riflessioni interessanti sul loro essere persone, giovani, cristiani.
Non sono pochi i problemi in Messico, magari a Merida di meno, ma non mancano le aggressioni contro i giovani, la droga, lo spaesamento, il lavoro. Quindi come essere giovani e cristiani di fronte a tutto ciò?
Si è cristiani perché ci è stato insegnato così e accolgo questo dono della mia famiglia racconta F. Ma si deve anche diventare cristiani, cioè usare la ragione per capire cosa dice il cuore; rielaborare cosa la famiglia ci ha insegnato è importante e necessario, se non si vuole mantenere una fede infantile.
A. è cristiano perché “Dio è tutto per la mia vita!”. Bella affermazione. Quello che penso, sono, faccio è condiviso con Dio e da lui illuminato. Sorprendente professione di fede. Ho chiesto ad A. di scrivermi il significato di queste parole, per crescere insieme, anche se spesso le parole non possono dire l’Amore.
Ragionare sulla fede è importante e necessario, ho insistito su questo aspetto culturale che è proprio di noi barnabiti e delle persone che crescono con noi. Sapere che J. non disdegna di leggere un libro, un romanzo, non solo apre la mente ma anche aiuta a capire che … si vuole capire il mondo in cui lo Spirito ci conduce a vivere non solo dal proprio punto di vista. Aprire la mente è il modo migliore per testimoniare la Carità!
Ma il mondo non è sempre facile da vivere. A. denuncia la fatica di essere cristiani, di essere una persona che sceglie di lavorare per studiare di più e trovare qualche “buco ufficiale” per Dio. Non è facile essere cristiani in un mondo che gira molto altrove. Non è facile essere rispettati nella propria fede. Ma è bello, perciò facile prendere delle buone strade per crescere la propria vita anche se altri ne prendono altre, o non ne prendono nessuna.
Per K. poi essere cristiano ha un senso e un valore in più che nasce dal ritrovarsi in un gruppo, dall’avere una guida. È importante avere una guida non perché ti traccia tutte le strade, ma prima di tutto perché sai che qualcuno ti ascolta.
Ascoltare, essere ascoltati, forse questa è l’esigenza più importante, più necessaria non solo per i giovani di Merida ma per tanti altri nel mondo.
L’impegno primario di un cristiano non è quello di convertire tutti al Vangelo, ma di far conoscere che c’è un Dio, attraverso i suoi testimoni, che ti ascolta, che ti tende la mano. Essere giovani cristiani significa perciò far comprendere che non si è soli, che c’è una sedia su cui sedersi, un bicchiere d’acqua con cui rinfrescarsi, uno sguardo che accoglie. Il resto è un “problema” di Dio!
Se questi sono i presupposti di un gruppo giovanile di una delle “periferie” del mondo… possiamo stare sicuri che il mondo avrà un futuro, perché nonostante tutto sono i piccoli che ribaltano le sorti della umanità.

Il miracolo della gioia di Lourdes

Ogni giorno abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di nuovo dalle tante esperienze che ci accadono; tuttavia, tornata per il secondo anno dal pellegrinaggio a Lourdes, posso affermare di non aver mai vissuto delle emozioni così intense e profonde come in questi giorni. Raccontare quanto provato in questa meravigliosa esperienza per il mio cuore, per la mia vita non trova mai le parole giuste e sufficienti.

Penso che Lourdes sia veramente un posto speciale, dove si respira un’atmosfera indescrivibile, piena di pace e amore, dove anche il più piccolo gesto: un sorriso, un abbraccio, una parola gentile arrivano a toccare direttamente il cuore di chi ti circonda.

Sette giorni vissuti con altri, non pensando a se stessi, ma offrendo a chi ci sta accanto il nostro tempo e le nostre energie. Ho capito come, in realtà, è solo donando ciò che si ha agli altri che si riceve qualcosa di più grande e importante. In questi giorni, ogni volta che qualcuno mi ringraziava anche per il più piccolo servizio o per una semplice chiacchierata, riflettevo su come avrei dovuto io ringraziare gli altri, perché da ogni incontro, scambio, condivisione ho imparato qualcosa che custodirò nel cuore per tutta la mia vita. Infatti, in ogni incontro, in ogni gesto e anche nella sofferenza c’è tanto amore per cui ho imparato che la cosa più importante è saper aprire il proprio cuore agli altri per poter dare e ricevere.

Prima di partire per Lourdes la prima volta ricordo, inizialmente un po’ di timore; essendo io solitamente una ragazza un po’ timida, avevo paura di non riuscire a essere di aiuto. Tuttavia, ho poi subito capito come nel momento in cui si è davanti a persone disposte ad aprirti il loro cuore, spontaneamente, anche tu riesci ad aprirti agli altri. Infatti, l’amore vince ogni barriera e penso che un miracolo si compia a Lourdes ogni giorno: vedere migliaia di persone, provenienti da tutto il mondo, condividere insieme la stessa esperienza, pronte a tendere le proprie mani per poter aiutare ed essere aiutati, credo che sia un grande miracolo d’amore.

Ho imparato che nella vita non si è mai soli e che il Signore non ci abbandona mai. Egli ci sta sempre accanto, incontrabile nel prossimo che ci tende le sue mani, perché la cosa più bella è poter incontrare gli altri e offrire loro il nostro amore. Dalla grotta la Madonnina osserva ognuno di noi, legge nei nostri cuori, ci affida alle persone capaci di sostenerci e non ci lascia mai da soli.

Molte volte, ci lamentiamo per anche i più piccoli problemi e non ci rendiamo conto delle grandi fortune che abbiamo ricevuto, ma che spesso diamo per scontate. Vedere come anche chi è nella sofferenza ha sempre la forza di sorridere e donare amore, mi ha fatto capire che nella vita bisogna essere sempre gioiosi e bisogna saper accettare tutto quello che ci capita: sia le cose belle che quelle più tristi, perché ci sarà sempre qualcuno che camminerà al nostro fianco, con cui condividere gioie e dolori.

Una delle cose che mi ha colpito di più, è stato vedere come un semplice sorriso fosse in grado di donare felicità e amore; un sorriso e uno sguardo possono comunicare a chi ci circonda molto di più di quanto possano fare mille parole, come una luce accesa nella notte, capace di ridare speranza.

Durante la processione del flambeaux, ognuno è diventa portatore di luce con la sua candela: quante lacrime per la gioia, perché ho capito che il nostro compito è quello di portare luce, speranza, felicità e gioia nella vita di chi ci sta accanto.

Chi ringraziare per tutto ciò?

Le dame, i barellieri, l’organizzazione dell’Unitalsi e la mia Scuola per avermi dato l’opportunità di vivere quest’esperienza unica, infatti è anche grazie all’esempio e all’amore di chi mi è stato vicino e mi ha guidato in questi giorni, che ho potuto vivere così profondamente questa settimana a Lourdes.

Francesca Carloni IV sc. Ist. Zaccaria Milano

CioccolatItaliani

 

Siamo a Milano in via de Amicis, la sede storica e principale di CioccolatItaliani; un brand internazionale che molti di voi già hanno iniziato a conoscere anche se non sono di Milano.
Siamo davanti a Vincenzo Ferrieri, ex alunno del nostro Istituto F. Denza di Napoli.
Classe?
’84

Classe ’84… vivi a Milano?
Ormai da 13 anni ma, nato a Napoli quindi napoletano nell’indole.
Beh è giusto mantenere le proprie radici… e poi Milano sembra essere abbastanza accogliente, forse non ha il cuore grande dei napoletani…
In realtà non è vero. Milano è una città che ti accoglie, che ti permette di conoscere tantissime persone, quindi è molto aperta a culture e tradizioni non locali.

Vincenzo è un imprenditore del cioccolato, perché il cioccolato?
Perché è un prodotto che piace un po’ a tutti, quindi ci permetteva di strutturare un negozio come appunto CioccolatItaliani che potesse abbracciare un target molto alto che va dai bambini fino agli adulti che magari vogliono dimostrare un buon cioccolato anche accompagnato da un rum o da un whisky: fondamentalmente un prodotto molto amato sia in Italia che nel mondo da diversi consumatori.

Cioccolato, golosità, capricci… qualche capriccio infantile?
Tanti… voglia di girare il mondo, ho costretto i miei genitori a farmi viaggiare tanto. Voglia di entrare nel mondo dell’alta finanza, mi sono interstardito, ho fatto anche errori e esperienze che poi però mi sono servite.

Qualche capriccio da adulto?
La voglia di crescere, di creare qualcosa di importante a livello professionale. Si ha sempre paura che a volte l’ambizione possa superare il talento… vedremo di gestire questo capriccio.

Invece dei “capricci seri”?
Vincenzo ci pensa su un po’ … Capricci seri, non sono capricci particolari.
Se mi guardo allo specchio penso al mio sogno giovanile.
Diventare un grande sportivo.
Sogno interrotto per poi intraprendere, ovviamente, la via dello studio, della cultura, Milano. Quello è un sogno che mi è rimasto, cui penso.

