PREGIUDIZI SULLA CHIESA? brevi annotazioni sulla necessità di generare il futuro.

«Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?».

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125

Nell’atrio di questo millennio, che l’Occidente si appresta a vivere, che cos’è, cosa può essere e soprattutto cosa non potrà più essere deputata a fare, l’istituzione ecclesiastica, “baluardo” del nostro Vecchio Continente?
Non è importante, in questa sede, dibattere sui classici – e seduttivi – argomenti concernenti l’esistenza o l’inesistenza di Dio, il significato dell’esser fedeli, i meriti e i demeriti storici della cristianità e così via. Il punto essenziale, il crocevia, è il seguente: la Chiesa, il Vaticano, come si percepisce nel nostro tempo? Ora che siamo distanti ormai vent’anni dal secolo scorso, in che modo il mondo cattolico e mutato e quanto, ancora, muterà? Gli europei, come i cattolici, per fortuna o purtroppo, non possono ignorare determinati quesiti. Il motivo di ciò? Non esisterebbe l’Europa – la nostra, amata, Europa – se non esistesse il cristianesimo e viceversa. Sulla base di questo dato imprescindibile – il quale potrà essere confermato da chiunque si sia occupato, nel corso della sua esistenza, di discipline storiche, filosofiche e teologiche – non possiamo continuare a fingere di non vedere e non capire.
Al di là di quanto i governi e i cittadini europei ne possano dire, è impossibile non far caso alla forte crisi politica, culturale e antropologica, che tutti noi stiamo vivendo. Questo senso di disincanto, disorientamento e disillusione, ovviamente non può che coinvolgere anche la Chiesa alla quale, però, bisogna riconoscere che è da ormai un decennio che sta tentando disperatamente di restare aggrappata a un mondo che nessuno – veramente nessuno – riesce più a comprendere. Tuttavia, anche il mondo cattolico sta pagando a caro prezzo la vertigine della trasformazione antropologica che l’intero pianeta sta attraversando.
L’Occidente, dopo il 1989, ha dato progressivamente l’impressione di aver smarrito la bussola: crisi delle cosiddette socialdemocrazie, dissoluzione e disincanto nei confronti di qualsivoglia ideologia politica e ridimensionamento brutale del potere ecclesiastico. Tutto ciò, innegabilmente, ha incrementato il senso di smarrimento in tutti coloro i quali sono venuti al mondo a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. L’opinione pubblica e gli organi d’informazione cercano le cause nella mancanza di occupazione che – a causa delle crisi economiche – avrebbe obliato nelle menti dei giovani l’idea di uno stralcio d’avvenire. Questo, in parte e solo in piccola parte, è vero. Bisogna considerare, però, che ci troviamo dinanzi a un cane che si morde la coda. Bene, la causa dei nostri mali va cercata proprio nell’assenza di luoghi dove cercare ristoro.
Tralasciando la questione politico-antropologica, vorrei concentrarmi sulla figura e sul luogo che può rappresentare la Chiesa. Non importa se Dio esiste o meno, ciò che conta è la domanda che un individuo nell’oggi può porre a Dio. Ogni tipo d’interesse, ogni forma di desiderio, amore e ammirazione, non è nient’altro che la formulazione di un quesito. Il fatto che qualcuno abbia assistito al collasso di un qualche tipo di ideologia politica certifica un fatto: quell’ideologia non era più in grado di rispondere, e forse neppure di accogliere, la domanda dell’interlocutore. Quest’ultimo, allo stesso tempo, ha rinunciato persino a formulare il quesito: “ma tutto ciò, alla fine, che senso ha? Meglio lasciar perdere. Che vada tutto in malora”.
Nei confronti della cristianità, dal mio punto di vista, è andata più o meno allo stesso modo. L’istituzione ecclesiastica, nella percezione comune, non è più in grado di rispondere ai più svariati quesiti. Tutto questo, però, è un dramma.
Una volta che abbiamo obliato il tutto – e, quindi, niente più ideologie, niente più Dio né religione – cosa ci resta? Che cosa siamo? Temo che ci resti il nulla e che, conseguentemente, non possiamo che scoprire d’esser divenuti un grande – seducente e amabile – niente.
La Chiesa accusa i giovani di non avere valori, mentre i giovani, al contrario, accusano il mondo cattolico di essere afflitto da un sistema valoriale anacronistico: un cane che si morde la coda, ripeto! Comunque, questa condizione, fa male indistintamente a tutti. Bisogna tentare necessariamente di distruggere entrambi i pregiudizi: le giovani generazioni devo smetterla d’immaginare la figura del cristiano come una figura fuori dal tempo e dal mondo; i cristiani, i sacerdoti, non devono dare più modo ai giovani di pensarli come obsoleti. Aprirsi al dialogo, alla diversità, alla differenza, aprirsi persino allo scontro. Essere disposti ad accettare le contraddizioni e le incoerenze. Solo attraverso una forma di caos produttivo, oggi, potrà germogliare una nuova idea di mondo, di casa, di futuro. Offrire l’avvenire, un pensiero, un paradiso che sia qui –nei corpi e nelle menti- e non solo in cielo!
La cristianità, del resto, dispone di armi potentissime – quali l’arte e la bellezza – per rigenerarsi. Il compito, oggi, spetta a tutti i seminaristi, a tutti coloro che si apprestano a divenire sacerdoti, ma anche ai cristiani giovani, sono loro il futuro della cristianità e solo formando in modo impeccabile i nuovi apostoli di Dio, Dio stesso riuscirà a non morire. I nuovi cattolici, i futuri signori di Dio, hanno il dovere di pensarsi come i “custodi del divenire”, affinché il nulla – che un tempo fu immaginato dalla Chiesa nelle vesti del Diavolo – possa finalmente cessare di tediare le nostre primavere.

