I giovani: la Chiesa che manca!

È necessario che le comunità mostrino ai giovani la differenza cristiana. Enzo Bianchi, OssRom 25 04 2018

Cari amici credo che questo articolo di Enzo Bianchi valga leggerlo a giovani e adulti e… preti.

A marzo i giovani hanno vissuto una riunione presinodale nella quale è stato elaborato un documento da offrire alle istituzioni del prossimo sinodo su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», affinché da esso si sentano ispirate nell’elaborazione dell’Instrumentum laboris, la traccia per il confronto e la discussione comune. Un documento concepito da trecento giovani provenienti da tutto il mondo, collegati online attraverso gruppi di Facebook con altri quindicimila coetanei, non può essere pienamente rappresentativo di una realtà così plurale e complessa qual è la gioventù di molte e diversissime aree culturali nelle quali è presente la Chiesa cattolica. Resta tuttavia significativo che in questo testo si possano scorgere alcune convergenze, soprattutto sulle sfide e sulle opportunità dei giovani nel mondo di oggi. Va anche riconosciuta un’innegabile evidenza: le numerose indagini sociologiche e le diverse letture da parte di attenti osservatori del mondo giovanile non contraddicono ciò che i giovani hanno espresso in prima persona in questo confronto.

Questo documento ha il pregio di aiutare a percepire i giovani come parte della Chiesa e noncome semplici interlocutori di un’istituzione a loro esterna. I giovani si sentono Chiesa, anche quando hanno consapevolezza di essere “la Chiesa che manca”, secondo la felice espressione di don Armando Matteo, e hanno la capacità di prendere la parola per richiedere al corpo di cui fanno parte un cambiamento di rotta e di stile. È significativo che si esprimano giudicando «la Chiesa come troppo severa e spesso associata a un eccessivo moralismo» e chiedendo che essa sia «accogliente e misericordiosa, […] capace di amare tutti, anche quelli che non la seguono» (1.1). Dunque i giovani fanno richieste non scontate né rivoluzionarie, ma pacate e determinate. Ciò che tuttavia dal documento emerge come urgente per i giovani di oggi è la ricerca del senso dell’esistenza. Ricerca che si è fatta faticosa e difficile e che avviene ormai lontano dai percorsi indicati dalle religioni e soprattutto lontano da un itinerario di fede, perché proprio la fede non è stata loro trasmessa dalla generazione precedente, quella dei loro genitori. I millennials, nati negli ultimi due decenni del secolo scorso, possono anche essere definiti la “prima generazione incredula”, ma si faccia attenzione e si legga con discernimento quanto avvenuto nella generazione precedente, resasi estranea alla Chiesa soprattutto attraverso un’inedita incoerenza: si diceva cattolica ma non frequentava più abitualmente la liturgia domenicale e non sentiva l’appartenenza al cattolicesimo se non a livello culturale, in quanto erede di una cultura tradizionalmente cattolica.

Negli ultimi decenni del secolo scorso la Chiesa cattolica, in particolare quella italiana, è parsa aver smarrito lo slancio dell’aggiornamento conciliare e non si è più impegnata nella formazione e nella cura del fedele, affinché la sua fede fosse pensata, adulta e dunque emergesse la figura del cristiano maturo, corresponsabile nella comunità cristiana. Ha preferito spendere tutte le sue energie in una logica di presenza nella società, fino a cercare di occupare spazi abitati dalla “religione civile”. Così è avvenuta una rottura della trasmissione generazionale della fede ed è emersa una figura di cattolico astenico e poco convinto che, come tale, non poteva comunicare ai figli né le esigenze evangeliche della sequela né una concreta appartenenza alla comunità cristiana.

Va anche detto che questa generazione adulta di fine millennio è stata incapace di comunicare una grammatica umana ai figli, che oggi si trovano poco abilitati al vivere quotidiano, ad assumere una responsabilità, a trovare senso. È soprattutto questa “ricerca di senso” a essere oggi in affanno, come testimoniano le indagini sociologiche e come sperimentano quanti sono in ascolto dei giovani (come i monasteri o le comunità che li accolgono abitualmente). «Chi sono veramente io? Chi voglio essere? Come diventare me stesso? Che cosa posso sperare? Che senso dare alla mia vita? Mi ritrovo davanti a un muro: come abbatterlo? O devo forse scalarlo?». Queste le domande dei giovani, a volte vissute in modo tragico, nella sensazione che non vi siano risposte se non il nulla.

Occorre ascoltare i giovani, ascoltarli nelle loro speranze e nelle loro ansie con molta pazienza, cercando soltanto di essere vicini a loro, compagni di strada, niente di più, senza avere la pretesa di suggerire o di proporre alcunché. Proprio perché queste sono le domande drammatiche che li abitano, oggi il riferimento a Dio sembra di nessun interesse, anche se questa aporia non desta alcuna confessione o militanza ateistica. Semplicemente, Dio non è più interessante e i giovani sono convinti che si possa vivere una vita felice senza di lui. E non si dica che, di conseguenza, i giovani abbandonano la Chiesa. Questa è estranea di per sé, come un mondo che non riesce più a dire nulla né attraverso la sua liturgia né attraverso le sue prediche. Dio è una parola rifiutata ed espulsa perché è risuonata troppo, perché le sue immagini sono state percepite come false e nemiche dell’uomo, mentre la Chiesa è estranea perché — come più volte mi hanno detto i giovani — «vive in un altro mondo». Resta però significativo che quei giovani che hanno ricevuto una qualche conoscenza di Gesù Cristo e della sua radicale umanità non sono indifferenti alla sua figura esemplare e al suo messaggio, anche se non giungono a una confessione di fede in lui.