Quindi hai una certa versatilità! E… un sogno da adulto?
Realizzami non tanto professionalmente ma come persona.
Vengo da una famiglia molto unita, numerosa… il sogno è poter ripetere quello che hanno fatto i miei genitori, avere la stessa armonia che oggi c’è nella mia famiglia.

Non ti chiedo cosa significa la parola persona. Ti chiedo però, cosa significa per te la parola valori?
Innanzitutto coerenza. Perché parliamo sempre di valori e poi siamo i primi a dimenticarci che questi vanno rispettati a 360° in ogni momento e ambito della tua vita: professione, amicizie, intimità. Coerenza.
I giovani, anche quelli a cui tu dai lavoro nei tuoi negozi, hanno dei valori?
Sì, a volte si perdono un po’ sulla coerenza. Io credo che in fondo hanno dei valori, abbiamo tanti giovani che hanno buoni valori, tante idee. Il tema è sempre che non si è tanti!
Purtroppo di recente lessi: non è ciò che sei ma ciò che fai che ti qualifica, e purtroppo è la verità.
Non basta avere valori, è importante portarli avanti in ogni momento della giornata e della propria vita.

Vincenzo Ferrieri è un imprenditore del gusto… in poche parole come nasce la tua impresa?
Nasce perché la mia famiglia lavorava nel settore della ristorazione e della pasticceria.
Inizialmente avevo intrapreso il percorso della finanza.
Forse però l’unione della mia famiglia, l’esser cresciuto con dei genitori imprenditori e comunque commercianti del gusto e della pasticceria mi ha riportato a incrociare le strade con le origini della mia famiglia.
Da qui la voglia di non lavorare più nella finanza ma in qualcosa di più “reale”, più a contatto con le persone; qui è nato il progetto di una catena dedicata al gusto.

Perché a Milano e non a Napoli?
Vivevo a Milano e perché la considero una città piena di opportunità che ci ha dato e continuerà a darci moltissimo. L’azienda è nata a Milano, è cresciuta a Milano e da Milano si sta espandendo. Speriamo di arrivare lontano e di passare per Napoli.

La società, Milano anche, a volte propone dei modelli vincenti. Ma la vita è fatta di quotidianità, di operai, di camerieri…: non c’è il rischio di far sentire la normalità come qualcosa di limitato?
Sì, specialmente in città come Milano dove si è quasi sempre sopra le righe sia a livello professionale sia a livello intimo, personale. Bisogna stare attenti, ricordarsi le origini e che la normalità è quello che rende speciali le vite di ognuno di noi.

Tu dai lavoro a molti giovani, penso…
Sì abbastanza. Abbiamo un’azienda molto giovane, l’età media è di circa 32 anni.

Che cosa offri e che cosa chiedi?
Offro un’azienda la cui forza deriva dalle risorse che lavorano all’interno.
Chiedo tantissima curiosità e tantissimo senso di partecipazione.
Quello che chiedo ai ragazzi è di non limitarsi a compiere il proprio compito quotidiano ma ricordarsi che tutti quanti facciamo parte di qualcosa di più grande.

Riescono a lasciarsi invogliare? A rendersi partecipi?
La risorsa umana è ciò su cui lavoriamo.
Oggi abbiamo 540 dipendenti, tanti ragazzi capiscono che questo concetto di partecipazione e legame con l’azienda è un valore aggiunto sia per il loro percorso professionale sia per il futuro dell’azienda. È qualcosa che oggi “è tornato di moda tra i giovani” si comprende quanto una risorsa umana può fare la differenza.

Diciamo che non sei un imprenditore come quelli denunciati da Chaplin in Tempi moderni… è facile o difficile trovare lavoro oggi? 
Non è facilissimo trovare il lavoro che ti appassiona, però non è così difficile. Abitiamo in un paese difficile, dove è impossibile dire che non ci siano problemi di disoccupazione, specialmente giovanile o di precarietà professionale. È vero pure che secondo me ci sono tante piccole aziende che stanno crescendo in maniera sana, che han bisogno di risorse ma che fanno fatica a reperirle. È un momento difficile ma non credo sia impossibile trovare lavoro, anzi credi che bisogna avere lo spirito di sacrificio.

Alle volte però uno vuole raggiungere un obiettivo e deve fare dell’altro. Cosa dici a queste persone? Non saprei bene cosa dire. Dico solo che nella vita uno deve mirare a fare ciò che ciò che lo appassiona e lo rende felice. Se deve fare dell’altro ma questa situazione non lo rende felice, non so quale potrebbe essere la soluzione ma bisogna trovare il modo per avere degli obiettivi che oltre a portare una sicurezza finanziaria portino a una tua realizzazione personale.

Una impresa che fa sentire il proprio dipendente partecipe lo porta a essere non un numero ma parte di una comunità.
Assolutamente. Noi abbiamo aperto il primo punto vendita qui in via De Amicis in 18, ora siamo 540.
Il ragazzo che inizialmente lavava i vetri oggi è un area manager che gestisce 4 punti vendita.

Lavorate molto con i Paesi Arabi… come mai?
È stata soprattutto una questione di opportunità; aprendo il secondo punto vendita non avevamo molte risorse per strutturare un vero piano di sviluppo, abbiamo colto le opportunità di mercato. Tutte le persone che sono venute a richiederci affiliazioni in franchising, collaborazioni erano dal Medio Oriente. Forse perché sono abituati a comprare in altri paesi ciò che loro non hanno nel loro paese.

Pensi che ci sarà uno scontro tra queste culture? Occidentale e islamica? Con la quale noi lavoriamo tanto e che pure hanno comprato tanto anche a Milano.
Purtroppo lo scontro già c’è. È un dato di fatto. Quello che io è vedo è che lavorando in quei paesi (5 punti vendita in Arabia Saudita che visito spessissimo) c’è un movimento popolare che potrà fare qualcosa e cambiare la situazione… anche con l’utilizzo della rete, i giovani, la nuova generazione, i ragazzi della mia età e addirittura quelli prima, riescono ad essere culturalmente più evoluti e più aperti. Questo secondo me sarà il motore verso il cambiamento. È chiaro, non so quanti anni ci vorranno, quanto sarà difficile e se si potrà eliminare del tutto la frange più estrema di quella regione, però qualcosa sta cambiando. 5 anni fa quando noi siamo entrati in Arabia Saudita i locali erano o per uomini o per donne e ogni tavolo doveva avere le tende. Le persone arrivavano, si chiudevano attorno al proprio tavolo, si levavano il velo e si mangiavano il gelato. Oggi nell’ultimo locale che abbiamo aperto non esistono più le tende. Il primo anno che siamo andati c’era la polizia religiosa per strada, che ti obbligava a pregare per 5 volte, oggi non c’è più. Da un mese a questa parte la donna può iniziare a guidare. Insomma ci sono tanti cambiamenti in atto. È chiaro che lo scontro c’è ancora. La situazione attuale del Qatar è molto grave, molto critica. Purtroppo anche lì il sistema politico non è del tutto chiaro e trasparente quindi non è una situazione facile. Credo che la naturale evoluzione e anche l’apertura mentale che stanno avendo le nuove generazioni possa aiutare a trovare una mediazione tra le due culture.

Tu credi in Dio?
Non solo credo in Dio ma anche amo molto la nostra religione per i valori che professa.

La sensazione che ricordi quando hai messo la prima pietra qua in via de Amicis 25?
Eravamo molto spaventati, era un investimento importante.
Avevo coinvolto la mia famiglia perché da solo non avevo le risorse finanziarie. Mi sentivo molto spaventato per il fatto che i miei genitori abbiano sempre avuto fiducia e stima verso le mie idee, sempre puntato su di me. Questo ovviamente mi caricava e mi carica ancora oggi di responsabilità perché mi sento in dovere di mantenere le aspettative.

Il prodotto più buono che hai?
Negli ultimi due anni abbiamo selezionato una piantagione in Colombia io e mio padre che si chiama casa Lucher; un’azienda colombiana impegnata in moltissime attività anche sociali, sia nel recupero di piantagioni di cocaina sia per lo sviluppo di questi piccoli villaggi che nascono all’interno delle piantagioni del cacao e abbiamo selezionato una piantagione che produce una sola tipologia di cacao definito cacao fino d’aroma ovvero una certificazione internazionale per un cacao ricco di aromi, tra i più pregiati al mondo. Solo l’8% del cacao mondiale ha questa certificazione. Da due anni utilizziamo questo prodotto nei nostri store e credo che sia uno dei principali, qualitativamente superiore.

E questa vostra sensibilità sociale da cosa nasce?
Nasce dalla consapevolezza di essere fortunati nella vita e secondo me la fortuna spesso ti porta dei doveri nel senso che hai l’obbligo di ridare qualcosa indietro, “give back”. È un qualcosa che noi abbiamo sempre fatto nel nostro piccolo. Da tre mesi a questa parte andiamo negli ospedali a portare il gelato ai bambini malati, facendo un accordo con la onlus medicine buone per cui il 10% del nostro fatturato viene devoluto a questa associazione che va negli ospedali a regalare attimi di piacere, gioia e momenti di leggerezza ai bambini ricoverati. Ma è un qualcosa che credo sia quasi naturale nella mia famiglia nel senso che abbiamo sempre avuto un’attenzione verso chi è più in difficoltà. Quando abbiamo conosciuto questa azienda colombiana, già attiva in questi programmi, un’azienda familiare ma gigantesca, cresciuta tantissimo, ci siamo detti: questa è l’azienda perfetta per noi, c’è stato un match di valori e una collaborazione!