Giuseppe P. – Aversa

Le sedie

Oggi il vangelo ci parla di sedie.

La sedia è un oggetto importante nella storia degli uomini, forse oggi importantissimo perché dobbiamo passare molto tempo seduti. Non è facile progettare e costruire una sedia. La sedia fa parte di noi ma designa anche il ruolo sociale… c’è il trono di Dio, i troni degli apostoli… chissà come sarà la nostra sedia in paradiso a meno che non mangeremo in piedi…

Ma oggi siamo ancora preoccupati del posto che dovremo occupare “di là”? noi così materialisti, così preoccupati del “di qua”? così attenti alla scienza che risolverà tutto, dimentichi che poi si apriranno nuovi varchi, nuove prospettive e forse nuove ansie? La scienza è importante e necessaria ma parla con i numeri, non usa le parole di cui l’uomo ha bisogno per capire, per tentare di capire.

Gesù non usa solo i numeri, sa che deve parlare ai suoi discepoli.
Il discorso del vangelo di oggi segue la denuncia dell’imminente tradimento ecco perché i discepoli sono preoccupati, non capiscono. Gesù sapeva che dopo 3 giorni sarebbe risorto, ma non usa la “scienza matematica” per sostenere la risurrezione, usa le parole della fede; Gesù ha fiducia nei discepoli, ha fiducia nel Padre suo e loro e nostro.

Questo discorso è il discorso dell’addio; ma addio non significa “non ci vediamo più”, bensì ad Deum, verso Dio, verso l’avvenire. Con l’ad-Dio l’avvenire, proprio e degli altri, è posto in Dio. Gesù, che ha sempre vissuto le sue relazioni nell’ad-Dio, cioè davanti a Dio e per Dio, vi pone anche il suo avvenire.
Forse ci sembra un po’ difficile ma è bello sapere che c’è un avvenire fatto non di certezze numeriche ma di parole e gesti e opere di amore.

Come è drammatico sapere che in casa mia, che nella mia vita una sedia magari rimane vuota (e quante ne sono rimaste vuote in questi mesi), però è consolante, è bello, è vero sapere che ci sarà sempre una sedia, un posto con Gesù e la schiera dei santi.
Questa consolazione non nasce da ignoranza, ma dal sapere che prima di noi Gesù ha vissuto la sua vita sempre con ad Deum, con il Padre e per questo può raccontarlo a tutti noi, anche ai più inadatti e ignoranti e lontani da lui.

L’imprevedibile allora non è una pandemia che la scienza non si aspettava, ma che Dio si è fatto Padre nel Figlio che ci racconta con la sua vita e con le sue parole questa vita nuova a cui siamo chiamati. L’addio, l’ad Deum allora non è soltanto un pensiero per la sedia, il posto che occuperemo domani, ma la sicurezza che questa sedia, questo posto dove stare è già qui nella nostra casa, nelle nostre chiese.

Ecco l’Opera di Dio, che la prima e seconda lettura ci spiegano più dettagliatamente: edificare un posto dove sederci tra noi per discutere tra me e Dio e qual è questo posto?
La coscienza di ognuno di noi!
Abbiamo due belle sedie nella nostra coscienza per imparare a stare con Dio?

Tra poco riprenderemo a celebrare insieme e ne siamo contenti, ma in questo tempo di clausura abbiamo qualificato il nostro stare con Dio, il nostro riconoscerlo presente comunque tra di noi? Perché altrimenti siamo dei feticisti? Siamo degli insani abitudinari, non degli amanti sani!
Ecco l’opera grande che Dio vuole compiere con noi: che crediamo in lui, perché chi crede compirà le sue opere e anche di più grandi.