Proprio per queste considerazioni, diventa urgente e decisivo un cambiamento nel vivere la fede cristiana: un cambiamento che riguarda innanzitutto la generazione adulta dei padri e delle madri, la generazione dei quarantenni-cinquantenni che deve essere raggiunta dal Vangelo, da quel Vangelo che non è stato loro indirizzato nel tempo della formazione cristiana. Occorre riaccendere un cristianesimo di testimonianza, in cui comportamento e stile siano veramente coerenti con il Vangelo professato. La trasmissione della fede deve cominciare nello spazio della famiglia, anche della famiglia ferita: solo se c’è convinzione salda, mite e intelligente, allora la fede si fa eloquente, parla ad altri e si fa comprendere come un tesoro per la vita. Se invece le istituzioni della Chiesa continuano a ignorare i fedeli, a lasciarli in una condizione di destinatari passivi del culto e della predicazione, se non riescono a farli partecipare con responsabilità alla vita della comunità, continuerà una fuga senza contestazioni e nel recinto dell’ovile resterà un numero sparuto di pecore.

Lasciamo perdere la retorica sui giovani e, mi permetto di dire, anche sulle donne. È controproducente caricare queste realtà di aggettivi pieni di complimenti e di immagini poetiche ma vuoti di sostanza: occorre invece un mutamento, affinché queste parti della Chiesa che stanno per mancare, o addirittura già mancano, trovino uno spazio di appartenenza e di vera fraternità e sororità vissuta in una comunità che sappia mostrare “la differenza cristiana”, in mezzo agli uomini e alle donne presenti nella storia e nella società, non contro di loro. I giovani oggi sono sempre più lontani dalla fede cristiana, ma abitano non una terra atea bensì una terra di mezzo in cui regna l’indifferenza per Dio e per la Chiesa. Questo è però un terreno aperto alla ricerca, alla vita interiore, alla spiritualità, un terreno assetato di grammatica umana.

Attraverso le loro domande, sovente mute, i giovani chiedono che sia indicato loro il senso, la chiamata/vocazione alla vita. Sì, la vocazione che vorrebbero ascoltare e discernere è la vocazione alla vita, al vivere che è la chiamata unica e irripetibile per ogni persona da parte di Dio, anche nella fede cristiana. Come tutti gli umani, anche i giovani sono chiamati a vivere in pienezza, a fare della propria vita, per quanto è possibile, un’opera d’arte consapevole: chiamati dunque alla felicità, perché la vita buona e bella sa anche dare la felicità. Nessuna visione banalmente ottimistica sul “duro mestiere di vivere”, ma se questo invito alla vita è rivolto a un giovane da chi ha fiducia e comunica fiducia, se è fatto nella piena gratuità, non per farlo entrare nella Chiesa, non per farne un discepolo, ma perché si vuole che diventi un soggetto capace di pienezza di vita, allora l’appello è veramente credibile. Solo degli anziani, degli adulti capaci di fiducia e dunque di fede sanno anche mostrare la gratuità della loro cura dei giovani e sono capaci di fare strada insieme a loro, verso la vita.

Accogliendo i giovani, nel monito presinodale Papa Francesco ha usato parole commoventi per loro, invitandoli al rischio, all’entusiasmo della fede e al gusto della ricerca. Ha chiesto loro di non temere, di non spaventarsi mai sui nuovi sentieri da percorrere. Nella domenica delle Palme ha chiesto loro di gridare perché, se non grideranno i giovani, grideranno le pietre, come aveva detto Gesù dopo il suo ingresso a Gerusalemme (cfr. Luca, 19, 40). Dunque i giovani non siano mai letti né fuori dalla Chiesa né come semplici destinatari delle parole della Chiesa, né senza i padri e le madri, senza gli anziani, perché solo tutti insieme, come un solo corpo, si cammina con fiducia e solo in comunione ci si salva.