E quindi qual è il miglior gelato che posso mangiare?
Il gelato prodotto con questo cacao, Arauca 75% accompagnato eventualmente da lamponi o una crema di pistacchio.

Grazie mille Vincenzo per il tempo che ci ha dedicato e buona avventura!

Bravo ragazzo?

Esistono ancora i bravi ragazzi/e?
Viaggiando in treno o metropolitana è normale incrociare ragazzi e ragazze che chiacchierano tra loro o con se stessi o con i propri smartphone: cosa si diranno, penseranno e progetteranno?
Per certi versi i giovani di oggi rispetto a quelli dei miei tempi sembrano più ordinati e rispettosi delle cose, anche nei loro abbigliamenti stracciati a pagamento o mostranti questa o quella parte del corpo; per altri versi appaiono più capaci di profondità; da altri punti di vista però sono più individualizzati, chiusi e preoccupati della propria immagine.
Ogni tanto però mi sorge una domanda, una curiosità: sono bravi questi ragazzi? E, significa qualche cosa essere bravi ragazzi? Chissà quante volte anche loro si saranno sentito dire: “fai il bravo!”.
Normalmente sulle cronache si parla dei cattivi ragazzi, e i bravi ragazzi?
Una volta si diceva che i bravi ragazzi erano quelli tutto casa e chiesa/oratorio, non sempre era vero. Oggi, che i ragazzi frequentanti un oratorio non sono più tanti, chi sono i bravi ragazzi? Quelli di “Uomini e donne”?
Ognuno ha la propria esperienza di “fare il bravo”; un matematico direbbe che non è una corollario, ma una funzione variabile secondo l’ambiente in cui si è cresciuti.
Quindi chi è un “bravo ragazzo”? Ha senso parlare di bravi ragazzi? E chi ha il diritto di
giudicare un “bravo” ragazzo?
Ho provato a chiederlo a un po’ di giovani e meno giovani; non tutti hanno voluto rispondere e diversi si sono trovati in difficoltà nel trovare una risposta.
Sicuramente “non è una domanda facile”, “non ci ho mai pensato, certamente è qualche cosa che si percepisce” più che si definisce. Senz’altro è un’empatia con il mondo dentro di sé, accanto a sé, fuori e intorno di sé.
Un “bravo ragazzo” sa essere umile, attento, capace di creare relazione perché rispetta l’altro che gli sta accanto e cerca anche di aiutarlo anche quando fosse difficile. Un “bravo ragazzo” si ricorda di essere un ospite su questo pianeta e se ne prende cura, perché ha a cuore gli altri suoi simili.
Un “bravo ragazzo” oggi deve affrontare molte sfide, deve essere forte. Deve rispettare l’essere degli altri e aiutarli il più possibile. Deve saper ascoltare le persone che ha intorno e riuscire ad andare controcorrente in una società che è un mare burrascoso e non lascia mai pace.
In questo contesto un “bravo ragazzo” è chiamato a coltivare il proprio io, con le sue passioni, i suoi pregi e soprattutto i suoi difetti. È significativo poi che tre diciannovenni, di Roma, Bologna e Rio de Janeiro, ribadiscano con forza questo dovere e volere prima di tutto prendere coscienza di sé, con le proprie debolezze e qualità, imparando a conoscere meglio ciò che è. Deve fare questo e molto altro. Di certo non è poco.
Da questo punto in poi è chiamato a collocare nel centro della vita l’amore che più di tutti ha importante, per alcuni Dio, un Dio che chiede di donare ciò che si è ricevuto da Lui.
Una persona che procede in questo cammino di ricerca di sé e del mondo, combinando tutto ciò con il fare di tutti i suoi atti un gesto d’amore, conseguirà di essere non solo un buon ragazzo ma il miglior ragazzo possibile.
Forse più che osservare quel che appare di questo o quel ragazzo sulla metropolitana, bisogna imparare a entrare nelle loro profondità per scoprire non la voglia, che è sempre successiva, ma la consapevolezza di essere un “bravo ragazzo”, così da poterla sostenere e tentare a rendere un po’ più bello il mondo.
Ma di essere un “ragazzo bravo”, ne scriveremo un’altra volta.

pJgiannic
con Luigi, Andrea, Riccardo, Igor, Gregorio, Manuele.

Com essa #JuZacSinodo2018

Com essa #hashtag criada pelos nossos Jovens Zaccarianos, também nós barnabitas e jovens das nossas comunidades começamos a nos preparar para o próximo Sínodo dos bispos: os jovens, a fé e o discernimento vocacional.

Fortemente desejada pelo Papa Francisco, toda a Igreja é chamada a refletir sobre o modo em que está trabalhando com o mundo dos jovens em todas as suas latitudes humanas e geográficas e a buscar algumas respostas para as suas perguntas.
A carta que o Papa Francisco escreveu para apresentar os objetivos do Sínodo indica claramente qual deve ser o método a ser seguido para raciocinar e encontrar algumas respostas: orar, convocar, escutar, argumentar, discernir, escolher.
Também está claro no documento de preparação que esta atenção se concentra na escuta e no envolvimento dos jovens vizinhos e distantes para verificar melhor se talvez esse nosso cuidado pastoral para os jovens não tenha a necessidade de uma reforma.

Como os mais atentos conhecedores da nossa espiritualidade zaccariana podem notar, este metodo é muito parecido com a pedagogia barnabita que durante os séculos não quis os jovens como objetos passivos, mas como sujeitos ativos do próprio trabalho educativo e evangelizador.
Solicitados a convite do Papa, querendo “sair do sofá” sobre o qual muitas vezes gostamos de ficar adormecidos, começamos a encontrar com os jovens do Brasil, do Chile, da Argentina, por fim, os Italianos e mexicanos para preparar uma reflexão adequada para enviar ao Sínodo dos Bispos. Há tambem uma falta de envolvimento dos padres das pastorais jovens reunidas no Rio de Janeiro e em Bruxelas. A igreja não consiste apenas nos ministros, ou nos fieis, a Igreja é a união do Povo de Deus que procura crescer para fazer presente o Reino de Deus.
A primeira reação dos jovens a esta convocação foi apreciar o fato de ter sido perguntado seu ponto de vista, o fato de terem escutado a sua experiencia cristã com todas as fadigas que eles carregam; a segunda reação foi de gostar do confronto com os seus pastores; a terceira reação foi a de não querer perder o trem da reforma, especialmente porque muitos dos seus precisam escutar a boa nova, mas também porque não é fácil ser cristão sem correr o risco de se trancar em um canto.

No momento, ainda não possuímos os detalhes do caminho que queremos percorrer, vocês os encontrão no nosso blog, mas a vontade de fazer com profissionalismo é com certeza o primeiro e mais necessário desejo para um bom trabalho. Uma coisa é certa, pedimos a todos vocês, pessoalmente e em comunidade, que rezem para que esse caminho de discernimento nos leve aos frutos esperados.

Invoquemos juntos S. Alexandre M. Sauli para que acompanhe os jovens e os seus pastores a reconhecerem o “odor da ovelhas” que queremos conduzir.

Escritório da Pastoral Juvenil dos Padres Barnabitas.

Con este ##JuZacSinodo2018

Con este #hashtag creado por nuestros Jóvenes Zaccarianos también los Barnabitas y jóvenes de nuestras comunidades hemos iniciado a preparar el próximo Sínodo de los obispos: Los jóvenes, la fe y el discernimiento vocacional.

Querido vivamente por el Papa Francisco, toda la Iglesia está llamada a reflexionar sobre el modo en el cual se está trabajando con el mundo juvenil en todas las latitudes humanas y geográficas y a buscar respuestas a sus preguntas.
La carta que Papa Francisco ha escrito para presentar los objetivos del Sínodo indica con claridad cuál debe ser el método a seguir para reflexionar y encontrar las respuestas: orar, concovar, escuchar, reflexionar, discernir, escoger.
Es muy claro también en el documento de preparación esta atención a cuidar la escucha y el comprometer a los jóvenes cercanos y lejanos para verificar mejor si nuestro cuidado pastoral hacia los jóvenes mismos necesita de una reforma.
Como pueden notar los más atentos conocedores de nuestra espiritualidad zaccariana, este método es muy cercano a la pedagogía barnabita que en los siglos ha siempre querido a los jóvenes no como objeto pasivo, sino que como sujeto activo del proprio trabajo educativo e evangelizador.