Quali sono queste opere più grandi? La carità prima di tutto (grazie a quanti stanno aiutando persone indigenti): a questo proposito vi invito ad avere sempre una sedia, un posto libero alla vostra tavola per ricordarci che i poveri ci sono sempre.
Ma una opera grande che dobbiamo fare è quella di evitare il distanziamento sociale! Siamo invitati a un distanziamento fisico, non sociale! Non lasciamo che questa pandemia aumenti l’individualismo già imperante della nostra società. Mentre camminiamo per strada non abbiamo paura di guardare negli occhi (conosciuti o sconosciuti) scoperti da una mascherina, e magari di dire buona sera, buon giorno, ciao, fare un cenno con la mano.

Ci prenderanno per matti?
Ma uno che crede di avere un posto qui e un posto di là non è forse un matto!
È non forse matta la fede di chi in questi giorni continua a pregare:
Cristo è risorto, è veramente risorto?

pasqua in pigiama o vestiti?

Oggi la liturgia ci presenta il 2° racconto della risurrezione, meglio della Pasqua, secondo san Luca (24). È il racconto più articolato e ragionato rispetto a quelli sobri e rapidi di tutti i vangeli.

È un racconto che non riguarda solo i 12, ma i discepoli Cleopa e forse una donna, sua moglie che vivevano lo sconforto, l’incomprensione, l’amarezza. Questo riguarda la prima Chiesa, ma anche quella di oggi se ci pensiamo bene.

Il contesto temporale del brano è la fine del giorno dopo il sabato, ci dice la lentezza della fatica di capire, di riconoscere, di riprendere la gioia. Quel giorno dopo il sabato è stato un giorno lungo, come tutti i giorni in cui siamo chiamati a ricomprendere il senso delle cose: un lutto, un imprevisto grave, una rottura… La risurrezione, ancora oggi, non è cosa facile da comprendere; una vita che sa guardare le cose dal punto di vista di Dio in Gesù non è cosa facile.
C’è una lentezza dell’incomprensione del raggiungere una comprensione che atterrisce e sbilancia.

Dopo il contesto del tempo, c’è il contesto delle relazioni tra i personaggi.
È questo il racconto del litigio, perché il verbo che è stato tradotto con “discussione” (24,13) nella sua origine è proprio “litigio”, termine che è usato più volte nei vangeli quando non si vuole comprendere chi è veramente Gesù, ricordiamo solo il litigio dei due apostoli che volevano essere i primi!
«Vi è una dimensione di violenza nelle parole che i due si scambiano e si gettano l’uno contro l’altro: Gesù stesso svela questa violenza delle parole e dei cuori usando il verbo antiballein, “scagliare contro”, per indicare le parole che essi si scambiavano in cammino (,17). La divisione è certamente nei confronti di Gesù che essi non riconoscono, ma anche nei confronti della storia che hanno vissuto e delle persone con cui pure fino a poco prima condividevano il cammino.»
Le situazioni difficili, quelle drammatiche spesso portano l’uomo a litigare, a scagliarsi contro, piuttosto che a tessere la fatica della comprensione per la ricerca di una soluzione. (Pensiamo alla fatica dell’Europa nel tessere qualche cosa di utile per tutti, anche se pare qualche cosa verso il meglio si stia muovendo!)
Solo al termine del racconto quando i due si ritroveranno con gli altri a Gerusalemme leggeremo:
«“Essi raccontavano le cose accadute lungo il cammino e come si era rivelato a loro nello spezzare il pane”. Questa frase che conclude il racconto dell’esperienza pasquale dei due discepoli di Emmaus sintetizza in modo meraviglioso il senso dell’esistenza cristiana di ogni discepolo di Gesù Cristo.» Che cos’è la novità cristiana se non vivere la normalità della vita, con le gioie e le tristezze, le speranze e le angosce, illuminata, interpretata, dall’evento di Cristo che si rivela nella condivisione del pane spezzato?

Poi c’è un contesto pedagogico.
La pedagogia di questo brano è insegnarci a vedere e vivere la vita con gli occhi di Gesù.
Quando Gesù riprende le Scritture e i gesti che aveva compiuto non lo fa solo per guardare indietro, bensì per insegnarci la giusta memoria illuminata dalla risurrezione. Leggere, capire, vivere, spezzare il pane non come cronaca storica ma con gli occhi di Gesù risorto e vivo. È ciò che forse molti cristiani non comprendono oggi.
Infatti se prima i due parlavano al passato, Gesù aprirà loro il presente e il futuro, quel futuro che permetterà di tornare correndo a Gerusalemme a condividere la gioia e l’amore di Dio per l’umanità.
Questo brano ci insegna perciò a non vivere di passato ma di un futuro che sostenga il nostro presente.