Rimanere sulla poltrona

Rimanere sulla poltrona del proprio immobilismo.
Rimanere, forse è il verbo che più ho riscontrato in questi ultimi mesi in molti giovani che ho cercato di disturbare per chiedere qualche idea, qualche consiglio, qualche confronto.
E non parlo solo di giovani sconosciuti, incrociati tra le vie della città, ma anche di tanti giovani vicini a me, alle nostre attività, addirittura vicini a Gesù!
Sembra ci sia una paura di fondo nel lasciarsi scocciare anche per qualche cosa di semplice, sembra che non possiamo abbandonare i modi di pensare, i non lasciarci mettere in gioco.
Oggi molti di voi possono permettersi di viaggiare come io non potevo, di vedere, di comprendere (forse) tanto che sembra essere un peccato rimanere nello stesso posto per più tempo. Eppure pare si rimanga sempre attaccati alle proprie idee, al proprio pensare, per restare indisturbato.
Qualcuno obietterà che bisogna rimanere nelle proprie idee, che sono necessari dei punti fermi per diventare uomini o donne. È necessario rimanere da qualche parte, ma non per restarci in eterno, bensì per tuffarsi nella vita.
Tuffarsi non è facile ma deve essere bellissimo (io non ne sono capace) eppure per tuffarsi è necessario rimanere sulla punta del trampolino. Non restarci per sempre: quanto basta!
Quindi c’è un rimanere esagerato e un rimanere quanto basta.
Forse io, gli adulti, la società, la Chiesa siamo rimasti legati a noi e non sappiamo più cosa dirvi, come starvi accanto, come crescere con voi – non ho scritto “come farvi crescere”, ma “come crescere con voi”, o forse preferite rimanere dove siete e guai a chi vi tocca?
Rimanere è un verbo che torna molte volte nel vangelo di Giovanni per dirci dove radicare le nostre esistenze, ma non è un termine statico o passivo, tutt’altro: è un termine dinamico, attivo fino a portare frutto. Un po’ come il “rimanere sul trampolino”.
Però non si può arrivare da soli sul trampolino, non dimentichiamolo. E la mia impressione è che per certi versi molti di voi siate sul trampolino, ma ci siete soli e rischiate di rimanerci, sul trampolino.
Lo so, la Chiesa non è perfetta. In questi ultimi decenni ha fatto anche un po’ di errori, rimanendo sulle proprie lunghezze d’onda incapace non di “farvi crescere”, ma di “crescere con voi”. Per molti versi non si è accorta della vostra voglia di tuffarvi, ma anche della vostra paura di tuffarvi e così ognuno è rimasto sul proprio trampolino incapace di tuffarsi.
C’è un bel film, Tutto quello che vuoi, in cui un anziano poeta e dei giovani scapestrati si incontrano; nessuno vuole insegnare o imparare qualche cosa dall’altro, piano piano però uno per l’altro insegnano e imparano a puntare bene i propri piedi sul trampolino, uno per tuffarsi nella vita dell’aldilà e gli altri per tuffarsi nella vita dell’aldiquà!
La Chiesa per un verso è vecchia, per un altro – ora non approfondisco – è sempre giovane: vogliamo crescere insieme? Imparare e insegnare gli uni gli altri a posizionare bene i piedi sul trampolino?
È questo che papa Francesco sta chiedendo alla Chiesa ma anche a tutti voi; è questo l’obiettivo del prossimo Sinodo / Assemblea dei vescovi sui e per i giovani.
Nessuno trucco, nessun costo, solo voglia di tuffarsi ognuno con la sua età per un mondo più bello, buono e vero.
pJgiannic

Giovani parlate con coraggio!

Parlate con coraggio cari giovani.
Con queste parole di papa Francesco è cominciato il pre-sinodo 2018, i Giovani, la fede e il discernimento vocazionale: un momento di ascolto e confronto con ben 15340 giovani di tutto il mondo cattolico, di altre religioni e non credenti presenti a Roma o in collegamento streaming.
«Cari giovani, vi abbiamo invitato per aiutare la Chiesa a riflettere con voi sul nostro lavorare con voi. Vi chiedo di parlare con coraggio, senza vergogna, ma anche di ascoltare con umiltà specialmente quando ci sono idee divergenti». Così ha cominciato papa Francesco il suo saluto, ha poi ricordato come già nella bibbia e nella storia della Chiesa Dio ha voluto parlare attraverso i giovani perché questo non dovrebbe accadere anche oggi? Parlare dei giovani e per i giovani non riguarda solo la gerarchia. «No, è per tutti. E voi giovani di più, perché avete tanta forza per dire le cose, per ridere, anche per piangere. Noi adulti tante volte abbiamo dimenticato la capacità di piangere, ci siamo abituati alle cose. Per questo vi esorto, per favore: siate coraggiosi in questi giorni».
I giovani non sono scemi! Parlare della gioventù è facile, ma non basta lodarli e/o criticarli, è importante incontrarli, ascoltarli. La gioventù infatti non esiste, esistono i giovani, le storie, gli sguardi, le illusioni. Esistono i giovani.
Io vorrei che questo Sinodo sia l’occasione per prendervi sul serio! «Troppo spesso siete lasciati soli. Ma la verità è anche il fatto che voi siete costruttori di cultura, con il vostro stile e la vostra originalità. Eppure voi siete capaci di costruire una cultura che forse non si vede, ma va avanti. Questo è uno spazio che noi vogliamo per sentire la vostra cultura, quella che voi state costruendo».
La Chiesa non vuole incontrare i giovani per un giovanilismo di ritorno, ma perché ha bisogno di capire meglio quello che Dio e la storia ci sta chiedendo. «Se manca l’incontro con voi, manca – questo mi sembra assai importante – una parte dell’accesso a Dio, della comprensione della volontà di Dio!».
Dio ha fiducia nei giovani, li ama e li chiama e non li abbandona. Dio sa aiutarli a cercare la risposta alla domanda fondamentale: “Che cercate?”.
Ma questo Sinodo potrà essere anche l’occasione per un rinnovato dinamismo della Chiesa, una Chiesa che necessita di una rinnovata vicinanza a voi giovani perché è questo che ci chiedete insistentemente per voi, per i vostri coetanei lontani, credenti e non credenti.
A questo punto papa Francesco evidenzia come il cuore della Chiesa è giovane perché il Vangelo è simile a una linfa vitale che la rigenera continuamente, ma deve essere docile e cooperare a questa fecondità. Per questo a tutti voi, credenti cristiani o di altre religioni, o non credenti, la Chiesa chiede di collaborare a questa fecondità.
Cooperare significa anche saper osare sentieri nuovi seppure ciò comporta dei rischi. Bisogna rischiare, se si vuole crescere, accompagnati dalla prudenza, dal consiglio. Senza il rischio un giovane diventa vecchio subito e anche la Chiesa.
I giovani sono portatori di una cultura nuova e devono rischiare per costruire questa cultura, ma attenzione a non perdere le radici, non a tornare alle radici perché così si rischia di rimanere sotterrati, ma a tornare alle radici. «E le radici – questo, perdonatemi, lo porto nel cuore – sono i vecchi, sono i bravi vecchi. Le radici sono i nonni. Le radici sono quelli che hanno vissuto la vita e che questa cultura dello scarto li scarta, non servono, li manda fuori». Qui papa Francesco cita il profeta Gioele (3,1): “I vecchi sogneranno, e i giovani profetizzeranno”. La Chiesa ha bisogno giovani profeti, ma si diventa profeti quando non si abbandonano i sogni dei vecchi. È importante far sognare i vecchi, perché solo questi sogni permetteranno di andare avanti.
Se forse pensiamo che i vecchi abbiamo esaurito i sogni, papa Francesco ci chiede di svegliare i loro sogni.
Voi GIovaniBarnabiti avrete il coraggio di svegliare i sogni per rinnovare il nostro essere famiglia zaccariana in tutte le sue possibilità? Cosa ci consigliate? Aspetto le vostre risposte.

