La maturità di Romeo Intervista a Matteo Vignati, attore e performer
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La maturità di Romeo
Intervista a Matteo Vignati, attore e performer
Cari amici di Giovanibarnabiti.it buon giorno.
È il vostro pJgiannic che vi parla dalla sua postazione mobile.
Oggi arricchiamo il nostro blog di un’eccellente intervista a un giovane attore che ho avuto il piacere di vedere al Globe Theatre di Villa Borghese a Roma.
Guardando Romeo e Giulietta con la regia di Gigi Proietti, in uno scenario particolare come il Globe Theatre, e assistendo alla bravura del cast mi sono posto una domanda da rompiscatole come tutti mi conoscete:
e se io cercassi di intervistare l’attore principale, Romeo?
E se io creassi un percorso di riflessione sulla figura di Romeo – poi vi spiego meglio?
Come fare?
Fortunatamente internet non è solo uno strumento diabolico, è anche uno strumento utile per fare cose belle!
Quindi caccia all’attore su FB ed ecco il profilo, ecco un messaggio di complimenti, non per piaggeria, ma perché se li merita, per la recitazione e un invito all’intervista, ma… avrebbe risposto?
Ebbene, dopo un mese, con attenzione e gentilezza la risposta di Matteo Vignati eccellente Romeo – insieme a una brava Giulietta, Mimosa Camperisi e gli altri giovani della compagnia. Sì, una compagnia di giovani, di giovani professionisti.
Eccoci in linea con Matteo Vignati.
ciao Matteo,
grazie per la disponibilità.
prima di tutto anni e origine!
27 anni, nativo di Pavia, ma abito in provincia di Milano. Ho visto che Giovanibarnabiti ha anche una postazione a Lodi! Il paese dove sono cresciuto è vicino a Lodi, san Colombano al Lambro.
Sei un banino!
Si sono un banino.
Dov’è nata la passione per il teatro?
La mia passione nasce tardi. Io ho iniziato a ballare da piccolo, non so perché durante gli anni ho avuto come degli incontri con contesti e atmosfere di concentrazioni e sollecitazione inconsce che poi mi hanno portato al teatro. Poi ho fatto l’accademia di musical a Milano, dove avevo fatto anche recitazione vera e propria. Di base mi interessava la linea di interpretazione, andare alla base al nucleo dell’arte, del trasmettere emozioni.
Infatti ho notato, che sia come recitazione, come danza, veramente molto bravo. Ho avuto modo di lavorare con Il Ramo di Lodi, e qualche cosa capisco.
Si grazie. Si conosco Il Ramo.
Poi ho frequentato la Statale a Milano, storia del teatro della regia, quindi dovevo fare l’attore. Recitazione, teatro e quindi l’attore.
Bello, recitazione, teatro. Noi diciamo attore, ma prima c’è la recitazione. È importante essere precisi nei termini.
Come l’hai coltivata? con quale e quanta fatica, ma anche con quale e quanta soddisfazione?
Come ogni passione è una cosa bellissima e un estremo sacrificio. La si coltiva tutti i giorni nelle cose più piccole a quelle più grosse. Cerchi di sfruttare tutto ciò che ti piace/accade nella vita e la porti nella vita, cerchi di sfruttare artisticamente. È un grosso sacrificio perché l’arte dell’attore è un’arte bastarda, è un’arte complessa, un insieme di discipline maggiore rispetto ad altre. La danza, il canto sono basate sul corpo, sulla voce; l’arte teatrale è completa perché le racchiude tutte.
Le prime soddisfazioni quando sono arrivate?
Molto presto, danzavo da piccolo di lavorare con ballerini professionisti o lavorare in tv in adolescenza. Ecco le prime soddisfazioni professionali.
Le soddisfazioni propriamente teatrali, di quello che propriamente desideravo, stanno arrivando ora: Romeo e Giulietta e altro.
Quali personaggi prediligi tra quelli interpretati?
Mi piacciano con un forte conflitto dentro di sé.
Lo stesso Romeo è stato bellissimo. Recitare un ruolo così grande. A me piace molto la drammaturgia contemporanea. Dove i conflitti interiori, i drammi vengono rappresentanti nel loro fulgore.
Ultimamente sto portando avanti uno spettacolo di Tony Kushner, ambientato nella Germania del 33 – oggi è la giornata della memoria. In questo testo, un posto luminoso chiamato giorno, recito un personaggio interessante, un personaggio omosessuale molto cinico, perché estremamente legato all’amore e al sentimento. Un ruolo molto complesso.
Molto interessante in una epoca in cui le diversità non erano accettate, quindi il ruolo è più difficile interpretare.
Ho appena concluso una tournée, lavoro da Roma in su e sulle piazze principali.
Tu sei giovane? che significa giovane secondo te?
Mi sento giovane.
Ok non sei proprio giovanissimo, non sei un adolescente, inizia ad andare verso l’età matura. Che significa giovane?
Giovane non è uno standard di età, è più una sensazione personale, certi giorni sono giovane, certi giorni vecchio. Giovane è quando si ha ancora un entusiasmo per la vita e si continua a combattere per quello in cui crede.
Bene, ma … quando ti senti vecchio e quando giovane?
Ci sono dei giorni in cui sono spossato fisicamente o sono prostrato psicologicamente, in quel momento posso dire di sentirmi vecchio, vedo grigio.
D’altra parte c’è anche del grigio nella vita.
Soprattutto se si vive in provincia di Milano.
Si la nebbia, ma le tue colline hanno anche tanti colori belli che ho percorso in bicicletta.
Io ti ho visto in Romeo e Giulietta, con la regia di Proietti; avevo un’idea edulcorata, quasi ossequiente del dramma shakespeariano, anche quando lo lessi la prima volta durante il militare, ma grazie a te e alla compagnia ho scoperto l’attualità di questo classico.
