Ricordiamo il futuro!

 

Con piacere pubblichiamo una riflessione di Angelo Bruscino, presidente dei Giovani Imprenditori Italiani, sul futuro da costruire.

Per molti anni abbiamo ascoltato le dichiarazioni di capi di stato, scienziati, economisti che raccontavano di quanto fosse importante investire ogni singola energia del presente per costruire il “Futuro”, abbiamo sognato con loro e con la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che abitano il nostro pianeta un domani dove si sarebbero fermate le guerre, dove la globalizzazione avrebbe costruito un pianeta senza confini commerciali ed umani, dove avrebbe vinto, il merito, la qualità, l’onestà nelle condotte personali ed aziendali, dove la giustizia si trasformasse da quella dei tribunali, a quella sociale, economica e soprattutto ambientale, dove al consumo sfrenato delle risorse si sarebbe posto rimedio con le rivoluzioni della tecnologia, delle rinnovabili, del design sui prodotti, dove la fame di cibo, di energia, di pace sarebbe stato il ricordo lontano di un’epoca meno civile, meno moderna, meno straordinaria di quella che avremmo vissuto, perché il mondo sarebbe sicuramente diventato per tutti, nessuno escluso, un luogo più sicuro, più verde, più libero …

Questo è il futuro che cerchiamo ancora oggi di ricordare, di fronte a questo presente che nonostante le tante promesse ed il vero impegno di pochi continuiamo a vivere cercando di sfuggire ai massacri di religione, alla fame di interi continenti, alle guerre più feroci, ai consumi più sfrenati, all’ignoranza sempre più dilagante nei giovani, ai populismi che urlano rabbia, al ripristino di frontiere tanto materiali quanto culturali, alla miopia dei politici che cancellano accordi ambientali per il proprio tornaconto elettorale, all’aggressività commerciale delle multinazionali che mettono il profitto dinnanzi a tutto, questo è il mondo che ogni giorno cerca di farci dimenticare cosa potremmo fare, cosa potrebbe diventare, che cerca disperatamente di cancellare le promesse di un’umanità più equa, più onestà e più felice.

A questo mondo che combatte contro il suo domani, vogliamo solo dire una cosa, noi “Ricordiamo ancora il Futuro” e continueremo a farlo fino a quando non si sarà realizzato.

Vivere da soli? Pentecoste 2017

Puoi vivere solo con te stesso?
Se vuoi morire sì, se vuoi vivere no!

Dio, che è vita, non è rimasto con se stesso, ma si è aperto a noi in Gesù e continua a vivere con noi nello Spirito santo.

Da 50 giorni attendiamo di celebrare il dono dello Spirito santo che ci permette di comprendere e essere cristiani: «Pace a voi, ricevete il mio Spirito santo!» ha detto il Risorto ai discepoli chiusi nel cenacolo per paura.
Se il giorno di Pasqua abbiamo celebrato il valore della vita, se nell’Ascensione un Dio che si carica la nostra umanità sino al cielo; oggi celebriamo la definitiva partecipazione di Dio della nostra umanità.
Attraverso il dono dello Spirito Dio ci dice che vuole continuare a vivere con quell’uomo e quella donna che aveva creato nella notte dei tempi e che oggi è ognuno di noi redento dal sangue di Cristo. L’uomo non è chiamato a essere solo!
Oggi Dio supera le porte chiuse dei nostri cenacoli, delle nostre coscienze, delle nostre paure per offrirci la piena comunione con Lui.

Molti sono gli uomini che vivono bene e fanno del bene, anche senza conoscere Dio, penso a tanti ricercatori, fisici, scienziati… ma chi sperimenta lo Spirito santo si accorge di non poter chiedere di più per vivere bene.
Possiamo dire tante cose dello e sullo Spirito santo, non sarebbero mai sufficienti per comprenderlo, per raccontarlo, per testimoniarlo. Per capirci qualche cosa però fare riferimento oggi a un passo della lettera di san Paolo ai Corinzi: «E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito… e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (12,13).

