San Carlo Borromeo

Sapete che oggi la Chiesa ricorda san Carlo Borromeo (Arona, 2 ottobre 1538 – Milano, 3 novembre 1584), pastore della chiesa e della diocesi di Milano?

Sapete che san Carlo e patrono dei Barnabiti, proprio in forza della profonda stima, amicizia e collaborazione vicendevoli? Infatti grande fu l’influsso di san Carlo sulla crescita e le attività dei primi Barnabiti.

San Carlo cominciò a frequentare assiduamente i Barnabiti quando, a 34 anni, Alessandro Sauli divenne padre generale dell’Ordine. Da queste frequentazioni nacque una collaborazione pastorale e spirituale di cui ancora oggi sentiamo l’eredità e il profumo e non solo nelle chiese che ci affidò nel 1500 (S. Alessandro M., a Milano, S. Maria al Carrobiolo, Monza, S. Carlo ai Catinari, Roma), ma anche nello stile di vita dei Barnabiti.

Per quale motivo san Carlo amava tanto i Barnabiti? Perché li vedeva santi e sempre dediti alla causa del prossimo attraverso la predicazione e la carità. Basti pensare al suo rapporto amicale con Carlo Bascapé, poi vescovo di Novara, fino al punto che fu questi a chiudere gli occhi di san Carlo Borromeo alle tre del mattino del 4 novembre 1584.

Anche quando la peste (1576) infierì su Milano decimando i Barnabiti san Carlo non mancò di sostenerli e incoraggiarli nel riprendere le attività pastorali, che il Signore li avrebbe ricompensati.

Anche noi non smettiamo di chiedere la sua intercessione per continuare a operare nello spirito della riforma di noi stessi e del Vangelo.

Tutti i santi 2014

Solennità di tutti i santi, 2014

Cari amici, da un po’ non scrivo direttamente su qs nostro blog, anche perché scrivo altrove e comunque coordino il lavoro di tutti voi: una bella impresa, seppure non facile.
La solennità di Tutti i Santi è l’occasione, anche perché tutti voi battezzati siete santi e dobbiamo festeggiarci gli uni gli altri.
La festa di Tutti i Santi è festa della Speranza; è un’eco della Pentecoste.
Come nel cenacolo terreno di Gerusalemme Gesù donò lo Spirito santo per rendere salda la comunione tra Dio e l’umanità, così con questa festa di Tutti i santi Dio ci fa comprendere che quella comunione è salda e definitiva nel regno dei cieli.
La festa di Tutti i Santi non è una festa per scappare dalla realtà o per una consolazione passiva quando le cose vanno male: è la festa della Speranza che diventa realtà!
Speranza perché la comunione dei santi ci dice che la nostra vita non si perde nella limitatezza del calendario, ma ha un oltre! Perché il Battesimo ci ha inseriti nell’eternità di Dio: siamo per sempre!
Attenzione, però, non “per sempre” al modo di qualche replicante o alla Dorian Gray, bensì “per sempre” perché Cristo è per sempre: ieri, oggi e sempre.
Infatti questa festa è posta al termine della stagione agricola, quando la campagna si addormenta, “muore”, le giornate diventano più buie. Ma anche prima della commemorazione dei fedeli defunti: la vita cristiana non termina con la morte terrena.
Eppure questa festa è anche una festa terrena: non si può essere santi solo nell’al di là o solo per qualche miracolo. Si è santi perché si ama! Si ama qui e ora! Non domani o dopodomani o chissà dove. Per essere santi nel cielo, prima di tutto bisogna essere santi sulla terra.
Le beatitudini del vangelo di oggi (anche di domani 2 novembre) dicono della felicità celeste che si può raggiungere solo essendo santi, beati qui sulla terra.
Sorge spontanea la domanda: quanto siamo santi? Quanto la mia persona è santa? Nella Chiesa, nella società? Quale beatitudine cerco di incarnare a partire da questa festa di Tutti i santi? Faccio tutto ciò che è in mio potere per rendere la terra più santa?
Concludo con un pensiero di Alcide De Gasperi alla figlia poco prima di morire:
«Adesso ho fatto tutto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è incapace. Vedi, Il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente, ti fa capire che sei soltanto utile, ti dice: ora basta, puoi andare. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuta».
Giannicola M. prete