Llamados por la invitación del Papa, queriendo “bajar del trono” sobre el cual a menudo nos agrada permanecer, hemos comenzado a encontrar a los jóvenes de Brasil, Chile, Argentina, aquellos italianos y mexicanos proprio para preparar una reflexión adecuada de enviar al Sínodo de los Obispos. No falta además el compromiso de los padres destinados a la pastoral juvenil convocados en Río de Janeiro y en Bruselas. La Iglesia no son solo los ministros y los fieles, la Iglesia es el todo el Pueblo de Dios que busca de crecer para hacer presente el Reino de Dios.
La primera reacción de los jóvenes a esta convocación ha sido la de apreciar que se les pidiese su punto de vista, que se escuchase su experiencia cristiana con todas las dificultades que conlleva; la segunda reacción ha sido la de agradecer el confrontarse con sus pastores; la tercera reacción es la de no querer perder el tren de la reforma, especialmente porque tantos de sus conocidos necesitan escuchar la Buena Noticia, pero además lo difícil de ser cristianos y no ser encasillados.

Por el momento no tenemos el detalle del camino que queremos recorrer, lo encontrarán en nuestro blog, pero el deseo de trabajar con profesionalidad es seguramente el primer y necesario buen augurio para un buen trabajo.
Una cosa es cierta, pediremos a todos ustedes, en modo personal o en comunidad, de rezar para que este camino de discernimiento nos dé los frutos esperados.

Invocando juntos a s. Alejandro M. Sauli, para que acompañe a los jóvenes y a sus pastores a reconocer el “olor de las ovejas” que queremos llegar.

 
Departamento de Pastoral Juvenil de los Padres Barnabitas.

Departamento de Pastoral Juvenil de los Padres Barnabitas.

I giovani, la fede e il discernimento vocazionale

 Cari amici di Giovani Barnabiti, speriamo farvi cosa gradita offrendovi una sintesi del documento preparatorio per il prossimo Sinodo dei Vescovi I giovani, la fede e il discernimento vocazionale che si svolgerà a Roma il prossimo ottobre 2018.

Il documento preparatorio (con questionario allegato), I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, per la XV assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, si compone di tre capitoli, una introduzione e il questionario.

Nella Lettera di papa Francesco ai giovani leggiamo le indicazioni base del documento.
Partendo dalla figura di Abramo invitato a uscire dalla propria terra per dare compimento alla promessa papa Francesco chiede ai giovani di uscire dal solito per cercare e testimoniare le novità di Dio; chiede ai giovani non di uscire per lo sballo o a causa di prevaricazione, guerra o ingiustizia, come spesso accade, ma per ballare la danza della vita.
Tutto ciò richiede un attento discernimento per capire la propria vita.
Bisogna però che si ascolti la voce dello Spirito, sia i giovani, sia la Chiesa chiamata ad ascoltare i giovani: «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (S. Benedetto).

Introduzione

Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi come per Samuele (1Sam 3,1ss) e Geremia (Ger 1,4ss).
Tutti gli uomini sono chiamati alla gioia piena, i giovani credenti sono invitati a capire come le proprie scelte quotidiane da cui non ci si può esimere possono condurre a questa pienezza.
Questo documento preparatorio, a cui i giovani sono invitati a rispondere attraverso una consultazione via web, si delinea dalla situazione socio culturale attuale, attraverso i percorsi di discernimento, sino agli snodi di una pastorale giovanile e vocazionale.
In particolar modo il documento tiene come riferimento la figura del discepolo Giovanni per cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amore e la vita in pienezza nel dono di sé e nella partecipazione all’annuncio della buona novella.

  1. I GIOVANI NEL MONDO DI OGGI

Esiste una pluralità di mondi giovanili.
Ci sono diversità demografiche; differenze di origine storiche; differenze di genere.
Il documento usa il termine giovani per persone comprese circa tra i 16 e i 29 anni. «In ogni caso è bene ricordare che la giovinezza, più che identificare una categoria di persone, è una fase della vita che ciascuna generazione reinterpreta in modo unico e irripetibile» (p. 16).

  1. In un mondo che cambia rapidamente

Siamo di fronte a un mondo in cambiamento veloce in un contesto di fluidità e incertezza mai accaduto precedentemente, che chiede una riflessione e una programmazione a lungo termine, «facendo attenzione alla sostenibilità e alle conseguenze delle scelte di oggi in tempi e luoghi remoti».
La crescita dell’incertezza incide sulla condizione di vulnerabilità in larghe fasce della popolazione.
L’incertezza e la fluidità sono dovute anche allo scientismo e all’intreccio tra paradigma tecnocratico e facile ricavo che portano a una sempre maggiore solitudine. (Misericordia et Misera 3; Laudato sii 20-22; Deus Caritas Est…).
Non dimentichiamo poi la multiculturalità e multireligiosità attuale.

  1. Le nuove generazioni

La sfida della multiculturalità attraversa in modo particolare le nuove generazioni, in equilibrio tra globalizzazione e localizzazione d’origine. Pensiamo poi alle tante conseguenze di vita di tanti giovani costretti alle diverse periferie socio-culturali-religiose. «troppi sono nel mondo coloro che passano direttamente dall’infanzia all’età adulta e a un carico di responsabilità che non hanno potuto scegliere. Spesso le bambine, le donne, pagano più di tutti» (p.
Verifichiamo poi una discrepanza tra giovani passivi e scoraggiati (NEET) e quelli intraprendenti e vitali, frutto di opportunità offerte dal background. «Oltre che nella passività, la mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità può manifestarsi in una eccessiva preoccupazione per la propria immagine e in un arrendevole conformismo alle mode del momento».
I giovani cercano ancora figure di riferimento adulte purché vi sia un confronto alla pari. Per molti versi gli adulti tendono a iperproteggere o ad allontanarsi.
Nei confronti delle istituzioni sussiste una prevalente sfiducia, indignazione e indifferenza. Questo riguarda anche la Chiesa. La vorrebbero più vicina alla gente, più attenta ai problemi sociali, ma non danno per scontato che questo avvenga nell’immediato.
Tutto ciò accade in una situazione in cui i giovani cominciano a vivere non «contro» Dio, ma «senza» Dio e «senza» la Chiesa, affidandosi poi a religiosità e spiritualità alternative… In molte realtà poi la Chiesa è sempre meno presente a favore della cultura consumistica e individualistica attuale.
Non dimentichiamo poi il mondo della comunicazione, con la sua dimensione virtuale molto reale! «L’esperienza di relazioni tecnologicamente mediate struttura la concezione del mondo, della realtà e dei rapporti interpersonali e con questo è chiamata a misurarsi l’azione pastorale, che ha bisogno di sviluppare una cultura adeguata» (p. 24).

  1. I giovani e le scelte

Fluidità e precarietà indicano la fatica di scelte definitive per il futuro e richiedono un percorso sempre più riflessivo. In questo contesto i vecchi approcci pastorali educativi non tengono più. «”Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampi respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”. La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo» (Benedetto XVI).
Gesù è ancora affascinante, ma la situazione attuale pone molte difficoltà di scelta.
«In questo quadro risulta particolarmente urgente promuovere le capacità personali mettendole al serivzio di un solido progetto id crescita comune». Il protagonismo dei giovani può essere una fruttuosa opportunità.
«L’innovazione sociale esprime un protagonismo positivo che ribalta la condizione delle nuove generazioni: da perdenti che chiedono protezione dai rischi del mutamento a soggetti del cambiamento capaci di creare nuove opportunità. È significativo che proprio i giovani – spesso rinchiusi nello stereotipo della passività e dell’inesperienza – propongano e pratichino alternative che mostrano come il mondo o la Chiesa potrebbero essere. Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire. In altri termini, progettare il cambiamento secondo i principi della sostenibilità richiede di consentire alle nuove generazioni di sperimentare un nuovo modello di sviluppo. Questo risulta particolarmente problematico in quei Paesi e contesti istituzionali in cui l’età di chi occupa posti di responsabilità è elevata e rallentano i ritmi di ricambio generazionale» (p. 27).

  1. FEDE, DISCERNIMENTO, VOCAZIONE 

La Chiesa vuole ribadire il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso.
Ognuno di noi nasce tre volte: naturalmente, nel battesimo, nel passare alla vita celeste. Ognuno di noi è chiamato a custodire e aiutare a custodire questo percorso. Come ha fatto Giuseppe, uomo mite, ma deciso. Custodire deve essere la parola chiave per accompagnare i giovani e per prepararci e vivere il prossimo Sinodo.

  1. Fede e vocazione

Una vita di fede è un dono, il dono di sentirsi scelti e amati, per amare. Si ama perché si è amati.
La fede non è un rifugio per uomini senza coraggio, ma trampolino di lancio per la vita: «Luce per illuminare tutti i rapporti sociali, contribuendo a costruire la fraternità universale»[1].
Credere significa mettersi in ascolto dello Spirito e in dialogo con la Parola che è via, verità e vita con tutta la propria intelligenza e affettività, imparare a darle fiducia incarnandola nella concretezza del quotidiano con le sue gioie e le sue sofferenze, con le sue opportunità e i suoi ostacoli.
Spazio di questo dialogo è la coscienza, «nucleo più segreto e sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16). Discernere la voce dello Spirito e decidere che risposta dare è un compito assolutamente personale: gli altri possono accompagnare ma mai sostituire.
Infine teniamo presente che l’uomo comunque non perde mai la radicale capacità di riconoscere il bene e di compierlo.