Tutti abbiamo ricevuto il Battesimo, eravamo piccoli, ci è stato imposto… (quante cose nella vita ci sono imposte e non brontoliamo); ma il Battesimo, la Confermazione, lo Spirito santo, se ne stanno lì, in un cantuccio se non li vogliamo tra i piedi, perché lo Spirito santo è discreto.
Ci ricordiamo del nostro Battesimo e della nostra Cresima? Ci ricordiamo solo per una fotografia o perché continuiamo ad abbeverarci ad esso?
Vi abbeverate all’acqua potente dello Spirito santo? Vi lasciate irrigare da questa acqua? Permettete che il fuoco dello Spirito apra le porte della vita per condividere con voi l’amore del Padre e del Figlio?

Il cenacolo dei discepoli era chiuso per paura, la paura della vita, delle meraviglie di Dio: Gesù, lo Spirito santo entrano nelle nostre vite senza aprire le porte, perché sono più forti delle nostre paure e ci aprono alla vita!
E la vita non è chissà che cosa, chissà quale impresa… la vita è i piccoli passi che con verità, onestà, giustizia, sofferenza e gioia vogliamo compiere ogni giorno.

In questi 50 giorni abbiamo considerato i piccoli passi di Gesù verso gli uomini, i piccoli passi dei discepoli verso Dio, i piccoli passi della Chiesa nascente: questa è la vita nello Spirito.
Sicuramente anche voi fate dei piccoli passi nello Spirito, ma dobbiamo osare di più, dobbiamo diventare trombe, strumenti dello Spirito santo per questo mondo che è bello, quindi ha il diritto di conoscere la fonte della bellezza, della bontà, della verità.

Vieni Spirito santo, visita le nostre vite e fa di noi strumenti della tua pace non solo tra le nuvole di questo incenso o tra le note di questi canti, bensì sulle strade degli uomini dove ci vuoi condurre. «C’è più carità in una goccia di operosità che in un mare di chiacchiere!» scriveva il nostro padre Semeria e Dio non è un mare di chiacchiere, ma miliardi di gocce di Spirito santo per noi.

Santa Pentecoste.

Buon compleanno giovanibarnabiti.it

1, 2, 3, 50 compleanni non importa quanti siano, ma che si festeggino.
Oggi, giorno della canonizzazione di sant’Antonio M. Zaccaria (1897), compie tre anni il nostro blog Giovanibarnabiti.it e il suo partner cartaceo IlGiovaniBarnabiti.
Un compleanno piccolo ma sempre un’occasione per fare il punto della situazione.

Un compleanno che quest’anno cade nella 51^ giornata per le comunicazioni sociali. Nel messaggio per l’occasione papa Francesco invita a non perdere di vista, nell’immenso e variegato panorama comunicativo attuale, la responsabilità di trasmettere il vero e il bello. La citazione di Cassiano rimanda al nostro Fondatore che di Cassiano era un estimatore: «La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale» comunicare per il bene dei lettori.

Certo il nostro blog non vuole gareggiare con altre ben più potenti, diffuse e dinamiche agenzie di formazione, ma nemmeno può chiudersi in una nicchia per pochi eletti. Anche noi siamo consapevoli di essere chiamati a «offrire ogni giorno un pane fragrante e buono». A noi giovani zaccariani questo monito “paninesco” ci richiama all’Eucaristia ma ancora di più alla responsabilità verso chi ci legge.

Un anno in più significa anche più maturità, più consapevolezza nel nostro pensare, scrivere, comunicare.
Papa Francesco invita i giornalisti a intraprendere la “logica della buona notizia”, che non è ingenua estetica ma capacità di far riconoscere il lievito o il seme che pur morendo è capace di far crescere il pane, una pianta.

Il nostro piccolo blog e connesso giornale hanno dato la possibilità in questi tre anni di sollecitare al pensare, allo scrivere, al comunicare molti dei nostri giovani, di sviluppare le proprie doti, di migliorare il proprio senso critico. In un mondo che spesso definiamo liquido in queste bande informatiche uno spazio di solidità non è un arroccarsi al passato, bensì una possibilità di poter marcare il tempo, di creare un po’ cultura, come nella più sana tradizione barnabitica.

