Il silenzio

Perché fare silenzio?
Perché ritirarsi 5 giorni in un monastero, nel silenzio?
Perché mai fare silenzio? Perché senza silenzio si impazzisce; perché senza silenzio non si può riconoscere se stessi e la vita stessa.
Non si tratta di esaltare il silenzio sino a pensare che tutto debba tacere;
si tratta di liberarsi dalla schiavitù del rumore che ormai è ovunque in qualunque modo.
In un ristorante di Napoli ho trovato questo cartello: “qui non c’è wifi perché vogliamo che i nostri clienti parlino tra loro”; il continuo rumore di parole, di suoni, di traffico, di musica senza anima, di questa società che arriva ovunque scuote e disturba le nostre persone.
Forse non siamo davvero convinti che tutto questo rumore di fondo che ci accompagna ovunque sia eccessivo e ci faccia male, eppure gli avvertimenti non mancano!
Esagerazione?
Per nascere l’uomo necessità di 9 mesi di silenzio, non un silenzio asettico delle incubatrici o di un utero estraneo a pagamento, ma di un silenzio capace di avere cura, gratuitamente.
Per ascoltare o farsi ascoltare è necessario il reciproco silenzio.
Per fare scelte importanti bisogna avere il giusto tempo di silenzio per la riflessione.
Ma non c’è tempo per fare silenzio! Appunto non c’è tempo e non c’è nemmeno il silenzio.
Ma il silenzio fa paura!
Certo, fa paura a chi non lo conosce, a chi non si conosce.
Ma il silenzio fa soffrire!
Certo, fa soffrire chi non sa soffrire, chi non permette al silenzio di purificarci.
Ma il silenzio rende sordi quelli che non sanno o non vogliono ascoltare.
Dio ha creato il mondo nel silenzio e solo per creare l’uomo e la donna lo ruppe, non per creare chiasso, bensì per avere alcuni pari a Lui con i quali dialogare!
E nella silenziosa notte Dio inviò suo figlio, la parola fatta carne per riprendere il dialogo con l’uomo interrotto dal peccato.
Il silenzio senza la parola non avrebbe senso, ma la parola senza silenzio non si potrebbe capire.
Recuperiamo spazi di silenzio ovunque, per recuperare il benessere nostro e dell’altro.

Mancia, dono o dovere?

LA MANCIA AI GIORNI NOSTRI: DONO O DOVERE?