Il contesto dell’abitudine.
Questo brano ci insegna a non scadere nell’abitudine e nel chiudersi in se stessi, ma ad aprirci continuamente alla vita, perché Cristo è vita.
L’abitudine alla tiepidezza, l’abitudine di sapere sempre tutto, l’abitudine di starcene in pigiama nelle proprie case pensando che le cose non possano cambiare. (in questi giorni in casa come vi vestite? Non è una domanda di moda, ma di attenzione a come vogliamo reagire alle cose!)
Per correre con Cristo non possiamo stare in pigiama, è necessario essere vestiti, svegli e pronti per non rischiare che il Signore ci venga accanto e passi oltre perché siamo impegnati a badare solo a noi stessi.
L’altra sera in un incontro con i nostri giovani il vescovo Giovanni Peragine ci ricordava le centinaia di migliaia di bambini di Aleppo (ma non solo) che in 10 anni non hanno ancora avuto un giorno di pace e noi pensiamo di essere gli unici a soffrire…
Ci ricordava che in Albania pur avendo meno problemi sanitari di virus però sono aumentate le conseguenze: dalla povertà alla miseria (nessuno ti può portare a casa la spesa!).

Dio è un’abitudine o una novità?
Dio non è una abitudine accanto a noi, Cristo vuole entrare in casa e stare con noi, in mezzo a noi, abbiamo letto domenica scorsa. Ecco la novità, un amore dirompente che vuole stare nella nostra casa, con la sua parola, con la fraternità della Chiesa, con la carità di un pane spezzato, con la voglia di correre ad annunciare che Cristo è risorto, è veramente risorto.

Rinia shqiptare, La gioventù albanese

Rinia shqiptare, e ardhmja pa të ardhme
La gioventù albanese, il futuro senza futuro

Di Redjon Lleshaj – Milot

Shqipëria vazhdon të mbetet një ndër vendet e para në Europë për papunësinë e të rinjve, emigrimin dhe varfërinë studentore.
L’Albania continua a rimanere uno dei primi paesi in Europa per la disoccupazione dei giovani, l’emigrazione e la povertà studentesca.

Krahas impenjimit me përkushtim në thellimin e reformave në vend, për të dalë nga tranzicioni, vendi ynë ka nevojë për një frymë të re, për një mentalitet të ri qeverisës të personifikuar me demokracinë moderne perëndimore. Frymën e re dhe mentalitetin e ri askush nuk e përfaqëson më mirë se rinia, që po shkollohet duke marrë eksperienca të drejtpërdrejta akademike dhe jetësore në demokracitë perëndimore.
A parte il grande impegno per mandare avanti le nuove riforme nel paese, per uscire dalla transizione, l’Albania ha bisogno di una nuova aria, per una nuova mentalità nel governare come le “moderne democrazie dell’Occidente”. La nuova aria e la nuova mentalità nessuno le può rappresentare meglio dei giovani, che stanno studiando e facendo esperienze accademiche e di vita nelle democrazie dell’Ovest.

Ne jemi ndër vendet e pakta të demokracive perëndimore, ku rinia nuk ka asnjë lloj roli në vendimmarrje, si dhe nuk përbën forcën rinovuese të vendit, po tenton të largohet nga atdheu. Të rinjtë që kanë studiuar duke investuar mundin e tyre familjet shqiptare, me sakrifica dhe vështirësi të shumta financiare, ku janë vlerësuar vlera të larta intelektuale, me nivele të lakmueshme edhe në fushën e formimit akademik, si dhe me aftësi të jashtëzakonshme integruese në jetën e shoqërisë së vendit, nuk vlerësohen dhe përkrahen as nga shoqëria as nga organizmat shtetërore.
Noi siamo uno dei pochi paesi democratici dove la gioventù non ha nessun ruolo nelle decisioni, ma anche non funge da forza innovatrice del paese, solo tenta la fuga dalla patria. I giovani che hanno studiato investendo il sacrificio umano e finanziario delle loro famiglie, pur avendo sviluppato grandi valori intellettuali e abilità nell’integrarsi nella vita sociale del paese, non sono apprezzati e tantomeno aiutati dalla società e dalle istituzioni albanesi.

Prandaj, kjo rini që mbart vlera përparuese, zhvillimi dhe demokratizuese, duhet jo vetëm të vlerësohet, ashtu siç e meriton nga politika dhe shteti shqiptar, por edhe të përkrahet dhe të mbështetet për t’i dhënë hapësirat e domosdoshme, ku mund të japë ndihmën e saj në mënyrë të veçantë për të shtyrë vendin drejt integrimt europian.
Per questo questa gioventù con i suoi valori progressisti e democratici, non solo va valorizzata con merito dalla politica e dallo stato albanese, ma anche aiutata per avere gli spazi necessari in cui offrire il suo contributo specialmente per favorire l’integrazione europea.