I cristiani sono testimoni del Dio-con-noi che però sembra non vedersi tra noi, perché lo Spirito non si vede, ma c’è. L’augurio e il regalo per questo compleanno è di poter continuare a esserci con la nostra semplice visibilità per contribuire a far crescere il regno degli uomini e il regno di Dio.
«Anche oggi – conclude il messaggio – è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza».

Buon compleanno Giovanibarnabiti.it

 

Oltre le sbarre della carità

Recentemente ho avuto la possibilità di partecipare alla celebrazione di una messa nel penitenziario della città di Prato.
Sono sicura che questa possibilità sia stata un vero e proprio dono, in quanto sono riuscita a comprendere il vero senso della carità e del servizio verso gli altri in uno dei luoghi più difficili e particolari delle nostre città.
Essere stata lì, anche solo per un paio di ore, ha reso queste persone immensamente felici, così tanto da ringraziarci, da pregarci di tornare, perché, evidentemente, siamo riusciti a interrompere la ripetitività della loro quotidianità.
Da questa esperienza è emerso un crescente desiderio di aprirmi verso gli altri, anche solo per regalare un sorriso a chi ne ha bisogno.
Vedere i volti di quelle persone che, nonostante i loro errori e le loro storie, sono pronti ad accoglierti in una piccola cappella con grande gioia è stato un forte messaggio di incoraggiamento a continuare a testimoniare la carità e la cura verso l’altro, chiunque esso sia. Andare incontro al più povero, al più bisognoso, al peccatore e riconoscere in lui Gesù, volto di vero Amore e gioia infinita è stato, per me, un momento di grande impatto e crescita.
Quante volte si parla di carità, ma solo se ne parla e ci si accorge di non riuscire a concretizzarla. In questa mattina ho sentito vivi in me i principi di carità, amore e solidarietà fraterna come raramente mi era capitato di percepirli.
Ora bisogna fare il passo successivo: non fermarsi alla sola percezione di questi principi ma varcare altre porte della carità nel prossimo.

Bianca Contardi, Firenze, Gruppo Giovani parrocchia della Provvidenza

Cosa ci insegna Moreno!

Non ce l’ho con Moreno anche se non sono un suo fan; non voglio fargli la morale, anche se non condivido diverse sue scelte; neppure è mia intenzione dare un giudizio sulla persona, anche se parto dalla sua storia: lo faccio per arrivare a riflettere sui criteri che dovrebbero guidare le realtà ecclesiali che organizzano concerti ed eventi per i più giovani, a livello locale, nazionale o persino internazionale.

Anzitutto, ecco la storia. Prima tappa: il Giubileo dei Ragazzi. Lo scorso maggio, il nostro artista è tra i protagonisti dello spettacolo giubilare ufficiale, che si tiene allo stadio Olimpico di Roma; un evento che, nel programma, si trova dopo le confessioni in San Pietro e prima della Messa celebrata dal Papa. Seconda tappa: la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. Lo scorso luglio, il rapper è invitato ad un altro concerto, “Live da Cracovia”, ovvero la festa dei giovani italiani giunti in Polonia per incontrare il Papa. Terza tappa: Le Iene. Lo scorso ottobre, a Moreno organizzano uno scherzo televisivo: gli fanno credere che una ragazza con cui ha avuto una fugace relazione aspetta un bambino da lui; tra commenti divertiti di sottofondo, l’artista dice “Io non voglio tenere questo bambino”, mostrandosi particolarmente preoccupato per i soldi che gli può chiedere “la tipa” di cui fatica a ricordare il nome. Quarta tappa: L’Isola dei Famosi. Da pochi giorni si è conclusa l’edizione annuale del programma, durante la quale ha tenuto banco una relazione, vera o costruita ad arte, tra la pornostar Malena e, appunto, Moreno: una vicenda pruriginosa narrata anche in prima serata ed in fascia protetta, quella che dovrebbe tutelare i bambini.