2013 – Accade negli USA. Un misterioso benefattore lascia una mancia da migliaia di dollari al cameriere di un ristorante di New York. La scena si ripete in numerosi ristoranti d’America, da Los Angeles a Chicago, da Phoenix a San Francisco. Sulla ricevuta una firma: “tipsforjesus”, ovvero “mance per Gesù”. Un profilo Instagram per documentare la sua magnanimità; “fare il lavoro del Signore, una mancia alla volta” il suo slogan.
Le gesta del donatore (un certo Jack Selby, ex-presidente Paypal) hanno raggiunto più di 60mila followers sui social, e fatto breccia nel cuore di migliaia di camerieri, che con ardore lo invitano nel locale in cui lavorano, fiduciosi che la voce “tip” possa riportare una somma insperata. Non del tutto chiari i motivi di tale generosità (sembrano seguire un filo conduttore – un “tornaconto con Gesù?”), certo è che si tratta di un evento più unico che raro (pur essendo gli USA la nazione con le mance più alte al mondo). È vero che i tempi sono cambiati, così come i rapporti tra cliente e cameriere, ma cifre così cospicue non si vedevano nemmeno alla corte del Re!
Un tempo infatti, la mancia era il compenso che gli aristocratici lasciavano alla servitù, non tanto per riconoscenza quanto per abitudine e dovere nei confronti del ceto inferiore, ma oggi è un concetto ben più elaborato.
«La mancia è qualcosa di ambiguo e paradossale. La lasciamo a chi ci offre un servizio, ma non a qualcun altro che magari fa un lavoro altrettanto faticoso e prende uno stipendio altrettanto basso. A Tokyo è un insulto dare la mancia, mentre a New York è offensivo non darne una abbondante. Si dice che lo scopo della mancia sia incoraggiare un buon servizio, ma in realtà la lasciamo solo dopo che il servizio ci viene offerto, e spesso a persone che non ci serviranno mai più. La mancia mette in crisi le grandi generalizzazioni degli economisti e degli antropologi. Capire come e perché lasciamo questo extra vuol dire indagare i complicati e affascinanti meandri della natura umana», così leggiamo sulla rivista Internazionale (n.1113, rubrica “Società”)
La complessa funzione della mancia riflette la sfaccettata funzione del ristorante. In parte è una forma di pagamento, una remunerazione per un lavoro ben fatto. Ma è anche una manifestazione di gratitudine, un modo per dare a chi ci ha servito l’occasione di godere almeno in parte del piacere di cui abbiamo goduto noi”, un modo per mostrare apprezzamento e riconoscenza nei confronti di chi ha seguito l’ospite con tanto di impegno e premura. La geografia ci mostra le varie forme che la mancia può assumere: a discrezione del cliente, inclusa nel conto, calcolata in percentuale, o non esistere affatto, tutto questo a seconda dei valori e dalle tradizioni di ciascun Paese. Sono tanti i modi in cui la mancia è gestita nel mondo, ma qual è quello giusto per considerare questo tipo di compenso? Oggi, nelle economie di scambio dei paesi occidentali, dove niente si fa per niente, dove tutto si mercifica, la mancia, come “gesto puramente volontario”, assume i connotati di un dono, fatto liberamente dal cliente al cameriere, e finisce per umanizzare anche quella che sarebbe una semplice uscita al ristorante. Non saremmo tutti dei Jack Selby, ma l’idea stessa della mancia vista come segno di ringraziamento, e non come dovere dettato dal costume o dal regime del locale stesso, la rende più piacevole.

Pasqua Peragine

Salve a tutti, da Fush-Milot

Cari amici di Giovanibarnabiti.it, l’estate non è solo un bel ricordo, ma anche un buon carburante per tutto il nostro anno, ecco perché volentieri pubblichiamo questa intensa riflessione da Fush.Milot, Albania.

Salve a tutti! Sono Suada ho 17 anni e vengo dall’Albania precisamente da Fush-Milot!
Condivido con voi la mia esperienza che vivo durante l’anno ma soprattutto quella dell’estate nei campi estivi che la nostra parrocchia SAMZ organizza grazie all’attenzione e all’animazione delle Suore Angeliche di San Paolo.
Dal momento in cui ho ricevuto il battesimo ho capito che ormai devo essere pronta a dare tutto quello che ho ricevuto: la fede, ma anche altri valori per una vita sana e felice, dando una bella testimonianza cominciando nella mia famiglia, per continuare a scuola con i miei amici e ovunque io vivo.
Sono abbastanza attiva nella Chiesa, per quanto l’impegno della scuola mi permette durante l’anno, ma soprattutto nei tempi estivi.
Il compito come animatrice delle attività con i bambini del nostro villaggio l’ho fatto e lo faccio sempre volentieri da 4 anni. Ogni anno è diverso e mi fa crescere perché, tra le altre cose io e i miei amici impariamo come servire i bambini e noi stessi con amore e senza chiedere nulla in cambio perché così fa il Signore Gesù con noi.
È bellissimo soprattutto durante i campi estivi quando dal mattino presto i bambini corrono verso te e ti guardano perché aspettano un sorriso, una carezza, uno sguardo; attendono che cosa hai da dire loro in quel giorno e come si divertiranno, sapendo che anche quel giorno sarà tra i loro più bei ricordi dell’estate.
L’attività, umanamente parlando, non sempre è facile; però la grazia di Dio che vive in noi ci dà quella forza, quell’entusiasmo necessari pensando che i bambini sono i più preferiti di Gesù.
Un altro grande aiuto per noi, che fa si che il campo sia particolare, è la testimonianza e la collaborazione con gli animatori italiani i quali scelgono di donare e condividere ogni anno un “pezzo” della loro vita con noi e i nostri bambini.
Comunque tutto questo non sarebbe possibile senza l’aiuto della parrocchia e delle nostre sorelle-suore Angeliche di san Paolo che con tanto amore e pazienza ci insegnano a vivere nell’amore di Dio e come aiutare i nostri fratelli più piccoli.
A tutti un grande “GRAZIE” e caricata di tutta questa energia positiva, pronta ad affrontare un altro anno scolastico e pastorale!