pJgiannic

Jovens, Igreja e sociedade

In questa settimana in cui 300 giovani sono radunati a Roma per l’assemblea pre-sinodale offriamo ai nostri lettori le risposte dei Giovani Zaccariani di Rio de Janeiro al questionário proposto per preparare il Sinodo I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

A finalidade deste questionário é ajudar os Organismos que têm direito, a expressar a sua compreensão acerca do mundo juvenil e a ler a sua experiência de acompanhamento vocacional, tendo em vista a coleta de elementos para a redação do Documento de trabalho, ou Instrumentum laboris.
Para ter em consideração as diversas situações continentais, depois da pergunta n. 15 foram inseridas três interrogações específicas para cada uma das áreas geográficas, às quais os Organismos em causa são convidados a responder.
A fim de tornar este trabalho mais fácil e sustentável, pede-se aos respetivos Organismos que enviem em resposta aproximadamente uma página para os dados, sete-oito páginas para a interpretação da situação e uma página para cada uma das três experiências a ser compartilhadas. Se for necessário e desejável, poder-se-ão incluir outros textos para corroborar ou integrar este dossier sucinto.

  1. Interpretar a situação
  2. a) Jovens, Igreja e sociedade

Estas perguntas referem-se tanto aos jovens que frequentam os ambientes eclesiais, como àqueles que vivem mais distantes ou até alheios à Igreja.

  1. De que modo vós ouvis a realidade dos jovens?

R: Através dos movimentos de adolescentes e de jovens, procurando mostrar Cristo e a vida cristã a outros jovens, de acordo com a realidade de cada grupo. Dentro do EAC temos os círculos quinzenais (com grupos de jovens de mesma idade) que são os momentos onde os jovens mais conseguem expressar o que sentem e os tios (casais) podem ouvir e orientar.

  1. Quais são os principais desafios e quais as oportunidades mais significativas para os jovens do vosso país/dos vossos países hoje?

R: O principal desafio seria seguir na sociedade a moral cristã, viver de acordo com a nossa fé, pois somos julgados por isso. Grandes são as tentações do mundo, que fazem com que os jovens se sintam mais atraídos, nos desviando do caminho da santidade, muitas vezes não disponibilizando tempo pra comunidade da igreja. Outro desafio é a falta de apoio e participação das famílias nesse processo de evangelização.

As principais oportunidades são movimentos como o EAC que nos puxam para dentro da Igreja e nos colocam em contato com outros jovens que querem ser como nós.

  1. Que tipos e lugares de agregação juvenil, institucionais e não, têm maior sucesso dentro do âmbito eclesial, e porquê?

R: Na nossa Paróquia, temos em especial o próprio EAC (duas vezes por ano), os mini grupos de teatro, música e ação social formados por alguns tios adultos e muitos adolescentes e as atividades de meditação semanais na igreja, e ainda o MEJ, EJC e ENJUZ, entre outros, além de retiros, como o da Semana Santa Jovem.

Através destes, os jovens encontram a Cristo de uma forma mais atrativa e dinâmica, pois são jovens chamando outros jovens com alegria e entusiasmo.

  1. Que tipos e lugares de agregação juvenil, institucionais e não, têm maior sucesso fora no âmbito eclesial, e porquê?

R: Festas diversas, shows e eventos esportivos, pela diversão proporcionada.

  1. O que pedem concretamente os jovens do vosso país/dos vossos países à Igreja hoje?

R: Um maior acolhimento por parte dos adultos. Serem ouvidos e respeitados nas suas opiniões. Pedem também maior participação da família.

  1. No vosso país/nos vossos países que espaços de participação ocupam os jovens na vida da comunidade eclesial?

Na nossa Paróquia, temos em especial o próprio EAC (duas vezes por ano), EJC, MEJ, ENJUZ, entre outros.

  1. Como e onde conseguis encontrar os jovens que não frequentam os vossos ambientes eclesiais?

R: Nas escolas, nas nossas próprias famílias, nos locais onde moramos. E também em festas, praias, shoppings, shows, etc.

 

  1. d) Perguntas específicas por áreas geográficas

AMÉRICA

  1. De que modo as vossas comunidades se ocupam dos jovens que experimentam situações de violência extrema (guerrilhas, quadrilhas, prisão, toxicodependência, casamentos forçados), acompanhando-os ao longo dos percursos de vida?

R: Não temos experiência em nosso grupo de jovens com vivências dessa realidade. Pensamos que seja através da assistência social e de serviços específicos.

  1. Que formação ofereceis para apoiar o compromisso dos jovens em âmbito sociopolítico, tendo em vista o bem comum?

R: Dentro de todas as atividades jovens na nossa Paróquia, palestras, reflexões, são passados esses princípios para que naturalmente estejam preparados e comprometidos com essas questões.

  1. Em contextos de forte secularização, que ações pastorais resultam mais eficazes para prosseguir um caminho de fé depois do percurso de iniciação cristã?