Questa vicenda porta ad evidenziare la necessità di un primo criterio generale: la musica, lo spettacolo ed il divertimento non sono degli accessori, ma parte integrante dei percorsi educativi alla fede. La sfida educativa esige un solido, costante e competente impegno cristiano in questi ambiti, perché è qui che si definiscono sia l’immaginario, sia l’universo simbolico delle nuove generazioni. Da questo nasce un secondo criterio: la coerenza è una virtù, anche nei processi di comunicazione. Prendiamo, ad esempio, lo spot di un’autovettura: se l’obiettivo è esaltarne la forza o la resistenza non vedremo una ballerina di danza classica o una farfalla, semmai un lottatore di sumo o un leone; se invece l’obiettivo è valorizzarne la velocità, non vedremo un sollevatore di pesi o un bradipo, semmai un centometrista o un ghepardo. Invece, salvo rarissime eccezioni che di norma restano fuori dagli eventi ecclesiali, il mondo rap e hip-hop porta una visione dell’uomo e della donna non coerente con quella cristiana: basterebbe vedere qualche videoclip, per rendersi conto di come le ragazze vengano usate  per il divertimento altrui o di come l’alcol sia un compagno inseparabile del ballo oppure di come la droga non sia condannata. Arriviamo così al terzo criterio: l’artista è il messaggio. È bene non essere ingenui pensando che il messaggio sia solo quello che un artista dice o canta quando sale su un palco. Un esempio? A nessuno verrebbe in mente di invitare un dittatore sanguinario a parlare dell’amore verso i suoi figli e la sua famiglia, per non accreditare agli occhi dei presenti tutto quello che fa. Infine, un ultimo criterio ci viene suggerito da chi sostiene che queste riflessioni non abbiano più significato, perché la Chiesa deve dialogare con tutti, anche con chi ha istanze culturali diverse; se è auto-evidente che la missione della Chiesa è di-per-sé aperta al dialogo con chi è lontano, tuttavia un palco dove ci si esibisce senza contraddittorio non è il luogo del dialogo, ma della rappresentazione di progetti artistici portatori di modelli di vita, che devono essere minimamente coerenti con la finalità dell’evento. Altrimenti, nel tentativo di attirare i più giovani, si finisce ad investire denaro per accreditare chi li allontana. E di questo, prima o poi, bisognerà rispondere.

www.MARCOBRUSATI.com

A relação da fé com a medicina

A relação da fé com a medicina e a saúde

Enquanto o conceito antigo de saúde dizia respeito apenas ao físico das pessoas, hoje já se fala em saúde como algo mais amplo que engloba, além da física, a mental e a espiritual.
Sabe-se que o nosso corpo responde segundo a condição da nossa mente. Isso acontece pelo fato de tudo trabalhar junto em prol de um bom funcionamento.
No encéfalo, existem circuitos neuronais, o sistema límbico, que estão intimamente ligados às emoções e que influenciam em todo o desempenho do organismo.
Deste modo, quando estamos bem, neurotransmissores que nos dão uma sensação de bem-estar são liberados. A dor se ameniza e o corpo é capaz de trabalhar melhor, produzindo proteínas e renovando células, por exemplo. Em contrapartida, o estresse ativa esses mesmos circuitos de modo a induzir a liberação de neurotransmissores e hormônios, como o cortisol, que aumentam a depressão e o mal-estar.
Por isso a grande dificuldade da recuperação médica diante de uma grande enfermidade, pois, quanto mais doente, mais estressado e menor é a esperança de melhora.
Muitas pessoas, assim, agarram-se a uma luz no fim do túnel, mesmo quando não há mais tratamento possível, e obtêm melhora. Milagre? Com certeza, às vezes não sabemos explicar.
Portanto, a fé vem como um meio de renovação das esperanças: a cura de uma enfermidade, ou um fim suportável.
Vários são os relatos de pessoas que, por milagre, receberam a cura de uma doença que já não havia mais solução. No Evangelho, podemos ver vários casos, sendo um o da menina hemorrágica que foi curada ao tocar no manto de Jesus que disse: “Filha, a sua fé a curou! Vá em paz e fique livre do seu sofrimento” (Mc 5,34). Diante disso, hoje há estudos no campo da ciência que tentam conciliar os aspectos religiosos com os científicos na busca de um tratamento que reflita em maior adesão do paciente e mais rápida recuperação.
Segundo um psiquiatra brasileiro: “Antigamente, os médicos se lembravam da religião só quando o paciente parava de tomar um medicamento por causa dela. Hoje é comum perguntar sobre aspectos espirituais e religiosos para usá-los positivamente em um tratamento.”
Assim, algumas universidades dos Estados Unidos já apresentam uma disciplina com o intuito de preparar os estudantes da área de saúde a melhor acolher os pacientes que muitas vezes apresentam seu sofrimento por meio de uma linguagem que lhes é indecifrável. No Brasil, algo semelhante vem sendo implantado, um modelo que molde os estudantes para, no futuro, analisar o paciente como um todo. As diversas esferas, como a social, a profissional e a religiosa, devem ser levadas em conta para melhor compreender o paciente e seu problema, além de definir, de forma seleta, qual será o tratamento a partir dos recursos disponíveis.
Ademais, é sabido que um fator que contribui bastante para a melhora física é a relação médico-paciente. A empatia colocada em prática proporciona uma melhor segurança naquilo que será realizado, o que gera resultados mais positivos. Pois, a função do médico não é apenas tratar a doença, mas proporcionar melhor qualidade de vida às pessoas que o procuram. Como disse Hipócrates: “Curar quando possível; aliviar quando necessário; consolar sempre”.
A exemplo de SAMZ, devemos “exercer um serviço prestado unicamente por amor a Deus, vendo no rosto do enfermo a imagem de Cristo. Além de cuidar dos corpos, dizer piedosas palavras que ajudem a alma. O motivo do nosso trabalho não deve ser o dinheiro, mas servir ao homem que sofre.”