Një shoqëri e zhvilluar, mirëfilli, “merr frymë” nga të rinjtë. Të rinjtë janë mundësia për të ecur përpara. Ato janë zhvillimi, përparimi, progresi i një kombi të zhvilluar, me një histori të lavdishme.
Una società sviluppata come si deve, “respira” grazie ai giovani. I giovani sono la possibilità per andare avanti. Loro sono lo sviluppo, il futuro, il progresso in una nazione sviluppata, con una storia gloriosa.

Shpresat për një të ardhme më të mirë, përpara se t’i mbysim ne, po i shkel vetë koha! Ne nuk kërkojmë idealen, as që e synojmë të mirën absolute. Duhet thjesht të rrëzojmë murin që kemi ngritur rreth vetes, sepse jeta e secilit nga ne është betonizuar , ndërkaq egoizmi është i përhapur edhe jashtë kufijve të tij. Është e rëndë të thuhet se numri i studentëve që largohen nga ky vend rritet çdo ditë e më shumë, sepse dëshirat e tyre nuk përputhen me atë se çfarë ky vend ofron.
Non i giovani, ma il tempo, sta cancellando le speranze per un futuro migliore. I giovani albanesi non cercano l’ideale o il bene assoluto, ma soltanto vogliono abbattere quel muro creato intorno a loro che ha cementificato il vivere quotidiano, che ha aumentato l’egoismo. È difficile ammetterlo, ma il numero degli studenti che si allontana da questo paese aumenta quotidianamente, perché il loro desiderio non combacia con ciò che gli viene offerto dall’Albania.

Largohen sepse këtu mungon kultura e mirëfilltë politike, parimet intelektuale e moralizuese, shoqëria e mirëfilltë demokratike dhe rruga civilizuese me parime të sigurta. Dita-ditës kuptojmë se jeta nuk është plot dritë, egozimi ka mbyllur gjithkënd në vetvete dhe nuk dimë më se çfarë kërkojmë, nuk dimë të dallojmë çfarë është e bukur dhe nuk bëjmë asgjë me ideal e pasion.
Si allontanano perché mancano la vera cultura politica, i principi intellettuali e morali, la vera democrazia necessari per una strada verso la civiltà. Giorno dopo giorno i giovani capiscono che la vita non è piena di luce, che l’egoismo rinchiude e non si riconosce cosa cercare, cosa è bello, come fare le cose con ideali e passione.

Për të dalë prej “botës së errësuar” drejt një bote më të civilizuar, drejt botës së artit, drejt asaj bote ku kultivohet dija, duhet rikthyer vullneti dhe dinjiteti i rinisë universitare: ajo paraqet fortifikatën bazë të dijes dhe zhvillimit, ndaj duhet vënë në ballë të proceseve të një kombi.
Per uscire da questo “mondo oscuro” verso uno più civilizzato, verso il mondo dell’arte, della sapienza, bisogna riconoscere la volontà e la dignità ai giovani universitari: questo processo di attenzione va posto ai primi posti nella crescita di una nazione.

Ne si studentë do të duhej të bartim mbi supe pjesë të peshës së rëndë të një kombi, ndaj duhet shfrytëzuar energjia dinamike që kemi, për të krijuar vlera kulturore dhe shkencore, të cilat do jenë shtysë e përparmit dhe barazimit me kombet e zhvilluara të botës.
Noi, in qualità di studenti, dovremmo reggere sulle spalle gran parte del peso di una nazione, per questo bisogna sfruttare la nostra energia dinamica per creare quei valori culturali e scientifici che saranno la spinta dello sviluppo e dell’uguaglianza in sintonia con le altre nazioni sviluppate nel mondo.

Duhet të jemi të vendosur dhe të bindur se vendi ynë meriton të jetë si vendet e tjera në Europë. Të rinjtë intelektualë, me ndryshim nga paraardhësit e tyre, janë ata që do ta drejtojnë Shqipërinë, atdheun e tyre, një politikë ndryshe, në këtë mijëvjeçar të ri, por sigurisht duke u përkrahur nga shoqëria dhe opinioni publik mbarëpopullor.
Dobbiamo essere decisi e convinti che il nostro paese merita di essere come gli altri paesi dell’Europa. I giovani intellettuali, a differenza dei loro predecessori, sono quelli che devono guidare l’Albania, la loro patria, una diversa politica, in questo nuovo millennio, ma ovviamente con l’appoggio della società e dell’opinione pubblica a livello nazionale.