Muffin per Milot

In occasione della festa di Ognissanti gli studenti del nostro Istituto Denza di Napoli hanno organizzato una vendita di Muffin per raccogliere fondi in favore del Progetto Rilindja (www.barnabitalbania.com) che sostiene con borse di studio studenti liceali della nostra missione di Milot.
L’attività ha fruttato circa € 380,00.
grazie a quanti hanno collaborato.
gruppo volontari Denza

La bicicletta verde

Tra le strade polverose di Riyad, in mezzo a donne col burqa ed ecomostri incompleti, cresce una ragazzina di nome Wajda. Indossa Converse nere, ascolta musica inglese, ha un migliore amico maschio e vuole una bicicletta.
Questo è il soggetto dal quale il film parte. Un film forte, forte della sceneggiatura e dell’idea di base.
Un film che non si dimentica. Un film che ha la caratura della testimonianza documentaristica e di una narrazione quasi neorealista per l’uso di attori non protagonisti, acerbi ma comunque capaci di comunicare la forza di un vissuto condiviso.
La storia è di una semplicità disarmante ma non per questo banale.
Wajda desidera una bicicletta e per averla partecipa a un concorso sulla recitazione del Corano indetto a scuola. La bambina è già fuori dalle righe rispetto a quanto l’educazione oppressiva dell’Arabia Saudita preveda, si ribella alle costrizioni sul vestiario, ascolta musica in lingua inglese, sviluppa un desiderio ancora più rivoluzionario e lotta per esaudirlo sfruttando ciò che la società le porge, ma mai si piega veramente. Seguendo questa traccia il film cristallizza la condizione femminile partendo dall’ambito scolastico che plasma i comportamenti futuri delle giovani menti femminili.
“La bicicletta verde” è un racconto di donne, per donne, audacemente controcorrente, che descrive una cultura a noi sconosciuta, troppo distante. Raggelante per l’insieme di costrizioni e regole così prodigiosamente introietatte da tutti attraverso un sistema di indottrinamento e di conseguente esclusione sociale alla prima presunta violazione che si fonda sul testo religioso e sulla struttura sociale maschilista che ne deriva. E nel farlo si sceglie un mondo di donne in cui le donne sono attori in pieno, vittime e carnefici di se stesse, in cui gli uomini sono sorridenti e mai impositivi, placidi amici anch’essi intrappolati in un gioco che spesso non condividono nei fatti.
Un film soffocante che palesa pochissime vie di fuga, in cui tutto ruota nel mettersi in gioco e approfittare di quei margini di tolleranza che sono un po’ ovunque e che, fomentati dall’esempio di alcune coraggiose, nel tempo può comportare anche il minimo cambiamento.
In 100 minuti si respira tutta la violenza delle religioni volte a piegare il femminile fino a cancellarlo dallo spazio pubblico, con un obbligatorio happy ending di circostanza, perché nel futuro più che sperare non si può.
Forse quello che manca di più è un’elaborazione registica, ma il sopravvento di quanto si racconta è imperioso.

Mi domando solo se sia stato distribuito in patria.

Fabio Cambielli

Madeleine Delbrel una donna, una credente

Cari amici,
la maggior parte di voi non conosce la persona di cui sotto: vale la pena almeno ricordarla nell’anniversario della sua scomparsa 50 anni fa.

Nel 1964 muore improvvisamente, negli anni della sua piena maturità umana e cristiana, Madeleine Delbrél, testimone dell’Evangelo. Nata nel 1904 a Mussidan in Dordogna, Madeleine aveva subìto da ragazza l’influsso dei liberi pensatori frequentati da suo padre, finendo così per unirsi al coro di coloro che proclamavano in quegli anni: «Dio è morto». Ma proprio a partire da quell’affermazione, dalla scoperta della non necessità di Dio per la sua vita, Madeleine si aprì a una straordinaria ricerca degli altri, che la porterà a ritrovare anche l’Altro, Dio stesso, dapprima nella preghiera, e poi in un rapporto vitale e quotidiano con l’Evangelo. Operata la sua conversione, al tempo stesso minima eppure radicale, Madeleine studiò da assistente sociale, giungendo nel 1933 a Ivry, nella periferia scristianizzata e comunista di Parigi. E a Ivry visse l’altra metà della sua vita da semplice laica, condividendo con una piccola comunità di donne la sua sobria dimora, una casa aperta a tutti. Madeleine seppe testimoniare l’Evangelo nella compagnia degli uomini anzitutto con la vita. Aveva infatti compreso che dietro all’ateismo si celano non poche colpe dei cristiani, pronti spesso ad annunciare un Dio da contrapporre agli altri, anziché una verità che non può mai darsi senza l’altro, dal momento che coincide, in ultima istanza, con la carità. Madeleine visse tenendo insieme, con audacia e perseveranza, fino all’ultimo dei suoi giorni, ascolto delle ragioni di Dio e ascolto delle ragioni degli uomini, irradiando pace e gioia a tutti coloro che la incontravano.