Pedro Henrique Lauar, Rio de Janeiro

Fede e medicina

La relazione della fede con la medicina e la salute
Mentre il vecchio concetto di salute si riferiva solamente alla dimensione fisica delle persone, oggi già si parla di salute come qualcosa di più ampio che comprende, oltre la dimensione fisica, la mente e lo spirito.
Si sa che il nostro corpo risponde in base alle condizioni della nostra mente. Questo accade per il semplice fatto che lavora tutto insieme per un buon funzionamento.
Nel cervello, ci sono circuiti neurali e il sistema limbico, che sono strettamente legate alle emozioni e che influenzano in tutto il disimpegno dell’organismo.
Così, quando stiamo bene, i neurotrasmettitori che ci danno una sensazione di benessere vengono rilasciati. Il dolore diminuisce e il corpo è in grado di lavorare meglio, producendo proteine e rinnovando cellule, per esempio. Al contrario, lo stress attiva questi stessi circuiti per indurre il rilascio di neurotrasmettitori e ormoni, come il cortisolo, che aumentano la depressione e il malessere.
Così la grande difficoltà di guarigione di fronte a una grave malattia cresce, perché quanto più siamo malati e stressati minore è la speranza di guarigione.
Molte persone, così, si aggrappano a una luce alla fine del tunnel, anche quando non c’è nessun trattamento possibile e ottengono la guarigione. Miracolo? Con certezza, a volte non si sa spiegare.
Pertanto, la fede si presenta come un mezzo per rinnovare le speranze: la cura di una malattia o di un fine tollerabile.
Ci sono diverse segnalazioni di persone che, miracolosamente, hanno ricevuto la guarigione da una malattia per la quale non c’era più una soluzione. Nel Vangelo, possiamo vedere un certo numero di casi di guarigione, uno della ragazza emorragica che fu guarita toccando il mantello di Gesù il quale ha detto: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Vai in pace e sii guarita dal tuo male.» (Mc 5,34). Così, oggi ci sono degli studi nel campo della scienza che cercano di conciliare gli aspetti religiosi con quelli scientifici nella ricerca di un trattamento che si rifletta in una migliore adesione del paziente e il recupero più veloce.
Secondo uno psichiatra brasiliano: «In passato, i medici si ricordavano della religione solo quando il paziente smetteva di prendere un farmaco a causa di essa. Oggi è solito fare domande su gli aspetti spirituali e religiosi per utilizzarli positivamente in un trattamento».
Così, alcune università degli Stati Uniti hanno già presentato una disciplina al fine di preparare gli studenti nel settore della sanità, per gestire e accogliere meglio i pazienti, che spesso presentano le loro sofferenze attraverso un linguaggio a loro incomprensibile.
In Brasile, è stato attuato qualcosa di simile, un modello che prepari gli studenti perché, nel futuro, possano analizzare il paziente nel suo complesso. I vari ambiti, come ad esempio quello sociale, professionale e religioso, devono essere presi in considerazione per capire meglio il paziente e il suo problema, oltre a definire, in forma selettiva, qual sarà il trattamento a partire dalle risorse disponibili.
Inoltre, è noto che un fattore che contribuisce abbastanza al miglioramento fisico è il rapporto medico-paziente. L’empatia messa in pratica fornisce una maggiore sicurezza in quello che sarà realizzato, che crea risultati più positivi. La funzione del medico non è solo curare la malattia, ma fornire una migliore qualità di vita alle persone che la cercano. Come ha detto Ippocrate: «Curare quando è possibile; alleviare quando è necessario, confortare sempre».
Come ci dà l’esempio il nostro SAMZ, dobbiamo «esercitare un servizio unicamente per amore di Dio, vedendo nel volto del paziente malato l’immagine di Cristo. Oltre a curare il corpo, dicano buone e pie parole che aiutino l’anima. La ragione del nostro lavoro non dev’essere quella economica, ma servire l’uomo che soffre».