  1. Il dono del discernimento

Discernimento è la capacità di prendere decisioni e orientare le proprie azioni. È una antica disciplina della Chiesa che si applica alla Storia, discernimento dei segni dei tempi; al bene e al male, discernimento morale; alla santificazione, discernimento spirituale.
Il discernimento non riguarda solo la propria realizzazione umana e professionale, ma come vivere la buona notizia, come rispondere alla chiamata del Vangelo. Attraverso il matrimonio, la consacrazione, il sacerdozio, nella vita professionale, nel volontariato, nel servizio agli ultimi, nell’impegno politico.
Siamo chiamati a illuminare la vita quotidiana con la luce dello Spirito attraverso un discernimento composto da riconoscere, interpretare, scegliere (Ev. Gaudium 51).

Riconoscere
Significa far affiorare la ricchezza emotiva di ognuno di noi, nominare le sue passioni senza giudicarle, ma cogliendo il «gusto» che lasciano, cioè la consonanza o dissonanza fra ciò che sperimento e ciò che c’è di più profondo in me.
In questa fase la parola di Dio è di grande aiuto nell’evidenziare le ferite e le opportunità. La fase del riconoscere mette al centro la capacità di ascolto e l’affettività della persona, senza sottrarsi per paura alla fatica del silenzio.

Interpretare
Ciò che si prova, riconosce, va interpretato per capire cosa ci chiede lo Spirito. Non basta fermarsi al “mi ha colpito molto” bisogna capire il perché. Nel discernimento la realtà è superiore all’idea e alle situazioni temporanea belle o brutte.
Per interpretare desideri e moti interiori è necessario confrontarsi onestamente, alla luce della parola di Dio, anche con le esigenze morali cristiane, sempre cercando di calarle nella situazione.

Scegliere
Scegliere è un atto di libertà umana; si sottrae alla forza cieca delle pulsioni, che non sono criterio ultimo, si libera dalla soggezione a istanze esterne alla persona e dunque eteronome, richiedendo una coerenza di vita.
«Promuovere scelte davvero libere e responsabili, spogliandosi da ogni connivenza con retaggi di altri tempi, resta l’obiettivo di ogni seria pastorale vocazionale. Il discernimento ne è lo strumento principe, che permette di salvaguardare lo spazio inviolabile della coscienza, senza pretendere sostituirsi ad essa (cfr. Amoris L. 37).
La decisione richiede di essere messa alla prova dei fatti in vista della sua conferma; va vissuta anche a rischio di sbagliare.

  1. Percorsi di vocazione e missione

Il discernimento vocazionale è un processo lungo, che si snoda nel tempo, durante il quale continuare a vigilare sulle indicazioni del Signore perché ogni vocazione è personale e irripetibile.
La vocazione non è una autorealizzazione narcisistica di sé, ma la realizzazione del dono di sé cui siamo chiamati dal dono dell’amicizia di Dio. Solo lasciando il centro di sé con propri soli bisogni apre al progetto di Dio nella vita famigliare, consacrata, sacerdotale e anche professionale. Per questo è molto importante il contatto con le povertà della vita.

  1. L’accompagnamento

Alla base del discernimento tre punti fondamentali della vita umana riletti alla luce dello Spirito: lo Spirito di Dio agisce nel cuore di ogni persona; il cuore umano si trova normalmente diviso a causa del peccato; il percorso della vita impone il decidere.
Tra gli strumenti per accogliere la chiamata del Signore molto importante è l’accompagnamento personale. L’a.p. richiede una continua verifica nello Spirito.
Si tratta di favorire la relazione tra la persona e il Signore, collaborando a rimuovere ciò che la ostacola. Sta qui la differenza tra l’accompagnamento al discernimento e il sostegno psicologico, che pure, se aperto alla trascendenza, si rivela spesso di importanza fondamentale. Lo psicologo sostiene la persona nelle difficoltà e la aiuta a prendere consapevolezza delle sue fragilità e potenzialità; la guida spirituale rinvia la persona al Signore e prepara il terreno all’incontro con Lui (Cfr Gv 3,29s).
I brani evangelici che narrano l’incontro di Gesù con le persone indicano elementi importanti per formare chi è chiamato ad accompagnare le persone: sguardo amorevole (Gv 1,35ss); parola autorevole (Lc 4,32); farsi prossimo (Lc 10,25ss); camminare accanto (Lc 24,13ss); testimonianza autentica e controcorrente (Gv 13,1ss).
La Chiesa è chiamata ad accompagnare, non a impadronirsi della fede dei giovani. Ecco perché è importante invocare la luce dello Spirito.

III. L’AZIONE PASTORALE
In questo capitolo si vuole riflettere sulla attuale sfida della cura pastorale e del discernimento vocazionale, ambiti differenti ma reciproci.

  1. Camminare con i giovani

Non possiamo attendere che i giovani vengano a noi, siamo chiamati a uscire per incontrarli là dove sono; l’abbandono postcresima è un chiaro segnale di questa esigenza. «La pastorale vocazionale è imparare lo stile di Gesù che passa nei luoghi della vita quotidiana, si ferma sena fretta e, guardando i fratelli con misericordia, li conduce all’incontro con Dio» (Francesco, 21 X 16).
È necessario valorizzare la creatività di ogni comunità per costruire proposte capaci di intercettare le richieste dell’oggi. Restare semplicemente chiusi nel «comodo criterio pastorale del “si è sempre fatto così”», senza «essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità» (EvGa 33).

Uscire
Papa Francesco invita la pastorale a uscire dalle rigidità che rendono poco credibile la gioia del Vangelo. Uscire è anche segno di libertà interiore da attività e preoccupazioni abituali, così da permettere ai giovani di essere protagonisti.

Vedere
Uscire significa disponibilità a passare/condividere del tempo con i giovani. È questo lo sguardo di ogni autentico pastore, capace di vedere nella profondità del cuore senza risultare invadente o minaccioso; è il vero sguardo del discernimento.

Chiamare
Lo sguardo di Gesù si trasforma sempre in una parola che chiama.
Chiamare significa ridestare il desiderio, smuovere le persone; porre delle domande a cui non ci sono risposte preconfezionate.

  1. Soggetti

Tutti i giovani, nessuno escluso
I giovani sono soggetti e non oggetti; nessuno escluso, specialmente i poveri, dimenticati ed esclusi, nelle zone di violenza e guerra. La Chiesa stessa è chiamata a imparare dai giovani.

Una comunità responsabile
Tutta la comunità cristiana è responsabile dell’educazione dei giovani e del loro coinvolgimento anche negli organismi di guida della Chiesa.
Molte sono le proposte verso i giovani. Talvolta questa dimensione progettuale lascia spazio all’improvvisazione e all’incompetenza: è un rischio da cui difendersi prendendo sempre più sul serio il compito di pensare, concretizzare, coordinare e realizzare la past. giov. in modo corretto, coerente ed efficace. Anche qui si impone la preparazione specifica e continua dei formatori.

Le figure di riferimento
Servono adulti credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento.
Occorre formare e sostenere con maggiori competenze pedagogiche persone adatte.

– Genitori e famiglia, vd. Amoris Laetitia, 259-290.

– Pastori, responsabili della chiamata del Signore che anche voi avete ricevuto (21 X 2016).

– Insegnanti e altre figure educative, rispondere con generosità alla propria vocazione è il primo modo di fare pastorale vocazionale.

  1. Luoghi

La vita quotidiana e l’impegno sociale
Diventare adulti significa imparare a gestire in autonomia dimensioni della vita che sono al tempo stesso fondamentali e quotidiane. Queste dimensioni sono luoghi in cui impostare la capacità di scegliere. Pensiamo alla fatica del mondo del lavoro: quale luce della fede?
La capacità di ascoltare i poveri. Le azioni comunitarie con cui ci si prende cura della casa comune e della qualità della vita dei poveri «quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali» (LaS 232) e quindi anche in occasione di cammini e di discernimento vocazionale.

Gli ambiti specifici della pastorale
La Chiesa offre tante opportunità formative ai giovani. La sfida per questi luoghi e per chi li anima è di procedere sempre più nella logica della costruzione di una rete integrate di proposte, e di assumere nel proprio modo di operare lo stile dell’uscire, vedere, chiamare.
GMG; parrocchie; università e scuole cattoliche; attività sociali e di volontariato [si offrono ancora sollecitazioni già affermate sopra!]; associazioni e movimenti ecclesiastici; seminari e case di formazione.

Il mondo digitale
Per le ragioni già ricordate, merita una menzione particolare il mondo dei new media, che soprattutto per le giovani generazioni è divenuto davvero un luogo di vita; offre tante opportunità inedite, soprattutto per quanto riguarda l’accesso all’informazione e la costruzione di legami a distanza, ma presenta anche rischi (ad esempio cyberbullismo, gioco d’azzardo, pornografia, insidie delle chat room, manipolazione ideologica, ecc.). Pur con molte differenze tra le diverse regioni, la comunità cristiana sta ancora costruendo la propria presenza in questo nuovo areopago, dove i giovani hanno certamente qualcosa da insegnarle.

  1. Strumenti

I linguaggi della pastorale
La fatica di un linguaggio che aiuti a una migliore comunicazione.
Il mondo dello sport.