R: Consideramos todas as atividades pastorais importantes. Cada um pode escolher a que se sentir mais tocado e tiver mais afinidade. Percebemos que a Pastoral da Ação Social têm sido muito procurada pelos jovens.

III. Escolhei três práticas que considerais mais interessantes e pertinentes para compartilhar com a Igreja universal, e apresentai-as em conformidade com o seguinte esquema (no máximo uma página por experiência). EXPOR A EXPERIENCIA DO EAC – EJC – MEJ E OUTROS

Vamos descrever a experiência do EAC

  1. a) Descrição: delineai a experiência em poucas linhas. Quem são os protagonistas? Como se leva a cabo a atividade? Onde? Etc.

R: Os protagonistas são os adolescentes. Primeiramente, eles são convidados a participar de um encontro de dois dias (um fim de semana), que seria como um retiro espiritual, onde são apresentados temas importantes da fé católica, através de palestras e círculos de estudo. Após este, as atividades acontecem semanalmente nas reuniões de sábado, com palestras, dinâmicas, teatro, etc., e quinzenalmente nos círculos bíblicos, quando refletimos sobre um tema da doutrina católica através de uma passagem bíblica e um texto específico.

  1. b) Análise: avaliai a experiência, inclusive em chave narrativa, para melhor compreender os elementos que a qualificam: quais são os objetivos? Quais são as premissas teóricas? Quais são as intuições mais interessantes? Como é que elas evoluíram? Etc.

R: (Os adolescentes tiveram dificuldades e não conseguiram responder a esta questão. Segundo os tios,  os objetivos e as premissas do movimento estão no regimento do EAC.).

  1. c) Avaliação: quais foram as metas alcançadas e quais não? Os pontos fortes e fracos? Quais são as consequências nos planos social, cultural, eclesial? Porque e como a experiência é significativa/formativa? Etc.

R: Como meta alcançada temos o encontro dos jovens e sua união à Cristo, porém, como pontos fracos, ainda vemos alguns grupos que se formam dentro do próprio movimento fechados em si e jovens que só participam das atividades levados pelo social, pelo encontro com outros jovens e não por Cristo.

A partir da união desses jovens à Cristo, vemos que os valores cristãos são levados por eles à sociedade, e que há um aprofundamento na fé dos mesmos.

A experiência se torna significativa justamente pelo resgate de muitos jovens que estavam alheios aos valores cristãos e que agora buscam um maior aprofundamento na fé.

Lasciarsi mettere in discussione

Lasciarsi mettere in discussione

Riprendiamo alcune idee che il segretario generale del Sinodo dei vescovi ha rilasciato a Piacenza in vista dell’incontro dei giovani in preparazione dell’assemblea che si terrà in ottobre.
Dall’Osservatore Romano 14 marzo 2018
Accompagnare i giovani nel percorso di vita è «un’esperienza affascinante», ma per farlo occorre lasciarsi mettere in discussione da loro e dalle varie sfide quotidiane che essi affrontano. Lo ha sottolineato il cardinale Lorenzo Baldisseri intervenendo alla giornata di incontro e ascolto per educatori e giovani sul tema «Il vento favorevole. Da un incontro simpatico con Cristo verso il Sinodo dei giovani 2018», promossa sabato 10 marzo a Piacenza dall’associazione comunità Papa Giovanni XXIII.
I giovani, ha spiegato il segretario generale del Sinodo dei vescovi, non «chiedono solo di avere qualcuno vicino che li aiuti a superare i loro momenti difficili o il loro senso di vuoto». In base all’esperienza comune, «molti di loro esprimono il bisogno e il desiderio di essere accompagnati in un processo di discernimento che li aiuti a trovare la loro “strada nella vita”». Il cardinale ha poi riproposto i tre verbi che nella Evangelii gaudium «caratterizzano il percorso di discernimento: riconoscere, interpretare e scegliere». Essi forniscono delle valide indicazioni per delineare un itinerario adatto di accompagnamento dei giovani.
Un itinerario che può essere sintetizzato in tre compiti fondamentali. In primo luogo, «illuminare il percorso personale di riconoscimento di ciò che avviene nel loro mondo interiore». Illuminare vuol dire «accendere la luce perché il giovane veda come il Signore opera nel profondo del suo cuore». Non significa, quindi, «pretendere di vedere al suo posto né di avere la soluzione pronta per ogni circostanza». Anzi, è addirittura controproducente pensare «di aver capito tutto e di doverlo solo spiegare chiaramente». È illusorio, infatti, pensare «di avere la risposta pronta per ogni cosa», quasi che si trattasse «di applicare alla vita concreta di un’altra persona una lezione imparata a memoria o uno spartito che si ripete sempre uguale nonostante la sonata sia diversa».
Il secondo compito è fornire gli elementi fondamentali affinché i giovani «sappiano interpretare in maniera esatta ciò che imparano a riconoscere dentro di sé». Il porpora- to ha fatto notare come all’interno dell’uomo sono presenti «desideri diversificati e prospettive affascinanti, ma spesso incompatibili tra loro». Occorre allora «interpretare bene ciò che si affaccia alla coscienza, in maniera da individuarne l’origine e comprenderne le conseguenze». Questo passo, ha aggiunto, prepara quello successivo, che è anche quello decisivo: lo scegliere.
Il terzo compito, quindi, è quello di «sostenere i giovani nella scelta che scoprono essere la volontà di Dio sulla loro vita», quella che «incarna la realizzazione autentica di se stessi». Con la consapevolezza che sostenere non vuole dire «decidere al loro posto». Tenendo presente questa prospettiva, diviene chiaro a tutti l’importanza che assume la persona dell’accompagnatore. «Il suo — ha sottolineato il cardinale — è un ruolo strategico, delicato e impegnativo», che richiede «un’attenzione e una preparazione particolari» basate «sulla necessità di seri percorsi di formazione». Questo perché è in gioco la «crescita dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani che ci vengono affidati e con i quali siamo in contatto». Perciò l’accompagnatore deve essere ben consapevole che «uno dei suoi obiettivi principali è quello di favorire una sana autonomia decisionale nel giovane che accompagna».