Pedro Henrique Lauar

Da dove cominciare?

 

Da dove cominciare? Direi dall’inizio, la sera dell’arrivo quando ci siamo alzati uno per uno presentandoci e mostrando una facciata più che formale che si sarebbe sgretolata a breve grazie a un gomitolo che ci lanciavamo l’un l’altro per chiederci le generalità.

Sono stati solo tre giorni ma sufficienti per soffermarci un attimo, riflettere, riavvicinarci a Lui, e, con il Suo aiuto, a noi stessi. Si, perché per guardarsi dentro non serve sempre partire, ritirarsi: a volte, basta cercare lo spirito giusto e un po’ di coraggio.

In questi giorni di riflessione e condivisione abbiamo cercato il nostro specchio interiore. Per quanto tempo riesci a guardarti allo specchio? Dieci secondi? Venti? E no, non quando ti prepari la mattina o per uscire o per farti un selfie, quando ti guardi per guardarti, ma in ascensore, riflesso da solo a solo. Qui inevitabilmente il nostro “io” più profondo tenta di uscire fuori, di inviarci dei segnali che ci spiazzano in appena tre, quattro piani!

In fondo non abbiamo remore a vedere la nostra immagine riflessa dopo che non abbiamo agito al meglio? O, viceversa, non ci soffermiamo un po’ di più a guardarci quando siamo fieri di noi? A volte è così difficile guardarsi riflessi, perché diciamola tutta, ognuno di noi ha quella parte un po’ scomoda di sé che vorrebbe ignorare o mettere a tacere. Non parlo di un naso storto, di quei chili di troppo, dei capelli mai al loro posto. No, parlo dei pensieri mai al loro posto, delle emozioni scomode che scalpitano per uscire come piccole crepe dalla nostra anima.

Abbiamo uno strano modo di badare a noi stessi, l’apparire, fisico e sociale, spesso sorpassa le nostre più vere ragioni d’essere. A volte siamo talmente concentrati a condividere foto, momenti, sui vari social così da lasciarli impressi ovunque tranne che dentro di noi. Ormai sembra sempre più difficile trovare qualcosa che ci faccia dimenticare di condividerla perché siamo troppo impegnati a viverla. Forse potremmo distogliere lo sguardo da questi schermi, da questi like, da questi profili e cominciare a guardarci l’un l’altro: chi meglio di un vero amico può aiutare a guardarci dentro? Il confronto con gli altrici permette di crescere e rendere quelle crepe dei veri e propri panorami di luce. Quante volte non cerchiamo un contatto con una persona perché abbiamo paura di essere in torto, di non essere capiti o di essere di troppo. Nulla di più sbagliato. Con chi ci vuol bene abbiamo la possibilità di condividere silenzi senza “commentarli”, di ricordarci qualcosa per un odore o una canzone e non perché ce lo suggerisca facebook, di essere connessi con uno sguardo e un sorriso, senza spunte blu.