Quanto i giovani del dramma sono simili o diversi dai giovani di oggi?
Io credo che la differenza sostanziale tra ieri e l’epoca del dramma è la convivenza. Allora si diventava grandi subito, prima di adesso. A 14 anni si era già adulti, si andava a combattere, si figliava. Ma l’animo, l’essenza della gioventù non muta, non cambia, come non cambia l’animo dell’uomo.
Romeo seppure ha 18 anni, è un adulto, ha comunque quell’ossessione nei confronti del l’amore che hanno ancora gli adolescenti oggi, così Giulietta.
Infatti l’adolescenza è una categoria sociale di questi ultimi 100 anni prima non esisteva, si capisce anche perciò una certa autonomia di Romeo e Giulietta; certo alcune ossessioni o alcune passione nell’innamorarsi permangono ancora oggi, tra tanti adolescenti che ho visto crescere.
Secondo te Romeo e Giulietta sono degli eroi, dei modelli?
Questa è una bella domanda.
Sto pensando. Sono eroi in senso tragico, perché combattono strenuamente contro una struttura sociale che vuole soffocarli. Per essere coerenti all’amore che sentono addirittura affrontano la morte. È un concetto di eroe anche sofocleo. Che siano dei modelli da seguire, questo è una domanda complessa! Shakespeare non a caso alimentava questi conflitti etici nelle sue opere. È giusto arrivare a uccidere, per amore? Si può arrivare al suicidio per amore? È giusto disobbedire all’amore dei genitori, per amore? Che domande ci facciamo quando vediamo Romeo e Giulietta?
Una persona deve a un certo punto saper tagliare il cordone ombelicale, che non sempre significa rinnegare la propria famiglia.
Il problema è che qui forse non esiste un rapporto con gli adulti. Romeo e Giulietta non parlano mai con i loro genitori; il morire forse è dovuto proprio a una mancanza di dialogo, di confronto, anche diverso, ma di confronto.
Io penso in generale sia sbagliato parlare di uno standard ma solo personali opzioni; io posso sentirmi adulto perché ho una indipendenza economica, ho dei figli, ma ognuno ha le sue scale di valori. Ciò che mi arriva dalla mia esperienza teatrale è che tutti gli adulti sono bambini. quando lavoro con degli adulti li guardo negli occhi e mi accorgo che tutti gli adulti sono bambini, e quando lavoro con i bambini li tratto alla pari. È giusto così, quando si lavora in gruppo è così!
Chi può essere considerato più maturo? Forse frate Lorenzo? Un frate atipico, irruento, anche complice.
Io direi che sono più adulti Romeo e Giulietta perché hanno cercato, almeno Giulietta, di parlare con qualcuno, gli adulti no!
Secondo me lei dovrebbe capire…
Mi fai sentire anziano perché mi dai del Lei.
No è rispetto.
Capisco, quasi tutti mi danno del tu. Normalmente non riesco a incutere il dovuto timore; anche qualche tuo coetaneo che è stato mio alunno al San Francesco potrà testimoniare!!!
Ma torniamo alla maturità. Giulietta era più matura, ha cercato di parlare con la governante.
Romeo era più adulto, forse perché uomo, perché aveva degli amici, perché aveva già ucciso!
Giulietta è una sorta di Antigone, l’unica all’interno dell’opera che fa una scelta veramente matura e coerente con se stessa e con i suoi desideri, pronta a rischiare fino in fondo. Rischia la morte, quando prende la fiala da frate Lorenzo.
Ricorda molto Antigone. Questa secondo me è una persona adulta, quando segue se stessa fino in fondo.
Quello che dici tu è anche una conseguenza di essere in pace con se stessi, confrontarsi, lasciare spazio agli altri.
Degli adulti abbiamo parlato, non esiste un rapporto tra adulti e giovani: è cambiato qualche cosa oggi?
È cambiato tutto, c’è una forma mentis più comprensiva, si parla di adolescenza che prima non esisteva…
Anche se questo a volte sfocia nell’eccesso opposto, avere genitori più amici, senza un ruolo materno, paterno definito.
I tuoi genitori sono più amici o genitori?
A momenti, sono due genitori molto giovani, siamo cresciuti insieme. Mia madre mi ha fatto a 21 anni, mio papà 26, la mia età quando sono nato; è stato un bel percorso insieme.
Penso che sappiamo essere genitori, quando si è capaci di dire no o si. Da come parli e ragioni sicuramente lo hanno fatto.
Il problema è che oggi i genitori hanno paura di dare linee ai propri figli. E comincia il dramma.
Ancora tre domande. Una più interiore, perché nel dramma si parla di fra Lorenzo, quindi la fede centra e non centra, non centra più di tanto, forse centra di più in Otello, con Desdemona.
La fede: quanto c’entra la fede nella vicenda o è solo una tradizione, un contesto dell’epoca?
Nell’opera abbiamo due tipi di religiosità, non ci sono figure istituzionali, di potere, ma le famiglie parlano di matrimonio di convenienza, di affari della religione; dall’altra parte frate Lorenzo, dedito io giovani, irruente… un po’ alcolizzato (questa è la regia simpatica di Proietti).
Frate Lorenzo è Il frate che dona la fiala, che organizza questo inganno… che finirà male.
Non voglio parlare ora del suicidio ma andrebbe sviluppato. Romeo e Giulietta si suicidano forse questo non si sottolinea abbastanza.
Finisce male per loro, ma le due famiglie si rappacificano, una sorta di sacrificio, anche se non è giusto che debbano pagare due giovani.
La bellezza del teatro di Shakespeare è proprio quello di estremizzare alcuni aspetti della condizione umana per portare lo stimolo a riflettere sulle tematiche, il loro amore è luminoso, bellissimo ma forse come il sole se è troppo acceca.
A proposito di religiosità e di fede, tu hai fede?
Dipende che tipo di fede si intenda.