La Chiesa che vorrei

Talvolta quando mi capita di vivere in un ambiente di Chiesa mi rendo conto che ascoltare la Parola di Dio e viverla ogni giorno è difficile sia per le situazioni di vita nelle quali siamo coinvolti, sia per le reazioni che spesso abbiamo nei confronti di essa e degli altri.
Ognuno di noi, penso, dovrebbe vivere nella consapevolezza che abbiamo una vita troppo breve per pensare a dare problemi a quella degli altri. Bisognerebbe invece cercare di dare del valore aggiunto alla nostra vita regalando amore gratuito perché, seminando amore lentamente (non subito), l’amore crescerà. Nota bene che sto parlando appositamente in primo luogo di Chiesa dal punto di vista dei laici, perché i preti solamente non fanno la Chiesa.
Vorrei una Chiesa che vivesse di amore sincero e che in qualche modo fosse in grado di correggere coloro che le portano discordia e non la vivono in modo sereno. Vorrei che la fede diventasse qualcosa di concreto e modello di vita non solo per i laici, ma soprattutto per i sacerdoti, specialmente per quelli che approfittando del potere loro dato conducono una vita non del tutto consona alla loro vocazione.
I giovani, come gli adulti, hanno bisogno non di un predicatore che dà istruzioni di vita come fosse un manuale, ma un esempio da seguire esattamente come Gesù lo era per i suoi discepoli. Inoltre i giovani hanno bisogno di una Chiesa che accolga tutti senza giudicare perché il comandamento “Ama il tuo prossimo come te stesso” invita a non puntare il dito contro chi non condivide le tue idee. L’amore è anche e soprattutto rispetto: rispetto delle idee, del credo, delle situazioni, delle posizioni degli altri. Anche la più piccola delle comunità è l’esempio di ciò che dico. La Chiesa: giovani, adulti, sacerdoti, deve impegnarsi a mettere in pratica tutti i giorni ciò che il Vangelo ogni domenica ci dice.
Abbiamo la fortuna di poterci dissetare e nutrire con la Parola di Dio e quindi anche il dovere di testimoniarla con amore non solo con le parole ma con i fatti: l’amore è gratis: seminiamolo! Cosi anche gli altri ci seguiranno perché l’esempio è come l’amore: cresce lentamente dopo essere stato seminato.

Stefano Fr. – Torino

Giovani a Roma per i giovani

Sinodo dei Giovani in movimento.
In occasione del prossimo incontro dei delegati giovani dal mondo a Roma in preparazione al Sinodo sui Giovani nell’ottobre 2018, i nostri JuZacc Beatrice, Tommaso e Maura, hanno intervistato Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, membro del Consiglio del Sinodo dei Vescovi per l’Italia.

  1. La Chiesa sta preparando un Sinodo per i giovani: ci dice in poche parole quali le sue percezioni a proposito?

La scelta di Papa Francesco di dedicare un’assemblea sinodale di Vescovi rappresentanti di tutto il mondo al tema “i giovani, la fede e il discernimento vocazionale” da una parte è in continuità con le due assemblee sinodali dedicate alla famiglia, grembo vitale in cui i giovani crescono e maturano le scelte della loro vita, dall’altra mette in evidenza come i giovani debbano essere al centro della nostra attenzione e delle nostre cure perché sono il futuro del mondo. Anche per questo, il Papa desidera che i giovani siano protagonisti attivi del prossimo Sinodo, attraverso tappe e forme di partecipazione articolate, di cui una prima è stata il questionario on line rivolto ai giovani di tutto il mondo, anche non cristiani, e un’altra importante sarà l’incontro imminente a Roma di giovani provenienti da tutto il mondo, promosso dalla Segreteria Generale del Sinodo, per approfondire i temi dell’assemblea di ottobre.

  1. Forse la Chiesa potrebbe organizzare iniziative che siano più vicine ai giovani per conquistare, dapprima, la loro fiducia e simpatia e, solo poi, alzare l’asticella per penetrare maggiormente in loro e correggere i punti ritenuti critici. È d’accordo? Quali sono, secondo lei, le strade migliori per arrivare ai giovani più efficacemente?

La strada fondamentale è amare i giovani in maniera disinteressata per comunicare loro la bellezza di Dio e la gioia del Vangelo di Gesù. A tal fine è necessario che i giovani si sentano presi sul serio, ascoltati e resi protagonisti dei cammini di riflessione che li riguardano. Dalla mia esperienza di pastore risulta chiaro che i giovani sono portatori di domende vere e di ricchezze interiori molto più di quello che a volte si fa apparire nei “media” o si ritiene da parte di osservatori troppo poco vicini al loro desiderio di vita piena e vera.

 

  1. Come mai la Chiesa non ha optato per l’utilizzo di canali comunicativi che siano il più possibile efficienti ai fini di una pubblicizzazione più incisiva riguardo al sinodo, a ciò che questo rappresenta e quali sono le ragioni che hanno fatto si che venga posto in essere?