Suada Preçi

“Le cose belle”, intervista a Giovanni Piperno

“Le cose belle”, adolescenti che sognano, uomini che crescono nel film/documentario di Giovanni Piperno intervistato per voi dal nostro staff! Buona visione.

Un film sulla gioventù bella di Napoli, un film che va a scovare con discrezione nel crescere durante gli anni dei protagonisti.

Un’intervista che ci permette non solo di sognare, ma anche di sperare e ragionare sulla bellezza della gioventù senza irenismi ed ipocrisie ovvero con la pretesa frequente degli adulti di sapere tutto sui giovani.

Ringraziamo Giovanni Piperno, Giacomo e Luigi per le riprese, il muratore della porta a fianco e il mio barbiere di c. Vittorio.

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Baumann, le migrazioni e le nostre paure

Zygmunt Bauman: “I migranti risvegliano le nostre paure. La politica non può rimanere cieca”.
Antonello Guerrero, La Repubblica, 29 agosto 2015

“Un giorno Lampedusa, un altro Calais, l’altro ancora la Macedonia. Ieri l’Austria, oggi la Libia. Che “notizie” ci attendono domani? Ogni giorno incombe una nuova tragedia di rara insensibilità e cecità morale. Sono tutti segnali: stiamo precipitando, in maniera graduale ma inarrestabile, in una sorta di stanchezza della catastrofe”. Zygmunt Bauman, filosofo polacco trapiantato in Inghilterra, è uno dei più grandi intellettuali viventi. Anche lui è stato un profugo, dopo esser scampato alla ferocia nazista rifugiandosi in Unione Sovietica. Ma Zygmunt Bauman è anche uno dei pochi pensatori che ha deciso di esporsi apertamente di fronte al dramma dei migranti. Mentre l’Europa cerca disperatamente una voce comune che oscuri le parole vacue e quelle infette degli xenofobi.

Signor Bauman, duecento morti al largo della Libia. Due giorni fa altri cento cadaveri ritrovati ammassati in un camion in Austria. Il dramma scava sempre più il cuore del Vecchio continente. E noi? Cosa facciamo?
“E chissà quanti altri ce ne saranno nelle prossime ore. Oramai sono milioni i profughi che cercano la salvezza da atroci guerre, massacri interreligiosi, fame… La guerra civile in Siria ha innescato un esodo biblico. Scappano gli afgani, gli eritrei. Mentre nel 2014, riporta l’Onu, erano circa 219mila i rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mar Mediterraneo, e di questi 3.500 sono morti. Un anno prima questa cifra era molto più bassa: circa 60mila. Qui in Inghilterra ho letto molte reazioni di personaggi pubblici di fronte a una simile emergenza. Tutte a favore di “quote migratorie” più rigide, in ogni caso. Mentre chi come Stephen Hale dell’associazione British Refugee Action invoca una riforma del sistema di asilo basata sugli esseri umani, e non sulle statistiche, è rimasto solo una voce solitaria”.