La cura educativa e i percorsi di evangelizzazione
Rispetto al passato dobbiamo abituarci a percorsi di avvicinamento alla fede sempre meno standardizzati e più attenti alle caratteristiche personali e di ciascuno.
La sfida delle comunità è risultare accoglienti per tutti, seguendo l’esempio di Gesù che sapeva parlare con giudei e samaritani, con pagani greci e romani, cogliendo il desiderio profondo di ciascuno di loro.

Silenzio, contemplazione, preghiera
In particolare la Lectio Divina è un metodo prezioso che la Tradizione ci consegna.

  1. Maria di Nazareth

La sua figura è un vero e proprio modello di incontro, ascolto, problemi da affrontare, scelta e gioia da testimoniare.

 

QUESTIONARIO

Scopo del questionario è aiutare gli Organismi aventi diritto a esprimere la loro comprensione del mondo giovanile e a leggere la loro esperienza di accompagnamento vocazionale, in vista della raccolta di elementi per la redazione del Documento di lavoro o Instrumentum laboris.

Al fine di tener conto delle diverse situazioni continentali, sono state inserite, dopo la domanda n. 15, tre domande specifiche per ciascuna area geografica, cui sono invitati a rispondere gli Organismi interessati.

Per rendere più agevole e sostenibile questo lavoro si pregano i rispettivi organismi di inviare in risposta indicativamente una pagina per i dati, sette-otto pagine per la lettura della situazione, una pagina per ciascuna delle tre esperienze da condividere. Se necessario e desiderato, si potranno allegare altri testi a supporto o integrazione di questo dossier sintetico.

  1. Raccogliere i dati

Si prega di indicare possibilmente le fonti e gli anni di riferimento. Si possono aggiungere in allegato altri dati sintetici a disposizione che sembrino rilevanti per comprendere meglio la situazione dei diversi Paesi. 

– Numero di abitanti nel Paese/nei Paesi e tasso di natalità.

– Numero e percentuale di giovani (16-29 anni) nel Paese/nei Paesi.

– Numero e percentuale di cattolici nel Paese/nei Paesi

– Età media (negli ultimi cinque anni) al matrimonio (distinguendo tra uomini e donne), all’ingresso in seminario e all’ingresso nella vita consacrata (distinguendo tra uomini e donne).

– Nella fascia 16-29anni, percentuale di: studenti, lavoratori (se possibile specificare gli ambiti), disoccupati, NEET.

  1. Leggere la situazione
  2. a) Giovani, Chiesa e società

Queste domande si riferiscono sia ai giovani che frequentano gli ambienti ecclesiali, sia a quelli che ne sono più lontani o estranei. 

  1. In che modo ascoltate la realtà dei giovani?
  2. Quali sono le sfide principali e quali le opportunità più significative per i giovani del vostro Paese/dei vostri Paesi oggi?
  3. Quali tipi e luoghi di aggregazione giovanile, istituzionali e non, hanno maggior successo in ambito ecclesiale, e perché?
  4. Quali tipi e luoghi di aggregazione giovanile, istituzionali e non, hanno maggior successo fuori dall’ambito ecclesiale, e perché?
  5. Che cosa chiedono concretamente i giovani del vostro Paese/i alla Chiesa oggi?
  6. Nel vostro Paese/i quali spazi di partecipazione hanno i giovani nella vita della comunità ecclesiale?
  7. Come e dove riuscite a incontrare i giovani che non frequentano i vostri ambienti ecclesiali?
  8. b) La pastorale giovanile vocazionale
  9. Quale è il coinvolgimento delle famiglie e delle comunità nel discernimento vocazionale dei giovani?
  10. Quali sono i contributi alla formazione al discernimento vocazionale da parte di scuole e università o di altre istituzioni formative (civili o ecclesiali)?
  11. In che modo tenete conto del cambiamento culturale determinato dallo sviluppo del mondo digitale?
  12. In quale modo le Giornate Mondiali della Gioventù o altri eventi nazionali o internazionali riescono a entrare nella pratica pastorale ordinaria?
  13. In che modo nelle vostre Diocesi si progettano esperienze e cammini di pastorale giovanile vocazionale?
  14. c) Gli accompagnatori
  15. Che tempi e spazi dedicano i pastori e gli altri educatori per l’accompagnamento spirituale personale?
  16. Quali iniziative e cammini di formazione vengono messi in atto per gli accompagnatori vocazionali?
  17. Quale accompagnamento personale viene proposto nei seminari?
  18. d) Domande specifiche per aree geografiche

AFRICA

  1. Quali visioni e strutture di pastorale giovanile vocazionale rispondono meglio ai bisogni del vostro continente?
  2. Come interpretate la “paternità spirituale” in contesti dove si cresce senza la figura paterna? Quale formazione offrite?
  3. Come riuscite a comunicare ai giovani che c’è bisogno di loro per costruire il futuro della Chiesa?

AMERICA

  1. In che modo le vostre comunità si fanno carico dei giovani che sperimentano situazioni di violenza estrema (guerriglia, bande, carcere, tossicodipendenza, matrimoni forzati) e li accompagnano lungo percorsi di vita?
  2. Quale formazione offrite per sostenere l’impegno dei giovani in ambito socio-politico in vista del bene comune?
  3. In contesti di forte secolarizzazione, quali azioni pastorali risultano più efficaci per proseguire un cammino di fede dopo il percorso di iniziazione cristiana?

ASIA E OCEANIA

  1. Perché e come esercitano fascino sui giovani le proposte religiose aggregative offerte loro da realtà esterne alla Chiesa?
  2. Come coniugare i valori della cultura locale con la proposta cristiana, valorizzando anche la pietà popolare?
  3. Come utilizzate nella pastorale i linguaggi giovanili, soprattutto i media, lo sport e la musica?

EUROPA

– Come aiutate i giovani a guardare al futuro con fiducia e speranza a partire dalla ricchezza della memoria cristiana dell’Europa?

– Spesso i giovani si sentono scartati e rifiutati dal sistema politico, economico e sociale in cui vivono. Come ascoltate questo potenziale di protesta perché si trasformi in proposta e collaborazione?

– A quali livelli il rapporto intergenerazionale funziona ancora? E come riattivarlo laddove non funziona?

  1. Condividere le pratiche
  2. Elencate le tipologie principali di pratiche pastorali di accompagnamento e discernimento vocazionale presenti nelle vostre realtà.
  3. Scegliete tre pratiche che ritenete più interessanti e pertinenti da condividere con la Chiesa universale, e presentatele secondo lo schema che segue (massimo una pagina per esperienza).
  4. a)Descrizione: Delineate in poche righe l’esperienza. Chi sono i protagonisti? Come si svolge l’attività? Dove? Ecc.
  5. b)Analisi: Valutate, anche in chiave narrativa, l’esperienza, per coglierne meglio gli elementi qualificanti: quali sono gli obiettivi? Quali sono le premesse teoriche? Quali sono le intuizioni più interessanti? Come si sono evolute? Ecc.
  6. c)Valutazione: Quali sono i traguardi raggiunti e non? I punti di forza e di debolezza? Quali le ricadute a livello sociale, culturale, ecclesiale? Perché e in che cosa l’esperienza è significativa/formativa? Ecc.

 

[1] Ricordo un commento di Cardini al motto “Libertà, uguaglianza, fraternità”: forse la libertà si è sviluppata, l’uguaglianza quasi, ma la fraternità? Non dovrebbe forse essere questa la radice delle altre?

#JuZaccSinodo2018

#JuZacSinodo2018
con questo #hashtag creato dai nostri Giovani Zaccariani anche noi Barnabiti e giovani delle nostre comunità abbiamo cominciato a preparare il prossimo Sinodo dei vescovi: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.
Voluto fortemente da papa Francesco, tutta la Chiesa è chiamata a riflettere sul modo in cui sta lavorando con il mondo dei giovani in tutte le sue latitudini umane e geografiche e a cercare delle risposte alle loro domande.
La lettera che papa Francesco ha scritto per presentare gli obiettivi del Sinodo indica chiaramente quale deve essere il metodo da seguire per ragionare e trovare delle risposte: pregare, convocare, ascoltare, ragionare, discernere, scegliere.
È molto chiaro anche nel documento di preparazione questa attenzione a curare l’ascolto e il coinvolgimento dei giovani vicini e lontani per verificare meglio se forse la nostra cura pastorale dei giovani non abbia bisogno di una riforma.
Come possono notare i più attenti conoscitori della nostra spiritualità zaccariana, questo metodo è molto vicino alla pedagogia barnabitica nei secoli che ha sempre voluto i i giovani non come oggetto passivo, bensì come soggetto attivo del proprio lavoro educativo ed evangelizzatore.
Sollecitati dall’invito del papa, volendo “scendere dal divano” sul quale spesso ci piace rintanarci, abbiamo cominciato a incontrare i giovani del Brasile, del Chile, dell’Argentina, quindi quelli italiani e messicani proprio per preparare una riflessione adeguata da inviare al Sinodo dei Vescovi. Non manca poi il coinvolgimento dei padri deputati alla pastorale giovanile convocati a Rio de Janeiro e a Brussel. La Chiesa non è solo i ministri ovvero i fedeli, la Chiesa è l’insieme del popolo di Dio che cerca di crescere per rendere presente il Regno di Dio.
La prima reazione dei giovani a questa convocazione è stata quella di apprezzare che si chiedesse il loro punto di vista, che si ascoltasse la loro esperienza cristiana con tutte le fatiche che essa comporta; la seconda reazione è stata quella di gradire il confronto con i loro pastori; la terza reazione quella di non voler perdere il treno della riforma, specialmente perché tanti loro coetanei necessitano di ascoltare la bella notizia, ma anche perché non facile essere cristiani senza rischiare di venire chiusi in un angolo.
Al momento non abbiamo ancora il dettaglio del cammino che vogliamo percorrere, lo troverete sul nostro blog, ma la voglia di fare con professionalità è sicuramente il primo e necessario buon auspicio per un buon lavoro.
Una cosa è certa, chiederemo a tutti voi, personalmente e in comunità, di pregare perché questo cammino di discernimento porti i frutti sperati.
Invochiamo insieme s. Alessandro M. Sauli perché accompagni i giovani e i loro pastori a riconoscere l’“odore delle pecore” che vogliamo condurre.