Io ho una fede nell’essere umano e in qualche cosa di supremo, di altissimo, che chiamo Dio, che prego, perché la mia esperienza mi ha portato a ciò. Esiste qualche cosa di cui non abbiamo controllo e che non vediamo. Un principio spirituale che regola il mondo e che non possiamo capire, ma la mia fede sta in questo.
Quale speranza vedi per il domani. Prima però quali progetti, quali sogni.
Mi piacerebbe da una parte riuscire a essere tranquillo, con il mio lavoro dal punto di vista economico, dall’altra parte voglio portare all’estremo il mio percorso di ricerca artistica, per esempio viaggiare in Europa per del teatro sperimentale che abbia una panoramica più ampia; l’Italia è un po’ lenta rispetto agli altri.
Sperimentale si intende come al Vascello di Roma o all’Elfo di Milano con i “Tre allegri ragazzi morti”?
Anche su quella linea, danza, teatro, canto, ma non un musical commerciale. Dove ci sia un rapporto diretto con il pubblico. Mi piace molto guardare negli occhi le persone, in mezzo alle persone, stare a tu per tu.
Ti dirò come sarà il musical Romeo e Giulietta ama e cambia il mondo.
Potrebbe esser un prodotto di qualità.
Sei giovane fai teatro, fai cultura, porti avanti un patrimonio italiano e europeo, questo è fare cultura, di fronte al solo apparire.
Perché tanta fatica per andare a teatro, per leggere?
Perché sono attività che richiedono tempo e ascolto e con ritmi di oggi è difficile ascoltare e ascoltare le persone e ascoltare un testo.
Bella riflessione, grazie. I nostri nonni non sapevano leggere, ma ascoltavano la natura, le cose…
Andiamo in una direzione che nega i rapporti umani più sinceri e naturali. La tecnologia è una potenzialità che però non riesce a riporta al parlarsi negli occhi… è molto facile litigare via fb perché siamo coperti da una maschera.
Ti ringrazio per la pazienza, Matteo, spero veramente di poter utilizzare quanto hai detto per fare crescere quanti ti leggeranno pochi o tanti che siano, anche pochi ma che vogliono crescere.
Grazie anche da parte mia, avrò piacere di invitarla al prossimo progetto, ma anche il piacere di avere trattato delle tematiche che potrebbero interessare e stimolare altri giovani con le parole emerse in questa intervista, grazie della chiacchierata.
Il segno della testimonianza
Intervista a Paolo Martinelli vescovo della chiesa di Milano per la vita consacrata
Paolo Martinelli è da poco vescovo ausiliare della diocesi di Milano incaricato per la vita religiosa. Non solo in qualità di mio compagno di scuola superiore o del suo essere frate cappuccino, bensì del suo ruolo che svolge in una delle diocesi più importanti del mondo e poiché siamo nell’anno dedicato alla vita religiosa, gli ho posto alcune domande perché ci aiuti a ragionare sul valore della vita consacrata (o religiosa) come segno nella nostra società fatta di segni e … simulacri.
Buon giorno fra Paolo, è un piacere rincontrarci in questa tua nuova veste, in questa diocesi che ci ha visto crescere; chi avrebbe pensato che dalla nostra scuola (1975/1980) potessero fiorire ben tre vocazioni tra cui un vescovo! Siamo nell’anno che papa Francesco ha dedicato alla vita religiosa (per intenderci con i nostri lettori: Gesuiti, Domenicani, Cappuccini, Barnabiti…), un anno che ci sollecita a ragionare con ulteriore attenzione a questo ramo della vita cristiana. La vita religiosa è dai più definita come segno, segno definitivo di Cristo nella Chiesa e nel Mondo, quindi io vorrei partire proprio dai segni e da alcuni segni che oggi vanno molto di moda, tatuaggi.
Cosa pensi dei tatuaggi, di questo bisogno di qualche cosa di così definitivo, in una società in cui conta di più il momento, l’usa e getta?
A dire la verità questi segni incisi sulla pelle e nel corpo mi sembrano come un grido, come una domanda in cerca di interlocutore, poiché il corpo è il luogo in cui ciascuno incontra e si fa incontrare dall’altro. In un’epoca di relazioni “liquide” il segno corporeo sembra voler incidere in modo indelebile nella carne un grido, una esigenza di relazione e di riconoscimento.
I tatuaggi sono dei segni, forse dei simboli: perché i giovani di oggi hanno così bisogno di segni?
Ogni persona ha bisogno di segni perché non può vivere senza comunicare se stesso agli altri. Devo dire che l’abbondanza di un corpo supertatuato, come ad esempio quello di coloro che lo ricoprono quasi totalmente di tatuaggi, mi sembra che contenga un carattere di “eccesso”. Ad ogni modo l’uomo è sempre un io-in-relazione, anche nell’eccesso. Inoltre il segno come simbolo esprime il bisogno di interpretare la realtà che ci si trova a vivere quotidianamente. L’uomo è quell’essere al quale non basta vivere ma deve interpretare la vita e ciò avviene attraverso la funzione simbolica.
Il mondo del lavoro, ma anche molti di noi, spesso non approva e tantomeno accetta persone tatuate: è giusto che l’abito continui a fare il monaco?
Credo che i “supertatuati” possono dare a volte una impressione di eccesso, come sintomo di un equilibrio non ancora trovato. Da qui una certa diffidenza che il mondo del lavoro può provare nei loro confronti. Questa impressione può essere naturalmente sbagliata e determinata da pregiudizi. Ma in questo senso il proverbio “l’abito fa il monaco” non è del tutto sbagliato; la forma che si assume nella vita comune non può essere indifferente.
Quali segni credi la società di oggi offre alle generazioni giovani?