Ma l’Europa cosa può fare per risolvere questo disastro umanitario?
“L’antropologo Michel Agier ha stimato circa un miliardo di sfollati nei prossimi quarant’anni: “Dopo la globalizzazione di capitali, beni e immagini, ora è arrivato il tempo della globalizzazione dell’umanità”. Ma i profughi non hanno un loro luogo nel mondo comune. Il loro unico posto diventa un “non luogo”, che può essere la stazione di Roma e Milano o i parchi di Belgrado. Ritrovarsi nel proprio quartiere simili “non luoghi”, e non solo guardarli in tv, può rappresentare uno shock. E così oggi la globalizzazione irrompe materialmente nelle nostre strade, con tutti i suoi effetti collaterali. Ma cercare di allontanare una catastrofe globale con una recinzione è come cercare di schivare la bomba atomica in cantina”.

Eppure in Europa stanno tornando i muri, figli di uno spettro xenofobo che purtroppo sta dilagando.
“Sa chi mi ricordano quelli che li erigono? Il filosofo greco Diogene, che, mentre i suoi vicini si preparavano a combattere contro Alessandro Magno, lui faceva rotolare la botte in cui viveva su e giù per le strade di Sinope dicendo di non voler essere l’unico a non far niente”.

È vero, tuttavia, che oggi il flusso migratorio verso l’Europa è di dimensioni mai viste. Qualche timore può essere giustificato, non trova?
“Ma oramai il nostro mondo è multiculturale, forse irreversibilmente, a causa di un’abnorme migrazione di idee, valori e credenze. E comunque la separazione fisica non assicura quella spirituale, come ha scritto Ulrich Beck. Lo “straniero” è per definizione un soggetto poco “familiare”, colpevole fino a prova contraria e dunque per alcuni può rappresentare una minaccia. Nella nostra società liquida, flagellata dalla paura del fallimento e di perdere il proprio posto nella società, i migranti diventano “ walking dystopias “, distopie che camminano. Ma in un’era di totale incertezza esistenziale, dove la vita è sempre più precaria, questa non è l’unica ragione delle paure che scatena la vista di ondate di sfollati fuori controllo. Vengono percepiti come “messaggeri di cattive notizie”, come scriveva Bertolt Brecht. Ma ci ricordano, allo stesso tempo, ciò che vorremmo cancellare”.

E cioè?
“Quelle forze lontane, oscure e distruttive del mondo che possono interferire nelle nostre vite. E le “vittime collaterali” di queste forze, i poveri sfollati in fuga, vengono percepiti dalla nostra società come gli alfieri di tali forze. Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell’istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. E poi alle aziende occidentali il flusso di migranti a bassissimo costo fa sempre comodo. E molti politici sono allo stesso modo tentati di sfruttare l’emergenza migratoria per abbassare ancor più i salari e i diritti dei lavoratori. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in “stanze insonorizzate” non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi”.

E allora come risolvere questa immane tragedia?
“Sicuramente non con soluzioni miopi e a breve termine, utili solo a provocare ulteriori tensioni esplosive. I problemi globali si risolvono con soluzioni globali. Scaricare il problema sul vicino non servirà a niente. La vera cura va oltre il singolo paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una folta assemblea di nazioni come l’Unione europea. Bisogna cambiare mentalità: l’unico modo per uscirne è rinnegare con forza le viscide sirene della separazione, smantellare le reti dei campi per i “richiedenti asilo” e far sì che tutte le differenze, le disuguaglianze e questo alienamento autoimposto tra noi e i migranti si avvicinino, si concentrino in un contatto giornaliero e sempre più profondo. Con la speranza che tutto questo provochi una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata”.

Non teme che questa soluzione possa non piacere a una buona parte della popolazione europea?
“Lo so, una rivoluzione simile presuppone tanti anni di instabilità e asperità. Anzi, in uno stadio iniziale, potrà scatenare altre paure e tensioni. Ma, sinceramente, credo che non ci siano alternative più facili e meno rischiose, e nemmeno soluzioni più drastiche a questo problema. L’umanità è in crisi. E l’unica via di uscita da questa crisi catastrofica sarà una nuova solidarietà tra gli umani”.