Prima ancora di guardarci dentro, potremmo provare a lasciare emergere la parte più vera di noi che, a nostra insaputa, si porta dietro tutto: sbagli, esperienze, vita, tutti i passi che ci hanno portato fino a qui.

I miei passi mi hanno portato ieri a un ritiro, oggi a scrivere, domani verso i miei sogni ma voglio che non vadano solo verso di me, ma anche verso gli altri. Come adesso, mentre vi racconto uno spicchio di vita che tanti ragazzi hanno condiviso (per davvero, senza internet!). Per trovare la nostra luce nei momenti bui, il nostro panorama oltre le crepe, sono i veri amici e chi ci ama a poterci guidare. Perché come fanno luce nei momenti bui e ci ricordano quanto siamo speciali, ci possono aiutare anche a vedere dove non vogliamo vedere, a essere i nostri occhi dove noi abbiamo posto delle bende. Così quella situazione difficile, quei cambiamenti ignorati, quei nostri modi di essere un po’ scomodi, piano piano prendono forma dentro di noi… prima sfocati e poi sempre più nitidi. Sarà allora che l’amico che ci ha aperto gli occhi, ci terrà per mano e ci aiuterà a trovare la strada. La stessa persona che ci ha aiutato a levare le nostre bende, ci aiuterà a tracciare la rotta.

Ad aspettare ognuno c’è il suo panorama, ogni mezzo dell’amicizia è consentito per raggiungerlo purché accompagnato da lealtà, fiducia, coraggio. Non ci resta allora che cominciare, partire e poi ripartire ancora, ogni volta portando dietro quel bagaglio che sono le nostre esperienze. Come quando, finito il ritiro, ci siamo salutati e abbiamo ripreso le nostre strade. Forse erano sempre le stesse che ci portavano a casa ma questa volta con un po’ più di luce dentro, sempre più vicini al nostro panorama con la certezza che ciò che è veramente condiviso non si “archivia” mai.

Valentina – Roma

Amore a 18 anni

L’amore è sempre stato uno, se non il più, comune dei sentimenti che ‘colpiscono’ l’uomo.
Tale sentimento è cambiato con il passare degli anni. dall’amore ai tempi di Dante, per molti aspetti ‘spirituale’, a quello dei tempi nostri, più di contatto ‘fisico’.
Nella nostra era di comunicazione di massa e dei social l’amore è sicuramente cambiato rispetto a 50 anni fa.
Attraverso i vari Facebook o altri, questo sentimento si è per certi aspetti ‘semplificato’. Infatti basta ‘chattare’ con la persona interessata, senza aver bisogno di vederla fisicamente, per cercare di iniziare una relazione. Questa opportunità seppure ha reso l’amarsi più semplice rispetto a molti anni fa, lo rende al tempo stesso più difficile.
Se due ragazzi si sono messaggiati per un lungo periodo, diventa arduo poi avere un contatto diretto. Attraverso i social una persona può apparire all’interessato/a in maniera diversa rispetto a quello che è realmente, andando così a complicare un loro futuro incontro. Questo però non vuol dire che valga per ogni persona. Molti ragazzi, infatti, sono fidanzati da molti anni e amano il proprio/la propria partner.
A 18 anni, quindi, è possibile innamorarsi di una persona.
L’amore a questa età, però, comporta anche delle complicazioni. I ragazzi infatti, sono nel pieno della loro gioventù, con la voglia di stare la maggior parte del proprio tempo con gli amici, rendendo difficile mantenere un rapporto stabile con un’altra persona.
Anche se per alcuni aspetti l’amore è cambiato, alcune cose sono rimaste com’erano. Un esempio è la considerazione sull’amore tra Giulietta e Romeo, visto come amore di riferimento, soprattutto tra le ragazze. Questo amore ‘mitico’ però difficilmente può inserirsi nella nostra epoca, almeno nei contesti sociali più sviluppati. Ormai non ci sono più ‘lotte’ tra famiglie, come tra i Montecchi e i Capuleti e c’è sicuramente molta più libertà nello scegliere il proprio compagno/a. Nelle zone più arretrate, o meno sviluppate culturalmente, è ancora possibile vedere una cosa simile.
Un altro esempio problematico può essere dato dalle differenti origini razziali. Se, per esempio, un nigeriano emigrato in Italia si fidanza con una di Milano, che proviene da una famiglia legata ancora alle antiche tradizioni, è possibile che possa riscontrare in vari problemi, prima di essere accettato dalla famiglia di lei.
Ma non esiste solo questo tipo di ‘amore’. Infatti con questa parola si intende anche l’amore per un proprio amico, e quindi l’amicizia, o per un proprio familiare, animale ecc. Questo anche è un sentimento fortissimo se il legame tra questi è saldo e sincero.
L’amore, inteso con tutte le sue sfaccettature, è presente da sempre nell’uomo (e … negli animali).