La necessità di simbolizzare è assolutamente inestirpabile nei giovani e nelle persone. Purtroppo la nostra cultura sta perdendo la capacità simbolica in forza della diffusione pervasiva delle tecnoscienze. Sono conquiste importanti, ma non devono essere vissute a discapito del bisogno dell’uomo di vivere il rapporto con le cose con la necessità che ci sia un senso in quello che si vive. Da questo punto di vista la società non offre molti segni, forse offre molti segnali che spingono al consumo più che alla riflessione. I giovani vanno aiutati a non vivere di riflessi meccanici e condizionati ma a essere uomini liberi e consapevoli del senso della vita, di dare uno scopo ai propri giorni e di prendere decisioni che diano senso ai propri giorni.
Restando nell’ambito giovanile: qual è il segno che preferisci nella gioventù di oggi? E quello più preoccupante, che ti piace meno?
Nei giovani di oggi vedo segni di autenticità e sincera capacità di amare, di essere generosi. Quello che mi preoccupa di più è di trovare in essi spesso anche segni di tristezza e poca fiducia nel futuro; causati spesso dalla mancanza di adulti che testimonino a loro la possibilità di vivere all’altezza dei propri desideri più veri. C’è bisogno di adulti che tornino a comunicare questa possibilità, che siano testimoni di speranza.
La vita religiosa nel pensiero cristiano è sempre stata intesa come segno, segno della vita di Cristo tra gli uomini. Saresti capace di chiarire meglio questo concetto ai nostri lettori?
Oggi la maggior parte dei giovani non conosce più la vita religiosa. Le indagini statistiche sulle realtà giovanili ci dicono che la loro comprensione della vita religiosa è assolutamente bassa. Credo che i religiosi e le religiose dovrebbero aver più coraggio di farsi incontrare dentro la vita quotidiana dei giovani. Essere segno vuol dire essere capaci di intercettare la vita dei giovani e fare sorgere le domande fondamentali sul senso da dare alla vita. La vita religiosa come segno di Cristo vuol dire una forma di vita incontrando la quale si è portati a porsi delle domande sul senso e sul fatto che Cristo propone un significato totalizzante capace di abbracciare ogni situazione, di gioia e di dolore.
Un segno svolge la propria funzione quando riesce attirare a sé, a farsi seguire da coloro a cui si rivolge (pensiamo alla pubblicità o alla moda). Secondo te i giovani di oggi sono capaci di comprendere l’essere segno della vita religiosa? O meglio: noi religiosi siamo capaci di farci intendere, comprendere dai giovani di oggi?
Su questo occorre riflettere bene: la pubblicità propone segni fortemente “seduttivi” che tendono a produrre una reazione compulsiva di consumo e a rendere il desiderio della persona sempre più superficiale. In tal modo la libertà della persona è ridotta alla semplice reazione di soddisfare nel più veloce tempo possibile un bisogno, per lo più indotto dall’esterno. La vita religiosa non deve in nessun modo essere un segno di questo tipo; piuttosto deve indurre a riflettere, a pensare al proprio vero desiderio e capire la propria responsabilità nella vita e a scoprire dove sia la vera gioia. Occorre che la vita religiosa dia a pensare al giovane sul senso da dare ai propri giorni.
Perché molte esperienze di vita più radicali, penso alla Clausura ma anche a nuove forme di vita comune secondo il Vangelo, sembrano attirare, suscitare più vocazioni che altre forme più classiche e storiche della Chiesa?
È un discorso molto complesso. Il mondo è cambiato in modo vertiginoso in questi ultimi sessant’anni ed è normale che le antiche forme di vita consacrata abbiano bisogno di ripensarsi e di riflettere su come vivere la propria vocazione nel presente. Le realtà di vita contemplativa, come la clausura, e le grandi tradizioni di vita spirituale sono più solide perché riescono ad essere se stesse integrando nuove sensibilità. Sono in crisi soprattutto le realtà sorte 100/200 anni fa, molto legate a opere particolari. I cambiamenti sociali fanno sentire molto il loro peso su queste realtà legate a situazioni contingenti.
Quanto vale come segno essere religioso in maniera “normale”?
Direi che la cosa migliore sia essere religiosi “normali”; è bene essere creativi sviluppando il dna presente nella propria storia spirituale, lasciandosi fecondare dal presente; mentre non mi sembra che abbiano dato grande esito i tentativi di cercare di essere religiosi “strani” o “diversi” dal passato, forzando degli adattamenti che rischiano di snaturare la propria esperienza.
La vita religiosa è chiamata anche a essere profetica, cioè a portare speranza e progettualità per il futuro: quali segni di speranza e di futuro offriamo ai giovani?
Innanzitutto bisogna capire che cosa vuol dire essere profeti. Il profeta è l’amico di Dio e l’amico degli uomini; è tanto amico di Dio da poter ascoltare intimamente la sua parola e dirla al mondo; ed è tanto amico degli uomini da avere il coraggio di denunciare la falsità dei cuori e di rilanciare la speranza per un cambiamento possibile. Inoltre, per me l’urgenza più grande oggi è quella di fare vedere che seguire Gesù Cristo rende le persone più umane. La Chiesa italiana parla giustamente di nuovo umanesimo in Cristo. Occorre lavorare per questo nuovo umanesimo. Occorre riportare l’uomo al centro con le sue relazioni costitutive. Seguire Gesù fa vivere intensamente gli affetti, il proprio essere uomo e donna, il lavoro, il riposo, la gioia, il dolore, la vita e la morte. Essere profeti del regno oggi vuol dire essere profeti dell’umano: mostrare in questo tempo, dove si sogna un transumanesimo o postumanesimo, la bellezza di essere se stessi come creature amate e come figli di Dio.
Un’ultima domanda, fra Paolo: da pochi mesi sei stato ordinato vescovo nella e per la chiesa di Milano: cosa significa tutto ciò? Quale missione pensi ti sia chiesta dal Vangelo, dalla Chiesa in questo nuovo millennio?