TRACCE DI LETTURA

Vi è una grazia dell’ospitalità. Vorremmo ritrovarne la genuinità, quale fu conosciuta e vissuta dalle prime comunità cristiane. Ospitalità significa che gli altri si trovino da noi come in casa loro. Ai pasti sono attesi anche se non sono invitati. Il nostro tetto è il loro. Il loro ingresso nella nostra vita comporta il loro ingresso nella nostra casa. L’ospite non è trattato con il metro della giustizia, ma dell’amore. Non può essere giudicato, ma considerato nella misericordia. Fra lui e noi i debitori siamo noi, perché pochi misteri evangelici sono più ricchi di quello dell’ospitalità. In lui noi riceviamo Gesù in una sorta di comunione collettiva, con lui riviviamo l’esperienza di Gesù che nella sua vita ha portato a compimento la legge ebraica e orientale dell’ospitalità: per mezzo di lui abbiamo l’opportunità di obbedire a precetti carichi di promesse. «Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sarò con loro»: vivere in comunità è un esprimere per il mondo una sorta di sacramento. E un garantire la presenza di Gesù. La testimonianza di uno solo, che lo voglia o meno, porta soltanto la sua firma. La testimonianza di una comunità porta, se questa è fedele, la firma del Cristo.

(Madeleine Delbrél,da Comunità secondo il Vangelo)

Alessandro Sauli, santo. 11 ottobre

I Barnabiti in tutto il mondo, con la Chiesa intera, ricordano oggi, 11 ottobre, Alessandro Sauli, santo.

Milanese di nascita, ma genovese di cittadinanza e formazione, è il primo santo dei Barnabiti, ma specialmente il primo giovane che chiese di entrare nel nostro Ordine nel 1554.

Alessandro, infatti, di nobile famiglia italiana, imparentato con gli Sforza e altre famiglie nobili di Milano, terminati gli studi e aperto a una brillante carriera decise, a 17 anni, di entrare nel gruppo dei primi Barnabiti a Milano.

Più volte bussò alla porta della nuova comunità religiosa, più volte gli venne rifiutato l’ingresso, perché si pensava la sua vocazione fosse il capriccio di un giovane nobile e viziato.

Ma la fede e la volontà di Alessandro Sauli costrinsero i primi Barnabiti a metterlo alla prova. Se Alessandro fosse stato capace di portare una grande croce in processione nelle vie centrali di Milano (l’attuale piazza dei Mercanti) e tenere una buona predica sulla virtù della Croce all’ingresso del Duomo sarebbe stato accolto nell’Ordine.

Alessandro non si fece intimorire, prese una croce che si caricò sulle proprie spalle e cominciò a camminare e predicare nel centro di Milano, incurante delle battute e degli sfottò di molti nobili amici, era una persona molto conosciuta (è come se uno di voi andasse in giro a predicare la Croce, in c. Buenos Aires a Milano o in via dei Condotti a Roma o…).

Il suo ingresso nella neonata Congregazione dei Padri Barnabiti fu una benedizione che ancora oggi fiorisce tra i Padri Barnabiti.

Di sant’Alessandro Sauli ricordiamo la sua dedizione allo studio e al lavoro tra i poveri, specialmente in Corsica e in Piemonte.

Docente di filosofia, padre generale dei Barnabiti e vescovo di Aleria prima e di Pavia poi, morirà giovane ma sazio di saggezza, santità e capacità di annunciare il Vangelo. Era l’11 ottobre 1592.