Alessandro Bevilacqua, Napoli

Il dramma della Palme a Napoli

Un dramma, quello che abbiamo appena ascoltato in questa domenica delle Palme, all’inizio di questa settimana santa, la settimana più importante dell’anno, è un dramma.
L’evangelista Matteo ci racconta il dramma di un Dio che diversamente da tutte le altre manifestazioni divine non ha ricusato non solo di farsi uomo in Maria affidandosi a Giuseppe; di condividere la propria vita con 12 scapestrati; addirittura lasciarsi morire così come conosciamo. Un dramma che lascia perplessi non per i patimenti ma perché questo uomo che poteva tutto ha abbandonato tutto e da tutti è stato abbandonato. Può un Dio o un eroe lasciarsi finire così!
E qui comincia anche l’altro dramma, quello dei discepoli, di Pietro in particolare, che non sanno capire questo lasciarsi umiliare del loro leader, ne restano scandalizzati. Una reazione talmente forte che li porterà al dramma del rinnegamento della sua amicizia, della sua comunione, sino a scappare, ad abbandonarlo sulla strada della Croce. Un dramma che le donne, solo le donne sapranno seguire, condividere, sostenere. Forse perché solo la donna capisce il valore profondo della vita. Almeno sino a ieri, oggi chissà!
In questo dramma siamo chiamati in causa anche noi qui presenti. Forse con un poco più di consapevolezza, poiché viviamo dopo la Pasqua, poiché leggiamo questa vicenda dopo la Pasqua.
Ma noi avremmo agito diversamente?
In questo dramma c’è tutto il dramma della nostra storia, del dolore degli innocenti, della superbia dei potenti, siano essi terroristi o russi o americani (preghiamo ancora per la Siria). Si legge che Erode e Pilato divennero amici facendo del male a Gesù! Quando diverranno nemici Trump e Putin per fare il bene della Siria e non solo?
Ma noi che centriamo con questo dramma, quali scandali o responsabilità possiamo denunciare?
A Napoli accade in questi giorni che tanti Fuffi, Bob, Cochi e altri quadrupedi di compagnia siano usciti dal dramma di essere senza diritti, senza possibilità di avere spazi propri e libertà di movimento in città. Infatti il governo locale ha istituito il “garante degli amici dell’uomo”: ce n’era proprio bisogno.
Peccato che lo stesso governo, in sintonia con la Regione Campania, abbia tagliato i fondi per il sostegno di tanti bambini e giovani disabili che non possono più permettersi di andare a scuola e non per colpa di genitori inetti o menefreghisti!
Ecco il dramma, il dramma della nostra città e noi non ci scandalizziamo!
Sapete perché Gesù ha scelto i piccoli, gli ultimi, i poveri per rappresentare se stesso? Perché sono gli unici che possono profondamente comprendere il dramma della sua passione e morte, comprendere senza scandalizzarsi o fuggire.
Chiediamo a questa Settimana Santa di aiutarci a penetrare il dramma di tanti Gesù presenti nella nostra città per comprendere meglio il dramma della passione di Cristo e imparare ad accompagnarli nella loro Via Crucis; e arrivare così alla gioia della risurrezione anche per questi nostri amici oggi trafitti da tanta ipocrisia.

pJgiannic