Mi è stato dato l’incarico di vicario episcopale per la vita consacrata e sono molto contento di questo. Mi sembra che la cosa più importante sia proporre – come dice papa Francesco – la cultura dell’incontro contro la cultura dello scarto, proporre il cristianesimo come incontro; incontrare Cristo e andare agli altri portando l’incontro con Cristo. I consacrati e le consacrate sono proprio persone dell’incontro. Occorre lavorare per costruire forme di testimonianza evangelica semplici e incisive in cui mostrare la bellezza e la gioia del Vangelo. Il cristianesimo non si diffonde per propaganda ma per l’attrazione della testimonianza di uomini veri e autentici. I consacrati e le consacrate devono essere in prima linea su questo.
Quindi, fra Paolo, posso concludere richiamando quanto diceva Paolo VI: per l’uomo di oggi abbiamo bisogno non di maestri, ma di testimoni. Il segno di cui l’umanità non può assolutamente fare a meno e per il quale la vita religiosa è impegnata in prima linea è proprio quello della testimonianza, non dell’effimero, ma dell’incontro con Gesù!
Grazie di cuore per il tempo dedicato ai nostri GiovaniBarnabiti e buon lavoro da pastore.
Afghanistan, il mantenimento della pace
Tra i carabinieri in missione in Afghanistan c’è anche un ex-alunno del Collegio San Francesco di Lodi. Dopo averlo aiutato a sostenere una mamma di Herat che ha partorito 4 gemelli gli abbiamo chiesto di scriverci qualche riflessione sulla sua missione che pubblicheremo a puntate sul nostro blog. Per motivi di sicurezza non pubblichiamo il nome dell’autore.
Il mantenimento della pace mondiale dovrebbe essere, e son sicuro che lo è, un motivo d’orgoglio per l’identità nazionale; ciò possiamo comprenderlo dallo sforzo notevole che la nostra nazione ha espresso in particolar modo in questi ultimi anni.
Per la maggior parte degli italiani, il mantenimento della pace evoca immagini positive ed eroiche dei soldati che operano in ambienti difficili e spesso tragiche: un soldato che protegge un bambino durante uno scontro a fuoco; un pilota che vola in condizioni disperate al fine di portare rifornimenti i posti inaccessibili; un medico che benda le ferite di un rifugiato in difficoltà; un soldato di pattuglia nella terra di nessuno tra mille insidie e pericoli di attacchi; un ufficiale che scopre fosse comuni dopo un genocidio. Per noi soldati italiani, il mantenimento della pace è il cercare di proteggere le persone in pericolo di vita, offrendo la speranza in situazioni quasi disperate, e portando la pace e un po’ di giustizia per le comunità devastate dalla guerra in terre lontane. Si tratta di sacrificio e di un servizio mondiale.
Queste nozioni di coraggio e di servizio in passato non sono state percepite dalla nostra comunità che oggi è finalmente conscia e le ha fatte proprie. Il sostegno del popolo italiano per questo ruolo delle forze armate di mantenimento della pace è forte ed è diventata parte integrante dell’identità nazionale. Si tratta di una parte di ciò per la quale l’Italia si è resa celebre come nazione, e come popolo. I nostri soldati hanno sempre avuto un ruolo positivo, straordinario durante i loro impegni internazionali. Questo fattore ci è stato riconosciuto da tutti i paesi del mondo. Purtroppo anche il numero dei fratelli italiani che hanno dato la vita è elevato e a volte poco ricordato.
Da diversi anni partecipo alle missioni internazionali per conto del mio paese. Ho cominciato nel 1993 in Cambogia dove l’Italia partecipò alla missione UNTAC con l’invio di 75 Carabinieri quali osservatori per conto della Civil Police dell’ONU dislocati nei vari distretti di quella terra martoriata dal regime di Pol Pot al fine di permettere al quel popolo di poter scegliere il proprio futuro attraverso libere elezioni. Da giovane Carabiniere qual’ero allora, fu un’esperienza tremendamente ricca di emozioni forti che hanno lasciato il segno nella mia vita. Laggiù l’ambiente era difficile e le carenze organizzative dell’ONU spaventose. Siamo stati mandati in province sperdute del territorio cambogiano, assediati dalle zanzare senz’acqua né luce; scarsi sistemi di comunicazione, internet e telefoni cellulari non erano nenache stati inventati! Per non parlare dell’alloggio. Ma la voglia di far bene di aiutare i cambogiani ha sopraffatto le mille difficoltà.
I visi di quelle centinaia di bambini sempre sorridenti che ci accoglievano come fossimo dei babbo natale… si è stampata nella memoria! “Bye Bye UNTAT”, dicevano nell’accoglierci e noi cercavamo nelle tasche un qualsiasi cosa da poter regalare, anche una semplice bottiglia d’acqua.
Dopo la Cambogia, via via ci sono state altre missioni fino ad arrivare al 2009 quando per la prima volta vengo chiamato per l’Afghanistan. Una terra che solo a pronunciarne il nome faceva paura! Ora sono al secondo “giro” al termine del quale avrò trascorso piu’ di due anni in questa terra.
Sono lontano dagli affetti: i miei piccoli gioielli, i miei bambini, la mia amata moglie che con immensa forza e coraggio manda avanti “la baracca” come si usa ancor dire dalle mie parti. Un po’ di malinconia mi assale, ma dura poco: il sorriso dei colleghi e la riconoscenza degli afghani mi da coraggio. (Continua)
Gregorio e Paolo santi
Domenica 25 gennaio,
la chiesa greco-melkita fa memoria del nostro santo padre Gregorio il teologo, occasione gradita per fare i nostri migliori auguri a Sua Beatitudine Gregorios e per chiedere al Santo di intercedere per lui, affinchè, per molti anni ancora continui a pascere il gregge della sua chiesa Melkita oggi, più che mai martoriato in ogni dove si trovi, Siria, Iraq, Libano, Giordania, Egitto e ovunque sia disperso in diaspora al di fuori della sua terra e lontano dalle sue case.