Greta, Carola, Olga e tante altre: le ragazze non temono i potenti

L’ultima è stata Olga Misik. Prima di lei Carola Rackete e prima ancora Greta Thunberg. Sarà un caso che sono tutte ragazze? E che siano diventate icone transnazionali dei maggiori dossier della nostra epoca: il clima, l’accoglienza, i diritti? Un modo speciale di fare la rivoluzione, il loro, che passa attraverso l’imposizione di un’energia nuova, dove prevale una forma tutta femminile di aggressività: la difesa. Si tratti di difendere l’ambiente da politiche senza futuro, i rifugiati da chi non riconosce il loro diritto alla dignità, o la libertà di espressione dalla violenza della dittatura, il messaggio lanciato ai potenti da queste ragazze è lo stesso: siamo qui per difendere ciò che ci è stato affidato. C’è anche una bellezza speciale nel modo che hanno di condurre le battaglie: Greta e il suo cartello sotto la pioggia, Carola con la stralunata fierezza da capitana di un vascello di sventurati, Olga a gambe incrociate che legge la Costituzione a voce alta come fosse un gioco di ruolo.

Si sono scelte inoltre degli avversari di peso: Trump e i potenti della Terra, la leadership sovranista di Matteo Salvini, il presidente russo Vladimir Putin. E li hanno affrontati con i codici della civilizzazione di cui sono figlie – le parole, i gesti belli – mostrando non soltanto di avere un indiscutibile coraggio personale, ma anche di incarnare la forza di una collettività che malgrado tutto ha trasmesso loro la libertà, se non come dato acquisito, almeno come possibilità da conquistare. Non stupisce che siano state coperte di insulti, sbeffeggiate, diversamente umiliate; stupisce piuttosto che resistano, che continuino, che non si mettano paura.

Guardandole in azione si guarda già un’epoca nuova, come se il tempo della muscolarità, ma anche del progresso tecnico che ha segnato il Novecento si fosse esaurito, e fosse cominciato un tempo in cui è più importante conservare, riparare, distribuire che non produrre all’infinito, sfruttare al massimo le risorse, concentrare il potere e le ricchezze. Per farlo c’è bisogno di dialettica, della forza che viene dalla persuasione (i greci avevano un culto speciale per Peitho, la dea della persuasione, considerata l’anima della vita pubblica, sempre in opposizione alla violenza), la stessa che abbiamo sentito nei discorsi di Greta Thunberg, Carola Rackete, Olga Misik. La loro storia di ragazze occidentali (sì, anche Olga è un prodotto della grande cultura occidentale) è già di involontario esempio – o forse si tratta di un irresistibile contagio – per altre latitudini del mondo: ci sono le ragazze iraniane che sfidano il regime degli ayatollah togliendosi il velo e postando le immagini sul web, c’è Alaa Salah, la giovane sudanese che guida la rivolta contro il presidente Omar al-Bashir, e c’è stata Malala, un esempio per tutte le ragazzine che sceglievano l’istruzione, “whatever it takes”. Il fatto nuovo, che le accomuna tutte, è una diversa energia nell’interpretazione dei diritti, a dimostrazione che l’emancipazione raggiunta fino a oggi mette in circolo forze che non sembrava si sarebbero facilmente liberate. È una fortuna che il loro mondo sia anche il nostro.

Ricordiamo il futuro!

 

Con piacere pubblichiamo una riflessione di Angelo Bruscino, presidente dei Giovani Imprenditori Italiani, sul futuro da costruire.

Per molti anni abbiamo ascoltato le dichiarazioni di capi di stato, scienziati, economisti che raccontavano di quanto fosse importante investire ogni singola energia del presente per costruire il “Futuro”, abbiamo sognato con loro e con la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che abitano il nostro pianeta un domani dove si sarebbero fermate le guerre, dove la globalizzazione avrebbe costruito un pianeta senza confini commerciali ed umani, dove avrebbe vinto, il merito, la qualità, l’onestà nelle condotte personali ed aziendali, dove la giustizia si trasformasse da quella dei tribunali, a quella sociale, economica e soprattutto ambientale, dove al consumo sfrenato delle risorse si sarebbe posto rimedio con le rivoluzioni della tecnologia, delle rinnovabili, del design sui prodotti, dove la fame di cibo, di energia, di pace sarebbe stato il ricordo lontano di un’epoca meno civile, meno moderna, meno straordinaria di quella che avremmo vissuto, perché il mondo sarebbe sicuramente diventato per tutti, nessuno escluso, un luogo più sicuro, più verde, più libero …

Questo è il futuro che cerchiamo ancora oggi di ricordare, di fronte a questo presente che nonostante le tante promesse ed il vero impegno di pochi continuiamo a vivere cercando di sfuggire ai massacri di religione, alla fame di interi continenti, alle guerre più feroci, ai consumi più sfrenati, all’ignoranza sempre più dilagante nei giovani, ai populismi che urlano rabbia, al ripristino di frontiere tanto materiali quanto culturali, alla miopia dei politici che cancellano accordi ambientali per il proprio tornaconto elettorale, all’aggressività commerciale delle multinazionali che mettono il profitto dinnanzi a tutto, questo è il mondo che ogni giorno cerca di farci dimenticare cosa potremmo fare, cosa potrebbe diventare, che cerca disperatamente di cancellare le promesse di un’umanità più equa, più onestà e più felice.