Dopo l’estate

Anche questa estate ho avuto modo di incontrare moltissimi giovani e, mentre mi leggete sono a Belo Horizonte (Brasile) per il 6° incontro dei giovani zaccariani latino americani.
Giovani che, a San Felice a Cancello, hanno cercato di capire come ammazzare la noia del quotidiano per costruire qualche cosa di bello per il proprio paese;
giovani che hanno continuato a giocare con i bambini a Milot (Albania) perché è bello e utile divertirsi e far divertire;
giovani che girano il mondo per lavorare e che lavorano ore e ore per non perdere il posto senza più il tempo di guardare negli occhi la propria ragazza o pensare ad altro che il lavoro;
giovani che non abbandonano la propria terra con la convinzione che non si deve perdere la speranza mai;
giovani che hanno perso la fede o dimenticata in qualche cassetto della propria vita, che non disdegnano di ascoltare una predica se li conduce a quel mistero di cui non possiamo fare a meno;
giovani che non ci sono più perché hanno giocato con la vita di sé e degli altri, o perché qualcuno ha giocato con la loro vita.
E noi adulti quale speranza, quale opportunità offriamo loro per il futuro, per questo futuro abbastanza cupo? È una bella domanda che mi porto nella mente da tutta l’estate.
Saper rinunciare a qualche cosa di nostro per loro, non quisquiglie, ma qualcosa di significativo e, se volete, che anche ci costi, perché i giovani non sono ingenui.
Sapere ascoltare le loro storie e saper loro raccontare delle storie vere. Aiutarli a riscoprire il bello delle piccole cose, quelle meno appariscenti, ma più significative perché fanno la storia di ogni giorno e ci sostengono nelle fatiche del nostro tempo.

Insieme a ciò il mio pensiero non so perché corre alla Madre di Dio, al suo modo di essere presente continuamente non solo nella vita di Gesù, ma anche in quella degli apostoli.
Chissà quali parole e affetto avrà donato agli apostoli scoraggiati nei giorni bui della morte, passione e dopo resurrezione di Gesù?
Come avrà pregato con loro e aiutati a non perdere la speranza per continuare ad annunciare che Gesù è il vivente, che Gesù è in ogni tempo Via, Verità e Vita?
La figura della Madre di Gesù ci aiuta a non disperare, a sapere ascoltare la vita che pulsa anche con i suoi problemi, a saper scegliere il da farsi.
La Madre di Dio ci insegna a stringere i denti, e ci dice che per tenerli stretti dobbiamo però mantenere degli spazi, anche piccoli, per noi stessi, per la nostra crescita umana. Dobbiamo mantenere la capacità di coltivare quel Mistero che c’è in noi e intorno a noi.

Smettiamola di ostentare solo il nostro apparire o cercare solo l’estetica, recuperiamo quel Mistero di cui non possiamo fare a meno e la bellezza, quella che salverà il mondo, sarà un po’ più visibile e forte.
Solo così tutto ciò che faremo avrà un senso e potremo continuare non a vivacchiare, ma a vivere.
Un piccolo consiglio per coltivare tutto ciò? Come dicevo a Ilaria e Pietro, sposi da pochi giorni: non abbiate paura di segnarvi con il segno della Croce ogni mattina e ogni sera e prima dei pasti; in questo modo la forza ricreatrice della Croce non solo metterà radice in voi, ma anche vi darà forza.

Buona ripresa delle attività di ogni genere.
La redazione di www.giovanibarnabiti.it.

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Viviamo nella società liquida, dell’apparire e dello scomparire, del vestito che conta piuttosto che dell’habitus, della virtù. Papa Francesco chiedeva ai giovani di Torino: recuperate il valore della castità, parola non più usata! Puntate in alto, non vivacchiate. Perché ciò accada però dobbiamo recuperare il valore della sobrietà del sufficiente, contrario al superfluo.