Preghiamo dunque il santo teologo arcivescovo di Costantinopoli non solo perché protegga e conservi il nostro Patriarca, ma l’intera Chiesa, così dicendo:
Con la tua lingua teologa hai sciolto le complicazioni dei retori, o glorioso, e hai abbigliato la Chiesa con la tunica dell’ortodossia, tessuta dall’alto; di questa rivestita, essa acclama insieme a noi, tuoi figli: Gioisci, padre, eccelso intelletto della teologia.
Chiediamogli di aiutare la Chiesa, a conclusione di questa speciale settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani, a sapersi allontanare dai cammini di indifferenza, diffidenza e odio che mantengono ancora vive le divisioni e così facendo si spartiscono quella bella tunica d’ortodossia tessuta dall’alto!
Chiediamogli la saggezza suprema del cuore e dell’intelletto necessaria a superare tali ostacoli e a sapersi riconoscere UNA, specialmente in questi tempi in cui la morte gratuita, la persecuzione, la tortura e il dolore non fa differenza tra cattolico e ortodosso. Che abbia almeno la saggezza di offrire tale e tanto dolore per l’unità, affinché il Cristo accettando tali voti ricomponga egli stesso la sua tunica e ci raduni in unità!
Buona preghiera anche ai padri Barnabiti per la festa della Conversione di san Paolo loro patrono.
In comunione,
la Chiesa greco-melkita di Roma.
Barnabiti in Afghanistan
Pubblichiamo la cronaca del cambio della “guardia” barnabitica nella missione afghana a Kabul
Padre Giuseppe Moretti ascolta la professione di fede e il giuramento di fedeltà di padre Giovanni Scalese
La presenza dei Barnabiti in Afghanistan data dal 1933. Essendo stata l’Italia il primo paese a riconoscere l’indipendenza dell’Afghanistan (1919), il governo afghano volle in qualche modo “sdebitarsi” permettendo, all’interno della legazione italiana, l’erezione di una cappella e la presenza di un cappellano a servizio della piccola comunità cattolica locale. Fu lo stesso Pontefice Pio XI a volere per tale incarico un barnabita. Primo cappellano dell’Ambasciata italiana a Kabul fu il Padre Egidio Caspani (1933-1947). Gli succedettero i Padri Giovanni Bernasconi (1947-1957), Raffaele Nannetti (1957-1966), Angelo Panigati (1966-1990) e Giuseppe Moretti (1990-1994). Quest’ultimo fu costretto a lasciare il paese nel 1994, a causa della guerra civile scoppiata in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe sovietiche (1989) e la caduta del regime comunista (1992). Nel 1996 i Talebani presero il potere e instaurarono l’Emirato Islamico, che durò fino al 2001, quando ci fu l’intervento della coalizione militare internazionale con l’operazione “Enduring Freedom”.
Venutasi a creare una nuova situazione politica con la formazione del governo di Hamid Karzai, la Santa Sede, volendo provvedere in maniera più adeguata alla cura pastorale dei cattolici in Afghanistan, in data 16 maggio 2002, decise di costituire il territorio della Repubblica Afghana in “Missione sui juris” (= non dipendente da alcuna altra giurisdizione ecclesiastica), affidandola all’Ordine dei Barnabiti. Come primo Superiore ecclesiastico o Ordinario della Missione fu scelto lo stesso Padre Moretti, che fece immediato ritorno a Kabul e riprese la sua attività pastorale a favore della comunità cattolica in Afghanistan.
Trattandosi di un ufficio ecclesiastico in tutto equiparato a quello di un Vescovo diocesano, il Superiore della Missione è invitato a presentare le dimissioni al compimento del 75° anno d’età (can. 401, § 1). Norma scrupolosamente osservata dal Padre Moretti in occasione del suo 75° compleanno, nel 2013. A questo punto la Santa Sede doveva provvedere alla nomina di un successore. La Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, con decreto del 4 novembre 2014, nominava il Padre Giovanni Scalese nuovo Superiore della Missione.
Padre Scalese, originario di Roma (nato e cresciuto nella Parrocchia di San Carlo ai Catinari), può contare su una esperienza piuttosto variegata, che va dall’attività pastorale all’insegnamento, dalla gestione scolastica alla formazione, dal servizio missionario al governo della Congregazione. Le tappe del suo ministero sacerdotale sono state, a varie riprese, Firenze (Collegio alla Querce), Bologna (Parrocchia di San Paolo Maggiore e Collegio San Luigi), Roma (Curia generalizia), Tagaytay (Filippine), Bangalore (India), Napoli (Istituto Bianchi). Dopo aver sbrigato tutte le pratiche burocratiche (il Superiore della Missione gode di status diplomatico in qualità di Addetto d’Ambasciata) e aver preso le opportune precauzioni sanitarie, Padre Scalese è partito per Kabul il 7 gennaio 2015, il giorno dopo l’Epifania.