A questo mondo che combatte contro il suo domani, vogliamo solo dire una cosa, noi “Ricordiamo ancora il Futuro” e continueremo a farlo fino a quando non si sarà realizzato.

Aspettare il tram con Gesù?

«I cristiani dicono di attendere il Signore, e lo aspettano come si aspetta il tram!» scriveva Ignazio Silone!.

C’è un modo distratto e un modo preoccupato per attendere il tram!.

È distratto quando si vive questo tempo come qualsiasi altro, come una delle tante pubblicità che colpiscono i nostri sensi; quante volte abbiamo una fede spot tra tanti spot?

È modo preoccupato, che si prende carico, quando vuole arrivare alla meta, considera i modi per raggiungerla, è già nella gioia per quanto accadrà.

+ Con quale atteggiamento vogliamo attendere il “Signore che viene”?

+ Ma vogliamo attenderlo o pensiamo che il tempo sia scaduto o questa storia riguardi il passato?

Essere consapevoli di ciò è già il primo passo per attendere “il Signore che viene”.

+ Ma il Signore viene?

Certo che viene, perché è venuto, perché verrà.

È venuto ogni volta che è accaduto il bene (non solo 2000 anni fa a Betlemme);

viene ogni volta che accade il bene;

verrà quando si rivelerà il bene nella sua totalità, nella pienezza della misericordia di Dio.

Qualcuno potrebbe voler sapere cos’è il bene, ma prima credo sia meglio chiedersi come attendiamo, vigiliamo “il Signore che viene”!.

+ Si attende “il Signore che viene” con la preghiera.

Pregare incessantemente dicendo : “Vieni Signore Gesù”, significa gridare al cielo invocando da lui ciò che non ci possiamo dare da noi quaggiù. Significa riconoscere che ogni essere umano è abitato da un desiderio così profondo che la terra non può saziare.

Pregare leggendo con sincerità di cuore il Vangelo, anche un versetto al giorno, che come la fiamma di una candela possa illuminare il nostro andare, cambiare i nostri modi di pensare per trovare le risposte giuste.

Pregare trovando spazio per il Silenzio: come un bimbo richiede 9 mesi di silenzio per nascere, così Gesù per nascere in noi ha bisogno di silenzio.

+ Una preghiera così vissuta e celebrata è un bene, è il bene!

È il bene di cui abbiamo bisogno per crescere, è il bene di cui ha bisogno il mondo per crescere. Una preghiera così celebrata crea un’energia positiva non solo per me, ma per tutti. Certo è una preghiera invisibile, agli occhi degli uomini, ma non di Dio che provvede a spargerla nell’universo.

Vieni Signore Gesù è la preghiera di chi ha l’umiltà di ammettere che non solo non ci si può dare tutto, ma che l’essenziale che ci fa vivere lo riceviamo, certi che l’unica salvezza è la vita di un altro, di un Altro. Sappiamo che il passato non ce l’ha data, comprendiamo che il presente ne è del tutto incapace, allora la attendiamo nel futuro e, invocandolo, la attraiamo a noi. “Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi molto prima che accada” (R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, 12 agosto 1904).

Dipende da noi attendere il Signore come alla fermata del tram o stare alla fermata insieme a Gesù perché il futuro possa farsi storia in noi per il bene degli uomini che Dio ama.

Un futuro migliore non si nega a nessuno

È dalla sua comparsa sulla Terra che l’uomo vive un perenne contrasto tra il bene e il male. A volte a vincere è stato il bene, a volte il male. In alcuni posti il male ha auto la meglio così tante volte da far quasi dimenticare alla gente che c’è anche un’altra scelta. Per molto tempo abbiamo considerato Casal Di Principe (periferia di Napoli, terra di fuochi e di camorra) uno di quei posti ma è cambiato qualcosa …

La spessa coltre di bruttezza è stata squarciata dalla luce più bella e splendente che si possa immaginare: l’arte. In quest’anno da poco passato è stata presentata a Casale un’esposizione di tele di scuola caravaggesca della galleria degli Uffizi di Firenze, “La luce vince l’ombra”.