E dove trovare la forza per tutto ciò? Trascorrendo belle e lunghe notti quante si vogliano in orazione. (Sermone IV) C’è una bellezza invisibile dell’orazione che se ben vissuta si rende visibile nel nostro vivere quotidiano. C’è una bellezza invisibile della preghiera che diventa visibile se manteniamo un atteggiamento continuo di orazione, se eleviamo spesso la mente a Dio. Non siamo chiamati tutti a essere monaci ovvero a pregare dimenticando i nostri impegni e doveri, ma siamo invitati a vivere di Dio continuamente.

Etty Hillesum, una donna ebrea uccisa dai Nazisti, pur lamentandosi con se stessa di non sapersi inginocchiare davanti a Dio era ben consapevole di dovere sempre tenere un pezzettino di spazio per Dio nel proprio cuore. Questo suo continuo incontro con Dio (il “futuro presente”) fu talmente forte che non riusciva a odiare nemmeno il suo aguzzino! Ecco la bellezza dell’incontro con Dio che diventa presente, armonia con il mondo.

Chiediamo perciò al nostro Antonio Maria che ci doni quell’abbondanza di zelo non solo nel sostare davanti all’Eucaristia o al bel crocefisso, bensì quello zelo di correre come matti verso il prossimo con la missione di portare a tutti la bellezza dell’amicizia in Cristo.

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(segue) Per questo – continua il Sermone – dicono i santi che, essendo le creature il Libro che doveva leggere l’uomo per camminare al suo Signore, prima che l’uomo peccasse, questo Libro aveva le lettere belle, fresche, ben formate ed appar[isc]enti. Dopo il peccato dell’uomo, le lettere di questo libro contrassero una certa imperfezione e oscurità: e non si cancellarono, no; ma diventarono tutte vecchie, mal leggibili e quasi invisibili.
Ma la bontà di Dio, la quale non guarda la malizia nostra, vedendo che l’uomo tanto ostentava a leggere il predetto Libro, e quasi mai perveniva alla vera cognizione di Dio, togliendo (pren- [/139] dendo) spesso una cosa per un’altra o un altro modo da quello che era fatta, che fece Dio? fece un altro Libro, cioè il libro della Scrittura, nella quale riparò quel primo e gli pose dentro quello di buono che era delle creature; e, cogliendo la perfezione, insegno a partirsi dall’imperfezione e accettando le necessarie, tagliò via le superflue.

Ecco qua, il libro della Scrittura, che ci è stato dato come “riparazione” del peccato, cioè della rottura di quell’armonia, di quella bellezza tra l’uomo e la donna e il creato e Dio.
Da questa ulteriore riflessione l’importanza di leggere il Libro, di navigare tra le acque della Scrittura o pascolare tra i prati verdeggianti della Parola. Leggi sempre i salmi con calma e umiltà… La Scrittura ha in sé una sua bellezza intrinseca che porta frutto, la Scrittura ha in sé ciò che l’uomo aveva tolto al creato proprio per restituire dignità alla bellezza. Tale lettura e tale dignità però richiedono di tagliare via l’imperfezione, le cose superflue.
Un esempio: la scorsa settimana l’azione di confronto e servizio svolta da alcuni adolescenti ha portato a cosa? Ad accorgersi che si può vivere senza superfluo (nel caso il cell.) perché il servizio e l’incontro con le persone valgono di più.
Dio ha bisogno del suo spazio! La natura ha bisogno del suo spazio. Il mio fratello ha bisogno del suo spazio! Dio, la natura, l’uomo hanno bisogno di essere online: perché ciò accada dobbiamo porre offline i nostri marchingegni elettronici o quanto normalmente ci sembra assolutamente indispensabile. (continua)