Domenica 11 gennaio, festa del Battesimo del Signore, nella Chiesa-madre della Madonna della Divina Provvidenza, alle 17.30, si è svolto il rito della “presa di possesso” della Missione. Erano presenti numerosi fedeli, tra cui le tre comunità religiose femminili di Kabul (le “pioniere” Piccole Sorelle di Gesù, le Missionarie della Carità di Madre Teresa e la comunità intercongregazionale “Pro Bambini di Kabul”). Il nuovo Superiore è giunto alla porta della Chiesa, dove era ad attenderlo il Padre Moretti, che gli ha presentato il Crocifisso da baciare e l’aspersorio con cui è stata benedetta l’assemblea. Dopo qualche istante di adorazione silenziosa, Padre Scalese ha emesso la professione di fede e il giuramento di fedeltà previsti dal diritto canonico (can. 833). Mentre i fedeli cantavano il canto d’ingresso della Messa, il nuovo Superiore ha assunto le vesti liturgiche e si è recato all’altare per dare inizio alla celebrazione. Dopo il saluto iniziale, ha preso possesso della sede presidenziale e il Padre Moretti gli ha imposto la mitra. È quindi seguita la lettura del decreto di nomina e il saluto dei fedeli. La Messa è poi proseguita con il canto del “Gloria”, la liturgia della parola (con letture in spagnolo, italiano e inglese) e la liturgia eucaristica. Nella sua omelia, Padre Scalese ha messo in rapporto il proprio insediamento con la festa liturgica del Battesimo del Signore, ha ringraziato i superiori ecclesiastici per la fiducia accordatagli, ha ringraziato Padre Moretti per il servizio ultradecennale prestato alla Missione, si è raccomandato alle preghiere dei presenti, ha invocato la benedizione di Dio sulla comunità e l’Afghanistan.
Padre Moretti ha lasciato Kabul il 14 gennaio per far rientro in Italia (dimorerà a Roma, presso la Casa generalizia). Padre Scalese è rimasto a Kabul con il suo piccolo gregge e con la speranza che la situazione politica dell’Afghanistan si evolva in senso positivo, in modo che la Missione possa crescere e assumere a poco a poco i connotati di una vera Chiesa locale.
Guardians of the creation
Cari amici buon giorno,
comincia una nuova sezione The planet where I’m living – Il pianeta dove vivo, di Nicolais Legrais, della nostra comunità giovanile del Belgio nella quale cerchiamo di meglio capire che fare per salvaguardare il nostro pianeta.
“We are guardians of the creation, of God’s plan in line with the nature, guardians of the other, of the environment. Do not allow signs of destruction and death accompany the march of our world!”. Thus spoke our Francis pope his early pontificate. He invites everyone to reflect on his relationship to the world, its relationship to life.
Are we still in good agreement with Life in our actions, our lifestyles? The earth is suffering from many ills: war, pollution, deforestation, starvation. For many of these ills, the man is responsible, each is. Nowadays, we tend to see the environment as a source of profit than a living millenary universe.
Of course, there are many organizations and local and national initiatives that tend to want to give some meaning to human actions, respect for creation, we must support it! But unfortunately the balance still leans too much in the red. Can is it to answer the call of the pope, reverse this negative trend by being humble enough to revise our way of life, in agreement with what nature has to offer and the fulfillment of mutual beliefs.
And don’t forget, the earth is not our ancestors who we ready but our children who lend it to us.
Nicolais Legrais
La sapienza è Dio che si dona
Fino a ora abbiamo considerato come la sapienza sia capace di coinvolgere profondamente l’uomo, a partire dal suo centro, il cuore, ed estendendosi a tutta la sua esperienza vitale. Ma una qualità di tale importanza per la vita umana, è data a tutti o appartiene solo a chi è capace di svilupparla?
A differenza della sapienza intesa come conoscenza e abilità di sottile ragionamento, accessibile solo a chi è particolarmente dotato e ha la possibilità di sottoporsi a un lungo periodo di formazione, la sapienza biblica è un dono di Dio e quindi accessibile a tutti, come testimoniano tanti passi biblici, tra i quali i libri della Sapienza 6,12, e dei Proverbi 1,20-21 e 8,2-3, dove “donna sapienza” grida a tutti nelle piazze e non parla nel segreto solo per pochi eletti.
Come ogni dono divino, va però accettato nella libertà, cosa possibile solo se si coltiva una relazione con Dio nella preghiera. Così ci insegna un testo molto suggestivo, sempre dal libro della Sapienza (9,17), che contiene una bellissima preghiera in cui Salomone chiede il dono della sapienza, unica mediatrice tra Dio e l’uomo, capace di portare alla conoscenza della volontà di Dio.
La sapienza è dunque la via privilegiata con la quale Dio si apre all’uomo. Essa non è solo dono di Dio ma è Dio stesso che si dona. Non stupisce quindi che il nuovo testamento rilegga la sapienza come il Signore Gesù che viene nel mondo e si dona agli uomini.
Pensando infine al nostro san Paolo e, specificamente, a 1Corinzi 2,6, la Sapienza che porta alla perfezione e che “non è di questo mondo” è “Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro, Giudei o Greci, che sono chiamati, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23b-24).
Stefano Maria
Gesù bambino o Gesù uomo?
Ci piace di più un Dio Gesù bambino o un Dio Gesù uomo?
Abbiamo di più l’idea di un Dio che resta bambino o di un Dio che diventa uomo?
A ben pensarci spesso preferiamo un Dio Gesù bambino, che tra poco riporremo nelle soffitte o nelle cantine delle nostre case, bambino che non disturba se non con un poco di tenerezza, perché i problemi della vita sono parecchi e non è Gesù non serve per risolverli.
Eppure la fede cristiana non si fonda su un Dio Gesù bambino, ma su un Dio Gesù uomo!
Il vero Natale del Signore non è quello del bambino, ma quello dell’Epifania, della manifestazione di Dio Gesù al mondo, di Dio Gesù ai benpensanti e ai peccatori, la festa di oggi, di Dio Gesù alla vita di tutti i giorni, le nozze di Cana. Il vero Natale di Gesù che la festa del battesimo di Gesù ci vuole rivelare è il Natale che chiede di accadere nella nostra vita quotidiana ogni giorno, in ogni momento del nostro esistere quotidiano.
Il battesimo che Gesù riceve al Giordano non è un optional, ma è una vera e propria scelta di Dio per noi! Nel momento in cui Dio ha scelto di incarnarsi, ha scelto non solo di nascere e poi starsene da qualche parte, ma di incarnarsi per vivere da uomo, per redimere l’uomo. Questa redenzione, che troverà il suo culmine sulla Croce, però vuole illuminare e sostenere ogni istante della nostra esistenza.