Ufficio di Pastorale Giovanile dei Padri Barnabiti

Jovens reformadores!

O capítulo 18 das Contituições do nosso fundador foi escolhido para reflexão esse ano. O capítulo 18 é o capítulo sobre a reforma, ou melhor, sobre o reformador.
Não é uma reflexão geral sobre a reforma, mas sobre quem deve operar a reforma. Este capítulo foi escrito aos barnabitas, e escolhê-lo para vocês, laicos, e laicos jovens, é um belo desafio! Espero que nós, padres, sejamos capazes de acolher este desafio.
Hoje, venho falar a vocês, jovens. Os jovens são, por natureza, reformadores. Se não os são, significa que algo não está funcionando!
O papa Francisco confia nesse espírito reformador dos jovens, mas isso não começou com ele. O Concílio Vaticano II já havia enviado uma carta a todos os jovens e São Joao Paulo II deu início à JMJ!
O fato é que muitos têm medo dos jovens, especialmente dos jovens que possuem vontade de reformar!
O capítulo 18 se refere primeiramente aos padres barnabitas. Mas tambêm podemos lê-lo para os colaboradores laicos e para as Angélicas. Assim, penso que devem se perguntar: «O quanto vocês jovens das nossas comunidades ajudam a nós, barnabitas, a caminhar na reforma? O quanto e como vocês nos ajudam a colocar em pauta questões cruciais?».
Papa Francisco cita São Bento quando diz «recomendava aos abades consultar também os jovens antes de cada escolha importante, porque “muitas vezes é para os mais jovens que o Senhor revela a melhor solução”».
Não tive como refletir e estudar o quanto as comunidades jovens têm ajudado as comunidades religiosas a se reformarem para viverem com coerência o Evangelho, mas seria um ponto de reflexão muito interessante e importante. Normalmente se vê a composição das comunidades cristãs a partir dos padres, dos pastores frente aos fieis, mas nunca ao contrario. O valor do guia, o ministério do pastor, é sempre importante, mas provavelmente uma leitura mais a fundo seria importante e necessária.
2. Todos nós recebemos do Espirito Santo algumas “cartas” para jogar: há uma responsabilidade recíproca, de todos, em jogar bem estas cartas.
Eu tentarei contar um pouco como … O voluntariado pode ajudar a reformar o reformador. Para mostrar isso a vocês, tentarei manter em mente o que podemos ler no início e na metade do capítulo 18:
«Quando você perceber, pelos sinais expostos no capítulo anterior, que os bons costumes estão decaindo e a tibieza ganhando cada vez mais espaço, levante os seus olhos para enxergar a honra de Deus e o zelo pelo próximo e veja de que modo será possível reerguer os bons costumes…
E não se esqueça de que seria inútil pretender reformar os costumes sem o socorro da graça divina, a qual, porém, foi garantida que permanecerá conosco até o fim dos séculos (Mt.28,20).
Hoje, você vê que tudo está prosperando bem: não se alegre. Amanhã, verá tudo voltar-se contra você: não fique triste, mas siga a sua viagem com constância, que você chegará ao fim. Os corações volúveis desagradam muito a Deus, porque foram gerados e nasceram da infidelidade».
Hoje na Europa, nas Filipinas e no Brasil parece que os bons costumes não estão em alta, parece que a violência, a intolerância, o medo, a indiferença política estão em baixa. Todos falam sobre a reforma, mas ninguém é capaz de colocá-la em prática.
Frente a esta fadiga de encontrar um bom presente e um melhor futuro, o nosso SAMZ oferece aos seus “seguidores” uma virtude muito grande para alcançar a reforma.
3. Corram como loucos para Deus e para o próximo.
Esta afirmação é a sintese de uma preocupação de SAMZ no ser fiel a Deus e, em consequência, fiel ao homem, não só do ponto de vista espiritual, mas também da testemunha desta fidelidade que se traduz na caridade.
Não se pode afirmar que temos sempre a Graça de Deus conosco se não buscamos continuamente a Deus e ao próximo.
Não podemos procurar reflexões sobre voluntariado nos escritos de SAMZ, mas o seu modo de conceber a vida cristã, de compartilhar com os seus colaboradores (barnabitas, angélicas, leigos/casados) de vivê-la e propô-la ele nos oferece em algumas linhas:
– o fato de estar neste ambiente zaccariano não é um mero acaso, existem algumas indicações de SAMZ que podem nos dizer muito:
– SAMZ não queria que as despensas das comunidades ao final do mês ainda estivessem cheias de alimento, mas, se estivessem, estes deveriam ser compartilhados com os mais pobres;
– além disso, nos convida a ver a Eucaristia com amor, com paixão, com intimidade: não um olhar apenas, mas entrar em um relação, assim como Deus, que nessa Eucaristia entra em comunhão com nos humanos; do mesmo modo, se Deus entra em comunhão com nosso, nós somos chamados a entrar em comunhão com os que nos são confiados. Frente à Eucaristia ou com a Eucaristia? Frente aos outros ou com os outros?
– Provavelmente SAMZ não quis atingir apenas a despensa material (embora algumas perguntas sobre nossas geladeiras ou sobre nossos consumos devam ser feitas), mas também a despensa das nossas riquezas humanas quando temos muito só para nós, mas não dividimos.
– Talvez tenhamos um pouco de medo em estar diante da Eucaristia, provavelmente é uma ação que não fazemos muito, por muito tempo; não digo que vocês não ajudam os outros, mas que talvez não saibam ver os outros por aquilo que verdadeiramente são: pessoas feitas à imagem e semelhança de Deus, não das nossas necessidades de nos sobressair sobre os outros.
Dividir a nossa despensa e parar diante à Eucaristia nos leva a entrar diretamente no tema que mais nos interessa.
4. O economista Luigino Bruni escreveu: «o voluntariado que eu mais amo é aquele em que o voluntário se sente dentro de um relacionamento, não com um “simples” altruísta».
O voluntário não é apenas as coisas que ele pode oferecer, mas antes de tudo faz parte de um relacionamento de reciprocidade: «é esta a categoria que distingue o voluntariado católico». A reciprocidade é o próprio modo de ser de Deus que o Pai, o Filho e o Espirito Santo, assim como a Eucaristia (diria o nosso SAMZ) nos revela, porque a Eucaristia é o sacramento da reciprocidade entre Deus e nós.
O voluntariado é como o sal na sociedade, pois dá sabor às relações. Não se trabalha apenas porque é bonito ou porque faz bem, mas especialmente para receber. Não se pode ser feliz sozinho. O voluntário, na verdade, é o primeiro pobre, porque experimenta que a pobreza é uma condição existencial da vida, não é a falta dos bens, mas um saber que se depende dos outros. A pobreza é condição humana, não uma categoria de pessoas. Eu penso, portanto, que o voluntariado deva ser intenso como reciprocidade, como a oferta de um relacionamento: um dar e um ter gratuito, como gratuita é a Eucaristia que recebemos!
Não é talvez a Eucaristia a fonta da Graça Divina sem a qual não se pode viver?
5. É preciso, portanto, reler a experiência do voluntariado, não só como uma oferta de serviço de bens, mas como oferta de comunidades diferentes e de relacionamentos novos: não é “o que faço” mas “como vivo”.
As duas ou três horas do meu voluntariado são como a ponta do iceberg, devem esconder um estilo de vida. Quantas vezes repeti isso aos nossos jovens italianos: um estilo de vida. Como a globalização construiu uma contração do tempo e do espaço, do mesmo modo e ainda mais o voluntariado cristão deveria oferecer um aumento da reciprocidade, da gratuidade, da fraternidade.
A minha ideia de voluntariado é uma ideia antropológica, ou seja, um modo de conceber a existência como dom, não como altruísmo. A vida funciona quando você se ocupa dos outros e não funciona quando pensa sobre si próprio. O voluntário mostra isso, pois tem esse papel de sentinela, isto é, de mostrar aquilo que é de todos. O voluntariado é bom. Muita gente continua dizendo que é preciso mudar o mundo, mas se não há os pobres nem periferia, o mundo não poderá nunca mudar. As grandes mudanças no mundo ocorreram quando estávamos do lado do desconhecido, disse papa Francisco: Belém, a menor e mais desconhecida das cidades de Judá …
6. Mas não basta o bem em si, também é necessario ter presente o belo e o verdadeiro. Me explico. Típico do voluntariado verdadeiro é atribuir um valor intrinseco às coisas. Um voluntário que entende a dignidade das coisas é atento à beleza. Não se pode ser especialista do bom sem ser também do belo e do verdadeiro, porque os 3 não funcionam separados. O belo não é só a estética, o rolex ou a Gucci que podemos adquirir… o belo é aquilo que nos permite entrar no coração das coisas.
Não queria dizer uma loucura, mas quando o nosso SAMZ notou que a Euscaristia ficava jogada nos armários das sacristias, se apressou em tirá-la fora para expô-la entre a beleza das velas, dos hinos e dos cantos… a beleza no ser e o fazer as coisas é importante!
(Uma pergunta: As diversas carinhas que usamos para conversar, os emoticons, seriam talvez um sinal da beleza de hoje?)
7. Mas o voluntariado cristão também nos chama a uma outra palavra muito importante, além de muito bonita e um pouco negligenciada: fraternidade.
Fraternidade hoje siginifica reconhecer que estamos ligados a um relacionamento e, portanto, que os bens comuns estão à custa da fraternidade. A fraternidade, sendo um laço, é ambivalente e vunerável; algo que não acontece com a solidariedade.
A fraternidade é sempre experiência de vulnerabilidade, de fragilidade compartilhada e de abraço. Portanto, é essencial para a beleza do viver, porque te dá a dimensão do corpo e do limite do outro. Por isso, o voluntariado tem muito a ver com a fraternidade e menos com o ser solidário: sem fraternidade não há alegria, não há comunidade, mas indivíduos. Assim, não há felicidade.
A fraternidade é importante, porque oposta à fraternidade não há apenas a indiferença, mas também o fratricídio (morte dos irmãos). A fraternidade não é uma simples doação pelo telefone, mas envolve sempre uma relação com o outro, as suas ambivalências, o risco da ferida e da traição. Tudo aquilo siginifica que o relacionamento verdadeiro é sempre aberto à possibilidade da tragédia, senao não é um relacionamento verdadeiro, mas um hobby.
Fraternidade significa olhar para o outro além do seu esqueleto, siginifica entrar nele, reconhecer o seu coração, a sua tragédia.
8. Enfim.
Devemos ter atenção a um grande perigo: fazer do voluntariado um hobby entre tantos é esquecer o profissionalismo.
A questão do tempo não é problema maior, uma hora vivida bem é sem dúvida melhor que tantas vividas mal; uma hora dedicada bem entre as atividades que tenho que realizar ou entre as que a minha vida me pede é com certeza de grande valor.
A questão da “profissionalismo” é talvez um problema sério, hoje mais que ontem. Preisamos fazer bem aquilo que queremos fazer, da venda das tortas ao campo de trabalho em Milot ou em Miguel Pereira ou… as associações laicas atuam com muito profissionalismo e, embora lhes faltem uma alma, parecem vencedores. Muitas vezes temos uma alma, mas como não há um profissionalismo, ela se perde. Um profissionalismo feito de preparação, de trabalho, de retorno!
Hoje precisamos de jovens que nos levem a um maior profissionalismo. Um voluntariado vivido bem pode ajudar a nós, religiosos e padres, a sermos mais atentos no modo como levar vocês á alegria de Jesus.
Às vezes, vejo nas Igrejas padres que continuam a trabalhar como se fazia antes. Mas, enquanto vocês jovens andarem por outras estradas, procurem outras experiências de fé: falta uma reforma pedagógica, uma missão pedagógica capaz de entrar na alma de tantas pessoas que estão à sua volta. O problema da secularização é um problema no mundo, mas muitas vezes continuamos a trabalhar como sempre!
9. Um especialista da vida religiosa sobre a situação das mudanças que estamos vivendo dizia:
«geralmente se fala sobre 5 mecanismos para afrontar qualquer tipo de transição – resistir, permanecer de fora, distanciar-se, liquidar e colocar-se em atividade. Resistir = refutar aquilo que é novo se apoidando naquilo que já existe. Permanecer de fora = esconder-se no bunker, negar a novidade se escondendo no passado. Distanciar-se = fugir daquilo que é novo, saindo da novidade. Liquidar = jogar a toalha e admitir a derrota. Colocar-se em atividade = empenhar—se na novidade e responder com criatividade>>.
Mesmo com palavras diferentes, parece que estamos lendo alguns pensamentos do nosso Antonio Maria.
Quero concluir dizendo que o reformador, o jovem reformador é aquele que ajuda a Igreja a caminhar na reforma contínua.
Quando estavam em Cracóvia, disseram ao papa que não queriam estar deitados no sofá: sair do sofá não significa apenas andar daqui ou dali, mas procurar, experimentar, viver formas renovadas de pastoral, pedir aos pastores maior atenção ao mundo que muda.
Quando estavam no início do caminho, os barnabitas estavam vivendo uma situação realmente dramática, quando apareceu à sua porta um jovem de nome Alessando Sauli. Vocês devem saber que os padres não queriam acolhê-lo, mas a sua insistência venceu a resistência dos primeiros barnabitas. A sua paixão pelo espírito da reforma que havia nesses 4 ou 5 barnabitas, levou-no a apaixonar-se pela causa do Cristo Crucificado como Antônio M. havia apresentado. A sua paixão por Cristo o levou a apaixonar-se pela periferia daquela época (a Córsega) e pela força dessas periferias, elas se transformaram em testemunhas da reforma delas mesmas e da Igreja.
S. Alessando Sauli era jovem, muito jovem. Peçamos a sua intercessão para que nos ajude a nos apaixonar e apaixonar pela reforma de nós mesmos e da Igreja.
«Irmãos, procuramos mostrar a vocês essas poucas coisas: as quais – se vocês as seguirem, irão realizar com as próprias mãos – esperamos que possam vos conduzir à perfeição, fazendo-vos acima de tudo fugirem da tibieza:
– em louvor e honra a Jesus Cristo, O qual morreu em terra e reina vivo no Céu.
Amém».