Potrebbe quasi sembrare il titolo di un cine-comic ma non è così. Si parla lo stesso di supereroi, anche se i nostri protagonisti non “spruzzano” ragnatele dalle mani, né vengono da un altro pianeta. Sono molti più forti di Spiderman o Superman perché gli organizzatori hanno avuto il coraggio di credere in qualcosa che nessuno reputava possibile e di lottare per realizzarla… E tutto ciò vivendo nella realtà, senza neanche l’aiuto di una calzamaglia!

È questo che ci ha trasmesso il primo cittadino di Casal Di Principe, Renato Natale, quando ha parlato con i cittadini di San Felice a Cancello, nella parrocchia dei Padri Barnabiti.

Il sindaco ha saputo comunicare ai presenti l’amore per la sua terra, raccontando il sostegno ricevuto ma anche gli ostacoli affrontati, senza abbandonare mai le vesti di uomo semplice che non ha paura di parlare in dialetto perché orgoglioso delle sue origini.

Con il suo modo di parlare e i suoi aneddoti è riuscito a ridare a molte delle persone presenti la capacità di sperare in un futuro migliore anche in quei luoghi che apparentemente non hanno niente di buono da offrire.

In fondo a determinare la vittoria del ben o del male è sempre stato l’uomo con le sue azioni: un futuro migliore non si nega a nessuno, basta volerlo.

Carmen Guida

Dopo l’estate

Anche questa estate ho avuto modo di incontrare moltissimi giovani e, mentre mi leggete sono a Belo Horizonte (Brasile) per il 6° incontro dei giovani zaccariani latino americani.
Giovani che, a San Felice a Cancello, hanno cercato di capire come ammazzare la noia del quotidiano per costruire qualche cosa di bello per il proprio paese;
giovani che hanno continuato a giocare con i bambini a Milot (Albania) perché è bello e utile divertirsi e far divertire;
giovani che girano il mondo per lavorare e che lavorano ore e ore per non perdere il posto senza più il tempo di guardare negli occhi la propria ragazza o pensare ad altro che il lavoro;
giovani che non abbandonano la propria terra con la convinzione che non si deve perdere la speranza mai;
giovani che hanno perso la fede o dimenticata in qualche cassetto della propria vita, che non disdegnano di ascoltare una predica se li conduce a quel mistero di cui non possiamo fare a meno;
giovani che non ci sono più perché hanno giocato con la vita di sé e degli altri, o perché qualcuno ha giocato con la loro vita.
E noi adulti quale speranza, quale opportunità offriamo loro per il futuro, per questo futuro abbastanza cupo? È una bella domanda che mi porto nella mente da tutta l’estate.
Saper rinunciare a qualche cosa di nostro per loro, non quisquiglie, ma qualcosa di significativo e, se volete, che anche ci costi, perché i giovani non sono ingenui.
Sapere ascoltare le loro storie e saper loro raccontare delle storie vere. Aiutarli a riscoprire il bello delle piccole cose, quelle meno appariscenti, ma più significative perché fanno la storia di ogni giorno e ci sostengono nelle fatiche del nostro tempo.

Insieme a ciò il mio pensiero non so perché corre alla Madre di Dio, al suo modo di essere presente continuamente non solo nella vita di Gesù, ma anche in quella degli apostoli.
Chissà quali parole e affetto avrà donato agli apostoli scoraggiati nei giorni bui della morte, passione e dopo resurrezione di Gesù?
Come avrà pregato con loro e aiutati a non perdere la speranza per continuare ad annunciare che Gesù è il vivente, che Gesù è in ogni tempo Via, Verità e Vita?
La figura della Madre di Gesù ci aiuta a non disperare, a sapere ascoltare la vita che pulsa anche con i suoi problemi, a saper scegliere il da farsi.
La Madre di Dio ci insegna a stringere i denti, e ci dice che per tenerli stretti dobbiamo però mantenere degli spazi, anche piccoli, per noi stessi, per la nostra crescita umana. Dobbiamo mantenere la capacità di coltivare quel Mistero che c’è in noi e intorno a noi.

Smettiamola di ostentare solo il nostro apparire o cercare solo l’estetica, recuperiamo quel Mistero di cui non possiamo fare a meno e la bellezza, quella che salverà il mondo, sarà un po’ più visibile e forte.
Solo così tutto ciò che faremo avrà un senso e potremo continuare non a vivacchiare, ma a vivere.
Un piccolo consiglio per coltivare tutto ciò? Come dicevo a Ilaria e Pietro, sposi da pochi giorni: non abbiate paura di segnarvi con il segno della Croce ogni mattina e ogni sera e prima dei pasti; in questo modo la forza ricreatrice della Croce non solo metterà radice in voi, ma anche vi darà forza.

Buona ripresa delle attività di ogni genere.
La redazione di www.giovanibarnabiti.it.