Mi sembra che l’uso ampio della rete, col questionario on line, e il coinvolgimento delle comunità cristiane di tutto il mondo smentiscano quanto asserito nella domanda. Naturalmente, l’impegno e l’attenzione verso i giovani e l’ascolto delle loro proposte potrà variare da contesto e contesto, ma certamente non ci sarà senza una convinta adesione al progetto di attenzione e amore ai giovani che ha spinto Papa Francesco a volere il prossimo Sinodo.

  1. Lei identifica la “memoria” nelle radici della propria cultura, sostenendo che il principale fattore che affligge i giovani sia la perdita della “memoria”. Quali sono i possibili rimedi e quali le possibili soluzioni per ricucire tale “strappo”?

Togliere a una persona o a un popolo la sua memoria significa togliere ad essi le radici su cui solo l’albero della vita può crescere e dare frutto. Perciò è importante ascoltare, discernere, accompagnare e integrare i giovani senza mai sradicarli dal loro contesto vitale, ed anzi aiutandoli a scoprire tutta la bellezza della tradizione vivente in cui la loro avventura umana viene a inserirsi. Questo vale in particolare per la trasmissione della fede, che deve far tesoro della ricchezza della comunione dei credenti nel tempo e nello spazio, coniugando memoria storica e senso della mondialità, fedeltà al passato e audacia nell’aprirsi al futuro.

  1. Secondo lei gli adulti cosa stanno facendo per ricucire questo strappo?

Non è facile rispondere a questa domanda perché le situazioni sono tante e diverse e gli adulti si relazionano ai giovani secondo un campionario di modalità pressocché inesauribile. Quello che conta è che la Chiesa faccia presente il più possibile agli adulti l’importanza di ascoltare e amare le giovani generazioni, costruendo con esse un dialogo reciprocamente arricchente e una collaborazione il più possibile creativa e capace di coniugare fedeltà alla realtà e fedeltà al sogno di Dio su ognuna delle Sue creature.

  1. Oggi, soprattutto tra i giovani, spesso vengono a mancare la speranza e la fiducia nel futuro, cosa direbbe a tutti coloro che non credono si possa cambiare il mondo?

Che il mondo cambia lo stesso, anche se loro non credono nella possibilità di cambiarlo. E che un contributo a rendere migliore il futuro per tutti ognuno deve darlo secondo le sue capacità e possibilità. Chi crede non può non avere speranza, una speranza riposta nel Dio della vita e della storia, tale da saper tirare il futuro della Sua promessa nel presente degli uomini, per quanto complesso e ricco di sfide esso possa essere o apparire.

Ho sete di Provvidenza!

Celebriamo in questo sabato precedente la terza domenica di Novembre la solennità di Maria Madre della Divina Provvidenza, la Madonna – così diciamo affettuosamente – dei figli e delle figlie di sant’Antonio M. Zaccaria.
Attenzione: perché non sia solo una devozione vogliamo celebrare e ragionare quella dimensione femminile della vita di cui non si può fare a meno.

La messa di oggi prevede il vangelo delle nozze di Cana o di Maria ai piedi della Croce.
Certo il primo è più gioioso, più bello per una festa; ma preferisco il secondo anche se più drammatico anche perché credo che la storia di Dio la si capisca meglio quando ci si confronta con il dramma della vita.
E la donna non comprende forse di più la vita perché affronta le doglie del parto? Ovvero quando non riesce ad avere un figlio?

Questi due brani sono però collegati almeno da tre elementi:

  1. il dramma di una assenza: restare senza vino e restare senza il Figlio e… senza madre;
  2. la sete, all’inizio e alla fine della rivelazione di Gesù c’è una sete!;
  3. una donna, non Maria, ma una donna, la Donna.
  4. Quante volte siamo chiamati ad affrontare delle assenze: a chi ci rivogliamo? Noi cristiani a chi ci rivolgiamo?

Penso all’assenza della politica in questi tempi: a chi ci rivolgiamo per colmarla? E come? Dove e come andiamo a cercare il vino non per ubriacarci ma per riempire di senso il nostro vivere insieme?
Ci sono delle assenze di valori, forse anche una assenza di fede: a chi ci rivolgiamo per trovare pienezza?
Siamo consapevoli di cosa manca o forse siamo troppo preoccupati di noi stessi da non accorgerci di ciò che manca.
Anche noi cristiani…

  1. A Cana, il primo segno di Gesù colma una sete! Sulla Croce le ultime parole di Gesù sono: Ho sete! Lui che ha donato da bere a tutti ora ha sete! E non riceve acqua fresca o vino nuovo, ma aceto e fiele.

C’è ancora tanta sete di Dio, tanta sete di bene e spesso siamo distratti, non ce ne accorgiamo come l’organizzatore della festa! Maria invece ci insegna ad avere uno sguardo a 360°. Domani è la giornata per/contro la povertà: penso a Sofia o quanti altri giovani si daranno da fare per non stare con le mani in mano, per riempire questa “sete”!

Quanti SAMZfollower non stanno con le mani in mano e chiedono di pregare per loro: vogliamo pregare insieme per questo #JuZacSinodo2018? Sì o no?

Sapremo rispondere alla sete di cambiamento, di riforma che tutti domandiamo oppure ognuno resterà fermo nel proprio orizzonte? Maria poteva fregarsene del vino, invece è andata oltre il proprio bene individuale, si è messa in gioco!

  1. Donna, ecco tuo Figlio! Giovanni nel vangelo non usa il nome Maria, ma Donna, termine insolito per chiamare la Madre; Donna, la nuova Eva, madre di una nuova umanità. Un’umanità che ascolta la parola di Gesù: dice ai servi, ascoltate quello che vi dirà! Un’umanità che accoglie i giovani, la vita: Donna ecco tuo figlio!