Gesù, chiamato il galileo, viene al Giordano per essere immerso anche lui nelle acque di quel fiume, il fiume che discende. Siamo così posti di fronte a un evento decisivo nella vita sia di Gesù sia del Battista: Gesù, che è un discepolo di Giovanni, che si era messo alla sequela del profeta (“dietro a me”, come precisa Giovanni), ora chiede al Battista di essere come uno di quei peccatori che in fila attendevano l’immersione, chiede di essere immerso in modo che i peccati siano inabissati nell’acqua e dall’acqua possa risorgere quale nuova creatura. Gesù è un uomo libero e maturo, ha coscienza della sua missione, non vuole privilegi, ma vuole compiere, realizzare ciò che Dio gli chiede come cosa giusta: essere solidale con i peccatori che hanno bisogno dell’immersione, essere un uomo credente come tutti gli altri.
Questo non significa evidenziare solo la dimensione negativa dell’uomo, il suo essere peccatore, quanto fargli presente che nella vita di tutti i giorni, segnata dal peccato, quindi dal limite e dalla fatica di tutte le nostre attività, Dio Gesù uomo è con noi.
La festa del battesimo di Gesù ci dice con chiarezza che Dio è con noi ogni momento, non a intermittenza, di tanto in tanto; non solo per ricordarci i nostri peccati; Dio Gesù uomo è con noi sempre! Dio Gesù uomo si immerge nel fiume della nostra vita, con tutti i suoi limiti e pregiudizi, perché noi si possa immergersi nel fiume della sua vita, con tutte le sue opportunità e libertà.
Ma c’è un ultimo aspetto che non possiamo tralasciare.
Giovanni osserva che Gesù esce dalle acque del Giordano “vede squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba”. E anche il Padre fa sentire la sua voce che proclama: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te ho posto la mia gioia” (Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1), tutto il mio amore. Questa dovrebbe essere la vera domenica epifania della Trinità di Dio, che si manifesta operando: c’è l’unto, il Cristo; c’è chi lo unge, il Padre; e c’è l’unzione dello Spirito santo.
Ecco, questo è il dono che ci è donato in questa festa, al termine di questo tempo di Natale, un Dio Padre, Uomo, Spirito santo che si offre a noi per condividere con noi la vita di ogni giorno e aprirci il regno dei Cieli.
Riflettiamo perciò sul nostro Battesimo, che abbiamo ricevuto in conformità a quello di Gesù. Ogni giorno, quando ci alziamo e diciamo: “Ti adoro, mio Dio … Ti ringrazio di avermi fatto cristiano”, pensando al nostro battesimo dovremmo gioire e dovremmo sentire “la voce di un silenzio trattenuto” (1Re 19,12) che nel cuore ci canta: “Tu sei mio figlio, ti amo, voglio gioire in te!”. Se sentiamo questa voce, la giornata sarà diversa, illuminata da un amore promesso e donato, e anche il sole sarà più luminoso.
Non svendete l’Epifania
Cari amici vi scrivo nella vigilia dell’Epifania,
il giorno in cui il messia si manifesta al mondo intero: ma questo mondo sarà interessato a tale manifestazione? Certo il mondo di Erode, cioè di coloro che hanno paura di cedere il passo a Gesù, di confrontarsi con la sua debolezza, con il suo modo di amare, ma anche il nostro mondo della “globalizzazione dell’indifferenza” (papa Francesco), questi mondi non sono interessati, anzi cercano di eliminare questo bambino prodigioso che attira intorno a sé non solo i pastori, ma l’universo intero, la Stella e anche dei Re venuti da lontano.
Paolo VI diceva a Betlemme:
«Ma se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo. Sappia il mondo di essere stimato e amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana e l’amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa’ che servire da tramite dell’amore meraviglioso di Dio. Questo vuol dire che la missione del cristianesimo è una missione di amicizia in mezzo all’umanità, una missione di comprensione, di incoraggiamento, di elevazione, di salvezza.
Noi sappiamo che l’uomo di oggi ha la fierezza di voler fare da sé e fa delle cose nuove e stupende, ma queste cose non lo fanno più buono, non lo fanno felice, non risolvono i problemi umani nel fondo.
Noi sappiamo che l’uomo soffre di dubbi atroci. Noi abbiamo una parola da dire. È quella di un uomo all’uomo. Il Cristo che noi portiamo all’umanità è il Figlio dell’uomo. Lui è il fratello, il collega, l’amico per eccellenza. È colui di cui solo si può dire che ‘conosce che cosa c’è nell’uomo’. È il mandato da Dio, ma non per condannare il mondo, ma per salvarlo». (6 gennaio 1964)
Non ci sarebbero molte altre parole da aggiungere se non: non svendete l’Epifania, ma vivetela con fede e gioia: fate si che la luce del Battesimo ricevuto, questa è la nostra Stella, non trovi in noi un muro opaco, ma un cristallo che possa risplendere i suoi raggi a tutti coloro che incontriamo per le strade della vita.
Papa Francesco al parlamento europeo (potremmo definirlo i Magi di oggi) diceva che di fronte alla variegata composizione dell’Europa e del Mondo, siamo chiamati a essere dei poliedri, cioè un insieme di persone diverse tra loro ma unite dalla luce della stessa Stella e perciò capaci di illuminare più persone nelle loro diversità.
Certo poi starà agli altri accogliere o meno la luce della Stella, ma dovremo anche noi decidere se tornare da Erode oppure cambiare strada!
Ieri invitavo i fedeli della parrocchia a mettere nelle calze dei propri bambini della Fiducia: Dio ha fiducia in noi e il mondo comunque ha fiducia in noi, non svendiamo l’Epifania, ma viviamola con fede e gioia e avremo dato un po’ di fiducia al mondo, così come i Magi l’hanno data a noi.