Obrigado pela tradução para Pedro H.L e Bruno G.
p. Giannicola M. Simone
Copacabana 09 de setembro de 2017
#Enjuz2017

Spazi di vita o di morte?

L’uomo e la donna hanno bisogno di spazio per vivere; in uno spazio vero e proprio sono stati posti nella notte dei tempi; ma in quella notte gli è stato donato anche uno spazio particolare e originale: la coscienza.
Lo spazio non è solo un concetto fisico o geometrico, è prima di tutto lo spazio del proprio corpo con le sue ombre e le sue luci, con le sue scelte e non scelte.
Nel volgersi di questa estate 2017 come non evidenziare tanti spazi di opportunità ovvero di tragedie.
Tanti sono i giovani che hanno investito in spazio e tempo cattivi.
Forse ricorderemo quegli adolescenti o poco più che hanno seminato morte senza senso a Barcellona. Ma perché dimenticare quanti sono morti senza senso a causa di droghe o violenze gratuite?
Giovani che uccidono e giovani che sono uccisi nello spazio di poco tempo. Lo spazio della morte sembra l’unico spazio che si voglia veramente rivelare, mettere in luce. In un modo o nell’altro. Forse era già così anche ai tempi dei Montecchi e Capuleti?
È ardito pensare che comunque siamo sempre di fronte a forme di terrorismo che vuole guadagnare spazio a ogni costo.
Noi adulti vogliamo trovare lo spazio per ragionare su questi fallimenti educativi?
I giovani di Barcellona e non solo sono “s”cresciuti nelle periferie delle nostre città, con o senza ius soli! Ma anche tanti nostri giovani sono “s”cresciuti nelle periferie educative delle nostre modernità con ius soli e … ius sanguinis!
Quando dovevamo affrontare gli spazi delle banlieu dove eravamo?
E quando dovevamo affrontare gli spazi delle discoteche e delle droghe di vario genere?
I nostri giovani cercano spazi per vivere ma se non diamo loro spazio se lo cercano in altri modi.
Forse però possiamo dare loro lo spazio di piazza Indipendenza a Roma, magari una buona doccia finale potrebbe risolvere tanti problemi in modo più efficace di tante sfide educative.

Non so se i miei tempi giovanili fossero migliori, però so che possiamo avere tempi migliori se impariamo a dare più spazio alla creatività e alla voglia di essere di tanti giovani.
Basterebbe cambiare un poco il nostro sistema di vita, basterebbe chiedere un po’ di più purché sappiamo dare un po’ di più di vita
Se sono riuscito io a trovare spazi per tanti giovani con cui lavorare, sudare, pensare, pregare, giocare, investire del buon tempo in Italia, in Albania, in Brasile perché non potremmo riuscirci di più insieme?
Insieme, insieme, dobbiamo recuperare spazio per investire di più del tempo buono per i nostri giovani, se vogliamo che la morte non trovi più spazio nelle ramblas, nelle disco, nelle piazze. È una questione di coscienza!

Giannicola M. prete