Ecco le due modalità per celebrare la Provvidenza: ascoltare la parola di Gesù, il Vangelo; accogliere chi è solo! Perché la Provvidenza è comunione di Dio con l’umanità attraverso l’intercessione di Maria.

«Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire» scriveva Alda Merini in una sua poesia. Nei Vangeli della Provvidenza, Maria sceglie con cura le parole da dire e non dire, ma ancora più sceglie con cura la storia da costruire insieme al suo Figlio, il nostro Dio e insieme ai suoi figli, la nostra umanità.

Giovane cristiano e giovane non cristiano: differenze?

C’è una grande differenza tra queste due sfere dei giovani e può essere più grande di quanto pensiamo. Tuttavia, a causa della modernità attuale, la nostra generazione di giovani cristiani si è corrotta quotidianamente. Non è da oggi che le persone nascondano le loro credenze religiose e le loro posizioni per paura di essere perseguitati. Tuttavia, la ragione per cui questa omissione si verifica oggi è specialmente la vergogna, non la paura. In questo modo i giovani sono imbarazzati quando hanno bisogno di mostrare il Cristo nei luoghi in cui frequentano – come a scuola, nel tempo libero, al lavoro e anche in casa – perdendo così anche l’opportunità di annunciare la parola di Dio a coloro che ne hanno più bisogno. I pastori delle comunità cristiane, i responsabili dei gruppi devono aiutare, sostenere questi giovani che dicono di seguire Gesù, ma quando lasciano le porte della chiesa ritornano alla vita del mondo; riscattarli e aiutarli nella loro conversione può farli pescatori di anime per il regno di Dio. Questo perché non ci sono persone migliori per catturare i giovani che i giovani stessi.
Attento alla differenza, il giovane che vive la verità di Cristo vive più felice e impara a non lasciarsi influenzare dagli altri. Inoltre, cerca la sua felicità in ciò che viene dall’Alto, sapendo come prendere, da ciò che offre il mondo, le cose buone che aggiungono valore alla sua vita.
Avere discernimento e riconoscere i piani di Dio aiuta a capire che non tutto succede come previsto, evitando molte frustrazioni. Il giovane cristiano non dovrebbe permettere di essere influenzato dalle cose del mondo, ma di influenzare il mondo con le sue parole e atteggiamenti.
Essere giovani e essere cristiani non è sinonimo di mancanza di svago e non significa lasciare la giovinezza, ma cercare divertimento in luoghi e momenti che conducono alla santità. Essere un giovane cristiano non significa essere migliori di altri, perché, agli occhi di nostro Padre, siamo tutti uguali e tutti abbiamo l’opportunità di trasformarci per vivere la verità del Cristo vivo.

Daniel Vieira, Loreto, Rio de Janeiro

Diferença Entre um jovem cristão e um jovem não cristão: Existe ou não?

Sim, existe uma diferença entre o jovem cristão e o jovem não cristão, e a diferença é maior do que pensamos. Porém temos que nos atentar ao jovem cristão tanto quanto ao não cristão, pois a atual geração de jovens cristãos vem se “corrompendo” dia a dia.
Mas como assim se “corrompendo”? Os jovens cristãos dessa geração tem vergonha de anunciar que são cristãos nos lugares que passam, como escola e outros, e mais ainda tem vergonha de levar a palavra de Deus a quem precisa.
Por que nos devemos atentar mais aos jovens cristãos do que aos jovens não cristãos? Se tivermos nas nossas paróquias jovens que se dizem ser de cristo, dizem adorar a Deus, dizem que amam o Senhor, porém apenas dizem isso dentro da igreja, como podemos trazer quem não conhece Jesus para perto desses que tem sua fé fraca e que ficam negando cristo? Além do mais, os jovens que realmente conhecem e adoram Jesus, são as melhores pessoas para levarem o cristo aos jovens que não são da igreja.
Voltando para a diferença, o jovem que é realmente cristão vive mais feliz e não se deixa atingir pelas ofensas alheias, ele não desanima facilmente quando uma pedra aparece em seu caminho, ele não busca a felicidade em drogas, bebidas alcoólicas e outros, ele tem uma visão mais ampla da vida. Como assim mais ampla? Se ele tem dificuldades ele busca enfrentar com diversos caminhos, perseverando e não desanimando, confiando em Cristo, por isso vemos a importância de estar em comunhão com Deus, assim teremos muita fé e seguiremos nessa difícil batalha.
Você sente alguma diferença? E eles?
Para nós jovens cristãos, a maior diferença em relação aos não cristãos é que nós nos sentimos mais felizes e completos, vemos o lado positivo das coisas, e quando algo dá errado ou não sai como planejamos, procuramos enxergar que foi o melhor para nós e que esse era o plano de Deus, pois Deus sabe o que faz em cada minuto de nossas vidas.
Nós procuramos não nos envolver com o mundo, não nos deixamos ser influenciados pelo mundo, mas procuramos influenciar o mundo com nossas palavras e atitudes. Os não cristãos não devem saber que nós rimos e nos divertimos como eles, porém nós nunca esquecemos que temos que obedecer a Deus, e que não precisamos buscar essa diversão em drogas e outros.
Você se acha melhor que eles ou é o aposto?
Como estamos com Cristo não deixamos a cabeça subir, pois, aos olhos de nosso senhor Jesus Cristo, todos somos iguais, não importa altura, peso, etc. Em relação aos não cristãos não seria certo falar que eles se acham melhor em relação ao cristão, mas podemos dizer que a maioria deles quer ser maior que as pessoas, pois sentem necessidade de oprimir o próximo para terem mais atenção ou se sentirem menos mal.

Daniel Vieira, Loreto, Rio de Janeiro