Molti sono i modi per vivere bene, per essere felici, di vivere il vangelo in pienezza. Sant’Alessandro da principe dell’Italia del 1500 divenne principe del Vangelo, portatore di gioia, carità, fede e speranza.

Anche voi, cari giovani, potete diventare principi di gioia, di quella allegria che nasce dall’incontro con Gesù, quella gioia e allegria che molti di voi e dei vostri amici hanno bisogno anche oggi; quella gioia e quell’allegria che Gesù continua a donarci in abbondanza.

Preghiamo

O Dio, che nel servizio del vescovo sant’Alessandro Sauli hai dato alla tua Chiesa un’immagine viva del Cristo, buon pastore, per la sua preghiera concedi a tutti i Barnabiti e ai giovani che a lui si affidano di vivere ogni giorno la gioia del Vangelo nello studio e nella vita dei poveri. Per Cristo nostro Signore.

Presentazione del programma pastorale 2014-2015 della Caritas di Roma

Venerdì 24 ottobre 2014, alle ore 17.30, presso la Sala “Tiberiade” del Seminario Romano Maggiore, il cardinale Agostino Vallini presenterà il programma pastorale della Caritas diocesana di Roma. All’incontro sono invitati i parroci, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, gli animatori pastorali, gli operatori della carità e i volontari dei centri Caritas, sia diocesani che parrocchiali. Ai partecipanti verrà distribuito l’opuscolo del programma che contiene anche il nuovo Annuario dei servizi Caritas. L’incontro si aprirà con un momento di preghiera a cui seguiranno la relazione del cardinale Agostino Vallini, la riflessione di don Luciano Meddi e l’intervento del direttore Caritas, monsignor Enrico Feroci. Alcuni animatori Caritas, infine, illustreranno i singoli aspetti del nuovo programma.

Informazioni
Domenica 12 ottobre la Caritas ricorda don Luigi Di Liegro insieme ai vescovi ausiliari di Roma
Domenica 12 ottobre, nel diciassettesimo anniversario della scomparsa, la Caritas di Roma ricorda don Luigi Di Liegro, suo primo direttore. Gli operatori Caritas, i volontari e gli ospiti dei centri di accoglienza, si ritroveranno alle 10.30 presso la Chiesa di Santa Giacinta alla Cittadella della Carità, insieme al direttore monsignor Enrico Feroci e ai vescovi ausiliari di Roma, per la celebrazione eucaristica a suffragio. Al termine, coloro che lo desiderano, potranno pranzare insieme agli ospiti della Mensa Caritas intitolata a Don Luigi.

Formazione giuridico-legale per i Centri di Ascolto: il 14 ottobre “Il minore migrante”
“Il minore migrante” è il tema dell’approfondimento giuridico-legale promosso dall’Area Minori della Caritas di Roma che si terrà il 14 ottobre alle ore 16.30 presso la sede di Via Venafro, 26 (Metro “Santa Maria del Soccorso”). L’incontro, aperto a tutti gli operatori dei centri di ascolto parrocchiali e diocesani, sarà tenuto dall’avvocato Caterina Boca, operatrice dello Sportello legale del Centro Ascolto Stranieri della Caritas di Roma.

Raccolta Alimentare: 46 tonnellate di merci, più di 600 volontari impegnati
Più di 600 volontari coinvolti, 3.601 scatoloni di merci raccolte per un peso superiore alle 46 tonnellate. È questo lo straordinario risultato della Grande Raccolta Alimentare che la Caritas di Roma ha promosso sabato 4 ottobre in collaborazione con il Gruppo Simply. In 52 supermercati di Roma sono stati donanti soprattutto pasta, riso, latte, alimenti per bambini, olio e passata di pomodoro. Un ringraziamento particolare ai gruppi di volontari, la maggior parte provenienti dalle parrocchie, che hanno garantito la sensibilizzazione e l’organizzazione dell’iniziativa

Spesa solidale

Per la terza volta in pochi mesi, il gruppo giovani dell’Oratorio Sacro Cuore di Roma dei Padri Barnabiti, in collaborazione con Caritas Roma ha prestato servizio per la spesa solidale in favore dell’emporio Caritas di Roma che serve molte famiglie bisognose.
i giovani hanno prestato servizio dalle 14.00 alle 20.30 e hanno raccolto 28 scatoloni (80x40x70) di alimenti vari.
grazie e . . . alla prossima.